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mercoledì 13 marzo 2024

Patrizia Pesaresi: Uno per tutti, 1985


La macchia gialla del Carro da Fieno si sollevava come una soffice pizza di formaggio sul brulichìo variopinto della calca paesana.
C’era una direzione, pensò Laura, una direzione non proprio orizzontale ma vagamente obliqua, nel Trittico, come se la folla fosse orientata, o spinta, e con essa lo sguardo dello spettatore, verso il pannello di destra, quello delle Costruzioni Infernali.
Si sorprese a pensare che – come sempre – il gruppo per lei più vistoso, nella composizione, era la scena dell’assassinio, ai piedi del carro: un uomo con un largo cappello di paglia che gli nascondeva il volto immobilizzava un altro uomo in camicia rossa e a braccia spalancate, e gli tagliava la gola. Si vedeva il sangue zampillare attorno alla lama triangolare. Il cappello di pelliccia della vittima era rotolato più in là, tra le stoppie dorate, e un bastone da viandante giaceva sotto il braccio destro del morente.
Laura spostò il peso del corpo da un piede all’altro. Maledette scarpe coi tacchi alti, non avrebbe dovuto metterle per lavorare. D’altra parte, la divisa era così monotona, che un tocco di femminilità non avrebbe potuto che migliorare tutto l’insieme, si disse, sistemandosi automaticamente i polsini della camicia d’ordinanza.
Il pannello, spalancato e protetto da una spessa teca di cristallo, antiproiettile, capeggiava al centro del salone. Lungo le pareti erano allineate le fotoriproduzioni e gli ingrandimenti dei particolari, prima e dopo il restauro.
Il Trittico, polverizzato in decine e decine di tessere, si allungava in una scia vertiginosa e variopinta tutt’intorno a se stesso, riflettendosi in una miriade di volti ghignanti, di sagome impossibili, di ibridi e mostri, meraviglie e grotteschi, in toni caldi e terrosi che trascoloravano piano piano, da sinistra verso destra – di nuovo – attraverso un tripudio di rossi e di gialli e di verdi, fino ai fiammeggianti orizzonti delle Costruzioni Infernali.
La conferenza introduttiva del professor Bronckhorst, ultimo e più autorevole restauratore del Trittico, appartenente ad una famiglia d’illustri studiosi dell’opera di Bosch, era stata densissima ed affascinante anche per orecchie profane come le sue, che era lì quasi per caso, in pratica solo perché le avevano affidato la supervisione del servizio di sicurezza del dipinto.
Il Professore aveva guidato per oltre due ore il suo fitto auditorio attraverso la straordinaria avventura del terzo Trittico del Fieno, di cui, da sempre, si favoleggiava in cataloghi ed inventari d’epoca, ma che non era mai stato possibile riconoscere tra la miriade delle imitazioni degli epigoni di Bosch e rimettere insieme.
Il Trittico era stato ritrovato, smembrato, in una cantina murata di

mercoledì 6 marzo 2024

Mauro Riccardo Mendolia: L'ospite inatteso, 1984


«E soprattutto, non aprire a nessuno!»
Era il suo modo di concludere il rito del saluto. Lo diceva sempre, dopo averla sfiorata con un bacio, tenendo la mano appoggiata sulla maniglia della sfavillante Maserati. L’ingegner Michele Landi era il tipico rappresentante di una certa fauna. Un uomo fattosi da sé, abile negli affari, spietato con i concorrenti, un’autentica volpe nel fiutare i colpi più vantaggiosi del mercato. Nel secondo dopoguerra, partito da un piccolo laboratorio, si era trovato in pochi anni a capo di un’azienda d’importanza nazionale nel campo dell’elettronica. Si tolse il soprabito di un caldo color marrone e si accomodò nell’accogliente abitacolo.
Laura Landi si strinse nel golf azzurro, ma non perché facesse particolarmente freddo. C’era più che altro un’umidità fastidiosa che saliva dal vicino fiume. Il cielo di novembre era di un grigio cupo che induceva a meditazioni tristi.
«Ciao» disse facendogli un cenno frettoloso di saluto con la mano. Anche quello rientrava nel copione di sempre.
La ghiaia del giardino sfrigolò sotto le ruote e la grossa auto si avviò con un ruggito sommesso. Fu lo stesso ingegner Landi ad azionare direttamente dall’interno della Maserati il comando elettronico. Il pesante cancello si aprì con un sospiro, per poi richiudersi subito dopo che fu uscito.
Laura Landi osservò l’auto correre veloce lungo il filare di pioppi, per poi sparire alla sua vista nella luce soffusa del crepuscolo. Di nuovo quel brivido strano e indecifrabile lungo la schiena, una sensazione di disagio fondamentalmente immotivata. Non era la prima volta che restava sola durante il week-end. Ormai doveva essere vaccinata contro la solitudine della campagna, anche se il villino più vicino distava almeno cinque chilometri. Una distanza irrisoria nella bella stagione, ma lunghissima durante il periodo invernale. Dobs, il grosso pastore tedesco, la seguiva a pochi passi, attento sorvegliante della sua incolumità. Lei gli allungò un paio di carezze, tanto per fargli capire che gradiva la sua presenza.
La villetta ad un piano era una solida costruzione in cemento armato, difesa da segnali di allarme alle finestre del piano terreno che sopperivano in parte ad un muro di cinta non certo irresistibile.
Si chiuse in casa a doppia mandata, soffermandosi poi davanti allo specchio ovale dell’ingresso per un severo esame. Cominciava ad invecchiare, lentamente ma inesorabilmente. Ormai aveva passato da un pezzo la quarantina e provava una certa invidia per le segretarie di suo marito. Non escludeva aprioristicamente che Michele si concedesse divagazioni extraconiugali. Non aveva mai affrontato l’argomento, ma non se ne sarebbe meravigliata. Le occasioni e le conoscenze non gli mancavano di certo; inoltre due fine settimana al mese li trascorreva in giro per l’Italia.
«Al diavolo tutti i pensieri tristi!» esclamò a voce alta. Accese la televisione e si servì

mercoledì 28 febbraio 2024

Umberto Lenzi: La quinta vittima, 1983


L’occasione per uscire dall’impasse e risolvere i miei guai si presentò un giovedì sera, agli inizi di aprile.
Erano mesi che coltivavo l’idea di sbarazzarmi di mia moglie. Ultimamente
Patrizia si era attaccata a me in modo morboso da quando aveva perso entrambi i genitori in un incidente automobilistico, l’anno prima, vedeva nel nostro matrimonio l’estrema ancora di salvezza, un punto di riferì mento al quale non avrebbe mai rinunciato. Figlia unica, l’intero patrimonio immobiliare del padre, una cospicua fortuna rappresentata da alberghi e residences sulla Costa Smeralda, era passato a lei.
Purtroppo Patrizia non poteva avere figli, ma si era rassegnata, del resto ne era già al corrente prima di sposare il sottoscritto, Carlo Alberto Fanna, ex playboy, ex public relation cinematografico, attualmente editore e direttore di un ambizioso rotocalco mensile per uomini, “Bisex”, che aveva raggiunto il decimo numero con una perdita secca di oltre cento milioni. Somma che era stata puntualmente coperta dall’intervento generoso di mia moglie.
Tra noi due, attualmente, si era stabilito un modus vivendi, una specie di gentleman’s agreement; lei avrebbe continuato a foraggiarmi entro certi limiti, a patto che non mettessi in discussione il nostro matrimonio. Un matrimonio fallito da tempo, eppure Pat (come la chiamavo una volta quando fingevo ancora di amarla) escludeva nel modo più assoluto l’eventualità di un divorzio, soluzione che io stesso in fondo ripudiavo. Preferivo mantenere in vita un rapporto niente più che formale con una quarantenne scialba, più anziana di me di cinque anni, piuttosto che rinunciare a un certo genere di agi e all’allettante prospettiva di diventare, prima o poi, l’unico erede dei parecchi miliardi intestati a suo nome.
Mi ero sempre considerato un ottimista e non disperavo. Forse non avrei dovuto attendere molto, poteva capitare anche a Patrizia un crash come quello che aveva intrappolato i genitori nel rogo di una splendida Jaguar appena uscita dal rodaggio. Inoltre c’era la possibilità di una malattia

mercoledì 21 febbraio 2024

Bruno Gambarotta: Trova le parole, spaventalo , 1982


Domanda: dove viene rinvenuto il cadavere di un barbone assassinato?
Risposta: sotto l’arcata di un ponte.
Risposta esatta; per la precisione sotto Ponte Milvio, come a dire il ponte più ponte di tutti i ponti di Roma.
Domanda: dove è maturato il delitto?
Risposta: nello squallido sottobosco degli emarginati che vivono di piccoli traffici illeciti.
Nossignore! Severino Ottone, il morto cioè, prima di ridursi in quello stato, aveva fatto per molti anni il capo comparsa a Cinecíttà ed era conosciuto da moltissime persone. E questo sarebbe sufficiente, secondo te, a montare mezza pagina di cronaca?
Aspetta: non hai ancora sentito il meglio. Ho già pronto il titolo: LA LACCA CHE UCCIDE
Ma che cazzo dici?
Il primo caso mai registrato negli annali della criminalità: un uomo ucciso con la lacca per i capelli; gli hanno tappato il naso e poi gli hanno scaricato in gola l’intero contenuto di una bombola spray. Peccato che non possiamo dire la marca per non fare reclame…
Ma va… ed è morto.
Mortissimo. La lacca gli ha inamidato la gola e i polmoni. E tu vorresti lavorarti il morto.
Be’, vorrei tentare, non è che c’è poi tanto da scegliere in questo momento.
Se proprio ci tieni… guarda, sono così generoso che ti do un’imbeccata che come sempre si rivelerà preziosa: nel cinema c’è una categoria di persone che usano abitualmente la lacca per i capelli…
I truccatori! Risposta esatta!

* * *

Fermo là! Cosa sta facendo? Dia qua! Chi è lei? Come si permette?
Sono il commissario Garzullo della sezione omicidi. Lei è il capo truccatore Osiride Rossi?

mercoledì 14 febbraio 2024

Algernon Blackwood: L’adoratore del mare, 1912


Il mare quella notte cantava; l’alta marea accarezzava il lunghissimo litorale coprendolo di soffice schiuma, e le onde, crestate di bianco, morivano sulla costa modulando una canzone misteriosa. Alta, in un cielo senza nubi, l’antica incantatrice, la Luna piena, ne spiava la danza sulle spiagge lisce, guidandole mentre incedeva lentamente. E sembrava proprio che al chiaro di Luna, di là dallo sciabordìo delle onde, il mare cantasse davvero; s’avvertiva una nota singolarmente armoniosa e densa di significati, come se queste comuni attività della natura fossero pervase del flusso di processi fuori del comune che stessero per attraversare quel confine che le separa  dall’autoconsapevolezza della vita. Sul mare aleggiava un lieve vapore luminoso, in lontananza, un tappeto trasparente attraverso il quale le onde lunghe scivolavano dolcemente verso la spiaggia.
Tre uomini sedevano nel bungalow dal tetto basso fra le dune di sabbia. Riunitisi in occasione della Pasqua, trascorrevano le giornate pescando ed andando in barca a vela, e la sera si raccontavano storie risalenti alla loro giovinezza. Era una fortuna che fossero in tre – quattro, in seguito – perché

mercoledì 7 febbraio 2024

Vittorio Curtoni: La difficile arte del ricatto, 1995


Dei due uomini, uno era alto, magro e vestito di scuro; il secondo portava un abito color panna ed era piccolo, tozzo.
Roberto, fermo sulla soglia di casa, li squadrò con aria impaziente: aveva altro da fare, in quel momento. — Sì? — chiese.
— Sappiamo tutto — rispose l’uomo alto.
— Inutile che vi affanniate a negare — disse l’uomo tozzo.
— Ieri sera avete tagliato a pezzettini vostra moglie e l’avete sepolta in giardino, dopo avere raccontato a tutti che è scappata col vostro socio, Adriano Montini.
Roberto li fissava ad occhi sbarrati.
— Capisco la vostra sorpresa — disse l’uomo alto, accennando un sorriso affettato. — Credetemi, nessun altro lo verrà mai a sapere. È solo che la nostra... agenzia investigativa, per così dire, possiede mezzi straordinari.
— Davvero straordinari — disse l’uomo tozzo. — Ed è molto comprensiva.
— Vi firmeremo una regolare ricevuta — disse l’uomo alto, — oppure una dichiarazione, come preferite. Coi nostri nomi, indirizzi, e tutto quanto.
— Così non dovrete più preoccuparvi — disse l’uomo tozzo. — Saremo coinvolti quanto voi. Dovrete ammettere che è una bella garanzia. Il nostro motto è Ricatto sì, ma pulito. E teniamo molto a vedere soddisfatto il cliente.
— Purtroppo non accettiamo denaro in contanti, e nemmeno assegni. Soltanto gioielli ed opere d’arte. Quadri, tappeti pregiati, sculture, ci va bene tutto. Basta che abbia un certo valore, naturalmente. Nel vostro caso, pensavamo che una cifra dell’ordine di...
Una voce femminile, morbida, languida, arrivò dalla camera da letto. — Roberto? Chi c’è? Non possono aspettare, tesoro? Mi sento così sola, in questo letto...
I due uomini, all’unisono, si schiarirono la gola e sorrisero.
— Che tempismo eccezionale — mormorò l’uomo alto. — La povera signora Luciana è finita sottoterra da poche ore, e siete già riuscito a rimpiazzarla.
— Ma forse il rimpiazzo era pronto già da prima, socio — sogghignò l’uomo tozzo.
A quel punto, Roberto si infuriò. — Voi due dovete essere pazzi — strillò. — O ve ne andate da soli, o chiamo la polizia!
— Chiama la polizia! — cantilenò l’uomo alto.
— E magari metterete il giardino a disposizione per qualche piccolo scavo, eh? — insinuò l’uomo tozzo.
Roberto si girò verso la camera da letto. — Luciana! — urlò. — Mettiti addosso qualcosa e vieni un attimo qui!
— Luciana? — L’uomo alto strabuzzò gli occhi.
— Luciana, Luciana, mia moglie! — esplose Roberto. — Voi due stronzi venite a interrompermi mentre me ne sto calmo e tranquillo con mia moglie e pretendete di...
— Non l’avete fatta a pezzettini? — chiese l’uomo alto.
— Da quanto tempo siete sposati, per cortesia? — chiese l’uomo tozzo.
— Sei mesi — rispose la fantastica bionda che apparve sulla soglia della porta tra ingresso e camera da letto. Si era messa qualcosa molto in fretta, la prima cosa che aveva trovato, e si vedeva. A giudicare dal poco che il negligé nero nascondeva, nessun uomo sano di mente avrebbe mai assassinato una moglie del genere.
Una moglie come Luciana.
— Scu... scusateci — balbettò l’uomo alto.
— Un equivoco, un tragico equivoco — sussurrò l’uomo tozzo. — A volte anche le migliori agenzie investigative sbagliano.
— Fuori! — urlò Roberto, cianotico di rabbia.
Ma non era necessario. I due erano già scomparsi.
Mentre tornavano verso la macchina, che li attendeva in un vicolo a pochi isolati di distanza, i due uomini continuarono a litigare. Quello piccolo e tozzo, con l’abito color panna, tirava calci negli stinchi al secondo, che era alto e magro, e vestito di scuro.
— Imbecille — sibilava l’uomo tozzo, senza smettere di picchiare l’altro. — Uno sbaglio del genere! Con quello che ci costa ogni viaggio... Adesso chi ce li rimborsa, i soldi?
— Gli chiederemo il doppio — azzardò, timidamente, l’uomo alto.
— Bestia! — strillò l’altro. — Dovevamo prosciugarlo fino all’ultimo centesimo, giusto? E invece non riusciremo nemmeno a rientrare nelle spese!
— Oh, insomma, per un errore piccolo piccolo — gemette l’uomo alto. — Cosa sono dieci anni, dopo tutto?
— Sono la nostra rovina! — urlò l’uomo tozzo.
E, appena prima di salire sulla macchina del tempo, appioppò l’ultimo calcio negli stinchi al suo socio.
 

mercoledì 31 gennaio 2024

Bob Shaw: Scegliete il mondo che fa per voi, 1981


Il negozio, che si trovava a un centinaio di metri dalla Quinta Strada, era così poco appariscente che si notava a stento. L’unica finestra che dava sul davanti era nascosta da pesanti tende, e in un angolo aveva incastonate delle piccole lettere di bronzo che dicevano: ALTRIMONDI S.p.A. La luce giallo-rosa che trapelava da dentro era così tenue che, nonostante il buio sempre più fitto di quel pomeriggio di dicembre, era difficile essere sicuri che il posto fosse aperto al pubblico.
Arthur Bryant esitò un attimo sul marciapiedi, cercando di dominare l’ansia, poi aprì la porta ed entrò.
— Buonasera, signore. Cosa posso fare per voi? — Chi aveva parlato era un giovane bruno, dal colorito scuro, che indossava un abito da lavoro nero e lucido, dall’aria costosa. Era seduto a una grande scrivania su cui c’era una targhetta con su scritto “T. D. Marzian, direttore di filiale”.
— Ehm... vorrei chiedervi alcune informazioni — disse Bryant, osservando l’ambiente con un certo interesse. Seduta lì vicino, davanti a una scrivania più piccola, c’era una ragazza grassottella, con i capelli neri tagliati corti. L’atmosfera era quella delle stanze piene di tappeti pelosi, di pareti rivestite di canapa, di caldi sussurri musicali. L’unica cosa che distingueva il posto da innumerevoli altri uffici chic era un disco argentato grande circa quanto un tombino, che occupava una parte di tappeto dietro le due scrivanie.
— Sarò felice di aiutarvi — disse Marzian. — Cosa vorreste sapere?
Bryant si schiarì la voce. — Potete davvero trasportare la gente in altri universi? Universi dove le cose sono differenti da qui?
— Lo facciamo continuamente: è il nostro lavoro. — Marzian dischiuse le mascelle in un bel sorriso rassicurante.
— Il cliente non deve fare altro che spiegare esattamente quali siano le

mercoledì 24 gennaio 2024

Gary Alan Ruse: La ragazza nella valigetta, 1980


— Dimostra che sei una ragazza in gamba, Pam. Non ti farà male, davvero. Te lo promettiamo.
La loro compagna, una ragazza ben fatta dai capelli castani, li guardò in modo strano. — Siete matti tutt’e due protestò.
— Ricordati che ci avevi promesso che ci avresti aiutato a dare una dimostrazione del nostro progetto — disse Jerry Wescott guardando il fratello per avere la conferma.
— Ha ragione, Pam — disse infatti Larry. — L’hai promesso.
— Sì, ma prima di sapere di osa si trattava.
La studentessa arretrò di un passo verso la porta del garage trasformato in laboratorio. — Siete matti — ripeté. Jerry si aggiustò gli occhiali, unico particolare che lo distinguesse dal gemello. Indossavano tutt’e due dei jeans e una maglietta a righe. — Senti, Pamela — disse, — cerca di essere un po’ ragionevole. Te lo spiegherò di nuovo. É semplice.
— Pazzesco vorrai dire — Io corresse Pamela in tono bellicoso. — Volete disintegrare i miei atomi, trasportarli attraverso lo spazio e poi rimetterli insieme. Non so come la mettiate voi, ma per quanto mi riguarda preferisco lasciarli come stanno.
— Anche noi — la rassicurò Jerry. — Ti preoccupi a vuoto. Larry, prendile...
Stando a distanza di sicurezza, Pam guardò Larry mentre prendeva sotto il banco quelle che, all’aspetto. sembravano due valigette nere. Le depose di piatto sul tavolo davanti al fratello, dopo aver spostato un mucchio di carte e di materiale elettronico.
— Per cominciare — spiegò Jerry — non si tratta della solita solfa della trasmissione della materia. Non dobbiamo trasformare la tua massa in energia e poi ricostituirla. Sarebbe troppo rischioso.
Ma che pensiero gentile! — esclamò con pesante ironia Pam.
— Il nostro sistema consiste in un «vero» teletrasporto. Spostiamo l’oggetto desiderato da un posto a un altro eliminando la distanza intermedia. Come se fosse una porta dimensionale — disse con fierezza Jerry.
Pam si drizzò, con le mani sui fianchi e gli occhi che mandavano lampi.
— Il professor Freidkin dice che è impossibile.
— Il professor Freidkin ha le pigne al posto del cervello — disse convinto Larry. — Un vero scienziato non scarta mai una teoria dicendo che è impossibile. Improbabile, forse, ma mai impossibile.
— Giusto — disse Jerry togliendosi gli occhiali per pulirli con cura. — Ed è
proprio per questo che abbiamo bisogno di te. Freidkin non ci prenderà mai

mercoledì 17 gennaio 2024

Stephen R. Donaldson: Bestia mitologica, 1979


Norman era un uomo perfettamente equilibrato e perfettamente sano. Viveva con sua moglie e suo figlio, ambedue perfettamente equilibrati e perfettamente sani, in un mondo perfettamente equilibrato e sano. Così, quando si svegliò quella mattina, si sentiva perfetto, come sempre. Non aveva il minimo sospetto che le cose, per lui, avessero già cominciato a cambiare.
Come al solito, si svegliò al segnale emesso dalla bioemittente ciberneticamente incorporata al suo polso; e, come al solito, la prima cosa che fece fu premere il pulsante che attivava lo schermo. Come al solito, sul minuscolo quadratino brillarono in verde le solite parole: Stai bene. Non c’era niente di cui preoccuparsi.
Come al solito, Norman non aveva la minima idea di quello che avrebbe fatto se avesse letto qualcosa di diverso.
Sua moglie Sally era già alzata. Il suo segnale scattava prima di quello di lui, così aveva il tempo per andare in bagno e cominciare a preparare la colazione. E non ci sarebbe stato bisogno di affrettarsi. Norman scese subito dal letto per il turno in bagno, congegnato in modo che lui non sarebbe arrivato tardi al lavoro e suo figlio a scuola.
Nel bagno, tutto era come al solito. Anche se c’era stata da poco Sally, il lavandino era immacolato, e l’asse del gabinetto era pulitissima, come al solito. Norman non sentì neanche il calore di sua moglie quando vi si sedette. Tutto era perfettamente sicuro, perfettamente sano. L’unica cosa cambiata era la sua immagine riflessa nello specchio.
Non capiva cosa fosse quella protuberanza in mezzo alla fronte. Non l’aveva mai vista prima. Automaticamente controllò la bioemittente ma la risposta fu quella di sempre: Stai bene. Il che doveva essere vero, dato che non si sentiva ammalato. E lui era l’unica persona fra tutte quelle che conosceva a sapere il significato della parola “ammalato”. Comunque quel bernoccolo non faceva

mercoledì 10 gennaio 2024

Arthur C. Clarke: Viaggiate via cavo, 1973


Non potete avere un’idea dei guai e delle difficoltà che abbiamo dovuto superare prima di perfezionare il radiotrasporto. Non che adesso sia perfetto, se è per questo. La difficoltà principale – proprio come era successo trent’anni prima per la televisione – era quella di migliorare la definizione, e per cinque anni ci toccò lavorare su questo problema secondario.
Come avete senz’altro visto al Museo della Scienza, il primo oggetto che riuscimmo a trasmettere fu un cubo di legno: arrivò in perfette condizioni, a parte il fatto che invece di essere un blocco di materia solida ed omogenea era fatto di piccolissime sfere. In effetti sembrava proprio la versione tridimensionale di una delle prime rozze immagini televisive. Infatti, gli analizzatori che usavamo allora non erano in grado di risolvere gli oggetti molecola per molecola, o meglio ancora, elettrone per elettrone: li spedivano invece a piccoli pezzi per volta.
Questo fatto in certi casi non aveva importanza, ma se si volevano trasmettere opere d’arte, per non parlare di esseri umani, bisognava assolutamente migliorare il processo in misura considerevole. Ci riuscimmo usando analizzatori a raggi delta posti tutto intorno all’oggetto: sopra, sotto, destra, sinistra, davanti e dietro. Fu un bell’affare sincronizzarli tutti e sei, ve lo assicuro, ma quando ci riuscimmo scoprimmo che l’oggetto veniva suddiviso in particelle ultramicroscopiche e poi spedito: il che andava benissimo nella maggior parte dei casi.
A questo punto approfittammo di un momento in cui quelli del reparto biologia, al 37° piano, guardavano da un’altra parte e prendemmo in prestito un porcellino d’India, che spedimmo con la nostra apparecchiatura. Arrivò in condizioni eccellenti, a parte il fatto che era morto stecchito. Lo restituimmo

mercoledì 3 gennaio 2024

Grania Davis: In coda, 1979


Si sentì un rumore quasi impercettibile provenire da molto avanti nella fila. Bi si svegliò di scatto, nonostante il sonno duro. Perché aveva dormito, no? Sì, era ancora notte fonda, e il suo sonno era stato pieno di sogni. Sogni senza significato. Curioso, negli ultimi tempi sognava moltissimo, ma i sogni erano sempre senza significato.
Anche altri avevano avvertito il rumore e si stavano svegliando. Per un po’ non sarebbe successo niente, probabilmente si sarebbe dovuto aspettare almeno fino all’alba. Ma tutti volevano tenersi pronti. I bambini piccoli piangevano. Alcune persone accendevano i fuochi per mettere su il tè. Altre se ne stavano, tutte tese, sdraiate nei loro sacchi a pelo, restie ad affrontare una lunga attesa nel freddo delle ore notturne, e tuttavia timorose di potersi riaddormentare.
Bi si tirò su a sedere. Non aveva voglia di uscire dal suo caldo e confortevole sacco a pelo, ma doveva fare i suoi bisogni. — Tenetemi il posto — borbottò, rivolto a nessuno in particolare.
Era più che altro una frase pro forma. Nessuno saltava le file di notte. Si allontanò un po’, ma non di molto. Non voleva inoltrarsi nei cespugli di notte: aveva paura di incontrare qualche brutto animale.
Bi tornò al suo posto e si infilò nel sacco a pelo. Era troppo insonnolito per accendere il fuoco, e non aveva né fame né sete. Magari la famiglia davanti a lui gli avrebbe offerto qualcosa. Ma non l’aveva mai fatto, e allora perché mai avrebbe dovuto farlo adesso? Il motto era “pensa per te”.
Era ormai da un po’ che Bi era solo. Aveva abbandonato la sua cerchia familiare perché non sopportava i litigi continui per le razioni di cibo. In ogni modo, la famiglia era troppo grande e a nessuno importava se qualcuno dei giovani se la squagliava. Così Bi se n’era andato per conto suo, aveva apprezzato il silenzio e la solitudine, ma non aveva apprezzato la fame e gli animali che lo avevano tormentato prima che riuscisse ad avere la possibilità di saltare la fila. E adesso era lì, fra estranei, ad aspettare sempre lo stesso

martedì 21 novembre 2023

Robert F. Young: La prima spedizione su Marte, 1979


Avevano costruito l’astronave nel cortile di Larry. Il suo cortile era più grande di quello di Chan, o di Al. Questo, perché la casa dei suoi genitori si trovava alla periferia della città, dove le case erano molto lontane una dall’altra e non riunite in isolati, e dove in certi casi dalla porta sul retro si vedeva solo la campagna.
Larry non pensava minimamente, allora, che un giorno sarebbe diventato un vero astronauta. Marte lo affascinava tanto quanto affascinava Al e Chan, ma in fondo al suo cuore quello che lui desiderava veramente fare da grande era il pompiere.
Come gambe di atterraggio usarono un paio di vecchi cavalletti che Al aveva trovato nel solaio del garage di suo padre e sopra i cavalletti ci inchiodarono il ponte:
una piattaforma di assi costruita con del legname di scarto che avevano grattato dietro la nuova scuola in costruzione. Il padre di Chan, che faceva il robivecchi, gli aveva già detto che potevano prendere in prestito il grosso coprifumaiolo conico di lamiera, che aveva rimediato quando la vecchia fabbrica di macchine agricole di Larrimore era stata smantellata, e in un torrido pomeriggio di luglio lo liberarono dallo sporco all’interno del recinto della roba vecchia, poi lo fecero rotolare attraverso tutta la città fino a casa di Larry.

martedì 14 novembre 2023

George Alec Effinger: Progetto originale, 1973


La radio diceva che per la prima volta dopo due anni la qualità dell’aria era stata giudicata soddisfacente. Ernest Weinraub non riusciva a trovare alcuna differenza: guardando dall’unica finestra del suo appartamento, il cielo di Brooklyn era sempre giallo, quel colore malaticcio che gli dava invariabilmente la tentazione di tornarsene a letto. Ma, come tutte le mattine, si spronò pensando al lavoro e al denaro. Chiuse l’imposta d’acciaio perché la luce non disturbasse il sonno di Gretchen. Poi andò a radersi nell’angolo-bagno, nascosto dietro una tenda.
Ernest si chiedeva se l’odore dell’aria, fuori, sarebbe stato un po’ meglio del solito. Riusciva ancora a ricordare il profumo delle estati della sua infanzia. Signore, probabilmente per la strada c’erano migliaia di ragazzini che non avevano mai annusato il fresco sentore della primavera, e che adesso, forse, se ne stavano a giocare sui marciapiedi, cercando di spiegarsi perché l’aria fosse tanto strana. Non molti alberi avevano le foglie, ormai, a parte qualcuno in Prospect Park. Questi pensieri non rattristavano Ernest, ma lo facevano sentire “vecchio”.

martedì 7 novembre 2023

Shinichi Hoshi: Ehi, attenzione!, 1978


Il tifone era passato, e il cielo era di un azzurro splendido.
Anche un piccolo villaggio, non molto lontano dalla città, aveva sofferto danni. A una certa distanza dal villaggio, vicino alle montagne, un piccolo tempio era stato spazzato via da una frana.
« Chissà da quanto era qui questo tempio ».
« Di sicuro un sacco di tempo ».
« Dobbiamo ricostruirlo ».
Mentre gli abitanti del villaggio si scambiavano le prime impressioni, il loro numero andava sempre più aumentando.
« È stato proprio fatto a pezzi ».
« Mi sembra che sia sempre stato qui ».
« No, doveva essere un po’ più in alto ».
Fu allora che uno gridò:
« Ehi, guardate! Cos'è questo buco? »
Proprio lì, dove si erano radunati, c’era un buco del diametro di circa un metro. Vi sbirciarono dentro, ma era talmente buio che non si vedeva niente. Comunque, dava l’impressione di essere tanto profondo da arrivare fino al centro della Terra.
Ci fu perfino uno che disse: « Forse è la tana dì una volpe ».
« Ehi, attenzione! » gridò un ragazzo nei buco. Dal fondo, non rispose alcuna eco. Allora il ragazzo raccolse un sasso e fece per buttarlo.
« Fermo. Potresti attirare su di noi una maledizione » disse un vecchio. Ma il ragazzo scagliò con forza la pietra nel buco. Anche questa volta dal fondo non venne alcun rumore.

martedì 31 ottobre 2023

Larry Eisenberg: Il mio amico programmatore,1977


La maggior parte della gente lo considerava un tipo normale, invece io avevo sempre sentito che c’era qualcosa di strano nel comportamento di Gene Berry.
Da ragazzi, nel Bronx, avevamo frequentato la stessa scuola, giocato insieme alla lippa, e persino rubacchiato insieme il gelato a Pasquale Bronzini, l’irascibile gelataio ambulante, che girava con un carro tirato da un cavallo.
Cosa c’era dunque di strano in lui? Non è facile rispondere, perché secondo tutte le apparenze Gene si comportava come ogni altro ragazzo.
Ci sono dei ragazzi che nascono già capi. Prendono le decisioni o costringono gli altri a prenderle. E, di conseguenza, ci sono dei ragazzi che si lasciano guidare dai primi. Gene Berry non era proprio uno che si lasciava guidare – era piuttosto un bastardo annacquato e senza carattere – però era molto intelligente. Troppo. Ne sapeva più di tutti noi. Il suo cervello era un pozzo di nozioni, le più disparate, e le sue capacità di ragionamento erano altrettanto straordinarie. Ma se voi gli aveste chiesto cosa si doveva fare, avrebbe abbassato la testa e si sarebbe seduto in un angolo, senza aprire bocca, finché la decisione sul da farsi non fosse venuta da voi.

martedì 24 ottobre 2023

Franco Forte: L’oscura anima del progresso, 1996



Sul pianerottolo, davanti alla porta di legno rinforzata, l’uomo che quel giorno si faceva chiamare Joachim Waldstein cominciò a spogliarsi metodicamente, con estrema calma. Era l’una di notte. Fuori dell’edificio la città si stagliava nell’alone traslucido dello smog, un collare d’organza che soltanto la pioggia avrebbe potuto spazzare via.
Waldstein era concentrato, e le sue labbra carnose si muovevano nella penombra lasciando esalare un filo di voce mentre si spogliava.
— Intendersela con le ragazze, litigare con gli uomini, aver più credito che denaro... Così va avanti il mondo.
Cantava l’aria per basso Mit Madein sich vertragen, un’opera giovanile con testo di J.W. Goethe, e le parole suonavano rauche nelle cavità oscure della sua laringe.
Su un gradino aveva impilato ordinatamente la giacca grigia, i pantaloni, la camicia, la cravatta. Le scarpe erano più sotto, con i calzini arrotolati conficcati dentro. Waldstein non indossava la canottiera, e prima di sfilarsi i boxer prese un lungo respiro e concluse il motivo dell’aria Intendersela con le ragazze. Era un brano molto semplice, cosparso di esuberanza giovanile, pensato per un basso ed un’orchestra composta da archi, oboi e corni. Nel catalogo delle opere compariva con la sigla WoO 90. L’aveva composta all’età di 22 anni.
Piegò anche i boxer, li depose sulla camicia con il colletto inamidato e si raddrizzò lisciandosi all’indietro i capelli lunghi e neri. Non li tagliava da quattro anni, e quando era nudo gli sfioravano la schiena in modo sensuale.
Adesso era pronto. Il ritmo della musica, l’allegro vivace animoso dell’incipit, gli scorreva nel sangue.

martedì 17 ottobre 2023

Richard Frede: Il metalmeccanico e sua moglie, 1976


Horowitz, metalmeccanico, viveva con la moglie in un piccolo appartamento di Forest Hill. Non avevano figli e, date le scarse entrate del marito, secondo Betsy era una fortuna. Horowitz non era nemmeno capace di procurare loro un tetto decente sulla testa, diceva Betsy, senza chiarire se con quel “loro” alludesse a se stessa ed Horowitz o ai figli che non erano nati. Durante l’estate l’impianto di condizionamento si fermava di solito a metà pomeriggio, e per l’ora di cena l’appartamento era un forno, e restava un forno per tutta la sera. In inverno il riscaldamento bastava unicamente a mettere in risalto la sua insufficienza.
— Un giorno o l’altro morirai — diceva Betsy, — ed io incasserò i soldi dell’assicurazione ed andrò a vivere in un appartamento migliore.
In quelle occasioni Horowitz si chiedeva se Betsy avesse veramente capito il concetto di matrimonio. Quando l’aveva sposata, Horowitz aveva fantasticato di toglierla dal piedistallo di ferro per metterla su uno d’oro, ma se quella era davvero la sua intenzione, sicuramente fu anche l’ultimo progetto di una qualche significativa importanza sul piano personale che lui pensò di realizzare.
Horowitz lavorava a Long Island, in una ditta che fabbricava parti di automobili, ed era noto fra i compagni di lavoro per tre motivi: la sua docilità, la sua mancanza di ambizioni e la sua pazienza con Betsy.

sabato 14 ottobre 2023

Lawrence Mayeu: La stagione, 1969


Jeff disse: — La stagione sta arrivando. Lo sento nelle ossa.
Mark borbottò. Stavano bevendo accanto alla colonnina dell’acqua. Era tardo pomeriggio e nell’ufficio c’era agitazione, svogliatezza. — Quest’anno non ne ho molta voglia —, disse Mark.
— Domani avrai cambiato idea —, fece Jeff.
Mark si dimostrò quasi seccato, però sapeva che Jeff aveva ragione. L’idea era im-pensabile, disgustosa... finché arrivava la stagione. Poi l’uomo ne restava travolto. Adesso il momento era vicino. Lo si poteva quasi annusare nell’aria. Anche il calendario parlava chiaro. E Mark avvertiva qualcosa di strano nei sensi. I suoi occhi continuavano a guardare Daisy, quasi involontariamente, e quello era un segno. La ragazza lavorava nella pubblicità. Erano amici e compagni di bridge per tutto il resto dell’anno. E durante la stagione avevano una lunga relazione.
Anche Daisy aveva continuato a guardarlo per tutta la giornata. Gli aveva parlato, e l’aveva toccato tutte le volte che le era stato possibile.
— Sei nervoso, Mark —, gli aveva detto lei. — per la stagione, vero? — Ma lui aveva negato, per orgoglio maschile. — per via di tutto il lavoro che mi e accumulato —, aveva detto. — Mi sta logorando i nervi. C’è una cosa di buono: quando suona la sirena posso dire al capo di andare all’inferno.
— Ehi, Daisy, perché non cambi, questa volta? —, propose adesso Jeff. — Lascia perdere questo tipo.
— Io non sto pensando a nessuno—, disse lei.
— Coraggio, ci divertiremo —, disse lui.
— Divertirsi, già! Non sei tu a restare incinta.

sabato 7 ottobre 2023

Barry Norman Malzberg: Ripresa dal vero,1973


Adesso gli stavano infilando i chiodi. Era uno spettacolo crudele, ma avevo imposto a me stesso di assistervi sino alla fine. A ogni buon conto la registrazione era in bianco e nero (non avrei saputo sopportarla a colori), e questo favoriva il necessario distacco. — Perdona loro, Padre — disse lui, — perché non sanno quello che si fanno — eccetera, eccetera, mentre la macchina si spostava a inquadrare il cielo.
Quando l’obiettivo tornò a puntarsi su di lui, eccolo là, nel punto più alto, a soffrire, con il corpo disteso nella posizione classica, e per quanto l’angolazione fosse molto stretta, si riusciva a vedere, sullo sfondo, i due ladroni. Tutto in ordine perfetto, come lo ricordavo. E mentre guardavo lo schermo mi resi conto di aver superato la parte peggiore senza troppe scosse, e che da quel momento in avanti lo spettacolo sarebbe stato più sopportabile. La maggior parte degli svenimenti o degli eccessi di panico, così mi avevano detto, avvenivano durante le prime sequenze. Quelli che riuscivano a superarle trovavano la Crocifissione addirittura banale. — Questa sera sarò con te in Paradiso dice lui, o qualcosa di simile. A questo punto c’è un lungo primo piano della sua faccia, un primo piano che diventa poi una lenta panoramica sul paesaggio, e alla fine l’immagine dissolve. Lo schermo diventò nero

sabato 30 settembre 2023

George Zebrowski e Jack Dann: La trappola, 1970


Il continente sotto di lui era ricoperto da una folta jungla, tranne un altopiano sabbioso largo trenta chilometri. Un attimo prima i suoi strumenti avevano inquadrato lo scafo fermo vicino al limite sud della radura. La superficie sabbiosa dell’altopiano era abbastanza regolare, e Rysling decise di scendere con i comandi automatici portando il suo scafo il più vicino possibile all’altro. Si rilassò nella poltroncina anatomica, e rimase in attesa, attento. Che qualcuno stesse tentando di soffiargli il lavoro?
Il suo piccolo scafo da esplorazione era adesso a mille metri, e scendeva rapido controllato dai razzi di frenata. I razzi di atterraggio entrarono in funzione con un rombo a centocinquanta metri da terra, e lo scafo si appoggiò dolcemente sulla sabbia. Quando i razzi si fermarono, attorno allo scafo d’argento la sabbia aveva formato una specie di cratere.
Rysling si accertò che la doppia sicurezza dei reattori di volo fosse inserita, poi innestò anche la doppia sicurezza dei razzi di atterraggio. Attraverso lo schermo anteriore vide l’altro scafo, e vide che i due soli erano alti. La stella gialla era alta nel cielo azzurro, vicina al mezzogiorno. La gigantesca stella rossa vicina all’orizzonte, poco sopra la verde foresta che circondava la zona desertica dell’altopiano. Rysling slacciò le cinture che lo tenevano legato ai fianchi. Si alzò lentamente, e si stirò. Attorno all’altro scafo non si muoveva nessuno.