Nuvole basse correvano nel cielo del crepuscolo, e si sentiva il picchiettare della pioggia frammista a nevischio. Quando il dottor Lanning aprì la portiera del camion, venne investito dal vento freddo dell’artico che attraversava la pianura di Salisbury senza incontrare ostacoli. Il dottor Lanning affondò il mento nel bavero e girò attorno al veicolo per raggiungere la portiera posteriore. Barker smontò ed andò a bussare alla porta del piccolo ufficio che sorgeva, poco lontano. Nessuno rispose.
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venerdì 27 febbraio 2026
Harry Harrison: Il segreto di Stonehenge
Progressive Spin, puntata 37, 26 febbraio 2026
Spenser
giovedì 26 febbraio 2026
Arthur Conan Doyle - La Scienza Della Deduzione
Ci incontrammo il giorno seguente, come d'accordo, e andammo a vedere l'alloggio al numero 221B di Baker Street del quale mi aveva parlato quando ci eravamo conosciuti. Si componeva di due spaziose camere da letto e un soggiorno, grande e luminoso, piacevolmente arredato, con due ampie finestre. Un appartamento perfetto per noi il cui costo, una volta diviso a metà, era talmente modesto che il contratto fu concluso su due piedi e ne entrammo subito in possesso. Quella sera stessa sgomberai la mia camera d'albergo e la mattina seguente Sherlock Holmes mi seguì, con scatoloni e valigie. Per un paio di giorni fummo occupatissimi a disfare i bagagli e a sistemare le nostre cose nel miglior modo possibile. Dopo di che, poco a poco, cominciammo ad ambientarci alla nostra nuova sistemazione.
Holmes non era certo un coinquilino difficile. Molto tranquillo, di abitudini regolari. Raramente rimaneva alzato dopo le dieci di sera e invariabilmente la mattina aveva già fatto colazione ed era uscito prima del mio risveglio. A volte passava la giornata nel laboratorio di chimica, a volte nella sala anatomica, altre volte facendo lunghe passeggiate che, a quanto pareva, lo conducevano nei quartieri più poveri ed emarginati della città. Quando era in preda alla sua frenesia di lavoro si dimostrava infaticabile; ma ogni tanto subentrava la reazione, e allora rimaneva per giorni e giorni sdraiato sul divano del soggiorno, senza dire una parola né muovere un muscolo dalla mattina alla sera. In queste occasioni, notavo che i suoi occhi assumevano un'espressione talmente sognante e vacua che avrei potuto sospettare che facesse uso di droghe se la sua vita morigerata e cristallina non avesse smentito quel dubbio.
Col passare delle settimane, poco a poco il mio interesse nei suoi confronti e la mia curiosità circa i suoi scopi nella vita si acuirono sempre più. Perfino la sua persona e il suo aspetto erano tali da colpire l'attenzione alla prima occhiata. Era alto quasi un metro e novanta ma la sua straordinaria magrezza lo faceva sembrare ancora più alto. Eccezion fatta per quegli intervalli di torpore cui ho accennato, il suo sguardo era acuto e penetrante; e il naso sottile aquilino conferiva alla sua espressione un'aria vigile e decisa. Il mento era prominente e squadrato, tipico dell'uomo d'azione. Le mani, invariabilmente macchiate d'inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato, come ebbi spesso occasione di notare quando lo osservavo maneggiare i fragili strumenti della sua filosofia.
Il lettore mi giudicherà forse un emerito ficcanaso se confesserò quanto quell'uomo stimolasse la mia curiosità, e quanto spesso tentai di far breccia in quel muro di reticenza dietro cui nascondeva ogni cosa che lo riguardasse direttamente. Prima di condannarmi, però, ricordate quanto la mia vita fosse priva di scopo e quanto poco c'era che potesse impegnare la mia attenzione. Le mie condizioni di salute mi impedivano di uscire se non quando il tempo era eccezionalmente buono, e non avevo amici che venissero a trovarmi per interrompere la monotonia della mia esistenza. In queste circostanze, accolsi come un gradito diversivo quel po' di mistero che circondava il mio compagno, e passavo molto tempo a cercare di penetrarlo.
Non studiava medicina. Su questo punto lui personalmente, in risposta a una domanda, aveva confermato l'opinione di Stamford. Né sembrava che avesse seguito un corso di lezioni in vista di una eventuale laurea in scienze o in qualsiasi altra materia riconosciuta che gli avrebbe permesso di entrare nel mondo accademico. Pure, dimostrava un interesse e uno zelo straordinari per determinati studi e, entro limiti eccentrici, le sue cognizioni erano straordinariamente ampie e minuziose, tanto che le sue osservazioni mi sbalordivano. Nessuno avrebbe lavorato tanto, né raccolto tante nozioni così dettagliate, se non per uno scopo ben preciso. Chi si dedica a letture occasionali, raramente possiede una cultura molto rigorosa. Nessuno si imbottisce il cervello di minuzie se non ha un ottimo motivo per farlo.
La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. Di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica era apparentemente digiuno. Una volta che ebbi occasione di citare Thomas Carlyle mi domandò candidamente chi fosse e cosa avesse fatto. Ma la mia sorpresa raggiunse il colmo quando, per puro caso, scoprii che ignorava totalmente la Teoria Copernicana e la composizione del Sistema Solare. Che in questo diciannovesimo secolo un qualsiasi essere umano civilizzato non sapesse che la terra ruota intorno al sole mi sembrava una cosa talmente straordinaria da non crederci.
«Mi sembra sbalordito», disse sorridendo del mio stupore. «E adesso che lo so, farò del mio meglio per dimenticarlo.»
«Dimenticarlo!»
«Vede», spiegò, «secondo me, in origine il cervello umano è come un attico vuoto che uno deve riempire con i mobili che preferisce. Uno sciocco assimila ogni sorta di ciarpame gli viene a tiro, così che le nozioni che potrebbero essergli utili vengono spinte fuori o, nella migliore delle ipotesi, accatastate alla rinfusa insieme con un'infinità di altre cose, di modo che ha difficoltà a ritrovarle. Un operaio abile, invece, sta molto attento a ciò che immagazzina nel suo attico-cervello. Non vi metterà altro che gli strumenti che possono aiutarlo nel suo lavoro, ma di questi strumenti ne ha un vasto assortimento, e tutti in perfetto ordine. È sbagliato pensare che quella piccola stanza abbia pareti elastiche che possono allargarsi a piacimento. Creda a me, viene sempre un giorno in cui ogni nozione in più gliene fa dimenticare un'altra che aveva prima. È estremamente importante, quindi, che le nozioni inutili non estromettano quelle utili.»
«Ma il Sistema Solare!», protestai.
«Che diamine me ne importa?», mi interruppe spazientito. «Lei dice che giriamo intorno al sole. Anche se girassimo intorno alla luna non farebbe un soldo di differenza per me o per il mio lavoro.»
Stavo per chiedergli di che lavoro si trattasse, ma qualcosa nel suo atteggiamento mi fece capire che non avrebbe gradito la domanda. Ripensai, però, a quella nostra breve conversazione cercando di trarne le mie conclusioni. Aveva detto che non gli interessava acquisire quelle nozioni che non erano pertinenti al suo scopo. Quindi, tutto ciò che sapeva era qualcosa che gli poteva essere utile. Enumerai nella mia mente tutti i vari punti sui quali mi aveva dimostrato di essere straordinariamente bene informato. Presi perfino una matita e li annotai. Non potei trattenermi dal sorridere, vedendo l'elenco che avevo compilato. Eccolo:
SHERLOCK HOLMES - I SUOI LIMITI
1. Conoscenza della letteratura - Zero.
2. Conoscenza della filosofia - Zero.
3. Conoscenza dell'astronomia - Zero.
4. Conoscenza della politica - Scarsa.
5. Conoscenza della botanica - Variabile.
Sa molte cose sulla belladonna, l'oppio, e i veleni in genere. Non sa niente di giardinaggio.
6. Conoscenza della geologia - Pratica, ma limitata.
Distingue a colpo d'occhio un tipo di terreno da un altro. Rientrando da qualche passeggiata mi ha mostrato delle macchie di fango sui pantaloni e, in base al colore e alla consistenza, mi ha detto in quale parte di Londra se l'era fatte.
7. Conoscenza della chimica - Profonda.
8. Conoscenza dell'anatomia - Accurata, ma non sistematica.
9. Conoscenza della letteratura scandalistica - Immensa.
Sembra conoscere ogni particolare di tutti i misfatti più orrendi perpetrati in questo secolo.
10. Buon violinista.
11. Esperto schermidore col bastone, pugile, spadaccino.
12. Ha una buona conoscenza pratica del Diritto britannico.
Arrivato a questo punto della lista, la buttai nel fuoco per disperazione. «Se l'unico modo di capire a cosa mira quest'uomo è conciliare fra loro tutte queste qualità e scoprire un'attività per la quale siano tutte necessarie», mi dissi, «tanto vale rinunciare subito.»
Vedo che ho accennato alle sue doti di violinista. Erano decisamente notevoli, ma disuguali come tutte le sue altre doti. Che fosse in grado di eseguire dei brani anche difficili lo sapevo bene perché, dietro mia richiesta, mi aveva suonato alcune delle «Canzoni» di Mendelssohn e altri pezzi favoriti. Ma, lasciato a se stesso, raramente traeva musica dal suo strumento o accennava qualche motivo conosciuto. A volte la sera, sprofondato nella sua poltrona, chiudeva gli occhi mentre pizzicava oziosamente le corde del violino posato sulle ginocchia, traendone suoni talvolta sonori e malinconici, tal'altra allegri e bizzarri, ovviamente secondo l'umore del momento. Ma che la musica lo aiutasse a pensare o fosse semplicemente frutto di un capriccio o di una fantasia, non riuscivo a capirlo. Avrei potuto protestare per quegli «a solo» esasperanti se ogni volta non vi avesse egli stesso posto fine mettendosi a suonare in rapida successione alcune delle mie arie favorite, quasi a premiare la mia pazienza messa a così dura prova.
Più o meno per i primi otto giorni non ricevemmo visite e avevo cominciato a pensare che, come me, anche il mio compagno non avesse amici. D'improvviso però scoprii che aveva molte conoscenze, delle più disparate classi sociali. C'era un tipo mingherlino, con un viso giallastro da furetto, con gli occhi scuri, che mi fu presentato come signor Lestrade e che, in una sola settimana, venne tre o quattro volte. Una mattina, si presentò una ragazza giovane, vestita alla moda, che si trattenne per poco più di mezz'ora. Quello stesso pomeriggio arrivò un tale dai capelli grigi, trasandato, che sembrava un venditore ambulante ebreo; mi parve molto eccitato, e lo seguiva una donna anziana e sciatta. In un'altra occasione un signore dai capelli bianchi, di età avanzata, ebbe un colloquio con il mio compagno; e un altro giorno ancora, arrivò un facchino delle ferrovie, con la sua uniforme di fustagno. Quando uno di questi individui indefinibili si faceva vivo, Sherlock Holmes mi chiedeva il favore di poter usare il soggiorno e io mi ritiravo in camera mia. Si scusava sempre per il disturbo che mi arrecava. «Sono costretto a servirmi di questa stanza come ufficio», mi diceva, «e queste persone sono miei clienti.» Mi si ripresentava l'occasione di porgli una domanda chiara e tonda ma, ancora una volta, la mia delicatezza mi impediva di costringere un'altra persona a confidarsi con me. Al momento, pensai che avesse le sue ottime ragioni per non parlarmene, ma ben presto lui stesso smentì la mia idea, affrontando spontaneamente l'argomento.
Fu il 4 marzo - e ho buoni motivi per ricordarlo; mi ero alzato più presto del solito, e trovai Sherlock Holmes che stava ancora facendo colazione. La padrona di casa era ormai talmente avvezza alle mie abitudini ritardatarie che né il mio posto a tavola né il mio caffè erano ancora pronti. Con l'irragionevole petulanza che contraddistingue noi esseri umani suonai il campanello e, in tono brusco, annunciai che ero pronto a far colazione. Poi, presi una rivista che era sulla tavola e cercai d'ingannare il tempo mentre il mio compagno masticava in silenzio il suo pane tostato. Uno degli articoli recava un segno a matita accanto al titolo e, naturalmente, cominciai a scorrerlo con gli occhi.
Il titolo, piuttosto ambiguo, era II Libro della Vita e l'autore cercava di dimostrare quanto un uomo dotato di spirito d'osservazione poteva imparare mediante un'accurata e sistematica analisi di quanto gli capitava di vedere. Ne trassi l'impressione di un miscuglio di acutezza e di assurdità. Il ragionamento era serrato e intenso, ma le deduzioni mi apparivano stiracchiate ed esagerate. L'autore dell'articolo asseriva di essere in grado di intuire i pensieri più reconditi di una persona da una fuggevole espressione, dalla contrazione di un muscolo, da un'occhiata. Secondo lui, era impossibile fingere in presenza di chi fosse addestrato all'osservazione e all'analisi. Le sue conclusioni erano infallibili quanto gli enunciati di Euclide. Al «non addetto ai lavori» infatti, i suoi risultati sarebbero apparsi talmente sorprendenti, prima di conoscere attraverso quale procedimento mentale li avesse raggiunti, che lo avrebbero preso per uno stregone.
«Da una goccia d'acqua», scriveva l'articolista, «una mente logica potrebbe dedurre la possibilità di un Atlantico o un Niagara, senza mai averli visti e sentiti. La vita non è che una grande catena di cui possiamo conoscere la natura osservandone un singolo anello. Come ogni altra arte, la Scienza della Deduzione e dell'Analisi si può acquisire unicamente attraverso lunghi e pazienti studi, e la vita non è abbastanza lunga perché un essere mortale possa raggiungere il vertice della perfezione in questa scienza. Prima di prendere in esame quegli aspetti morali e mentali della questione che presentano maggiori difficoltà, vediamo di affrontare problemi più elementari. Poniamo che il nostro lettore dotato di logica, incontrando un essere umano come lui possa, con una sola occhiata, conoscerne la storia e il commercio o la professione che svolge. Può sembrare un esercizio puerile, ma esso stimola le facoltà di osservazione, insegna dove e cosa guardare. Dalle unghie di una persona, dalla manica della sua giacca, dai suoi stivali, dal ginocchio dei pantaloni, dalle callosità sul pollice e l'indice, dalla sua espressione, dai polsini della camicia - da ciascuna di queste cose traspare chiaramente l'attività che quella persona svolge. E che, da tutte insieme, un investigatore competente non possa risalire a un quadro d'insieme, è pressoché inconcepibile.»
«Che cumulo di fandonie!», esclamai sbattendo la rivista sul tavolo. «Mai letto tante sciocchezze in vita mia!»
«Di che sta parlando?», chiese Sherlock Holmes.
«Di questo articolo», risposi indicandolo col cucchiaino mentre mi sedevo per far colazione. «Vedo che lo ha letto, dal momento che l'ha segnato. Non nego che sia scritto brillantemente. Però mi irrita. Evidentemente, si tratta di una teoria elaborata da qualche tizio che se ne sta sprofondato in poltrona a escogitare tutti questi bei paradossi chiuso nel suo studio. Tutta teoria e niente pratica. Vorrei vederlo, intrappolato in uno scompartimento di terza classe della metropolitana, se gli chiedessero di indicare le varie attività dei suoi compagni di viaggio. Lo darei perdente, mille a uno.»
«Perderebbe la scommessa», osservò placido Holmes. «In quanto all'articolo, l'ho scritto io.»
«Lei!»
«Sì, sono portato sia all'osservazione che alla deduzione. Le teorie che ho espresso nell'articolo e che a lei sembrano così fantasiose, in realtà sono estremamente concrete - al punto che sono loro a darmi il pane quotidiano.»
«E in che modo?», mi venne spontaneo di chiedergli.
«Be', svolgo una mia attività. Credo di essere l'unico al mondo. Sono un consulente investigativo, se può capire di che si tratta. Qui a Londra abbiamo una quantità di investigatori governativi e una quantità di investigatori privati. Quando questa gente è in difficoltà si rivolge a me, e io li metto sulla pista giusta. Mi fanno vedere tutte le prove di cui dispongono e in genere, grazie alla mia conoscenza della storia del crimine, riesco a trovarne il bandolo. C'è qualcosa di molto simile e molto familiare in tutti i misfatti; avendo a portata di mano tutti i particolari di mille crimini, sarebbe molto strano non riuscire a risolvere il milleunesimo. Lestrade è un investigatore molto famoso. Di recente si è trovato a brancolare nel buio in un caso di contraffazione e per questo è venuto qui.»
«E gli altri?»
«Quasi tutti mandati da agenzie investigative private. Sono tutte persone che hanno dei problemi e desiderano qualche chiarimento. Io ascolto le loro storie, loro ascoltano i miei commenti, e poi intasco la mia parcella.»
«Insomma, lei intende dire che, senza uscire dalla sua stanza, lei è in grado di sbrogliare una matassa che per gli altri è un groviglio incomprensibile, pur se ne hanno sott'occhio tutti i fili?»
«Esatto. Ho una sorta di sesto senso. Ogni tanto, si presenta qualche caso più complicato degli altri. E allora devo darmi da fare e vedere le cose con i miei propri occhi. Vede, possiedo una gran quantità di nozioni particolari che applico al problema e che mi facilitano straordinariamente il compito. Le regole di deduzione che ho citato in quell'articolo e che hanno suscitato il suo disprezzo, mi sono preziose nell'aspetto pratico del mio lavoro. L'osservazione è per me una seconda natura. Al nostro primo incontro, lei è apparso sorpreso quando le dissi che proveniva dall'Afghanistan.»
«Senza dubbio qualcuno glielo aveva detto.»
«Assolutamente no. Sapevo che lei veniva dall'Afghanistan. Per forza d'abitudine, il filo dei miei pensieri si era sdipanato così rapidamente nel mio cervello che ero arrivato alla conclusione senza rendermi conto delle tappe intermedie. Ma queste tappe c'erano state. Il filo del ragionamento è stato questo: ecco un signore che ha il tipo del medico ma l'aria di un militare. Quindi, un medico militare. È appena arrivato dai Tropici poiché è abbronzato, e quello non è il colore naturale della sua pelle; infatti, i polsi sono chiari. Ha attraversato un periodo di stenti e di malattia, come rivela chiaramente il viso teso e stanco. Ha una ferita al braccio sinistro. Lo tiene in modo rigido e innaturale. In quale zona dei Tropici un medico militare inglese può aver passato tante traversie e riportato una ferita al braccio? Ovviamente in Afghanistan. Questa sequenza di pensieri è durata meno di un secondo. Le dissi allora che lei proveniva dall'Afghanistan, e ne restò sbalordito.»
«Come lo spiega lei, sembra molto semplice», risposi sorridendo. «Mi ricorda il Dupin di Edgar Allan Poe. Non immaginavo che personaggi del genere esistessero fuori dai racconti.»
Sherlock Holmes si alzò e accese la pipa. «Senza dubbio ritiene di farmi un complimento paragonandomi a Dupin», osservò. «Ma, a parer mio, Dupin era tutt'altro che un genio. Quel suo stratagemma di interporsi nei pensieri dei suoi amici con un qualche commento ad hoc dopo un quarto d'ora di silenzio, in realtà è molto plateale e superficiale. Innegabilmente possedeva un geniale senso analitico, ma non era certo quel fenomeno che Poe vuole farlo apparire.»
«Ha letto i libri di Gaboriau?», gli chiesi. «Lecoq corrisponde alla sua idea di un investigatore?»
Sherlock Holmes sbuffò una boccata dalla sua pipa con aria sardonica. «Lecoq era un pasticcione da quattro soldi», esclamò in tono iroso. «Aveva un unico pregio, la sua energia. Quel libro mi ha fatto veramente star male. Si trattava di identificare un prigioniero sconosciuto. Avrei potuto farlo in ventiquattr'ore. Lecoq ci ha impiegato più o meno sei mesi. Avrebbe potuto servire da manuale per i detective, per insegnare loro cosa non si deve fare.»
Sentir trattare con tanta sprezzante disinvoltura due personaggi che avevo ammirato mi indignò. Mi accostai alla finestra e rimasi a guardare il traffico sottostante. «Quest'individuo sarà anche molto perspicace», mi dissi, «ma certo è molto presuntuoso.»
«Oggi come oggi, non ci sono né crimini né criminali», proseguì in tono di querimonia. «A che serve avere un cervello nella nostra professione? So benissimo che ho tutte le qualità per diventare famoso. Non esiste e non è mai esistito nessuno che abbia dedicato tanto studio e tanto talento naturale alla scoperta del crimine quanto ne ho dedicato io. E qual è il risultato? Non ci sono crimini da scoprire o, al massimo, c'è qualche furfanteria abborracciata, con un movente talmente trasparente che perfino un funzionario di Scotland Yard è capace di scoprirlo.»
Ancora seccato per quel suo modo borioso di esprimersi, ritenni opportuno cambiare argomento.
«Chissà cosa sta cercando quell'individuo?», domandai indicando un tipo vigoroso, piuttosto malvestito, che stava percorrendo lentamente il marciapiede opposto, scrutando con attenzione i numeri civici. Teneva in mano una grossa busta blu che evidentemente doveva consegnare a qualcuno.
«Intende quel sergente della Marina a riposo», disse Sherlock Holmes.
"Che pallone gonfiato!", pensai. "Sa benissimo che non posso verificare la sua supposizione."
Quel pensiero mi aveva appena attraversato la mente quando l'uomo che stavamo osservando scorse il numero sulla nostra porta e traversò di corsa la strada. Sentimmo bussare forte all'uscio, una voce profonda all'ingresso, e dei passi pesanti su per le scale.
«Per il signor Sherlock Holmes», disse entrando e porgendo la lettera al mio amico.
Era l'occasione buona per fargli abbassare un po' la cresta. Non si aspettava certo quella visita quando aveva espresso con tanta sicumera la sua opinione. «Brav'uomo», chiesi nel tono più mellifluo possibile, «posso chiederle che mestiere fa?»
«Il fattorino, signore», rispose in tono brusco. «L'uniforme sta ad aggiustare.»
«E prima?», insistei con un'occhiata maliziosa al mio coinquilino.
«Sergente, signore. Fanteria leggera della Regia Marina, signore. Non c'è risposta? Bene, signore.»
Batté i tacchi, alzò la mano nel saluto e sparì.
SNMN, puntata 37, 25 febbraio 2026
mercoledì 25 febbraio 2026
Howard Hanson
martedì 24 febbraio 2026
domenica 22 febbraio 2026
Progressive Spin, puntata 36, 19 febbraio 2026
SNMN, puntata 36, 18 febbraio 2026
sabato 21 febbraio 2026
Agatha Christie - Il caso della Stella d'Occidente
Stavo alla finestra della stanza di Poirot e guardavo distrattamente la strada sottostante.
«È strano» esclamai all’improvviso sottovoce.
«Che cosa c’è, mon ami?» chiese Poirot placidamente dalle profondità della sua comoda poltrona.
«Deducete, Poirot, dai fatti seguenti: c’è una giovane signora lussuosamente vestita con un cappello alla moda e una splendida pelliccia che sta venendo avanti lentamente, guardando in alto verso le case mentre procede. Non sa di essere pedinata da tre uomini e da una donna di mezza età. I quattro sono appena stati raggiunti da un fattorino, che la indica gesticolando. Che dramma si sta recitando? La ragazza è una truffatrice? E gli investigatori che la pedinano stanno per arrestarla? Oppure i malfattori sono loro e stanno congiurando per aggredire una vittima innocente? Che cosa dice il grande investigatore?»
«Il grande investigatore, mon ami, sceglie come sempre la strada più semplice. Si alza per vedere da sé.» E il mio amico mi raggiunse davanti alla finestra.
Un attimo dopo fece una risatina divertita.
«Come al solito quello che vedete è colorato dal vostro inguaribile romanticismo. Quella è Mary Marvell, la diva cinematografica, seguita da una frotta di ammiratori che l’hanno riconosciuta. E, en passant, mio caro Hastings, lei ne è perfettamente conscia!»
Risi.
«Dunque tutto si spiega. Ma non avete nessun merito in questo, Poirot, il fatto è che la conoscevate.»
«En vérité! Quante volte avete visto Mary Marvell sullo schermo, mon cher?»
Riflettei.
«Circa una dozzina di volte.»
«E io… una volta sola! Eppure io la riconosco e voi no.»
«Ma sembra molto diversa!» replicai piuttosto debolmente.
«Ah! Sacré!» esclamò Poirot. «Vi aspettate forse che passeggi per le vie di Londra con un cappello da cow-boy oppure scalza come una ragazzina irlandese? Come sempre badate ai particolari e non all’essenziale! Ricordatevi il caso della danzatrice Valerie Saintclair.»
Scrollai le spalle, un po’ irritato.
«Ma consolatevi, mon ami» disse Poirot, calmandosi. «Non tutti possono essere come Hercule Poirot, lo so bene.»
«Veramente di tutte le persone che ho conosciuto voi siete quella che ha la migliore opinione di sé!» esclamai tra il divertito e l’irritato.
«Davvero? Quando uno è unico, lo sa! E poi, altri condividono questa opinione… e se non mi sbaglio anche Mary Marvell.»
«Come?»
«Non c’è dubbio. Sta venendo qui.»
«Come fate a capirlo?»
«Molto semplice. Questa via non è aristocratica, mon ami! Qui non risiedono medici o dentisti alla moda, tantomeno modiste alla moda! Ma c’è un investigatore alla moda. Oui, amico mio, è
venerdì 20 febbraio 2026
Garry Kilworth: Vita da Cristiani
Luglio. Il ghiaccio disegna motivi floreali sui vetri della finestra. La mamma dice che un tempo, quando lei era bambina, a luglio faceva più caldo. Io non le credo. Dev’essere un’altra leggenda, come quella dell’uomo che arrivava nelle case con un sacco pieno di regali. Soltanto leggende.
The Spectre
giovedì 19 febbraio 2026
Roald Dahl: L'uomo del Sud
mercoledì 18 febbraio 2026
Alberto Franchetti
Dall'opera breve NOTTE DI LEGGENDA (1915) la partitura sembra persa, possediamo solo la riduzione per pianoforte. Julian Becker qui suona l'inizio e la fine di questo emozionante pezzo musicale, che speriamo di reinstrumentare per il palcoscenico nel prossimo futuro. Le donazioni sono benvenute, ma se vuoi semplicemente unirti con il tuo nome è anche una cosa molto buona e onesta da fare.
Le opere Notte di leggenda e Signor di Pourceaugnac, sopravvissute soltanto come spartiti per canto e pianoforte, devono essere ristrumentate da mani abili ed esperte. Costo: circa 20.000 Euro per ogni partitura.
Franco Enna: L'astro lebbroso, n.73
martedì 17 febbraio 2026
Ken Parker
lunedì 16 febbraio 2026
J. J. Connington: Le tre meduse, n.73
A Ravensthorpe, un castello isolato nella campagna inglese, è in corso un ballo in maschera. Ai partecipanti è stato richiesto l'anonimato, e forse non è un'idea molto brillante ignorare l'identità dei presenti quando si possiede una collezione di pregiati oggetti d'arte. Qualcuno tuttavia ha l'idea anche peggiore di inscenare per scherzo un furto, dopo aver staccato la luce per agire con il favore dell'oscurità. Del gesto sconsiderato infatti qualcun altro approfitta per rubare una serie di medaglioni, attribuiti a Leonardo da Vinci, raffiguranti la mitologica Medusa. Per fortuna c'è tra gli ospiti della festa il sovrintendente di polizia sir Clinton Driffield, per l'occasione in costume da Cagliostro. Il suo sguardo lucido e rigoroso sarà un prezioso ausilio nelle indagini su una vicenda per nulla ordinaria, alle prese con passaggi segreti, una bizzarra maledizione delle fate e uno spettro che si aggira nel bosco. Il tutto coronato dal delitto.
domenica 15 febbraio 2026
Progressive Spin, puntata 35, 12 febbraio 2026
sabato 14 febbraio 2026
SNMN, puntata 35, 11 febbraio 2026
Gilbert Keith Chesterton - La croce azzurra
Fra il nastro d’argento del mattino e il verde nastro scintillante del mare, il battello toccò Harwich; ne uscì, come uno sciame di mosche, un gruppo di persone, fra cui l’uomo che noi dobbiamo seguire non spiccava in nessun modo... né lo desiderava. Non c’era nulla di notevole in lui, tranne un lieve contrasto fra la gaiezza festiva dei suoi abiti e la gravità ufficiale del suo viso. Indossava una leggera giacchetta grigia, un panciotto bianco e un cappello di paglia con un nastro grigio-azzurro. Il volto magro appariva scuro per il contrasto, e terminava in una barbetta nera che sembrava di taglio spagnolo ed evocava i colletti pieghettati dell’epoca elisabettiana. Fumava una sigaretta con la serietà di una persona in ozio. Nulla in lui faceva pensare che la giacchetta grigia nascondesse una rivoltella carica, che il panciotto bianco contenesse una tessera della polizia, e che il cappello di paglia ricoprisse uno dei più acuti cervelli d’Europa; infatti era Valentin in persona, il Capo della Polizia parigina nonché il più famoso investigatore del mondo, e veniva da Bruxelles a Londra a compiere il più grande arresto del secolo.
Flambeau si trovava in Inghilterra. La polizia di tre nazioni aveva seguito le sue tracce da Gand a Bruxelles, da Bruxelles a Hook, e si congetturava ch’egli avrebbe approfittato dell’insolita confusione dovuta al Congresso Eucaristico che si teneva allora a Londra. Probabilmente avrebbe viaggiato sotto le vesti di qualche impiegato addettovi. Ma, naturalmente, Valentin non poteva esserne certo: nessuno poteva essere certo di qualcosa quando si trattava di Flambeau.
Sono passati ormai molti anni dacché questo colosso della delinquenza smise improvvisamente di tenere il mondo in agitazione; e, quando si ritirò, ci fu, come si disse dopo la morte di Orlando, una gran calma sulla terra. Ma, ai suoi bei giorni (voglio dire brutti, naturalmente), Flambeau era una figura importante e internazionale come il Kaiser. Quasi ogni mattina il giornale annunciava che era sfuggito alle conseguenze di uno straordinario delitto commettendone un altro. Era un guascone di statura gigantesca e di grande audacia fisica, e si raccontavano le più incredibili storie circa le sue improvvise esibizioni di atletica: come voltò all’ingiù il Juge d’instruction, e lo lasciò ritto sulla testa «a chiarirsi le idee», e come corse per la Rue de Rivoli con un poliziotto sotto ogni braccio. Si deve però riconoscergli che la sua fantastica forza fisica era generalmente usata in scene incruente se pur indecorose; i suoi delitti erano principalmente ingegnose rapine. Ma ognuna costituiva un nuovo peccato, e farebbe un racconto a sé. Fu lui che mise in piedi la grande Compagnia delle Latterie Tirolesi a Londra, senza latterie, senza mucche, senza carri, senza latte, ma con migliaia di sottoscrittori che lui serviva con la semplice operazione di trasportare davanti alle porte dei suoi clienti le bottiglie del latte che stavano davanti alle porte degli altri.
Fu lui che mantenne una inspiegabile e intima corrispondenza con una fanciulla cui intercettavano tutta la posta, con lo straordinario sistema di fotografare i suoi messaggi infinitamente piccoli sulle lastre di un microscopio. Una travolgente semplicità era però la caratteristica di molti suoi esperimenti. Si diceva che una volta avesse ridipinto tutti i numeri di una strada nel cuore della notte solo per confondere un viaggiatore cui aveva teso un tranello. E certissimo che inventò una cassetta postale portatile che metteva agli angoli delle vie in sobborghi tranquilli, nella possibilità che qualcuno ci mettesse dentro dei vaglia. Inoltre, si sapeva che era un acrobata impressionante: nonostante la sua persona imponente, poteva saltare come una cavalletta e svanire fra gli alberi come una scimmia. Perciò il grande Valentin, quando partì per trovare Flambeau, sapeva benissimo che le sue avventure non sarebbero finite quando l’avesse trovato.
Ma come trovarlo? Su questo punto le idee del grande Valentin non erano ancora ben chiare.
C’era una sola cosa che Flambeau, nonostante tutta la sua abilità nel travestirsi, non poteva nascondere: la sua notevole statura. Se l’occhio esperto di Valentin avesse scorto un’alta fruttivendola, un alto granatiere, o anche una duchessa abbastanza alta, li avrebbe arrestati su due piedi. Ma in tutto il treno non c’era nessuno che potesse essere un Flambeau












