Erano quasi le sei. Pensai di ordinare una birra, uscire a sedermi su una sdraio lungo la piscina, e godermi un po’ il sole del tramonto.
Andai al bar, presi la birra, la portai fuori e mi misi a camminare nel giardino, verso la piscina.
Era un bel giardino, con prati, aiuole di azalee e palme alte. Il vento soffiava gagliardo fra le chiome delle palme, facendo sibilare e crepitare le foglie come se bruciassero. Si vedevano i grappoli di grossi cocchi color marrone che pendevano tra le foglie.
C’erano moltissime sedie a sdraio allineate attorno alla piscina. C’erano anche tavolini bianchi, e immensi ombrelloni dai colori vivaci, e uomini e donne abbronzati che se ne stavano seduti, qua e là, in costume da bagno. Nella piscina c’erano tre o quattro ragazze e una dozzina di ragazzi, impegnati nei tuffi, a fare un bel po’ di baccano e a lanciarsi l’uno con l’altro un pallone di gomma.
Rimasi ad osservarli. Le ragazze erano inglesi, ospiti dell’albergo. Dei ragazzi non sapevo niente, ma sembravano americani, e pensai che forse erano cadetti della Marina sbarcati dalla nave-scuola statunitense che, quella stessa mattina, aveva attraccato nel porto.
Mi avvicinai, sedetti sotto un ombrellone giallo, dove erano rimasti quattro posti liberi. Versai la mia birra, e mi sistemai comodamente, con una sigaretta.
Era molto piacevole starsene seduti in quel posto, al sole, con una birra e una sigaretta. Era piacevole anche osservare i bagnanti che si tuffavano nell’acqua verde della piscina.
I marinai americani stavano già intendendosela bene con le ragazze inglesi, anzi avevano raggiunto lo stadio nel quale si tuffavano e tiravano su le ragazze per le gambe.
Notai in quel momento un uomo basso, piuttosto anziano, che camminava svelto lungo il bordo della piscina. Indossava un completo di un bianco immacolato, e procedeva molto in fretta, a passi brevi, saltellanti, o meglio, sospingendosi in alto, sulla punta dei piedi, ad ogni passo. Portava un ampio cappello di Panama color crema. Avanzava saltellando lungo la piscina, guardando la gente e le sedie a sdraio.
Mi si fermò vicino, e mi sorrise, mostrando due file di denti molti piccoli, irregolari, un poco anneriti. Io, di rimando, gli sorrisi.
—Sscusi, prego — disse, — ma posso sedere qui?
—Certo — risposi. — Faccia pure.
Lui diede qualche colpetto allo schienale della sdraio e, per sicurezza, la ispezionò; poi sedette incrociando le gambe. Le sue scarpe bianche scamosciate avevano molti forellini per la traspirazione.
—Una bella sserata — disse. — Tutte belle ssere, qui in Giamaica.
Non capivo se il suo accento fosse italiano o spagnolo. Ma ebbi la netta sensazione che l’ometto fosse sud-americano. E vecchio, anche, se lo si guardava da vicino. Poteva essere sui sessantotto, o settant’anni.
—Già — dissi io, — è meraviglioso, qui.
—E chi sono, per favore, este persone? Non sono gente del nostro albergo. — Mi indicò i bagnanti che si trovavano nella piscina.
—Penso che siano marinai americani — risposi. — Sono americani che imparano a diventare marinai.
—Naturalmente ssono americani. Chi altri al mondo sa fare tanto rumore? Lei non è americano, spero.
—No — risposi. — Non lo sono.
Improvvisamente, uno dei cadetti ci si presentò davanti. Gocciolava acqua da ogni lato, e una delle ragazze inglesi se ne stava in piedi accanto a lui.
Queste sedie sono occupate? — domandò il ragazzo.
—No — risposi io.
—Le dispiace se mi siedo?
—Si accomodi.
—Grazie — disse. Aveva in mano un asciugamano. Quando si fu seduto, lo srotolò e ne estrasse un pacchetto di sigarette e un accendino. Offrì le sigarette alla ragazza, che rifiutò; poi le offrì a me, e io ne presi una. L’ometto disse:
—Grazie, no, preferisco fumare un ssigaro. — Tirò fuori un astuccio di coccodrillo, ne prese un sigaro, poi estrasse un temperino che racchiudeva un paio di forbicine e tagliò la punta del sigaro.
—Permette che glielo accenda? — Il ragazzo americano protese il suo accendino.
—Con questo vento, quello non funziona.
—Certo che funziona. Funziona sempre!
L’ometto si tolse dalle labbra il sigaro ancora spento, piegò la testa da un lato, e osservò il ragazzo.
—Ssempre? — disse lentamente.
—Certo. Non perde un colpo. Se lo adopero io, però.
L’ometto teneva sempre la testa un po’ piegata, e continuava a osservare il ragazzo. — Bene. Bene. Così lei dice che esto famoso accendino non sbaglia un colpo. È questo che lei dice?
—Senz’altro — rispose il ragazzo. — Come no?
Poteva avere diciannove o vent’anni; una faccia lunga, lentigginosa, ed un naso adunco, un po’ a becco d’uccello. Il suo petto non era molto abbronzato, e anche lì c’erano le lentiggini, e qualche ciuffetto di peli rossicci. Teneva l’accendino con la destra, pronto a farlo scattare. — Non perde un colpo — disse, e questa volta sorrise perché stava esagerando un pochino, di proposito. — Giuro che non sbaglia mai.
—Un momentino, sscusi. — La mano che reggeva il sigaro si alzò, con il palmo in fuori, come per fermare il traffico. — Ecco, ssolo un momentino. — Aveva una voce morbida, senza tonalità. Continuava a guardare il ragazzo.
—Vogliamo forse fare una piccola sscommessa? — Sorrideva al ragazzo. — Una piccola sscommessa se il suo accendino funzionerà o no?
—Certo, sono pronto a scommettere — rispose subito il ragazzo. — E perché no?
—Piace lei sscommettere?
—Certo, scommetto sempre.
L’ometto rimase in silenzio ed esaminò il suo sigaro. Devo dire che il suo modo di comportarsi non mi piaceva molto. Sembrava che da tutto questo stesse tentando di cavarci un utile, di mettere in imbarazzo il giovanotto, e nello stesso tempo avevo l’impressione che si stesse godendo un piccolo segreto privato, tutto suo.
Risollevò gli occhi, verso il ragazzo, poi disse lentamente: — Anche a me piace sscommettere. Perché non facciamo una bella sscommessa su esto accendino? Proprio una bella sscommessa.
—Un momento — ribatté il ragazzo. — Non posso permettermelo. Però scommetterò con lei un quarto di dollaro. Sono pronto anche a scommettere un dollaro, o qualsiasi tipo di valuta... qualche scellino, immagino.
L’ometto agitò di nuovo la mano. — Mi ascolti. Ora faremo qualcosa di divertente. Noi sscommettiamo, poi andiamo di sopra nella mia stanza dell’albergo, dove non c’è vento, e io sscommetto che lei non riuscirà ad accendere esto suo famoso accendino per dieci volte di seguito ssenza fare cilecca almeno una volta.
—Scommetto che ci riesco — disse il ragazzo.
—D’accordo. Benissimo. Facciamo la sscommessa, eh?
—Sicuro, scommetto un dollaro.
—No, no. Io dico una sscommessa molto più interessante. Sono un uomo ricco, e anche uno ssportivo. Mi dia retta. Fuori dell’albergo c’è la mia automobile. Automobile molto bella. Americana, del suo paesse. Una Cadillac...
—Eh, eh. Un momento. — Il ragazzo si stese all’indietro, sulla sdraio, e si mise a ridere. — È una posta troppo alta, per me. È una pazzia.
—Niente affatto. Lei fa funzionare il suo accendino per dieci volte di fila, e la Cadillac è ssua. Le piacerebbe avere esta Cadillac, sì?
—Certo che mi piacerebbe avere una Cadillac. — Il ragazzo continuava a ridacchiare.
—D’accordo. Perfetto! Noi facciamo sscommessa, e io metto in palio la mia Cadillac.
—E io cosa devo mettere in palio?
L’ometto tolse accuratamente la fascetta rossa al suo sigaro ancora spento. — Mai chiederò a lei, amico mio, di sscommettere qualcosa che lei non ha. Mi capisce?
—E allora, cosa devo scommettere?
—È una cosa molto facile per lei, sa?
—Va bene, è una cosa facile. E allora?
—È una cosina che si può permettere di dar via, se le succede di perdere la sscommessa, senza poi avere conseguenze troppo cattive. Capito?
—E cioè?
—Cioè, per esempio, il dito piccolo della sua mano sinistra.
—Che cosa?... — Il ragazzo smise di ridacchiare.
—Ssì, perché no? Lei vince, prende la macchina. Lei perde, mi prendo il dito.
—Non capisco. Che vuol dire, mi prendo il dito?
—Lo taglio via.
—Cavolo! È una scommessa da pazzi. Preferisco scommettere un dollaro.
L’ometto si appoggiò all’indietro, tese le mani con le palme verso l’alto, e scosse lievemente le spalle, con disprezzo. — Ecco, ecco — commentò, — proprio non capisco. Lei mi dice che si accende, ma poi non vuole sscommettere. Bene, non parliamo più, sì?
Il ragazzo rimase seduto, senza muoversi, fissando i bagnanti nella piscina. Poi, di colpo, si ricordò di non avere ancora acceso la sua sigaretta. Se la mise fra le labbra, fece coppa con le mani attorno all’accendino, e lo fece scattare. Lo stoppino mandò una fiammella gialla, stabile. Protetta dalle mani del ragazzo, il vento non la spegneva.
—Potrei avere anch’io un po’ di fuoco? — domandai.
—Diamine, mi scusi. Mi sono dimenticato che lei non aveva l’accendino.
Tesi la mano per prenderlo, ma il ragazzo si alzò, e venne lui stesso ad accendere.
—Grazie — dissi, e lui tornò al suo posto.
—Si diverte, qui? — domandai.
—Come no? — rispose. — È simpatico.
Ci fu un silenzio. Mi accorsi che l’ometto era riuscito a turbare il ragazzo con la sua assurda proposta. Il ragazzo, infatti, se ne stava seduto senza parlare, ed era evidente che in lui cominciava a crearsi una certa tensione. Poi cominciò ad agitarsi sulla sdraio, a strofinarsi il petto, a massaggiarsi la nuca, e finalmente posò entrambe le mani sulle ginocchia, mettendosi a tamburellare con le dita sulle rotule. Dopo un po’, prese a battere un piede.
—Mi lasci un po’ ripensare alla sua scommessa — esclamò infine. — Lei ha detto che possiamo andare nella sua stanza e, se io lo accendo per dieci volte di fila, vinco una Cadillac. Se anche per una sola volta non funziona, allora io le do in cambio il mignolo della mia mano sinistra. È così?
—Certo. Questa è la sscommessa. Ma penso che lei abbia paura.
—Cosa si fa, se perdo? Devo tenderle il dito perché lei me lo tagli via?
—Oh no, non sarebbe bello. E poi, lei potrebbe avere la tentazione di non tenderlo. Quello che io farei sarebbe di legare una mano sua, prima dell’inizio del gioco, alla tavola. Io sstarei là con un coltello, per tagliare il dito nel momento che l’accendino non funziona.
—Di che anno è la Cadillac? — chiese il ragazzo.
—Sscusi, non capisco.
—Di che anno... quanti anni ha, la Cadillac?
—Ah, anni? Sì. Dell’anno scorso. Una nuovissima macchina. Ma io vedo che lei non è uomo da sscommesse. Gli americani non lo sono mai.
Il ragazzo tacque per un momento, e diede un’occhiata alla ragazza inglese, e quindi a me. — Sì — disse con decisione. — Sono pronto a scommettere.
—Bene! — L’ometto batté le mani tranquillo. — Molto bene — ripeté. — Facciamo subito. E lei signore — disse rivolgendosi a me, — vorrebbe fare gentilmente... come si dice?... da arbitro? — Aveva occhi sbiaditi, quasi incolori, dalle piccolissime pupille nere e lucide.
—Be’ — dissi. — A me pare una scommessa pazzesca. Devo dirle che non mi piace molto.
—Non piace nemmeno a me — disse la ragazza inglese. Era la prima volta che
apriva bocca. — La ritengo una scommessa stupida, ridicola.
—Diceva sul serio — domandai, — quando parlava di mozzare il dito al giovanotto?
—Certo che parlavo sul serio. Ma ho anche intenzione sul serio di dargli la Cadillac, se lui vince. Venite, adesso. Andiamo nella mia stanza.
Si alzò, e disse al ragazzo: — Vuole mettersi addosso qualcosa, prima di cominciare?
—No, vengo così come sono. — Il giovanotto si rivolse a me: — Le sarei molto grato se venisse con noi, e facesse da arbitro.
—D’accordo — dissi. — Vengo anch’io, però a me questa scommessa non piace.
—Vieni anche tu — disse il giovane alla ragazza inglese. — Farai da testimone.
L’ometto ci guidò attraverso il giardino, fino all’hotel. Appariva animato, ora, eccitato, e l’eccitazione gli dava un’andatura ancora più buffa e saltellante.
—Abito in una dépendance — spiegò. — Vuoi prima vedere la macchina? È proprio qui fuori.
Ci accompagnò in un punto da cui si intravedeva la strada privata che portava all’ingresso principale dell’albergo. Si fermò, e ci indicò una lunga Cadillac verdina, parcheggiata non lontano.
—Eccola. Quella verde. Piace lei?
—Perdiana, è una bella macchina — ammise il ragazzo.
—Perfetto! Ora saliamo, e vediamo se lei sa vincere.
Lo seguimmo nella dépendance, e salimmo con lui una rampa di scale. Aprì la porta con la chiave, ed entrammo in quella che immediatamente si rivelò come un’ampia stanza a due letti, molto accogliente. Sulla sponda di un letto c’era una vestaglia da donna.
—Prima di tutto — disse l’ometto, — noi prendiamo un piccolo Martini.
Le bottiglie erano sul tavolino, in un angolo. Era tutto pronto per preparare un cocktail: uno shaker, del ghiaccio, molti bicchieri. L’ometto cominciò a preparare i Martini, ma intanto aveva suonato il campanello. Poco dopo, bussarono alla porta. Entrò una cameriera.
—Ah! — disse l’ometto mentre posava la bottiglia del gin per estrarre il portafoglio dalla tasca. — Lei dovrebbe fare qualcosa per me, prego, — continuò porgendo una sterlina alla ragazza.
—È per lei — continuò l’ometto. — E adesso cominciamo a fare un piccolo gioco, qua. Desidero che lei esca e trovi per me due... no, tre cose. Voglio dei chiodi; voglio un martello, e voglio un coltello da cucina, anzi, un coltello da macellaio, che lei può prendere in cucina. Può farlo, sì?
—Un coltello da macellaio! — La cameriera sgranò gli occhi e disse, congiungendo le mani: — Intende proprio un coltello da macellaio?
—Sì, sì, naturalmente. Adesso si sbrighi, prego. Sicuramente lei può trovare tutte queste cose, per me.
—Sì, signore. Farò del mio meglio, signore. Cercherò senz’altro di procurarglieli. — E se ne andò.
L’ometto porse i Martini a tutti noi. Restammo in piedi, a sorseggiarlo. Il ragazzo dalla lunga faccia lentigginosa e il naso a punta, a corpo nudo tranne i calzoncini da bagno di un marrone stinto; la ragazza inglese, un tipo biondo, ossuto, con addosso un costume da bagno celeste, al di sopra del suo bicchiere seguiva ogni mossa del ragazzo; con i suoi occhi sbiaditi, l’ometto nel suo impeccabile vestito bianco beveva il suo Martini e guardava la ragazza dal costume celeste. Io non sapevo proprio che cosa fare. L’ometto sembrava fare sul serio, riguardo la scommessa, e ancora di più riguardo la faccenda del dito da tagliare. E se il ragazzo avesse perso? Avremmo dovuto spedirlo immediatamente all’ospedale, proprio nella Cadillac che non aveva vinto. Davvero una cosa divertente! Ma era proprio divertente? In fondo era una storia stupida e senza scopo.
—Non pensa che si tratta di una scommessa piuttosto balorda? — dissi io.
—No — rispose il ragazzo, — per me è una bella scommessa.
—Io — dichiarò la ragazza, — penso che sia stupida e ridicola. Che cosa succede, se perdi?
—Non importa. Se ci penso bene, non ricordo di avere mai dovuto usare il mignolo della mano sinistra, in tutta la mia vita. Eccolo! — Il ragazzo si afferrò il mignolo. — Eccolo qua, e posso dichiarare che fino a oggi non ha mai fatto niente per me. Quindi, perché non dovrei scommetterlo? Credo proprio che sia una bella scommessa.
Sorridendo, l’ometto prese lo shaker e riempì di nuovo i nostri bicchieri.
—Prima di cominciare — disse, — voglio dare a... all’arbitro la chiave della macchina. — Estrasse dalla tasca una chiave, e me la porse. — Troverà il libretto e le carte dell’assicurazione nella tasca interna della macchina.
Rientrò la cameriera. In una mano aveva un coltello corto, di quelli usati dai macellai per tranciare gli ossi, nell’altra un martello e un sacchetto di chiodi.
—Brava! Lei ha portato proprio tutto. Grassie, grassie. Ora può andare.
Attese che la cameriera chiudesse la porta, poi depositò gli attrezzi sopra un letto e disse: — Ora ci prepariamo, sì? — Ed al ragazzo: — Mi aiuti, prego, a sspostare la tavola. Ssolo un pochino.
Era l’usuale scrittoio delle camere d’albergo, un tavolo rettangolare di oltre un metro sul lato più lungo, fornito di carta assorbente, inchiostro, penne e carta da lettera. Lo portarono in mezzo alla stanza, distante dal muro, e lo liberarono dell’occorrente per scrivere.
—E ora — disse l’ometto, — una ssedia. — Ne sollevò una, e la dispose al lato del tavolo. Era vivace, animatissimo, come una persona che organizzi i giochi in una festa per bambini. — Adesso i chiodi. Devo piantare i chiodi. — Li prese, e a colpi di martello prese a conficcarli sul ripiano del tavolo.
Restammo impalati a guardarlo, il ragazzo, la ragazza e io, mentre lui si dava da fare. Lo osservammo mentre conficcava due chiodi sul tavolo, a quindici centimetri l’uno dall’altro. Non li piantava fino in fondo, ma ne lasciava una breve sporgenza sopra il ripiano. Poi, con le dita, controllò che fossero ben saldi.
Chiunque capirebbe che quei lavoretti li ha già fatti altre volte, mi dissi. Non ha incertezze. Il tavolo, i chiodi, il martello, il coltello da macellaio. Sa esattamente che cosa gli serve e come sistemarlo.
—Adesso — riprese, — ci vuole un po’ di sspago. — Lo trovò. — Benissimo, finalmente siamo pronti. Vuole avere la cortessia di sedersi qui al tavolo? — disse al ragazzo.
Il giovanotto mise da parte il bicchiere, e sedette.
—Ora posi la mano sinistra fra questi due chiodi. Li ho messi qui soltanto per poter legare la sua mano al posto giusto. Perfetto! Ora lego per bene la mano al tavolo... così.
Avvolse lo spago attorno al polso del ragazzo, e quindi attorno al palmo, per diverse volte, e alla fine lo assicurò saldamente ai due chiodi. Eseguì un lavoro perfetto. Quando ebbe finito, il ragazzo non aveva ormai la minima possibilità di sollevare la mano dal tavolo. Però poteva ancora muovere le dita.
—Ora, prego, chiuda il pugno, però lasci libero il mignolo. Deve lasciare sporgere il mignolo, steso sul tavolo. Eccellente! Eccellente! Adesso ssiamo pronti. Con la mano destra, lei può manovrare l’accendino. Ancora un momento, prego.
Balzellò fino al letto, e prese il coltello da macellaio. Tornò, e si mise in piedi vicino al tavolo, con il coltello in mano.
—Tutti pronti? — domandò. — Signor arbitro, deve dare il via.
Il ragazzo sedeva tranquillo, con l’accendino nella mano destra, l’occhio rivolto al coltello.
—Lei è pronto? — chiesi al ragazzo.
—Sono pronto.
—E lei? — domandai all’ometto.
—Prontissimo — disse. Sollevò in aria il coltello da macellaio, a mezzo metro dal dito del ragazzo, pronto a mozzarglielo. Il ragazzo guardava il coltello, ma senza segni di agitazione. Le sue labbra erano immobili. Soltanto, sollevava le sopracciglia, e le aggrottava.
—Va bene — dissi. — Cominciamo.
Il ragazzo chiese: — Per favore, vuole contare a voce alta mentre faccio scattare l’accendino?
—Sì — risposi. — D’accordo.
Liberò, con il pollice, l’accendino dal suo cappuccio, e sempre con il pollice impresse un leggerissimo movimento alla rotellina. Dalla pietrina scaturì una scintilla, lo stoppino prese fuoco e bruciò con una fiammella giallastra.
—Uno! — gridai.
Non soffiò sulla fiamma. Abbassò il cappuccio dell’accendino, e aspettò circa cinque secondi prima di rialzano.
Poi impresse alla rotellina un movimento molto più forte del precedente, e ancora una volta la fiammella si sprigionò sullo stoppino.
—Due!
Nessun altro parlava. Il ragazzo teneva gli occhi fissi sull’accendino. L’ometto teneva il coltello in aria, e anche lui osservava l’accendino.
—Tre!
—Quattro!
—Cinque!
—Sei!
—Sette! — Evidentemente era un accendino che funzionava bene. La pietrina dava una grossa scintilla, e lo stoppino era della lunghezza giusta. Osservai il pollice che ritmicamente abbassava il cappuccio sulla fiammella. Una pausa. Poi il pollice
sollevava ancora una volta il cappuccio. Era un’operazione tutta di pollice. Faceva tutto il pollice. Tirai un lungo respiro, pronto a dire otto. Il pollice spostò la rotellina. La piastrina produsse la scintilla. La fiammella comparve.
—Otto! — gridai, e intanto la porta si aprì. Tutti noi ci voltammo. Ritta sulla soglia c’era una donna, una piccola donna dai capelli neri, piuttosto anziana, che rimase ferma per un paio di secondi, poi si precipitò verso di noi gridando: — Carlos! Carlos! — Afferrò il polso dell’ometto, gli strappò di mano il coltello e lo gettò sul letto; quindi prese l’ometto per il bavero della bella giacca bianca, e cominciò a scuoterlo con energia, parlandogli rapidamente, e a voce alta, irosamente, in una lingua molto simile allo spagnolo. Lo scuoteva tanto forte che l’ometto non lo si vedeva quasi più. Diventò una sagoma indistinta, confusa nella rapidità del movimento, come i raggi di una ruota che gira.
Poi la donna si placò, e l’ometto ridiventò visibile. Lei lo trascinò per la stanza, e lo sospinse all’indietro sopra uno dei letti. Lui rimase seduto sulla sponda del letto, sbattendo gli occhi e toccandosi la testa per vedere se fosse ancora sul collo: — Sono molto spiacente — disse la donna. — Sono terribilmente spiacente che sia successa questa cosa. — Parlava un inglese quasi perfetto. — Che brutto guaio! — riprese. — Temo proprio che sia colpa mia. Lo lascio solo per non più di dieci minuti, il tempo di andare a farmi lavare i capelli; ritorno, e me lo trovo ancora a combinare guai. — Sembrava veramente dispiaciuta, e preoccupata.
Il ragazzo, intanto, si stava slegando la mano dal tavolo. La ragazza inglese e io gli stavamo vicini, senza dire niente.
—Quest’uomo è una minaccia pubblica — disse la donna. — Laggiù, dove abitiamo noi, è riuscito a mozzare quarantasette dita a quarantasette persone diverse. E ha perso undici automobili. Alla fine hanno minacciato di farlo ricoverare da qualche parte. Ecco perché l’ho portato qui.
—Stavamo solo facendo una piccola sscommessa — mormorò lui dal letto.
—Immagino che avrà scommesso un’automobile — disse la donna.
—Sì — rispose il ragazzo. — Una Cadillac.
—Lui non ha nessuna automobile. Quella è mia. Il peggio è che lui metterebbe come posta addirittura un essere umano, se non ha niente con cui scommettere. Mi vergogno, e vi chiedo veramente scusa. — Sembrava proprio una donna come si deve.
—Bene — dissi io — allora ecco qua le chiavi della sua macchina. — E le posai sul tavolo.
—Stavamo solo facendo una piccola sscommessa — farfugliò di nuovo l’ometto.
—Non gli è rimasto più niente, per le scommesse — disse la donna. — Non ha più una sola cosa al mondo. Proprio niente. Infatti sono stata proprio io, a vincergli tutto quello che possedeva, diversi anni fa. C’è voluto del tempo, parecchio tempo, ed è stata una faticaccia. Ma alla fine gli ho vinto tutto. — Guardò in viso il ragazzo e sorrise, un sorriso lento e malinconico, poi si avvicinò al tavolo e tese la mano per prendere le chiavi.
La vedo ancora, quella sua mano: le erano rimasti solo un dito e il pollice.
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