sabato 28 marzo 2026

Sulle strade della California


Stati Uniti, 1973 / Joseph Waubaugh

Creata da un ex ufficiale di polizia di Lo Angeles, Joseph Waubaugh, che ha scritto anche numerosi romanzi polizieschi come I nuovi centurioni e Marmo nero (ha incominciato a scrivere quando era ancora in servizio, dopo aver seguito un corso di "scrittura creativa"), questa serie senza personaggi fissi dipingeva tanto il lato professionale quanto quello umano nel lavoro di polizia. 

 


Ispirandosi alla propria esperienza diretta oltre che ai romanzi sull'87° Distretto (tanto che a metà degli anni Settanta Ed McBain ha addirittura denunciato per
plagio la società produttrice), Police Story, questo il titolo originale della serie, andata in onda per un centinaio di episodi dal 2 ottobre 1973 al 23 agosto 1977, era un prodotto realistico e molto curato, con tanta azione e numerosi stunt men, ma
l'assenza di personaggi fissi ai quali i telespettatori potessero affezionarsi ha portato infine alla sua soppressione.


Può essere curioso ricordare che i pilot di Joe Forrester e di Police Woman, incentrato sulle vicissitudini della sensuale Pepper Anderson, sono stati tra messi proprio nell'ambito di questa serie.
 

venerdì 27 marzo 2026

Marco e Dida Paggi: L’ultimo piacere di Andrea Sperelli


L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma.
Le stanze di palazzo Zuccari andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino: i fiori entro quella prigione diafana parean quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’ amore. Il legno di ginepro ardea nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettativa lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. I tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora di intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumular gran pezzi di legno sugli alari. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, parea sorridere da tutte le giunture, da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della. metamorfosi favoleggiata.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le imagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona,
togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato.
Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
«Quale atto io farò accogliendola? Quali parole io le dirò?» Egli si smarriva mentre i minuti fuggivano. Egli non sapeva già con quali disposizioni Elena sarebbe venuta.
Mancavano due o tre minuti all’ora. L’ansia dell’aspettante crebbe a tal punto ch’egli credeva di soffocare. Andò alla finestra, di nuovo, e guardò verso le scale della Trinità. Elena, un tempo, saliva per quelle scale ai convegni. Mettendo il piede sull’ultimo gradino, si soffermava un istante; poi traversava rapida quel tratto di piazza ch’è d’innanzi alla casa dei Casteldelfino. Si udiva il suo passo un poco ondeggiante risuonare sul lastrico, se la piazza era silenziosa.
L’orologio batté le quattro. L’aria diveniva rigida, come più s’appressava il tramonto. La città, in fondo, si tingeva d’oro, contro un cielo pallidissimo sul quale già i cipressi di Monte Mario si disegnavan neri.
Andrea trasalì. Vide un’ombra apparire in cima alla piccola scala che costeggia la casa dei Casteldeffino e discende sulla piazzetta Mignanelli. Non era Elena.
S’ella non venisse? dubitò, ritraendosi dalla finestra. E, nel ritirarsi dall’aria fredda, sentì più molle il tepore della stanza, più acuto il profumo del ginepro e delle rose, più misteriosa l’ombra delle tende e delle portiere. Pareva che in quel momento la stanza fosse tutta pronta ad accogliere la donna desiderata.
Allora cominciò nell’aspettante una nuova tortura. Gli spiriti acuiti dalla consuetudine della contemplazione fantastica e del sogno, poetico danno alle cose un’anima sensibile e immutabile come l’anima umana.
Andrea vide nell’aspetto delle cose riflessa l’ansietà sua. Pareva all’amante che ogni forma, che ogni colore, che ogni profumo rendesse il più delicato fiore della sua essenza, in quell’attimo. Ed ella non veniva! Ed ella non veniva!
Eran quasi le cinque meno un quarto.
Dopo un poco, egli udì su per le scale un passo, un fruscìo di vesti, un respiro affaticato. Certo, una donna saliva. Tutto il sangue gli si mosse con tal veemenza, che, snervato dalla lunga aspettazione, egli credeva di smarrire le forze e di cadere. Ma pure udì il suono del piede femminile sugli ultimi gradini, un respiro più lungo, il passo sul pianerottolo, su la soglia.
Ella stava in piedi su la soglia, ansando ancora sotto il velo nero.
— Elena! — chiamò a voce bassa, non potendo più vincere la struggente passione che gli gonfiava il cuore. Le nudo il polso, insinuò le dita nella manica... Mio Dio! I suoi nervi dovean essere così estenuati che certamente secondavano ogni disordine della fantasia: non era Elena!
Non potea esser d’Elena quella pelle scagliosa ed irta, che, cangiando, prendeva qua e là un diffuso luccicore metallico, un color pallido d’argento misto del colore verdiccio d’un limone maturo, facendosi indi cinerina come per corruzione.
Non potea esser Elena quella creatura dai lunghi occhi rosseggianti segnati d’una trama di vene glauche, quasi pavonazzi contro il rossor fosco delle scaglie. Le troppe membra della creatura si agitavano convulse, sinistre come le insegne della morte.
— Elena! Tu sei dunque così mutata?
Dalla bocca ambigua, enigmatica, sibillina, la bocca delle infaticabili ed inesorabili bevitrici d’uomini, uscì una voce dal timbro singolare, un po’ stridula, mista a vapori sanguigni e maligni.
— Molto mutata! Io non son più tua; io non potrò essere tua più mai. Bisogna ch’io vada.
— No, ascoltami...
— Taci! Taci! Io non debbo più ascoltarti. Non voglio. Hai inteso?
Andrea non si mosse. Ella prendendo le tempie di lui fra le sue mani gli sollevò la fronte, lo costrinse a guardarla negli occhi. L’ambiguità suscita l’inquietudine nello spinto che si compiace delle cose oscure. Dinanzi a quella donna a cui un tempo l’aveva stretto mia così alta passione, in quel luogo dov’essi avean vissuto la loro vita più ardente, Andrea sentiva a poco a poco tutti i suoi pensieri vacillare, dissolversi, dileguarsi.
Tutte le memorie dell’amor passato risorgevano nel suo spirito, ma senza chiarezza, e gli davano un’impressione incerta ch’egli non sapeva se fosse un piacere o un dolore.
Parvegli ch’ella, nonostante tutto, portasse in sé l’ultimo alito de’ ricordi già spirati, l’ultima traccia delle goe già scomparse, l’ultimo risentimento della felicità già morta; qualche cosa di simile a un vapor dubbio da cui emergessero imagini senza nome, senza con- torno, interrotte. E sentì un’onda ineffabile attraversarlo da capo a piedi.
— Io ti desidero come non mai!
Si ritrovarono l’uno di fronte all’altra, pallidi, ansanti, scossi da un terribile tremito, guardandosi negli occhi mutati, avendo negli orecchi il rombo del loro sangue, credendo di soffocare.
Ella mormorò, con voce un po’ roca, senza sorridere: — Moriremo.
E nel tempo medesimo, con impeto concorde, si strinsero, si baciarono.
Lo stupendo mostro l’allacciava, lo teneva tutto palpitante, simile a una preda.
E mentre i tentacoli di lei, materia viscida e, fredda, aderivano come vischio tenace al suo cuore; mentre tutto il suo passato, tutto il suo presente, si dissolveano; mentre sentiva l’anima sua entrar dolcemente nella morte e come una spoglia fragile s’abbandonava ansante all’abbraccio, pensò ch’ella era pur così bella per lui, per lui solo!
Ed anche pensò, spirando: è un piacere non mai provato!
 

Progressive Spin, puntata 41, 26 marzo 2026



Dave Spock - The Telepath
The Dear Hunter - Sunya
Crown Lands - Apocalypse
Sentimental Mercenaries - Leon




 

giovedì 26 marzo 2026

Agatha Christie - Il caso della moglie di mezz'età

 



SNMN, puntata 41, 25 marzo 2026



Pia Tuccitto - Ciao Amore
Francesco Rampino - Sentirsi Bene
Mazyopera - America
Alice Caronna - Merito Tutto
Magazzini Musicali - Male Male Molto Male, Anzi... Malissimo
Rose - Parole Nelle Dita
Awake Tomorrow - Screams
Azzurro & Nina Blom - Fotografia
CarroBestiame - Aquiloni
Gringo goes to Hollywood - Una Donna
Sandri - Cose esplose
Tundra - Unicellulare


 

mercoledì 25 marzo 2026

Alexander Borodin






 

Lee Correy: Operazione Centauro, N.75



Mai la definizione di fantascienza è stata tanto azzeccata quanto per questo interessante racconto che, partendo da plausibili, quando non siano note, basi scientifiche, sale nelle più ardite regioni della fantasia, fin dove l'uomo ora non osa neanche pensare di giungere: alle stelle. Walt Hansan, protagonista del libro, e il suo amico Don, sono due simpatici giovani cadetti appena diplomati dall'Accademia Schiaparelli, di Marte: anno 2150! E quando credono che per loro abbia inizio un periodo di vacanze, dopo aver ottenuto il diploma, ecco che sono, per misteriosi motivi, richiamati sulla Terra. All'arrivo il mistero è svelato: sono stati scelti a far parte del personale addetto alla realizzazione del più ardito progetto mai escogitato dall'uomo: la costruzione di un apparecchio che vien battezzato nave-stellare perchè è destinato appunto ad arrivare fino a quelle remote regioni dello spazio, che, secondo le attuali teorie scientifiche, sono considerate irraggiungibili dall'uomo. Ma il fisico Hansman, padre di Walt, ha eleborato una teoria che, attuata, permette all'uomo di superare la velocità della luce. E allora seguiamo la costruzione della nave stellare, il drammatico collaudo su Plutone, la partenza per l'Operazione Centauro, l'arrivo sul lontanissimo pianeta, così remoto e tanto uguale alla vecchia Terra. Ma le emozioni non sono finite: chi sono i misteriosi civilissimi Ainsath, i giganti di bronzo che popolano il pianeta? Non vogliamo togliere al lettore la sorpresa rivelandoglielo ora, vorremmo però scommettere che non sarebbe mai capace di indovinarlo. E siamo anche pronti a scommettere che non dimenticherà tanto facilmente il coraggioso, semplice Walt, l'intelligente dottor Hansman, il capitano Garver, che ha qualcosa dei vecchi pirati, la dolce Marge...e, non ultimo, Cosmo, il gatto di bordo, importante e divertente personaggio di questo intelligente libro.
 

lunedì 23 marzo 2026

Roberto Roganti: Quiz mortali all'Abbazia di Nonantola



Prima di entrare nel cuore del libro, ci racconta qualcosa di lei? Chi è l’autore dietro queste pagine?
Un povero vecchietto mi verrebbe da dire. In effetti il prossimo anno sono settanta, cribbio. Mentalmente non me li sento, ma fisicamente sto perdendo colpi. La mia biografia ve la evito, potrei scrivere per un anno, comunque ex studente di medicina indirizzato verso la cardiochirurgia, poi massaggiatore fisioterapista e alla fine dei giochi quasi dipendente INPS, quando l’ente si deciderà a pagarmi le noccioline della mia pensione. 
Per il resto, per quello che interessa a voi, ho sempre avuto la propensione a scrivere, parlare molto meno a causa di una notevole timidezza, ma solo una ventina di anni fa sono scoppiato. Prima, quando ci vedevo ancora bene, grande lettore soprattutto di thriller, polizieschi e gialli; ora, tra la dislessia, la diplopia e il delirium tremens delle mani, da schiacciamento cervicale, fatico a reggere un libro in mano e mi dedico al computer. Ho iniziato attorno al 2007 con recensioni di ristoranti, poi sono passato alla poesia, prima in lingua e poi in vernacolo; nel frattempo mi dedicavo anche ai racconti. Quando ha iniziato a scemare la verve poetica, mi sono accorto che i miei raccontini viaggiavano sul treno del giallo/thriller, così, di riffa e di raffa, ne ho scelto uno che mi ispirava, Mors tua, vita mea, e mi sono chiesto cosa ci voleva mai a trasformare tre pagine in un giallo di almeno un centinaio. Paf, detto fatto ed iniziata la mia avventura. Insomma, ho mollato i versi e ho abbracciato… la morte! Beh, mi sono creato un personaggio, un alias, che fa il becchino e aiuta la polizia a risolvere i casi delittuosi.
Ok, mi fermo qui, sennò non finisco più…


Questo è il suo debutto editoriale, oppure ha già pubblicato altre opere? Se sì, quali?
Intanto non sono di primo pelo, ma neanche di secondo. Dai miei albori ad oggi, tra autopubblicazioni e altre case editrici, ho all’attivo un discreto carnet: 22 pubblicazioni da solo e 14 partecipazioni ad antologie. Con la casa editrice Balzano sono alla quinta uscita: Morte al Villaggio Giardino, Misfatto indigesto al Bulldog, L’inutile strage, Teatroci o morte e, appena uscito, Quiz mortali all’Abbazia di Nonantola. Devo fare una precisazione. Ne pubblico più di uno all’anno, perché ho fatto i conti e non so se avrò abbastanza anni da vivere per pubblicarli tutti, perché oltre a quelli già scritti che vengono risistemati, ne scrivo di nuovi… ho una testa che pare un Minipimer con il turbo. 


A quale genere appartiene questo libro e cosa lo caratterizza maggiormente?
Solito genere che ormai imperversa nella mia capoccia: il giallo. A volte potrà essere poliziesco, ma sempre lì siamo, c’è il o i morti, c’è un’indagine, c’è il becchino, c’è la polizia e un assassino o assassina. Devo però dire che cerco di non essere troppo pesante, infatti le trame sono fantasiose, giallo sì ma con risvolti rosa, si parla di storia, di enogastronomia e anche toponomastica stradale… ci metto di tutto, anche battute spiritose.


Ha mai pensato di cimentarsi in temi o argomenti diversi da quelli trattati qui?
Già fatto, ma qui mi trovo a mio agio. Dopo la poesia ho sperimentato la enogastronomia, per la precisione scrivere recensioni di ristoranti, racconti più o meno biografici, poesie tematiche, dialetto… certo se ci penso, forse un genere che ho sempre evitato il romance, perché proprio non mi piace.


Restando sul libro, può parlarcene senza rivelare troppo? Una piccola anticipazione senza spoiler.
A Nonantola c’è una radio web particolare dislocata nella torre dei Bolognesi. Durante una trasmissione, dove c’è scambio telefonico con gli ascoltatori, un tale recita una filastrocca dove conclude che ci sarà un morto. E il giorno dopo all’interno dell’Abbazia viene trovato il cadavere di un ministrante. Grogghino, il mio personaggio, viene incaricato di seguire il caso in quanto anche lui speaker della stessa radio. Così tra storie strane, depistaggi e filastrocche, i morti aumentano, sono sempre ministranti e i cadaveri sempre nella zona della cattedrale. Alla fine il caso verrà risolto, ma ci sarà una nota rosa, Grogghino conoscerà una ragazza e se ne innamorerà. 


Com’è stata finora la risposta del pubblico? Si sente soddisfatto dell’accoglienza ricevuta?
Beh, il libro è appena uscito, ma sono già stato intervistato a una radio, RadioAttiva Nonantola per fare un po' di pubblicità. Ho in programma alcune presentazioni e penso che le soddisfazioni arriveranno, anche perché io ormai ho il mio pubblico, sia locale che sparso per lo stivale.


Sta già lavorando a nuovi progetti, oppure preferisce fermarsi un momento dopo questa pubblicazione?
Non mi fermo mai. Per Natale è previsto un double, due avventure assieme, perché si concatenano, sempre con il mio personaggio.
Poi c’è una storia diversa, scritta a quattro mani con l’amico e collega Federico Berlioz, dove inserirò un personaggio nuovo.


Se ha già iniziato una seconda stesura o un nuovo manoscritto, può lasciarci qualche accenno?
Il titolo di quello natalizio probabilmente sarà Grogghino in un cul-de-sac; due gialli che mostrano il protagonista invischiato in storie che si concatenano per un sottile particolare: il primo termina con una mia proposta di nozze, il secondo inizia con un cadavere nel ristorante dove ho festeggiato le nozze.
Invece quello a quattro mani, che dovrebbe vedere la luce all’inizio del 2027, introdurrò un nuovo personaggio, tal Gildo Barcieri, un medico legale non troppo legale, un dottor morte che lavorerà per chiunque gli offra cadaveri da sezionare.


Perché ha scelto proprio la casa editrice Balzano Editore? Cosa l’ha convinto?
È stato un caso. Ormai ero votato all’autopubblicazione, quando un amico e collega modenese mi parla di questa casa editrice e mi dice che ha parlato di me con l’editore. E quello mi telefona, devo ammettere, amore a prima telefonata, amore platonico, eh, non esageriamo, con i tempi che corrono… Telefonata esaustiva e accordo immediato. Per altro mi sono pure offerto di fargli da editor… e così il nostro rapporto è decollato.


Come valuterebbe il servizio ricevuto durante tutto il percorso verso la pubblicazione?
Purtroppo non posso esprimermi, perché io sono brutalmente coinvolto, nel senso che faccio parte dell’ingranaggio delle pubblicazioni della casa editrice. Diciamo che, nella mia posizione, sono avvantaggiato, in quanto il prodotto che offro generalmente alla stampa è quasi perfetto; intendiamoci, il refuso è sempre in agguato e nessuno di noi è il dio che li scova tutti. Ad ogni modo essendo io quello che sistema, prepara e abbellisce i manoscritti per far fare bella figura sul mercato, non posso sputare nel piatto dove mangio e ritengo che il lavoro che stiamo facendo io e la mia amica/collega del marketing, Elisa Rubini, stia diventando importante per la promozione e la valorizzazione della casa editrice e del nostro boss Alessandro Balzano, davanti al quale mi inchino… sono un po’ ruffiano?


Matt Haig: Vita su un pianeta nervoso; di Elisa Rubini



Trama

E se il mondo in cui viviamo fosse congegnato per renderci infelici?
E se invece potessimo fare qualcosa al riguardo?
Il mondo ci sta confondendo la mente. Aumentano ondate di stress e ansia. Un pianeta frenetico e nervoso sta creando vite frenetiche e nervose. Siamo più connessi, ma ci sentiamo sempre più soli. E siamo spinti ad aver paura di tutto, dalla politica mondiale al nostro indice di massa corporea.
Come possiamo rimanere lucidi su un pianeta che ci rende pazzi? Come restare umani in un mondo tecnologico? Come sentirsi felici se ci spingono a essere ansiosi?
Dopo anni di attacchi di panico e ansia, queste domande diventano questione di vita o di morte per Matt Haig. Che inizia a cercare il legame tra ciò che sente e il mondo intorno a lui. Vita su un pianeta nervoso è uno sguardo personale e vivace su come sentirsi felici, umani e integri nel ventunesimo secolo.


Mio parere

La prima sensazione che questo libro lascia addosso è una corrente leggera che attraversa il torace. Non è una promessa di cambiamento. Non è un insegnamento mascherato. È un contatto diretto con la parte più vulnerabile del vivere moderno. Quella parte che nessuno ammette volentieri. Quella che ogni giorno prova a resistere alla pressione continua dell'ambiente, del rumore, delle richieste costanti.

Vita su un pianeta nervoso colpisce perché non tratta il malessere come un enigma da risolvere. Lo tratta come una condizione reale che appartiene a chiunque abbia un corpo e una mente immersi in un mondo che non conosce tregua. Non c'è un tono tecnico. Non c è una postura da esperto. C'è una voce che parla con sincerità e ti permette di osservare te stessa con più calma, come se un velo si sollevasse e tu potessi finalmente guardare la tua stanchezza con meno giudizio.
La scrittura di Matt Haig è composta da un ritmo che non corre e non rallenta. Si muove in modo naturale. Ti porta a riflettere su quanto la modernità abbia trasformato la mente in una spugna che assorbe informazioni senza avere il tempo di espellerle. Ti spinge a riconoscere che la connessione continua non è un semplice accessorio della vita. È un elemento che modella il sistema nervoso, lo strattona, lo carica di stimoli che non finiscono mai. E questa consapevolezza non arriva con violenza. Arriva con delicatezza e precisione.

Il valore più profondo del libro nasce dal modo in cui l'autore parla della fragilità. Non come difetto. Non come ostacolo. Ma come una forma naturale di intelligenza emotiva. Una sensibilità che permette di percepire ciò che un mondo frenetico vorrebbe ignorare. Leggendo, si comprende che la vulnerabilità non è qualcosa da cancellare. È un punto di contatto. È un luogo dove riposare. È una parte della vita che chiede spazio invece di essere soffocata.
Chi pratica o ama la mindfulness riconosce subito la filosofia di fondo. Non c è nulla di forzato. Non c'è la promessa di un cambiamento immediato. C'è un invito a rallentare, a osservare, a respirare con più attenzione. Non come tecnica esterna. Ma come modo di stare nel mondo. La consapevolezza diventa un occhio che guarda ciò che accade dentro e fuori senza creare conflitto. È l'idea che la pace non è assenza di stimoli ma capacità di scegliere quali stimoli meritano di essere accolti.
Questo libro offre una cosa che pochi testi contemporanei riescono a dare. Una compagnia silenziosa. La sensazione di avere accanto qualcuno che non giudica, non corregge, non pretende. Le pagine funzionano come un dialogo intimo. Ti permettono di riconoscere che la fatica che porti addosso non è segno di debolezza ma risultato di una relazione complessa con un mondo che costringe il corpo a un attenzione costante.

La forza di questo libro non deriva da una struttura narrativa. Deriva dalla sua onestà. L'autore non si finge immune alla fatica. Non costruisce la figura di chi ha capito tutto. Al contrario. Apre la porta alle sue stesse difficoltà. Le mostra senza vergogna. Le usa come strumenti per creare connessione. È questo che rende il testo autentico. È questo che permette al lettore di riconoscersi senza paura di essere giudicato.
Man mano che si procede, emerge una riflessione costante sulla necessità di recuperare un ritmo umano. Non un ritmo basato sulle scadenze. Non un ritmo modellato sulle richieste della tecnologia. Un ritmo che assomiglia di più al battito naturale, a una presenza costante che non ha bisogno di correre. Un ritmo che appartiene alla vita e non al mercato dell'attenzione.

Vita su un pianeta nervoso è un invito a ricordare che prima di tutto siamo esseri viventi. Non algoritmi. Non sistemi chiusi. Non contenitori di notifiche. Siamo corpi che respirano. Siamo emozioni che cercano un posto sicuro. Siamo persone che hanno bisogno di silenzio tanto quanto hanno bisogno di ossigeno.
E quando un libro riesce a restituire questa verità con una voce limpida e umana, significa che ha fatto esattamente ciò che promette. Ha riportato la mente al suo centro. Ha dato spazio a ciò che troppo spesso viene ignorato. Ha permesso di vedere la fragilità come una forma di forza.

Questo non è un libro che ti chiede di cambiare. È un libro che ti ricorda che puoi finalmente essere come sei senza combatterlo ogni giorno.