venerdì 20 marzo 2026

Larry Eisenberg: Io e la mia ombra


Stavo pranzando con Duckworth all’esclusivo Club della facoltà, quando arrivò Dominic Foglio, trascinando faticosamente i suoi bei tratti napoletani molto tesi. Si avvicinò con aria distrutta alla tavola calda e indicò le portate distrattamente.
— Dom è un grande scienziato — disse Duckworth, chinandosi verso di me con aria confidenziale. — Ed è anche uno dei principali maniaco-depressivi dell’università. Nella fase maniacale è capace di risolvere i più intricati problemi. Ma quando è depresso, riesce a far sembrare un disastro totale, anche la vincita del premio Nobel.
— Mi pare che stia venendo dalla nostra parte — dissi sottovoce.
Infatti così era.
— Signori, potete sopportare la compagnia di un vecchio fallito? — chiese Dominic, appoggiando il vassoio sul nostro tavolo, e calando cautamente il suo posteriore su una sedia.
Con una smorfia, si appoggiò al sedile.
— Allegro, Dom — disse Duckworth. — Il mondo non sta finendo
— Non scommetterei il mio coccige su questa probabilità — disse Dominic. — Le mie emorroidi stanno giocando a palla con i recettori del dolore, e anche un inverno nucleare mi sembrerebbe un sollievo. Se ci aggiungete due anni di esperimenti falliti, potrete capire perché guardo le facce sorridenti con profondo disgusto.
Smorzai rapidamente il mio sorriso, cercando di assumere un’aria cupa.
Duckworth non fece alcun tentativo per sopprimere il suo, e continuò a mangiare con gusto il vitello alla parmigiana, nonostante il disastro che un cuoco incompetente aveva combinato con quell’ottima carne.
— Se solo avessi qualche idea sulle ragioni per cui mi trovo in un vicolo cieco — disse Dominic. — Le mie cellule embrioniche sembrano in perfetto ordine, e l’amplificatore sensoriale funziona alla perfezione. Che sia il vetro degli elettrodi?
— Si sentono tante, storie sugli elettrodi — dissi io.
— Bah, al diavolo — disse Dominic. — Sono tutte chiacchiere, comunque. Certe volte penso che sarebbe meglio se fossi uno stregone, in qualche giungla dimenticata da Dio.
Più tardi, Duckworth mi spiegò qualcosa degli esperimenti di Dominic. — Sta

Progressive Spin, puntata 40, 19 marzo 2026


Soft Machine - Open Road
Floating Nest - Re-Connection
Different Strings - The cuckoo's nest
Argos - A Farthing As Reward
Przemysław Rudź & Roman Odoj - Two Faces of Autumn




giovedì 19 marzo 2026

Cornell Woolrich - Per L'Ultima Volta, Kathleen






 

SNMN, puntata 40, 18 marzo 2026



Varego - Lo Schifoso
Side 74 - Stronza Nostalgia
The Lizards - Hide Me
Keblema - Dubbi
OnlyFuzz - Forever Again
Lady Nemesis - Il filo rosso mi ha sfiorata
PSICO4TTRICE - I primi baci al cimitero
Black Ball Boogie - Judy Lee
The Austen - The Same
Sikna - Crazy Muppets
Eric de Martini - Stasera è Magica
Bandeep - Canta che te passa
LeOssApowerII - May-Be a Flower
Ivan Segreto - Anima Celeste



 

mercoledì 18 marzo 2026

Ravi Shankar

 

(Varanasi, 7 aprile 1920 – San Diego, 11 dicembre 2012)

Nato nel 1920 a Benares, la città indiana sacra agli induisti meglio conosciuta come Varanasi, Ravi Shankar proviene da una famiglia benestante e da sempre devota all’arte. Gli Shankar erano, infatti, una famiglia di bramini bengalesi: membri della casta più alta in India, arrivavano dal Bengala, una zona dell’India orientale che ha dato i natali a moltissimi poeti, filosofi e cineasti. Il fratello maggiore è un riconosciuto ballerino e coreografo (lavorò anche con Anna Pavlova) e molto presto Ravi entra a far parte del suo corpo di ballo. Insieme a lui inizia a viaggiare e viene a contatto con l’Europa e l’Occidente, scoprendone il cinema e la musica classica, ma anche il jazz.

Durante l’adolescenza, però, si avvicina sempre di più al sitar, capendo di volersi dedicare completamente alla musica. Terminati gli studi, iniziano le prime composizioni per balletti e film: in quegli anni scrive colonne sonore per Satyajit Ray, giovane cineasta bengalese che diverrà uno dei più grandi autori cinematografici indiani del Ventesimo secolo. Incide per la casa discografica inglese HMV con filiale in India e la sua musica incomincia a varcare i confini indiani: si esibisce alla Royal Festival Hall in Inghilterra; inizia a insegnare a musicisti jazz americani come John Coltrane (che chiamerà il figlio Ravi in onore del suo grande maestro) e Don Ellis; registra con il violinista americano Yehudi Menuhin e con Philip Glass. E via via, il suo nome incomincia ad essere conosciuto in tutto il mondo come quello di un grande ambasciatore della musica.

Dopo aver contribuito a introdurre nuove sonorità in Revolver, album del 1966 dei
Beatles in cui il sitar compare una delle sue prime volte, Ravi Shankar sembra quasi il candidato perfetto (a metà strada fra guru e portavoce) del movimento hippy, che vedeva nell’India una terra promessa. Per questo motivo viene
invitato a partecipare a Festival come quello di Monterey, in California, e nel 1969 a Woodstock, insieme a Jimi Hendrix che, in quell’occasione, incendia la chitarra sul palco. Ravi non si tira certo indietro ma, negli anni successivi, ammetterà che non era proprio il suo mondo e che quello di Jimi Hendrix era stato “il più grande sacrilegio possibile”.

Anche la sua vita privata è stata piuttosto movimentata: tre mogli, molte fidanzate e un numero ancora più elevato di amanti. Lui stesso, nella sua autobiografia Raga Mala. La mia vita, la mia musica ammette che quando vedeva una donna appena piacente se ne innamorava e faceva di tutto per conoscerla, salvo poi pentirsene dato che era fidanzato con altre due o tre o era già sposato. Da una di queste avventure occasionali, quella con l’organizzatrice di concerti Sue Jones, nel 1979 è nata Norah Jones, mai riconosciuta, affermata cantautrice americana.

L’11 dicembre 2012 Ravi Shankar si è spento a 92 anni a San Diego, lasciando una testimonianza straripante così nella vita come nella musica: 6 corde per noi, 18 per lui…

Fu George Harrison, con cui collaborò negli anni settanta, a dargli il nomignolo di Godfather, durante un'intervista ("Ravi Shankar is the Godfather of World Music"). Nel 1961 avvenne la première a Nuova Delhi di Samanya Kshati, balletto di sua composizione e soggetto dello stesso Shankar.

Sinfonia
Nella sua Sinfonia Ravi Shankar esplora questa passione utilizzando gli strumenti tradizionali di una grande orchestra occidentale. Lo schema delle note del sitar viene poi trasmesso agli altri strumenti dell'orchestra.
Il ritmo suonato sulle tabla o sui tamburi viene ripartito tra diversi strumenti orchestrali, come lo xilofono e i corni francesi. Qui Shankar chiede ai suonatori di cantare un tala usando le sillabe dei tamburi indiani (una prima volta per un'orchestra occidentale).

Il sitar e l'orchestra suonano melodie basate su un raga (uno schema o una selezione di note che costituiscono la base di una composizione) ispirate al popolo Banjara dell'India.
Shankar prende anche i tala (cicli ritmici) che normalmente verrebbero eseguiti sulle tabla o sui tamburi e li distribuisce tra diversi strumenti orchestrali, come lo xilofono e i corni francesi.
Il risultato è che sentiamo l'orchestra in un modo nuovo e sorprendente. Fondendo le tradizioni classiche dell'India e dell'Europa, Shankar è riuscito a creare un brano edificante e unico.
Due delle idee chiave della musica classica indostana (raga e tala) si ritrovano nel finale della Sinfonia.


Kay Strahan: La fattoria del deserto, n.75




L’investigatrice Lynn MacDonald arriva suppergiù a due terzi della storia scendendo da un treno tutta vestita a puntino come se “l’avessero colta da poco in qualche ridente giardino californiano e trasportata fin qui sotto giaccio”, Piuttosto alta “di forme piene e arrotondate”, occhi di un grigio schietto, capelli di un “rosso tizianesco e dorato che faceva pensare a un tramonto di sole”. Splendida, fresca, disinvolta. Così la vede chi narra la vicenda in prima persona, ambientata nella Fattoria del Deserto del Nevada, ovvero Mary Magin, cuoca e governante della suddetta. Deve risolvere due casi di omicidio e di un suicidio che hanno sconvolto la quiete di tutto l’ambiente con i suoi ospiti. Già in fermento, ad essere sinceri, e Mary ce lo aveva preannunciato, dopo l’arrivo di due gemelle in contrasto fra loro per un bel giovanotto della Fattoria. Gemelle sempre in giro alla ricerca di qualcosa che la nostra voce narrante non riesce a capire. Un bell’intrigo di passioni, anche non corrisposte, di gelosie, di morti ammazzati, di sorprese, enigmi (vedi una lettera cifrata), dubbi e contorcimenti vari che impegnano a fondo la nostra cuoca e l’inossidabile Lynn, abile nelle indagini e in cucina tra pentole e fornelli.

Architettura complessa, sviscerata nei minimi particolari con un’idea che ritroviamo spesso quando ci sono di mezzo i gemelli. Scrittura fresca, veloce, piacevole, infiorettata di spunti filosofici, a tratti divertente, seppure dentro un’atmosfera tesa. Questa Mary Magin, cuoca e governante è davvero brava…
 

martedì 17 marzo 2026

Giacomo Latino, Il raggio verde



Trama

Barcellona, anni Venti.
Tomás Pereda è un giovane studente dell’Accademia, cresciuto all’ombra di un padre inquieto, Enrique, ex soldato tormentato dall’insonnia. È innamorato di Aurora, pianista talentuosa e figlia adottiva di un amico di suo padre Enrique, un ex soldato tormentato dall’insonnia. I suoi amici più fidati sono Salvador Dalí, fragile e geniale, ancora segnato dalla morte del fratello minore, e Carmen, una ragazza zingara incontrata per caso su una spiaggia.
Un giorno Salvador convince gli amici a seguire Antoni Gaudí, allora impegnato nei lavori della Sagrada Familia. L’anziano architetto li accoglie nella sua casa e racconta loro la leggenda del raggio verde, un raro fenomeno che appare all’orizzonte per pochi istanti e che, secondo la tradizione, permette a chi lo vede di leggere nel cuore degli uomini.
Nel frattempo, il ragazzo scopre un segreto destinato a sconvolgere la sua vita: sua madre Alexandra, che ha sempre creduto morta, è in realtà ricoverata in un manicomio. Tra le mura dell’istituto, Tomás stringe amicizia con Flora e Amedeo, che da anni attendono di essere dimessi per ricongiungersi con la figlia. Nello stesso periodo assiste anche al tragico incidente che costerà la vita a Gaudí.
Passano gli anni. Tomás e Aurora si trasferiscono a Parigi, ma l'improvvisa fuga della madre li riporta a Barcellona. L'unico indizio di cui dispongono è il nome di una certa Josefa Moreu, la donna che anni prima si era presa cura di Alexandra quando era soltanto una bambina smarrita. Sarà proprio grazie alla sua testimonianza che Tomás ricostruisce la storia dimenticata di sua madre. 


Incipit

1. 1936

Una leggera bruma veleggiava impalpabile sulla città, avvolgendo ogni angolo di un delicato vapore che si arrampicava verso il cielo in ghirlande d’aria e filamenti di polvere granulosa. Sui litoranei di neve ancora umida rilucevano le impronte dei carri, appena coperte dai rami trascinati via dalla brezza. 
Il manicomio di Santa María, aggrappato alle pendici della Collserola, si stagliava davanti a lui in un circuito di luci e cunicoli caliginosi disposti a semicerchio in uno sgradevole abbraccio meccanico. Un’armatura di archi e lastre appannate si prolungava fino alle balaustre dell’ingresso, attorcigliate su sé stesse in una sorta di alfabeto magico. L’imponente porticato a ridosso della scalinata era accerchiato da due schiere di padiglioni danneggiati da lunghi anni di incuria. 
La luce dei lampioni ravvivava appena il profilo spettrale dell’industria Majena, un vecchio stabilimento che sembrava ancora rosseggiare della gloria di un tempo. Pochi anni dopo la disfatta militare oltreoceano, l’edificio era stato evacuato insieme ai ricordi della sua infanzia. Non c’era giorno in cui non si fosse perso in quegli stretti cunicoli, sotto il sole cocente e l’odore acre della gomma bruciata. In quegli anni crescere significava prepararsi alla quaresima forzata dell’inverno barcellonese, ritirandosi in un esilio volontario dentro le mura di casa e riproducendo la Marcha Real con un paio di nacchere sfilacciate.
Fu tramite un corrispondente rimasto in zona che venne a sapere della vendita del complesso. L’acquirente, un misterioso benefattore rimasto nell’ombra, non volle mai rivelare il suo nome o la cifra che aveva sborsato. Le poche famiglie rimaste si dilettavano a speculare sull’identità dell’uomo sconosciuto, avanzando le ipotesi più improbabili, come quella che fosse un simpatizzante del carlismo borbonico in cerca di un posto tranquillo dove godersi la vecchiaia dopo una vita di eccessi e combattimenti apocrifi, o che stesse rivitalizzando gli ideali marxisti sulle retrocopertine dei romanzi d’appendice con l’ausilio di una matita e un tavolino mutilo.
La verità emerse due mesi dopo: il mecenate non era né un soldato né un fanatico, ma semplicemente un ex-giornalista che aveva deciso di trasformare l’industria in un manicomio per scemi di guerra. La notizia fu accolta con lo stesso sgomento che un tempo aveva accompagnato l’epidemia del colera. I cittadini più bigotti gridarono allo scandalo, definendo l’iniziativa un’offesa alla morale pubblica che avrebbe leso la reputazione del paese e compromesso il clima di reciproco rispetto in cui vivevano. 
Lo scienziato – come veniva chiamato - non si degnò mai di rispondere agli inviti della comunità, fiducioso che con una generosa donazione di Pata Negra avrebbe reso alla città più servigi di quanto non avessero mai fatto loro negli ultimi vent’anni. E con un’aggiunta di granizado, pensava, sarebbe stato insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica spagnola, a patto che i pettegolezzi fossero terminati seduta stante. I barcellonesi accolsero la proposta con machiavellico opportunismo, a eccezione delle portinaie e dei barbieri che vedevano nell’insolita discrezione dell’uomo una minaccia alla loro principale fonte di sostentamento. 
Erano passati tanti anni da quando aveva lasciato Barcellona, ma il tempo sembrava essersi fermato a quella notte di vent’anni prima, alla stessa desolazione colante dai tetti delle case e ai vestiti abbandonati sui recinti scoloriti. 


lunedì 16 marzo 2026

Autismo: Il cordino delle disabilità invisibili, un simbolo che parla senza parole; di Ilaria Pernigotti











  

Davide Ferrari: Progen; di Federico Berlioz



Ho letto molti romanzi che affermano di essere grandi storie di fantascienza, ma solo nel caso di Progen questa affermazione può essere considerata vera. Davide Ferrari scrive dal suo punto di vista in modo così puro e credibile, rendendo la storia plausibile e, forse, non troppo lontana dalla realtà. Anno 2230. Natt Hoffman non crede in Dio, ha le sue idee sul futuro e, soprattutto, sulla sua morte, ma è fermamente convinto che l’evoluzione umana possa avvenire solo attraverso l’integrazione con le macchine. Per questo si impiantare un potenziamento tecnologico nel cranio, provvisto di micro-sensori. Tuttavia, dopo qualche anno e dopo aver lavorato anche nei cantieri lunari, viene colpito da una prima crisi epilettica... In un mondo di droni e Progen, umanoidi superiori per genetica e intelligenza, dove si costruisce un futuro migliore solo per alcuni, il divario fra le classi sociali si fa sempre più aspro. I Progen, infatti, non si vedono mai passeggiare per le strade: hanno paura degli uomini Normogen, esseri primitivi ma estremamente forti, con le loro potenzialità cinetiche e le loro deformità. Questa storia lascia la mente a riflettere. Hoffman è la figura perfetta che Ferrari usa per porre le vere domande sulle prossime generazioni: guerra, lavoro e colonizzazione del pianeta Marte. Potrei continuare per molti paragrafi su come questo romanzo possa essere letto come una previsione dell’evoluzione umana nei prossimi anni, ma preferisco fermarmi qui prima che questa recensione si trasformi in un saggio di etica. Tuttavia, il messaggio principale che Ferrari ci invia è riflettere e inseguire un sogno degno: chi non vorrebbe un eroe tutto suo? Complimenti all’autore, davvero un bel romanzo.

  

sabato 14 marzo 2026

Starsky & Hutch


Stati Uniti, 1975 / William Blinn

Dave Starsky (Paul Michael Glaser) e Ken "Hutch" Hutchinson (David Soul) sono due simpatici poliziotti di Los Angeles che lavorano spesso sotto copertura per assicurare alla giustizia criminali di ogni tipo. 
Altri interpreti fissi di questa popolare serie sono Bernie Hamilton nei panni del capitano Harold Dobey e Antonio Fargas in quelli del loro contatto-informatore
Huggy Bear. 



Il successo di Starsky & Hutch, a lungo uno dei più popolari telefilm polizieschi americani, deve essere attribuito più ai due interpreti - Glaser veniva da esperienze teatrali, anche molto serie, mentre Soul aveva partecipato a diversi film (tra cui
Cielo di piombo, ispettore Callaghan) ed era stato anche un cantante country - che ai soggetti o alle sceneggiature, anche se non mancavano spunti interessanti e azioni acrobatiche. 



Può inoltre essere curioso ricordare che spesso i due erano impegnati in simpatici "omaggi'' al cinema del passato, recitando in un episodio come Stan Laurel e Oliver
Hardy e facendo altre volte il verso a popolari investigatori del grande e del piccolo schermo. Una volta, fingendosi idraulici insieme al capitano Harold Dobey, si rifacevano addirittura a una popolare storia del Topolino degli anni Trenta.


La campagna antiviolenza di quegli anni portò a una forte iniezione di romanticismo e di sentimentalismo fin dalla terza stagione (con i casi personali dei due protagonisti che prendevano un po' il sopravvento rispetto alle solite trame ricche d'azione e, spesso, di macchine fracassate), ma la serie (andata in onda dal 10 settembre 1975 al 21 agosto 1979, per complessivi 92 episodi da 50 minuti complessivi) mantenne tutta la sua popolarità, soprattutto grazie alla simpatia dei due affiatati interpreti.