mercoledì 8 luglio 2026

Thomas Burke - Il mistero di Bloomsbury

  


1
Mentre quella mattinata di settembre veniva alla luce in un tremulo pulviscolo d’argento e si concretizzava in un alone dorato, uscii in un’imprecazione davvero poco ortodossa.
Mi ero alzato di buon’ora e, ritto davanti alla finestra del bagno del mio appartamento di Bloomsbury, avevo cominciato a radermi. Dapprima mi limitai a “ahii!”, poi aggiunsi qualcosa di più colorito. Il suddetto sfogo era stato motivato dal fatto di essermi procurato un taglio particolarmente doloroso, peculiarità dei rasoi di sicurezza, e la causa di quanto sopra era stato un movimento improvviso del gomito destro, a sua volta provocato da qualcosa che avevo visto attraverso i vetri.
Ammantato in quel fantasmagorico rutilare dorato, che sembrava quasi una presenza vivente scesa a benedire la città di Londra, si muoveva un uomo che conoscevo. Ma l’uomo che conoscevo si era trasformato in un uomo sconosciuto. Non procedeva a passo veloce, com’era suo solito, e neppure camminava normalmente. Era come se veleggiasse. Mai visto un’andatura così da scolaretta in un individuo adulto. E un simile ciondolio del capo.
Non era alto, ma talmente magro, gli indumenti così striminziti da farlo sembrare quasi un gigante. Indossava un cappotto nero a doppio petto, allacciato fin sotto al collo, dei pantaloni parimenti neri e un cappello dalla foggia indescrivibile. Teneva le braccia dietro la schiena, la mano destra stretta attorno al gomito sinistro. Una sagoma appiattita, priva di rotondità. Probabilmente l’avevo sempre visto così e davvero non riuscivo a immaginarmi, e ciò vale fino a oggi, come potesse essere altrimenti.

2
In una società convenzionale, suppongo, Stephen Trink sarebbe stato definito uno strampalato ma nei meandri di Londra vivevano talmente tante creature strampalate, con molte delle quali intrattenevo ottimi rapporti, che Trink mi era sempre sembrato uno dei tanti. Non mi ricordo più in che modo avevamo fatto conoscenza, ma so per certo che da un paio di anni avevamo preso l’abitudine di vederci almeno due volte alla settimana, talvolta anche più spesso. Fra noi si era subito creata una reciproca
simpatia, destinata ad aumentare con il tempo. Sebbene in sua compagnia non mi sentissi mai perfettamente a mio agio, cercavo tutti i pretesti per incontrarlo. Quell’individuo mi affascinava, soprattutto per la sua innata malinconia, ed ora che cerco di ricordarmi di lui, mi accorgo che questo è l’unico particolare che mi torna vivido alla memoria. Era una di quelle persone che nessuno riesce a conoscere veramente fino in fondo. Con quell’aspetto insignificante, il volto aguzzo e la struttura fragile, sarebbe potuto passare per un impiegatuccio di infimo rango, se non fosse stato per certi strani atteggiamenti da ragazzina timida – le mani dietro la schiena, un piede appoggiato sull’altro, gli occhi costantemente abbassati, che però, quando gli rivolgevate la parola, si alzavano rispettosamente verso di voi, come se foste stato il suo preside. Aveva un sorriso del tutto particolare, probabilmente derivato dalla sagoma della bocca dagli angoli abbassati e dalla mascella ritratta all’indietro. I capelli biondastri erano radi e appiccicaticci, la voce chioccia, gli occhi, dietro le spesse lenti, acquosi e celestini. Solo quando si toglieva gli occhiali, era percepibile la profondità e la sensibilità dello sguardo.
Ovunque si trovasse, non dava mai l’impressione di essere interamente lì. Come se fosse intento ad ascoltare qualche rumore proveniente da chissà dove. A volte il suo atteggiamento ricordava quello del “Pensatore” di Rodin ma, se lo si scrutava più attentamente, avresti detto che la sua espressione era totalmente vacua. Non pensava, meditava. Negli ambienti chiusi si muoveva quasi come un sonnambulo, all’aria aperta camminava come uno schizzato. E comunque la sua presenza generava in tutti una sorta d’inspiegabile disagio.
Quale fosse il suo problema – sempre che quella sua aria triste e malinconica derivasse da un problema circostanziato – non me lo disse mai. Quando a volte, lo invitavo a “tirarsi su con la vita”, lui mi accennava a un Terribile Fardello, ma

martedì 7 luglio 2026

Aleksandr Nikolaevič Skrjabin





lunedì 6 luglio 2026

Joseph Hocking - Il legato di Nancy Trevanion, 1929






Estate fertile


L’estate porta con sé una tentazione strana, quella di pensare che riposare significhi fermarsi del tutto, spegnere ogni pensiero, lasciare che le giornate scivolino una dentro l’altra senza direzione. In realtà il riposo vero non è un vuoto da riempire con il senso di colpa, né una resa alla pigrizia. È uno spazio diverso, più morbido, in cui il corpo recupera respiro e la mente smette di correre in modo confuso, ma non per questo diventa sterile.

Il corpo ha bisogno di tregua. Non siamo macchine sempre disponibili, sempre produttive, sempre pronte a rispondere, creare, organizzare, progettare. Dopo mesi di impegni, richieste, lavoro, pensieri e piccoli pesi quotidiani, arriva un momento in cui rallentare non è un capriccio, ma una forma di intelligenza. Il riposo serve a rimettere ordine dentro di noi, a capire cosa ci ha stancato davvero e cosa invece desideriamo portare ancora avanti.

Fare meno non significa non fare nulla. Significa scegliere meglio. Significa ascoltare il ritmo delle giornate senza violentarle con mille obblighi inutili, ma anche senza abbandonarsi a un’immobilità che alla lunga appesantisce. L’estate può diventare un tempo fertile proprio perché toglie pressione. Le idee non nascono sempre davanti a una scrivania, con una lista perfetta e una scadenza addosso. Spesso arrivano mentre si cammina, si legge qualcosa con calma, si sistema una cartella lasciata in sospeso, si rivede un progetto con occhi meno stanchi.

Portarsi avanti per l’autunno non vuol dire trasformare agosto in un’altra stagione di ansia. Vuol dire preparare il terreno. Un contadino non pretende il raccolto ogni giorno, ma sa bene che anche il terreno lasciato respirare sta lavorando. Allo stesso modo, una persona che riposa può comunque seminare. Può rileggere appunti, chiarire priorità, eliminare ciò che non serve più, immaginare nuove direzioni, sistemare piccoli dettagli che durante l’anno sembravano sempre rimandabili.

Il riposo più sano non cancella i progetti, li protegge. Quando siamo esausti, anche le idee belle sembrano pesanti. Un progetto nuovo può apparire troppo grande, un cambiamento può sembrare impossibile, una semplice decisione può diventare un muro. Con un corpo meno contratto e una mente meno affollata, invece, ciò che prima sembrava confuso torna ad avere contorni più chiari. Non perché la vita diventi improvvisamente facile, ma perché noi torniamo presenti.

L’estate può insegnarci una produttività diversa, meno aggressiva e più rispettosa. Non quella che misura il valore di una persona in base a quante cose riesce a fare, ma quella che riconosce l’importanza di arrivare preparati senza arrivare svuotati. Scrivere due idee buone, sistemare un progetto rimasto in sospeso, immaginare una nuova collaborazione, ordinare materiali, recuperare energie, anche questo è movimento. Un movimento lento, silenzioso, ma prezioso.

Riposare il corpo significa permettergli di non essere sempre in allarme. Significa dormire meglio, respirare con più spazio, concedersi pause vere, mangiare senza fretta, stare nel presente senza sentirsi continuamente in ritardo. Da quel recupero nasce una forza più concreta di mille promesse fatte sull’onda dell’entusiasmo. L’autunno non chiede soltanto idee nuove, chiede anche energia per sostenerle.

Per questo l’estate non deve essere vissuta come una parentesi inutile tra ciò che è stato e ciò che verrà. Può essere un laboratorio quieto, un tempo di raccolta interiore, una stagione in cui si rallenta per capire dove andare. Non serve riempire ogni ora. Non serve dimostrare niente. Serve imparare a distinguere il riposo che cura dall’inerzia che spegne.

Quando il corpo si riposa davvero, anche i progetti respirano meglio. Tornano meno rigidi, meno confusi, meno caricati di paura. Diventano possibilità, non pesi. E allora l’autunno non arriva come una minaccia, ma come una soglia già preparata con calma, un passo dopo l’altro, senza tradire il bisogno di fermarsi e senza rinunciare al desiderio di ricominciare.


venerdì 3 luglio 2026

Ian Fleming - Un «quantum di sicurezza»







 

Quando sapevamo aspettare



Sono nata negli anni Ottanta, in un tempo in cui la pazienza non era una scelta poetica, ma una cosa normale. Faceva parte delle giornate, degli oggetti, delle abitudini, perfino dei desideri. Non avevamo tutto subito, non potevamo sapere ogni cosa in pochi secondi, non bastava toccare uno schermo per avere davanti una risposta, una canzone, un film, una persona, una notizia. Si aspettava e dentro quell’attesa succedeva qualcosa che oggi sembra quasi sparito: cresceva il gusto.

Da bambini non ci rendevamo conto di vivere in un mondo lento. Per noi era semplicemente il mondo. Il cartone animato iniziava a una certa ora e, se lo perdevi, lo perdevi davvero. La canzone che ti piaceva passava alla radio quando decideva lei, non quando lo decidevi tu. Se volevi riascoltarla, restavi lì con il dito

giovedì 2 luglio 2026

Tan Dun

 


Tan Dun è nato nel 1957 in un villaggio di Changsha, nella provincia di Hunan, in Cina. Fin da bambino, era affascinato dai rituali e dalle cerimonie dello sciamano del villaggio, che venivano tipicamente accompagnati da musica realizzata con oggetti naturali come pietre e acqua. A causa dei divieti imposti durante la Rivoluzione Culturale, fu scoraggiato dal perseguire la sua passione per la musica e fu mandato a lavorare come coltivatore di riso nella comune di Huangjin. Lì si unì a un gruppo musicale di altri abitanti della comune e imparò a suonare strumenti a corda tradizionali cinesi. In seguito a un incidente di traghetto che causò la morte di diversi membri di una compagnia dell'opera di Pechino, Tan Dun fu chiamato a suonare la viola e ad arrangiare. Questo successo iniziale gli valse un

mercoledì 1 luglio 2026

David Ely - Il sopravvissuto

 


Si stava facendo sera quando entrò nel Parco. Si diresse subito verso la zona più buia, lontano dai lampioni che illuminavano i vialetti. Non vide nessun altro passante, ma ciononostante continuò a procedere spedito, non volendo correre inutili rischi.
Quando raggiunse il riparo dei primi alberi, si fermò e si voltò all’indietro verso la strada principale, pur essendo perfettamente consapevole che la macchina non sarebbe stata più lì. Quelli se n’erano andati non appena lo avevano scaricato. Gli avevano dato una pacca sulla spalla – come si fa con i paracadutisti in procinto di saltar giù dall’apparecchio – e uno di loro aveva detto “In bocca al lupo, Maggiore”, dopodiché lui era saltato fuori, tirandosi dietro il peso della tuta di volo.
Buona fortuna, maggiore. Se avesse avuto davvero fortuna, quelle sarebbero state le ultime parole che gli sarebbero state rivolte per quattro settimane.
Si ritrasse di colpo, turbato. Qualcuno gli era defilato a fianco, forse a meno di un metro, un uomo o un ragazzo che correva di buona lena e con passo agile in direzione della Fifth Avenue.
Il cuore del Maggiore batteva all’impazzata, le pulsazioni erano alle stelle. Quell’avvenimento lo aveva scosso, di qualsiasi cosa si fosse trattato – forse qualche atleta che si allenava per la competizione, oppure un fanatico dilettante oppure un borsaiolo, e in questo caso ci sarebbero stati i poliziotti alle calcagna. Erano proprio i poliziotti a fargli più paura. L’Agenzia aveva messo in chiaro le cose con il Commissariato e tutti i responsabili dei distretti limitrofi erano stati debitamente informati affinché non fosse fatta alcuna forma di pubblicità nell’eventualità che fosse catturato, ma naturalmente i normali agenti erano all’oscuro di tutto. Sarebbe bastata la torcia elettrica di un semplice sergente di pattuglia a mandare all’aria tutto il progetto.
Doveva evitare le luci. Non immaginava neppure lontanamente che ce ne sarebbero state così tante, non solo quelle posizionate lungo i vialetti, ma anche quelle delle auto che attraversavano il Parco, nonché le insegne luminose dei grandi alberghi e dei complessi residenziali attorno al suo perimetro.
Continuò a muoversi acquattandosi contro gli alberi, cercando di recuperare un po’ di fiducia attraverso l’attività fisica. La prima notte sarebbe stata la più dura. Quello lo sapeva. Ma se fosse riuscito a superare questa giornata e quella successiva, probabilmente tutto sarebbe andato per il meglio. Doveva scegliersi un nascondiglio lontano da dove normalmente andava la gente – lontano dallo zoo, dal lago, dai
campi gioco. Sarebbe stato meglio essere sorpreso da un poliziotto piuttosto che da ragazzini scatenati che giocavano a pallone. Se uno di loro lo avesse scorto, anche di sfuggita, altri mocciosi sarebbero arrivati a frotte e avrebbero cominciato a farsi beffe di lui e a dargli la caccia gridando “Guardate, guardate, guardategli la testa!”
La testa... quella era la garanzia che aveva voluto l’Agenzia. La garanzia della sua onestà. Non poteva barare, non con quella testa. Quando glielo avevano detto, non aveva posto alcuna obiezione. Sapeva che avevano ragione. Lo psicologo incaricato del progetto gli aveva parlato a lungo in proposito. Lo scopo era quello di misurare lo stress psicologico su un uomo nascosto in mezzo a una popolazione ostile. Se fossero riusciti nell’intento, sarebbero stati in grado di approntare un programma di recupero atto a salvare quel pilota su venti che malauguratamente fosse stato abbattuto ma non catturato, e che comunque fosse riuscito a nascondersi da qualche parte – in un campo, in un edificio semidiroccato dai bombardamenti, in un appartamento abbandonato, qualsiasi cosa gli fosse capitata a tiro.
— Lei sarà quel ventesimo pilota, Maggiore — gli aveva detto lo psicologo. La porteremo fino al Parco e lì dovrà nascondersi finché non verranno a cercarla. Tenga presente che è isolato dalle persone che la circondano soprattutto a causa dell’unico dato di fatto che non può cambiare: non conosce la lingua di quella gente. Be’, ai fini dell’esperimento che ci interessa, siamo in grado di simulare tutto ma non questo. Niente, se vi fosse costretto, potrebbe impedirle di nascondere la tuta da pilota e di portar via un paio di pantaloni a qualche barbone del Parco. Poi sarebbe un giochetto raggiungere la panchina più vicina e trascorrere una giornata tranquilla a leggere i giornali senza dar nell’occhio ad anima viva, e qualora qualche poliziotto si avvicinasse, non ci sarebbe nulla di strano a

Lucrezia




Lucrezia è un personaggio immaginario protagonista di una omonima serie a fumetti di genere erotico/storico italiana, ideato da Renzo Barbieri e pubblicato dalla Ediperiodici nel 1969, ispirato alla figura storica di Lucrezia Borgia.
Tascabile per adulti con protagonista la bellissima Lucrezia Borgia, malvagia e corrotta figlia di Papa Alessandro Borgia, qui, come recita la presentazione, in una “libera trasposizione della letteratura amorosa rinascimentale”.

Intrighi di ogni genere nell'Italia del XV secolo: Lucrezia combatte contro suo marito Alfonso I d'Este, concedendo di volta in volta il suo corpo ai vari aristocratici con cui entra in contatto per condizionarli. Solo di tanto in tanto può concedersi al suo vero amore, Antonio Orsenigo.


 

martedì 30 giugno 2026

Bo Linde