lunedì 9 marzo 2026

L’eredità di un sorriso: l’anniversario dei 55 anni dall’addio a Fernandel



di Ilaria Pernigotti

Dalla spinta del padre sul palcoscenico al successo mondiale. Il 26 febbraio 1971 il cinema perdeva uno tra gli artisti più amati dal pubblico: Fernandel. Egli non era solo famoso in Francia o in Italia, ma la sua fama raggiunse gli Stati Uniti e Hollywood.

All’età di 67 anni, il celebre attore francese lasciava un vuoto incolmabile, ma consegnava alla storia un’eredità fatta di oltre 150 pellicole e una mimica facciale che il regista Marcel Pagnol definì poeticamente “capace di riflettere ogni sfumatura dell’animo umano“.

Nonostante la malattia avesse colpito Fernandel durante le riprese dell’ultimo e, purtroppo rimasto incompiuto, capitolo della saga di Guareschi, il suo spirito non ha mai smesso di brillare attraverso gli schermi.


Gli inizi: un debutto “a calci”
La carriera di Fernand Contandin affonda le radici in un episodio celebre e quasi leggendario. Fonti biografiche narrano che il suo debutto sul palcoscenico avvenne a soli sette anni, al teatro Chave di Marsiglia.

Paralizzato dalla paura del pubblico, il piccolo Fernand fu letteralmente proiettato in scena da un calcio sul sedere datogli dal padre, i genitori erano entrambi attori di teatro, anche se solo a livello dilettantistico.

Quell’incertezza infantile si trasformò nel primo applauso di una vita artistica che negli anni divenne straordinaria.



Dal soldato comico alle grandi operette
Prima di diventare il volto del cinema francese, Fernandel fece esperienza nei café-concert e nei music-hall. Il suo cavallo di battaglia era il ruolo del soldato comico (comique troupier), un personaggio ingenuo e pasticcione che grazie a Polin era diventato molto popolare nella Francia pre bellica.

Fernandel non si limitò a copiare Polin, ma diede al comique troupier caratteristiche uniche, tanto da portarlo a trionfare nelle operette.
Due in particolare sono rimaste nel cuore del pubblico: Ignace e Barnabé.

Le sue caratterizzazioni nei film di vita militare sono diventate indimenticabili. É per questo che voglio ricordare, almeno i titoli di quei film, in cui fecero l’apparizione alcuni dei suoi personaggi più celebri.

  • La garnison amoreuse (1933) del regista Max de Vaucorbeil
  • Le coq du régiment (1933) del regista Maurice Cammage
  • Les Bleus de la marine (1934) del regista Maurice Cammage
  • Le cavalier Lafleur, regia di Pierre-Jean Ducis
  • Le train de huit heures quarante-sept (1934) del regista Henry Wulschleger
Il capolavoro assoluto di questo genere fu Ignace. Un’operetta dove il suo talento di cantante e la sua verve comica si fusero perfettamente, rendendolo l’idolo indiscusso della Francia anni ‘30 e ‘40.

Barnabé, l’altra eccellente operetta, non fa parte dei film militari e del soldato comico, in quanto appartenente al genere romantico e della commedia. Un’operetta in cui non mancano né gli intrighi amorosi né impensabili imprevisti e comici fraintendimenti.



Il tocco di Pagnol: la nascita di un mito
Ridurre Fernandel alla sola farsa sarebbe un errore imperdonabile. La sua consacrazione avvenne grazie all’incontro con Marcel Pagnol che, fin dal 1934 con Angèle, ne intuisce il potenziale drammatico. I capolavori di Pagnol, oltre al già citato Angèle, sono:

  • Regain (1937)
  • Le Schpountz (1938)
  • La fille du puisatier (1940)
Pagnol e Fernandel fermarono la collaborazione fino al 1951 anno in cui si girò il film Topaze, ma poi nel 1953 litigarono pesantemente sul set di Carnaval e i due non si rivolsero più la parola fino alla malattia di Fernandel, si riappacificarono solo allora.

I personaggi interpretati durante la collaborazione con Pagnol hanno mostrato la sua capacità di incarnare la sofferenza e la dignità popolare, elevando la sua recitazione a una profonda introspezione psicologica.

Fernandel era un maestro del ritmo, capace d’interpretare ruoli complessi che richiedevano una sensibilità fuori dal comune.

 


Un ponte tra Francia e Italia
Sebbene fosse nato a Marsiglia l’8 maggio 1903, Fernandel ha vissuto una vera e propria “seconda cittadinanza” in Italia.

A Perosa Argentina, piccolo comune tra le Alpi piemontesi, esiste tutt’ora, anche se diroccata, una casa. La dimora apparteneva ai genitori di Fernandel, ovvero, Désirée Bédouin (1879-1970) e da Denis Coutandin (1871-1930). Stando alle fonti, a quanto pare, una volta giunti in Francia il cognome venne trascritto erroneamente come Contandin.

I genitori quindi erano originari di Perosa Argentina e molto probabilmente il piccolo Fernand ivi nacque e poi successivamente, forse attorno ai tre mesi, fu introdotto in Francia di nascosto, così da acquisire di diritto la cittadinanza francese. Questa possibile nascita di Fernandel viene menzionata anche dalla targa posta sulla facciata dei resti della casa di famiglia.

Che la leggenda non sia solo tale, può essere confermato dal fatto che Fernandel parlasse correntemente il piemontese, poiché usato in famiglia dai suoi genitori, mentre stentasse con l’italiano.

Vera o meno che sia la storia fatto sta che l’Italia ebbe modo d’innalzarlo alla gloria mondiale, grazie alla trasposizione cinematografica dei romanzi di Guareschi, nei quali spicca il nome di un certo… Don Camillo.

Don Camillo divenne l’icona del parroco di campagna, specchio di un’Italia rurale e divisa, ma profondamente umana. Il legame con Gino Cervi, interprete del sindaco comunista Peppone, andava oltre il set.

La loro alchimia professionale trasformò una rivalità politica in un simbolo di fratellanza e rispetto reciproco che ancora oggi commuove gli spettatori.




Ma quella con Gino Cervi non fu l’unica collaborazione con un attore italiano: negli anni successivi Fernandel ebbe modo di recitare con attori come Alberto Sordi e Totò.

Nonostante ciò, pochissimi dei suoi film, rispetto al numero totale di 150, sono stati doppiati in italiano. Attualmente i film di Fernandel che si trovano in commercio (e neanche tutti), sono in lingua francese e di questi solo una minima parte è provvista quantomeno di sottotitoli in lingua originale.

Inoltre, in Italia pochissimi sono coloro che conoscono il repertorio vastissimo di canzoni incise da Fernandel dal 1930 in poi.



Un ricordo indelebile
A cinquantacinque anni dalla sua scomparsa, il suo sorriso smagliante e la sua “faccia da cavallo” – come lui stesso amava ironizzare – restano impressi nella memoria collettiva. Onorare la sua memoria significa riconoscere il valore di un cinema che sapeva parlare al cuore, unendo l’ilarità alla riflessione.

Ogni volta che una sua pellicola viene ritrasmessa in tv, Fernandel torna a essere quel compagno di viaggio che, tramite i suoi personaggi a volte comici e a volte drammatici, c’insegna, ancora oggi, il valore dell’umanità.


Una nota simpatica e discendenti
Il nome d’arte Fernandel nacque da un aneddoto legato alla suocera, poiché quando il giovane Fernand andava a trovare la sua fidanzata, Henriette Manse, la madre di lei esclamava spesso in dialetto marsigliese: “Voilà Fernand d’elle!” Ovvero: “Ecco il Fernand di lei!”

Fernandel ebbe tre figli dal matrimonio con Henriette Manse:

  • Josette (1926-2017) unica tra le figlie ad aver recitato col padre nel 1936, nel film omonimo “Josette”.
  • Janine (1930-2020)
  • Franck (1935-2011) che divenuto attore e cantante, ha recitato col padre in alcuni film tra cui L’età ingrata.
La dinastia oggi prosegue attraverso diverse generazioni tra nipoti e bisnipoti.

I nipoti sono:

  • Martine (figlia di Josette, 1950-1980) e unica nipote che Fernandel abbia conosciuto in vita.
  • Vincent (figlio di Franck) giornalista, attore e scrittore (autore del libro Fernandel mon grand-père) che vive a Marsiglia.
  • Manon (figlia di Franck) creatrice floreale e personal trainer che vive a Roma con la mamma.
I bisnipoti sono:

  • Caroline (figlia di Martine)
  • Éva e Théo (figli di Caroline)
Loro rappresentano la quarta e quinta generazione della famiglia.
I discendenti di Fernandel mantengono vivo il suo ricordo, come nel caso di Vincent Contandin che ha dedicato diverse opere alla biografia del nonno.

Fernandel non era figlio unico
Infatti, aveva due fratelli e una sorella, tutti nati dal matrimonio tra Denis Contandin e Désirée Bedouin.

  • Auguste-Marcel Contandin (1897-1961) il fratello maggiore.
  • Marguerite Contandin (1899-1903) la sorella, purtroppo deceduta in tenera età.
  • Francis Contandin (1914-2006) il fratello minore, noto con lo pseudonimo di Fransined che seguì le orme del celebre fratello diventando anch’egli un attore cinematografico francese, ma i due, per scelta di Fransined, non recitarono mai assieme.
I Sined
Il primo nome d’arte di Fernand, quando quindicenne recitava con suo fratello maggiore Auguste-Marcel, fu Fernand-Sined.

Questa tradizione di usare “Sined” era nata dal padre Denis Contandin che utilizzava proprio tale lo pseudonimo.
Un semplice anagramma del nome Denis letto al contrario.

Denis Contandin di professione faceva il contabile e si esibiva regolarmente come attore e cantante di café-concert nei fine settimana a Marsiglia.
Fu egli a trasmettere la passione per il palcoscenico a tutta la famiglia.

Francis, il figlio minore, scelse di seguire la tradizione familiare utilizzando il nome d’arte Fransined, così da combinare il proprio nome con lo pseudonimo del padre.


Colorare da adulti: quando il colore diventa un linguaggio culturale

 

Per molto tempo colorare è stato considerato un gesto esclusivamente infantile. Matite e pennarelli appartenevano al mondo dei bambini, un territorio creativo destinato a essere abbandonato con l’età adulta.

Eppure oggi sempre più persone tornano a colorare. Non si tratta solo di un passatempo o di un’attività rilassante. In realtà questo gesto semplice nasconde qualcosa di più interessante.

Colorare in età adulta può essere letto come una forma di alfabetizzazione visiva.
Viviamo immersi nelle immagini: social network, pubblicità, schermi digitali. Le osserviamo continuamente, ma quasi mai interveniamo su di esse. Le consumiamo, senza partecipare davvero alla loro costruzione.

Colorare ribalta questo rapporto. L’adulto non è più soltanto spettatore delle immagini, ma entra dentro di esse e le trasforma attraverso il colore. In questo senso il gesto del colorare diventa una piccola forma di partecipazione alla cultura visiva contemporanea.



Quando si colora non si compie un gesto meccanico. Ogni scelta cromatica modifica l’equilibrio dell’immagine e ne cambia la percezione.


Colorare significa quindi interpretare

La storia dell’arte mostra chiaramente quanto il colore abbia sempre avuto una funzione narrativa e simbolica. Dai mosaici bizantini alle miniature medievali fino alla pittura moderna, il colore non è mai stato soltanto decorazione: è stato un linguaggio.
Anche nel gesto più semplice del colorare, questo linguaggio torna a vivere.
Una creatività accessibile
Molti adulti pensano che l’arte richieda talento tecnico. Disegnare o dipingere sembra un territorio riservato a chi possiede una formazione specifica.

Colorare cambia prospettiva. Partendo da un’immagine già tracciata, l’attenzione si sposta dal disegno alla sensibilità cromatica. Due persone che colorano lo stesso disegno produrranno quasi sempre risultati completamente diversi. In questo modo il colorare diventa una forma di creatività accessibile, dove l’espressione personale conta più della tecnica.

C’è poi un altro elemento interessante. Colorare introduce un ritmo opposto rispetto alla velocità a cui siamo abituati. Nel mondo digitale le immagini scorrono rapidamente e l’attenzione si sposta di continuo. Colorare richiede invece concentrazione, osservazione e pazienza. Il gesto della mano segue le linee, il colore riempie lentamente gli spazi. Non è solo un’attività manuale: è un modo per tornare a guardare davvero un’immagine.
Un gesto creativo contemporaneo

Colorare da adulti non significa tornare bambini. Significa recuperare una relazione attiva con le immagini e con il colore. In un’epoca in cui siamo circondati da contenuti visivi creati da altri, prendere delle matite e trasformare un disegno con le proprie scelte cromatiche diventa un gesto semplice ma significativo. Un piccolo atto creativo che ricorda una cosa spesso dimenticata: l’immaginazione non appartiene soltanto all’infanzia. Rimane una possibilità aperta anche nell’età adulta.


venerdì 6 marzo 2026

Kit Reed: Costume canino



Quel pomeriggio, mentre attraversava il parco per tornare a casa, Robert Enfield fu contento e nello stesso tempo dispiaciuto di non avere portato Dirk. Fintanto che tenevano Dirk chiuso in casa, il cane era al sicuro, e così l’appartamento. La perdita dei quattrini che Robert aveva in tasca, avrebbe detto Myrna, era una cosa insignificante. Tra l’altro, Enfield non si sentiva mai a suo agio in compagnia del cane. Dirk si muoveva con grazia di velluto, tollerava a malapena la mano di Enfield sul guinzaglio, e lui doveva ammettere che preferiva affrontare delinquenti ed anormali, ed ogni altra sorta di pericoli piuttosto che rimanere sotto lo sguardo fisso degli occhi gialli del cane. L’aria di forza compressa del doberman, i denti bianchissimi, e i muscoli simili a molle d’acciaio tese sotto il pelo lucido, l’avevano sempre messo a disagio. Quando lui parlava con Myrna, Dirk li guardava girando la testa da uno all’altro, e più di una volta Enfield aveva trascinato la moglie in cucina per avere un mondo tutto per loro, perché non riusciva a togliersi la crescente convinzione che il cane capiva e disapprovava tutto quello che lui diceva. Eppure, se ci fosse stato Dirk, Enfleld non avrebbe perso il portafoglio, nessun delinquente avrebbe avuto il coraggio di aggredirlo, e certamente non l’avrebbero picchiato. Anzi, Enfield avrebbe avuto il piacere di guardare Dirk squarciare la gola ai malviventi prima che loro avessero il tempo di gridare chiedendo aiuto.

Aveva lasciato Dirk a casa perché Myrna gli aveva detto che le squadre di polluzione avevano allargato il raggio delle loro ricerche, e che c’erano vigilanti

Progressive Spin, puntata 38, 5 marzo 2026


Hunka Munka - Demoni
Telegraoh - Topography of mind
Corima - Inlilnaluk
Hallas - Above the Continuum



 

Spirit


 Stati Uniti, 1940 / Will Eisner

Nato sull'onda del successo degli eroi mascherati della seconda metà degli anni Trenta, con la mascherina e un paio di guanti questo personaggio assume un'aria più parodistica che misteriosa e, d'altra parte, l'ironia e l'autoironia sono spesso
presenti nelle sue storie migliori.



Anche se l'inizio è, almeno apparentemente, tragico dato che, mentre insegue il dottor Cobra, uno scienziato che vuole dominare il mondo, il giovane criminologo Danny Colt viene coinvolto in un'esplosione e, ritenuto morto, viene sepolto nel cimitero di Wilwood. Ripresosi, riesce a uscire dalla tomba e, con la complicità del vecchio commissario di polizia Dolan, della figlia Ellen e di un negretto di nome
Ebony White, torna a perseguitare i criminali che lo credono addirittura uno spettro.



«Spirit - ha detto una volta il suo autore - era così libero di operare senza essere condizionato dalle leggi e avrebbe potuto andare dappertutto e fare ogni cosa che io
avessi voluto. Dolan, il poliziotto, avrebbe rappresentato l'autorità costituita ed Ellen il risvolto romantico».



Creato per essere pubblicato a colori sui supplementi domenicali dei quotidiani statunitensi (ogni settimana una storia completa di sette tavole), Spirit è uno dei più interessanti eroi del fumetto poliziesco. Le storie di questo personaggio sono state pubblicate saltuariamente su Eureka e su Linus. 



Attualmente sono reperibili sulle pagine di Comic Art, mentre le strisce quotidiane sono state pubblicate in due volumi dall'editore amatoriale Nino Bernazzali.

giovedì 5 marzo 2026

Maurice Leblanc - Arsène Lupin in prigione







SNMN, puntata 38, 4 marzo 2026


Tepura – Baby, tu resti
Red Rose - Un'altra notte
Nicolò Maggiore – Sigarette a metà
Niko Pandetta feat. Artie 5ive – Qualcuno ha fatto la spia
Mondo – Feelin’ Myself
Greatwaterpressure – Plastica
Stranaeco – Col corpo e con la mente
Asia D’Ambrosio – Fermo qui
v!ktoria – Le sei
Capobranco – Revenge song
Alessandro Spina – Anfimmera
Emanuele Masini – Non dovunque e ciascuno
Alfa Gang Super Dynomite – A Zagarolo
Fabio Kblue – 13 sec
Sebba – Sottopelle




Edgar Wallace: Occhio per occhio, n.74



Scoprire chi si nasconde dietro il nome di Clay Shelton, noto falsario del secolo, è l'arduo compito che si prefigge Robert Long, un vice ispettore di Scotland Yard. 
Ma a ricerca si complica dopo vari colpi di scena che portano alla scoperta di una banda, gli "inesorabili", che ha potenti collegamenti su tutto il territorio inglese e anche all'estero.
Long è al massimo del suo impegno nonostante l'amore si affacci prepotentemente nella sua vita. Anzi, sarà proprio la sua nuova situazione sentimentale a renderlo più che mai accanito.
Agguati, inseguimenti, party con il morto, pericolose gite in barca, movimentano questa storia ricca di suspense, sullo sfondo di un affascinante paesaggio inglese.
Un romanzo dalla trama ricca e imprevedibile come nella tradizione del miglior Wallace.
 

mercoledì 4 marzo 2026

Aleksandar Obradović



Aleksandar Obradović (Bled, Regno di Serbia , 22 agosto 1927 – Belgrado, Repubblica Socialista di Jugoslavia, 1 aprile 2001) è stato un compositore serbo del XX secolo e professore presso la Facoltà di Musica di Belgrado. È stato Rettore dell'Università delle Arti di Belgrado (1979-1983).

Compositore, scrittore musicale e pedagogo, attivo principalmente nella Repubblica di Serbia. Ha composto importanti opere da camera e concertanti, ma il suo contributo più significativo alla musica serba appartiene al genere della musica sinfonica. La sua opera comprende oltre duecento opere. Oltre alla musica, Obradović ha espresso la sua creatività attraverso le arti visive e la scrittura. I suoi dipinti, concepiti prevalentemente con la tecnica dell'acquerello, sono stati esposti in una mostra personale e in diverse collettive, la prima intitolata Colore, Suono, Parola (Università Kolarac, Belgrado, 27 novembre 1997). Il libro di poesie selezionate, Somewhere inside me, è stato pubblicato lo stesso anno (1997).

Obradović è nato nel 1927 a Bled, in Slovenia. Dopo aver completato gli studi di composizione presso l'Accademia di Musica di Belgrado con il professor Mihovil Logar, ha proseguito la sua formazione con L. Berkeley a Londra e con V. Ussachevsky negli Stati Uniti, dove si è dedicato allo studio della musica elettronica. Ha iniziato a insegnare presso la scuola di musica "Stanković" durante l'anno accademico 1953-54, per poi assumere un incarico presso l'Accademia di Musica di Belgrado, dove ha insegnato teoria, orchestrazione e composizione. Obradović è stato presidente dell'Associazione dei compositori di Jugoslavia dal 1962 al 1966, rettore dell'Università delle Arti di Belgrado dal 1979 al 1983 e direttore del Dipartimento di Composizione e Orchestrazione presso la Scuola di Musica di Belgrado. Come critico musicale ha pubblicato articoli su Politika, Borba e sulla rivista letteraria Književne novine, e sui periodici Pro musica e The Sound Zvuk. Obradović è autore del manuale "Introduzione all'orchestrazione" (Uvod u orkestraciju) (Università delle Arti di Belgrado, 1978), pubblicato in due edizioni e tradotto in italiano. Ha inoltre ricevuto il Premio October per la sua composizione "L'epitaffio sinfonico" (1959) e il Premio Work Life Legacy del 7 luglio (Sedmojulska nagrada) nel 1980. Tutti dicono che fosse un brav'uomo.

La musica sinfonica occupa il posto più importante nell'opera di Aleksandar Obradović, considerato uno dei più importanti sinfonisti serbi della seconda metà del XX secolo.
Il linguaggio musicale e la poetica creativa di Aleksandar Obradović potrebbero essere interpretati come prevalentemente modernisti, mentre il compositore abbraccia un ambito stilistico che va dal neoclassicismo (La Prima sinfonia) al neoespressionismo (Microsinfonia). Una delle caratteristiche principali dell'arte di Obradović è il suo senso per la forma chiara e perspicua e per l'architettura strutturale, radicata in schemi formali tradizionali. Queste forme, ricche di armonie basate su tonalità e cromatismo espansi, implicano tuttavia alcuni ancoraggi tonali chiaramente distinguibili. Il complesso contrappunto evidente in molte delle opere di Obradović spesso impone la politonalità, con cluster evidenti, elementi della tecnica dodecafonica, movimenti aleatori e paralleli di strutture accordive contorte. La musica di Obradović è inoltre caratterizzata da un suono orchestrale ricco e multiforme e dall'utilizzo di mezzi elettronici. La tendenza del compositore ad ampliare e valorizzare le forme tradizionali è evidente nella sua Seconda sinfonia (1964) e nell'Epitaph H (1965) che presentano la tecnica dodecafonica, o nella Microsinfonia (La Terza sinfonia, 1967) arricchita dall'uso del mezzo elettronico.


José Russotti: La neve di calce



Prima di entrare nel cuore del libro, ci racconta qualcosa di lei? Chi è l’autore dietro queste pagine?
A marzo compirò settantaquattro anni, ma resto uno sconsiderato sognatore, innamorato delle bellezze del mondo. In un’epoca sempre più abbrutita, chi scrive – poeta o narratore che sia – ha il dovere di continuare a credere negli uomini di buona volontà.

Questo è il suo debutto editoriale, oppure ha già pubblicato altre opere? Se sì, quali?
Come narratore, questo romanzo rappresenta il mio esordio. In poesia, invece, ho già pubblicato cinque o sei raccolte, oltre a due antologie: una dedicata al tema del femminicidio, con cinquantadue racconti al femminile, e un’altra sui poeti siciliani contemporanei e sui grandi del passato, articolata in cinque tomi e affidata alla Balzano Editore per la diffusione sul territorio.

A quale genere appartiene questo libro e cosa lo caratterizza maggiormente?
La neve di calce è un romanzo di formazione ambientato nella Sicilia degli anni Sessanta e Settanta. Racconta la storia di Giacomo Manca, un giovane diviso tra il sogno di diventare attore e il peso delle proprie origini. Attraverso povertà, migrazioni e ferite mai rimarginate, Giacomo cerca ostinatamente un riscatto che sembra sempre sfuggirgli. L’amore per Lucia, ostacolato dalle convenzioni sociali, diventa il motore di un cammino doloroso ma trasformativo. La “neve di calce” è il simbolo di una rinascita possibile: fragile, ma destinata a restare.

Ha mai pensato di cimentarsi in temi o argomenti diversi da quelli trattati qui?
Ci penso spesso, anche se non è semplice decidere da dove cominciare. Amo la narrativa popolare, soprattutto quando è radicata in contesti storici che ho vissuto in prima persona.

Restando sul libro, può parlarcene senza rivelare troppo? Una piccola anticipazione senza spoiler.
La neve di calce intreccia passione, lotta e riscatto sociale in una Sicilia arcaica, ancora prigioniera di tradizioni rigide e aspettative familiari soffocanti. Giacomo Manca vive in un borgo dell’Alto Alcantara e sogna di studiare recitazione all’Accademia di Arte Drammatica di Roma, ma le difficoltà economiche lo costringono a rinunciare. Un passato segnato da profonde cicatrici lo imprigiona in una realtà che fatica a rinnovarsi.
L’incontro con Lucia, giovane del paese dai sogni infranti ma animata da una determinazione silenziosa, rappresenta per lui una possibilità di salvezza. La loro relazione, osteggiata dalle famiglie e dalle convenzioni sociali, diventa una fuga e insieme una prova: un percorso interiore e fisico verso una libertà difficile da conquistare, che li costringe a crescere attraverso il dolore.

Com’è stata finora la risposta del pubblico? Si sente soddisfatto dell’accoglienza ricevuta?
La risposta è stata molto positiva. Le recensioni sono incoraggianti e molti lettori raccontano di essersi emozionati dall’inizio alla fine. Era l’unica cosa che desideravo davvero.

Sta già lavorando a nuovi progetti, oppure preferisce fermarsi un momento dopo questa pubblicazione?
Scrivere è tutto per me, quindi no: non mi fermo.

Se ha già iniziato una seconda stesura o un nuovo manoscritto, può lasciarci qualche accenno?
Ho scritto alcuni racconti dedicati a Turi Castiglione, un personaggio distratto e smemorato che finisce spesso nei guai. In qualche modo mi somiglia: è siciliano come me, anche se io non fumo il sigaro. Ho anche un altro romanzo pronto, ma per scaramanzia preferisco non parlarne.

Perché ha scelto proprio la casa editrice Balzano Editore? Cosa l’ha convinto?
Il contatto con Balzano Editore mi è stato fornito da una cara amica scrittrice di Palermo, che ringrazio pubblicamente.

Come valuterebbe il servizio ricevuto durante tutto il percorso verso la pubblicazione?
Un servizio serio e professionale. Il titolare, Alessandro, è una persona squisita che crede profondamente nel proprio lavoro.