mercoledì 24 giugno 2026

Stanley Ellin - Motivi sconosciuti



Questo è quanto accadde, a partire da un tranquillo sabato di ottobre.
Quel mattino la moglie di Morrison aveva bisogno della macchina per accompagnare da qualche parte i bambini, così Morrison prese l’autobus delle linee interurbane per raggiungere Manhattan. Una volta arrivato al capolinea, detestando l’idea di prendere la metropolitana, s’infilò in un taxi. Quando il conducente si voltò per chiedere “Dove desidera andare, signore?” Morrison ebbe un sussulto. — Slade? — disse. — Sei proprio Bill Slade?
— In carne e ossa — rispose lui. — E tu sei Larry Morrison. Guarda com’è piccolo il mondo!
In effetti non è che fra i due ci fosse stata una grande amicizia. Morrison ricordava vagamente che fino a due o tre anni prima Slade era stato – come lui lo era tuttora – una delle svariate migliaia di api laboriose confortevolmente ubicate nel complesso futuristico, tutto vetro e acciaio, della Majestico di Greenbush, nel New Jersey. In tutto il mondo i dipendenti della Majestico erano oltre 80.000 ma il complesso di Greenbush costituiva il fiore all’occhiello, l’anima pulsante della società. E Slade aveva lavorato là dentro per molto tempo, fino a diventare vice direttore di reparto.
Poi, in seguito a una ristrutturazione dei quadri, il reparto era stato smembrato e lui, assieme ad altri compagni di sventura, aveva ricevuto la liquidazione e il benservito. Nessuno ne aveva più sentito parlare dopo che aveva deciso di vendere la casa e andarsene dalla città assieme alla moglie e al ragazzino per ricominciare, sue testuali parole, qualcosa di buono da qualche altra parte. Morrison fu amaramente sorpreso nel constatare che “qualcosa di buono da qualche altra parte” si era concretizzato nello scarrozzare un taxi nel traffico di Manhattan.
Palesemente imbarazzato buttò lì: — Davvero un peccato esserci persi di vista, Bill... anche gli amici di Hillcrest Road non avevano idea di dove...
— Era proprio quello che speravo — lo interruppe Slade. — Comunque va tutto bene. Ho sempre avuto la sensazione che, prima o poi, avrei incontrato qualcuno della vecchia banda. E ora che è successo, devo dirti che mi fa addirittura piacere. — Il perentorio strombazzare di un clacson dietro al taxi indusse il conducente a darsi una mossa. — Dove si va, Larry?
— Al Coliseum. Columbus Circle.
— Lascia che indovini. La Majestico Trade Exposition. Si tiene in questo periodo dell’anno, esatto?
— Esatto — confermò Morrison.
— Ed è buona politica farsi vedere, giusto? Magari si viene notati da qualche pezzo grosso.
— Sai come vanno certe cose, Bill.
— Come no. — Slade si fermò a un semaforo rosso e si volse verso Morrison. — Ascolta, non dirmi che sei di fretta. Hai il tempo per una tazza di caffè?
Sul volto di Slade c’era la barba vecchia di un giorno. Il cappello calato sulla nuca, era liso e non troppo pulito, le tempie precocemente brizzolate. Morrison continuava a sentirsi sempre più a disagio, anche se in realtà quello non era mai stato un amico vero e proprio ma soltanto un casuale conoscente che viveva in fondo a Hillcrest Road, a qualche decina di metri da casa sua. Di tanto in tanto, in occasione del fine settimana, avevano partecipato assieme a sedicenti battute di caccia organizzate dall’Hillcrest Maybe Gun and Rod Club, che il più delle volte finivano in estenuanti partite a poker.
— A essere sincero — si schermì Morrison — oggi è uno di cui sabati in cui...
— Stammi a sentire. Ti farò assaggiare il miglior cornetto della città. Credimi, Larry, ho un grosso macigno sul cuore e vorrei proprio...
— Be’, in questo caso — si arrese Morrison.
Di fronte a un caffetteria dell’Eighth Avenue c’era una lunga fila di taxi senza conducente. Slade parcheggiò per ultimo e fece strada nel locale, evidentemente ritrovo prediletto di tutti i taxisti della zona. Una volta alla cassa, i due ebbero una piccola rissa in merito a chi avrebbe dovuto pagare il conto. Ad avere la meglio fu Slade il quale, destreggiandosi fra i tavoli con in mano il vassoio del caffè e dei cornetti, andò a sistemarsi in un angolino tranquillo.
Il caffè era quasi imbevibile ma il cornetto veramente buono. Dopo un paio di morsi, Slade buttò lì: — E come sta Amy? — Amy era la moglie di Morrison.
— Bene, bene — si affrettò a rispondere Morrison. — E Gertrude?
— Gretchen.
— Ah, certo, Gretchen. Che smemorato! Ma è passato tanto di quel tempo, Bill...
— Veramente. Quasi tre anni. Comunque, l’ultima volta che ho avuto notizie di Gretchen andava tutto bene...
— Come sarebbe l’ultima volta che hai avuto sue notizie?
— Ci siamo separati qualche mese fa. Lei non ce la faceva più. — Slade si strinse nelle spalle. — Soprattutto per colpa mia. E alla serenità familiare non ha certo contribuito il fatto che continuavo a passare da un impiego all’altro, alla ricerca di qualcosa di decente. E starsene su un taxi dieci, dodici ore al giorno non addolciva certo la pillola. Così mia moglie e il ragazzo si sono trasferiti in un appartamentino ai Queens e lei ha trovato da lavorare come receptionista nello studio di un medico. Così arrotonda quella miseria che le passo ogni mese. E i tuoi figlioli come stanno, a proposito? Scott e Morgan, esatto? Scommetto che adesso saranno cresciutelli...

Jack Williamson - Gli umanoidi, N.94



Fra più di diecimila anni, in un lontano pianeta che l'uomo ha conquistato da tanto tempo da dimenticarsi della Madre Terra, sta per scoppiare una spaventosa guerra scatenata dalle Potenze Triplanetarie. Il grande scienziato Clay Forester, scopritore della rhodomagnetica, sta febbrilmente mettendo a punto i suoi potenti missili, arma segreta capace di far deflagrare un pianeta, quando cominciano a succedere cose strane. Entra in scena Jane, misteriosa trovatella che compare e scompare in modo inesplicabile, e la sua venuta dà l'avvio alla strana, allucinante, interessantissima vicenda, interpretata da personaggi d'eccezione: il sorridente ed enigmatico Ironsmith, il gigantesco White con la sua banda di stravaganti straccioni, la dolce Ruth, e, soprattutto, gli Umanoidi, automi perfetti creati per Servire e Ubbidire e Proteggere l'Uomo dal Male. Ma Clay Forester non vuole questi eccezionali schiavi che, secondo il suo parere, fanno dell'uomo una marionetta, e così comincia la strana, epica lotta di quest'uomo solo e armato unicamente del suo straordinario ingegno, contro i potentissimi Umanoidi. Momenti emozionanti, cacce affannose, teorie azzardate ma di una probabilità affascinante, ignoti mondi di terrore e di sogno, fanno di questo romanzo uno dei più completi e convincenti racconti del suo genere.
 

Roger Dee - Follia planetaria, N.93



Un naufragio mentre era in viaggio d'esplorazione tra i satelliti di Giove trasforma il povero Paul Shannon in una specie di Robinson Crusoè interplanetario, perchè per ben due anni l'infelice astronauta rimane dimenticato da tutti sull'inospitale e gelido Io, una delle lune gioviane, infestate dai terribili leoni della lava. Ma una misteriosa e profetica entità, il Kyril, incomprensibile creatura che sembra radicata nel suolo di Io, su cui sporge come una cupola di roccia, conforta e aiuta il naufrago, che riesce così a sopravvivere per ben due anni sul piccolo mondo ostile. Non solo, ma gli insegna anche a riparare la piccola astronave con la quale è naufragato e a bordo della quale può finalmente ritornare sulla Terra. Ma un'inspiegabile follia planetaria sembra infuriare sulla Terra, che nei due anni di assenza di Shannon è mutata più che in due secoli. Domina tra l'altro il culto dei Cubi, misteriose entità cubiformi non più grandi di un palmo, piovute sulla Terra dalle profondità dello spazio e dotate di poteri magnetici straordinari. L'umanità è praticamente in balia di questi Cubi, che predicano pace e serenità, ma hanno in realtà fini ambigui, anche se incomprensibili. Per sfuggire loro, l'Arca - la più grande astronave che l'umanità sia mai riuscita a costruire - sta per decollare per il primo volo al di fuori del sistema solare e precisamente verso Alfa di Procione, un sistema binario che ha un corteggio di pianeti, due dei quali di tipo terrestre. La situazione si complica ulteriormente e la follia planetaria sembra a un certo punto trionfare di tutto e di tutti. Sarà tuttavia sulle desolate distese di Io che nascerà la soluzione, grazie al Kyril, il misterioso essere che conosce molti degli enigmi del Cosmo. Roger Dee ha scritto con Follia Planetaria un autentico capolavoro di fantascienza, drammatico, fantasioso, suggestivo: un romanzo che non si dimentica, un libro che si rilegge.
 

Fort Ticonderoga




L’ambientazione di Fort Ticonderoga è il Settecento americano, negli anni a cavallo dell’indipendenza, con protagonista un viziatissimo ragazzino di nobile lignaggio, spedito dal padre in uno sperduto forte per farsi le ossa (e mettere giudizio).

La profonda esperienza vissuta tra le varie pieghe di una guerra che non fa sconti, passando attraverso inaspettate amicizie, acerrime rivalità e dolorosi tradimenti, farà maturare il protagonista, che riuscirà persino a trovare il grande amore nella figlia dell’ufficiale del forte.
Le colonie inglesi d’oltreatlantico reclamano l’indipendenza e il conflitto muove i primi passi… Per Peter, giovane suddito della corona britannica, sono anni crudeli ed esaltanti, nei quali dovrà affrontare i rigori della vita militare e imparare a conoscere sé stesso nel fuoco della guerra, fra grandi amicizie, tradimenti e fatali colpi di scena, fino a incontrare, per la prima volta, il vero amore.




 

Henry Wade - Il segreto dei Tassart, N.92



«Il dottor Norman Calladine stava terminando la sua solitaria colazione, quando il telefono squillò. Dopo una nottata al capezzale di un difterico. il medico si era concesso eccezionalmente di prolungare il suo sonno fino alle nove. Finì di arrotolare il tovagliolo, lo infilò nell'anello di legno, poi avvicinatosi all'apparecchio, ne staccò il ricevitore. - Parla il dottor Calladine. - -Siete voi, dottore? Parla Moode, da Tassart. Potete venire immediatamente. Il signor conte... Non riusciamo a svegliarlo. Ho paura che sia morto, dottore. La contessa desidera vedervi subito.»
Il romanzo è iniziato da poco e già Henry Wade comincia a stuzzicare la nostra curiosità. Il conte è morto di morte naturale oppure... ? Fatto è che che fin da questo momento non è possibile alzare gli occhi delle pagine del libro, perchè Henry Wade, incontrastato maestro del mystery, è così abile da impedircelo.

 

Meno, meglio



La quantità seduce perché promette sicurezza. Più cose, più occasioni, più parole, più acquisti, più persone intorno, più impegni, più contenuti, più rumore. Sembra una formula vincente: accumulare per sentirsi pieni, occupati, importanti, meno soli. Eppure spesso quel “tanto” che all’inizio dà l’illusione di riempire finisce per lasciare addosso una strana fame, come un grosso panino da fast food mangiato in fretta, pesante come un mattone nello stomaco e già dimenticato dopo poche ore.

La quantità sa essere spettacolare, ma non sempre sa essere nutriente. Riempie gli occhi, intasa le giornate, crea movimento, offre distrazioni continue, però non garantisce valore. Una vita piena di tutto può diventare una vita povera di senso, quando ogni scelta viene fatta per aggiungere e quasi mai per selezionare. Il punto non è avere poco per principio, ma capire cosa merita davvero spazio. La differenza è enorme, perché rinunciare al superfluo non significa impoverirsi, significa smettere di essere invasi.

La qualità richiede un altro tipo di attenzione. Non urla, non si impone, non sempre brilla al primo colpo. A volte è più lenta, più scomoda, meno appariscente. Scegliere la qualità vuol dire chiedersi cosa resta dopo l’entusiasmo iniziale, cosa nutre davvero, cosa costruisce qualcosa dentro di noi invece di consumare energia. Vale per il lavoro, per le relazioni, per gli oggetti, per il tempo libero, per le parole che usiamo e per quelle che decidiamo di non sprecare.

Molte persone rincorrono il tanto perché il tanto sembra più facile da mostrare. Un’agenda piena dà l’impressione di una vita riuscita, una lista infinita di contatti sembra una prova di successo, una casa piena di cose può sembrare abbondanza, una conversazione piena di frasi può sembrare profondità. Poi, però, arriva il momento in cui ci si accorge che non tutto quello che occupa spazio ha anche un valore. Alcune presenze affollano ma non accompagnano, alcuni impegni stancano ma non portano avanti, alcuni desideri sembrano nostri solo perché li abbiamo assorbiti da fuori.

Scegliere la qualità significa anche imparare a proteggere ciò che conta. Spesso, per dare davvero valore a qualcosa o a qualcuno, serve fare compromessi. Non compromessi che umiliano, ma compromessi intelligenti, quelli che nascono dalla consapevolezza che il tempo, le energie e l’attenzione non sono infiniti. Chi vuole bene davvero non può essere trattato come una voce qualunque dentro un elenco troppo lungo. Le persone importanti hanno bisogno di presenza, ascolto, cura, gesti coerenti. Non sempre serve fare molto, ma serve fare bene.

La stessa cosa vale per se stessi. Riempirsi di stimoli continui può diventare un modo elegante per non ascoltarsi. Comprare, guardare, scorrere, iniziare mille cose, accumulare progetti e distrazioni può sembrare vitalità, ma a volte è solo una fuga con una confezione colorata. La qualità, invece, obbliga a scegliere. E scegliere significa anche perdere qualcosa: meno confusione, meno approvazione immediata, meno possibilità lasciate aperte per paura di sbagliare. In cambio, però, offre una ricchezza più stabile, meno rumorosa e più vera.

Questo non vuol dire trasformare la qualità in una religione della perfezione. La qualità non va confusa con l’ideologia dei perfettini, con la pignoleria sterile, con quella mania di controllare ogni dettaglio fino a togliere vita alle cose. Anche l’eccesso di perfezionismo può fare male quanto il qualunquismo. Da una parte tutto va bene, tutto è uguale, tutto passa senza lasciare traccia; dall’altra niente è mai abbastanza, ogni scelta diventa una prova, ogni errore una colpa, ogni dettaglio un tribunale. In entrambi i casi si perde il centro.

La qualità vera non è rigidità. È cura. Non è freddezza. È presenza. Non è ostentazione. È sostanza. Una cosa di qualità non deve essere perfetta, deve avere senso. Un rapporto di qualità non deve essere senza difetti, deve avere rispetto, autenticità, reciprocità. Un lavoro di qualità non deve essere intoccabile, deve essere fatto con intenzione, attenzione e responsabilità. Una vita di qualità non deve sembrare impeccabile da fuori, deve poter essere abitata bene da dentro.

Il tanto può dare l’ebbrezza del momento, ma spesso svanisce appena finisce l’effetto. La qualità, invece, resta più a lungo perché non si limita a occupare spazio: lascia una traccia. Non sempre è la scelta più comoda, non sempre è la più veloce, non sempre è quella che gli altri capiscono subito. Però è quella che, nel tempo, pesa meno e vale di più.

Meglio un gesto vero che dieci automatici. Meglio una presenza sincera che cento attenzioni distratte. Meglio poche cose amate e usate davvero che un accumulo destinato a diventare ingombro. Meglio una scelta imperfetta ma sentita che una montagna di possibilità lasciate a marcire per paura di decidere.

martedì 23 giugno 2026

Kalevi Aho



 

Charles Hennenberg - La nascita degli dei, N.92



Questo romanzo d'Urania ha vinto il "Gran Prix du Roman d'Anticipation Scientifique" di Parigi; e possiamo dire, con fondate ragioni, che può annoverarsi fra quelli che saranno i classici di domani della Fantascienza. E' un'opera che si può chiamare, senza esagerazioni, wagneriana, per la grandiosità della concezione, per le verità essenziali che contiene sotto la rilucente fantasia dei miti, e per l'epico stile. Tre uomini sfuggono, (salendo in un'astronave che viene chiamata Maledetta perchè pare inghiottire e disintegrare coloro che si azzardano a volerla pilotare) a un terribile cataclisma che distrugge la Terra, ormai popolata da uomini all'apogeo della civiltà tecnica e scientifica: uno scienziato - Sabelius, il Tecnocrate; un astronauta - Morgan, l'eroe; un ribelle - Goetz, il Poeta. I tre si risvegliano su un pianeta che somiglia stranamente alla Terra, ma a una Terra nel quinto giorno della sua creazione. I cieli sono divisi dalle terre, le terre dai mari ed esistono già le piante, ma non ancora animali e uomini, e sulla sua superficie grava una nebbia vischiosa, una nebbia-matrice. Goetz, il Poeta-mostro, è il primo ad accorgersi che su quel bizzarro pianeta "il Verbo può creare". E ognuno dei tre crea "a propria immagine e somiglianza". così nascono, dal Grande B, la nebbia-matrice, i felini, gli erbivori, gli ominidi e, purtroppo, anche i mostri. Così nasce Star Veneta - Venere; così nasce Dona Veneta - Diana, Artemide. E con loro l'eterna lotta fra il Bene e il Male. I miti dell'Ellade rivivono in questo romanzo, e risvegliano in chi lo legge i segni dell'infanzia e dell'adolescenza, il senso del meraviglioso che gli adulti reprimono e nascondono nel più profondo di se stessi, per pudore e forse anche per timore: e l'eterna verità di tutti i tempi, passati, presenti e futuri, parla al cuore e alla mente, attraverso queste pagine.
 

Robert Crane - L'occhio invisibile, N.91




Il più spaventevole incubo che l'umanità potesse immaginare si è abbattuto sulla Terra. Cominciò un giorno con bizzarre emissioni radio, captate dai radiotelescopi su lunghezze d'onda inattese: strani soffi, borbottii, scariche, cupi suoni che si precisano in una parola, accozzaglie di parole di varie lingue, prive di ogni significato. Contemporaneamente, gli scienziati scoprono che la fonte di queste misteriose radioemissioni, posta a molti milioni di chilometri dalla Terra, si avvicina sempre più al nostro pianeta. Intanto fervono i lavori per ultimare l'ultimo satellite artificiale presso Marte, l'ultima isola in cielo della catena di lune artificiali create dall'uomo per facilitare i viaggi Terra-Luna-Marte. C'è chi crede di ravvisare nei misteriosi messaggi un ordine: l'uomo non dovrà spingersi oltre Marte. Chi è la misteriosa specie di creature intelligenti che non vuole che l'umanità dilaghi per il sistema solare? Ma l'uomo non intende obbedire a imposizioni e prosegue i suoi tentativi per dare sempre più la scalata ai cieli: ed ecco, l'occhio invisibile che dalle profondità dello spazio spia ogni mossa dell'umanità, fa sentire tutta la forza della sua ira: a intervalli regolari di ore, spaventevoli missili d'un potere distruttivo inimmaginabile si abbattono nell'area urbana delle maggiori metropoli della Terra seminando la morte e il terrore; contemporaneamente una sozza sostanza verdastra, metallica, dilaga su tutta la superficie del pianeta, vero cancro del cosmo, seminando a sua volta la morte. Un orrore senza nome si sparge sull'umanità, spiata notte e giorno dall'invisibile occhio che la vuole morta. La distruzione ultima sembra ormai alle porte. Ma ecco... no, non vogliamo privare il lettore del piacere dell'ultima sorpresa. Quando l'occhio invisibile si chiuderà!
 

Vernon Bartlett e Per Jacobson - Il complotto di Ginevra, N.91



Narra una storia di intrighi internazionali ambientata nel contesto geopolitico 
degli anni '30.