giovedì 15 ottobre 2026

CSS 48, 49, 50: GnaM, anno I, II, III


 

HAPPY HOUR
Questi volumi non vogliono essere una vera guida per ristoranti, ma una specie di diario, dove si parla non solo di ristoranti, ma anche di ricette di cucina e di disquisizioni soprattutto in tema gastro-eno-culinario, scritto da un dilettante che utilizza quello da lui stesso pubblicato su www.gustamodena.it, dal suo ingresso fino a metà del 2010. Ho faticato per la stesura di questo strano libro, ho già cambiato venti volte la prefazione, ho cambiato cento volte la scaletta del racconto, alla fine ho optato per un’interpretazione cronologica dell’intensa relazione amorosa tra me e GustaModena fino alla nostra separazione, ma questo non ha le pretese di essere un vero libro d’amore ne tanto meno un libro storico, un giallo, un thriller o quello che volete, semmai una specie di storiella decisamente autobiografica di tre anni della mia vita, e di concerto, di quella parte della realtà di GustaModena che ho vissuto in prima persona, dagli albori ai giorni nostri, dove per giorni nostri identifico il mio compleanno del 2010. Perché proprio quella data? Perché quel giorno ho capito che l’idillio tra me e il sito era finito, o perlomeno mi era svanito l’entusiasmo iniziale, non provavo più stimoli a scrivere “di mangiare”, non avevo più voglia di dare notizie utili ed interessanti, non avevo più voglia di uscire per sbaraccare. E come tutte le belle storie d’amore anche questa è  terminata. Avevo avuto una crisi al secondo anno, ma alla quasi scadenza del terzo, nella mia zucca è scattata una molla che mi ha fatto capire che dovevo riprendermi la vita, che dovevo ritornare a correre con le mie gambe, che era ora che mi togliessi il bavaglione. Ovvio che non abbandono la nave, ma la mia presenza sarà sempre più anonima, non più dettata da spirito di corpo ma piuttosto da voglia di libertà. E proprio quel giorno ho capito che nonostante io abbia dato molto a questo sito la ciurma si stava scordando di me e mi stava relegando dal ponte alla stiva. Mi sono deciso a scrivere queste cose perchè questa è stata una bellissima avventura, con tanti alti e qualche basso, ma che nel complesso merita di essere conosciuta e raccontata tanto quanto è valso averla vissuta, e continuare a viverla marginalmente anche se con poca passione.

Direi un periodo quasi mitico, che ha dato una scossa alla mia vita e, sicuramente, a quella di tanti altri modenesi che si sono tuffati, prima alla cieca e poi a ragion veduta, in questa avventura che sotto sotto ha cambiato la nostra esistenza, il nostro modo di vedere le cose, il senso delle nostre azioni, ribaltando il precedente concetto di vita dei modenesi dai ventanni in su. È stato come un terremoto in una città tranquilla, dove la gente aveva difficoltà a relazionarsi e a proporsi per nuove conoscenze, per una ancestrale difficoltà oggettiva di una città provinciale. E invece con GM sono state mischiate le carte, e quell’orso che era dentro di noi è uscito dal letargo e si è miscelato nel parco della vita con tutti gli altri, creando una grande comunità, che pian piano ha cominciato a coinvolgere anche i paesi limitrofi, estendendo questa voglia di vivere e di divertirsi oltre i confini della provincia. Un fenomeno importante che ci ha tolti dalla melma dell’anonimato e ci ha portati alla ribalta. Ora i modenesi si possono sentire fieri di appartenere a questa comunità, nella quale stanno iniziando a convolare anche dalle città vicine.
E tutto questo mi ha dato la forza di trascriverlo per i posteri, alla faccia della modestia (auguri vivissimi a chi avrà il coraggio di terminarlo), e se non lo leggerà nessuno, non saprete mai cosa vi perdete, ma a me non interessa. Molti mi considerano un grafomane, ma io sono felice di esserlo, perché per la prima volta nella mia vita riesco a esprimere appieno i miei sentimenti, le mie paure, le mie gioie ad un pubblico diverso dalla mia mente…

Raymond Chandler - I ricattatori non sparano






 


 

mercoledì 14 ottobre 2026

Lisa Tuttle - Infestata dagli insetti


La casa era un relitto, posato come una nave squassata dalle intemperie su un promontorio coperto da erbacce sovrastante l’oceano. Nel vederla, Ellen si sentì stringere il cuore.
— È questa? — chiese dubbioso il tassista, mentre rallentava sbirciando attraverso il parabrezza.
— Dovrebbe — rispose poco convinta Ellen. Non poteva capacitarsi che sua zia – né chiunque altro, del resto – potesse vivere in quella casa.
Secondo l’usanza locale, la casa era di legno, posata su blocchi di cemento che la tenevano sollevata di circa un metro sul terreno. Ma adesso le inondazioni dovevano essere molto meno dannose del vento, o anche solo del tempo. La casa stava sbriciolandosi sui blocchi che la reggevano. Gli assiti erano logori e chiazzati qua e là dai resti della vecchia vernice grigia. Le finestre prive di tende guardavano cieche, e un’imposta pendeva sbilenca. Fra le assi della cadente balconata del primo piano, Ellen scorgeva lembi di cielo.
— Vi aspetto, casomai non ci sia nessuno — disse l’autista fermandosi in fondo al vialetto coperto di erbacce.
— Grazie — rispose Ellen prendendo la valigia. Gli mise in mano l’importo della corsa ed alzò gli occhi a guardare la casa. Nessun segno di vita. Avvilita, disse all’uomo: — Aspettate finché qualcuno non mi avrà aperto, per favore.
Mentre percorreva il vialetto di cemento tutto crepe che portava alla casa, Ellen fu sorpresa nel veder qualcosa che si muoveva sotto di essa. Si fermò di scatto e sbirciò nel buio. Un cane? Un bambino che giocava? Si trattava di una cosa grossa e scura che si spostava rapida, ma ormai era scappata, o si era nascosta. Ellen udiva alle sue spalle il ronzio del motore del taxi, e per un attimo pensò di tornare indietro. Da Danny. Di tornare ad affrontare i suoi problemi e le promesse e le bugie di lui.
Riprese a camminare, e quando fu arrivata al portico bussò con le nocche, rapidamente, un paio di volte, sulla cadente porta grigia.
Una donna vecchia, molto vecchia, magra come uno stecco e ovviamente malaticcia, le aprì. Ellen e la donna si fissarono per un momento senza parlare.
— Zia May?
Negli occhi della vecchia passò un lampo di riconoscimento, mentre annuiva. — Sei Ellen, naturalmente.
Ma come mai la zia era così invecchiata?
— Entra, cara — disse la vecchia tendendo un artiglio di pergamena. Ellen sentiva il vento alle spalle, e per un istante ebbe l’impressione che il pavimento del portico stesse cedendo sotto i suoi piedi. Entrò, inciampando. La vecchia – è mia zia, si sforzò di ricordare – chiuse la porta dietro di lei.
— Non vivrai qui tutta sola — disse Ellen. — Se l’avessi saputo... se papà l’avesse saputo, avremmo...
— Se avessi avuto bisogno di aiuto l’avrei chiesto — tagliò corto la vecchia con un tono brusco e autoritario che rammentò a Ellen suo padre.
— Ma questa casa — insisté, — è troppo, per una persona sola. Dà l’impressione di dover crollare da un momento all’altro, e se ti dovesse capitare qualcosa mentre vivi qui tutta sola... non so come...
Zia May scoppiò in una risata che sembrava il fruscio di un pezzo di carta secca. — Sciocchezze. Questa casa vivrà più a lungo di me. Spesso l’apparenza inganna. Guardati in giro... qui vivo benissimo.
Soltanto allora Ellen guardò l’atrio d’ingresso. Era una stanza ampia, dal soffitto alto, con un lampadario di ottone e un ricco tappeto orientale. Le pareti erano dipinte di un tenue color crema e l’imponente scalinata aveva un’aria solida.
— Certo — ammise Ellen — vista all’interno fa un’impressione molto migliore. Da fuori sembrava una casa abbandonata. Il tassista non credeva che ci vivesse qualcuno.
— A me importa com’è dentro — disse la vecchia. — Ammetto di averla trascurata. È tutta corrosa e mangiata dagli insetti, ma anche così le sue condizioni sono molto migliori delle mie. Sarà ancora in piedi quando io sarò sottoterra, e tanto mi basta, non credi?
— Ma, zia May... — Ellen l’afferrò per le spalle ossute. — Non parlare così. Non sei moribonda.
Di nuovo quella frusciante risata. — Cara, guardami. Ho poco da vivere. Ormai non si può più far niente per salvarmi. Sono tutta divorata, dentro, e di me è restato appena quel poco per darti il benvenuto.
Ellen la guardò negli occhi, e quel che vide le offuscò la vista di pianto.
— Ma i dottori...
— I dottori non sanno niente. Viene per tutti il momento di passare da questa vita a un’altra. Ma andiamo a sederci. Vuoi mangiar qualcosa? Avrai certamente fame

Vartàn



Vartàn è una serie a fumetti di genere erotico con ambientazione western, ideata e sceneggiata da Furio Viano e disegnata da Sandro Angiolini, pubblicata in Italia dal 1969 al 1977 dalla Furio Viano Editore. Il personaggio nasce sull'onda del successo del nascente fumetto erotico italiano e in particolare di serie come Isabella, di poco precedente, e rientra nella vastissima categoria di eroine erotiche italiane degli anni settanta come Zora la vampira, Maghella, Biancaneve, Lucifera, Jacula e Sukia.
Gli autori realizzano il personaggio con tratti che la fanno assomigliare alla cantante francese Sylvie Vartan dalla quale prende anche il nome.

L'argomento principale sono le avventure sessuali della sua protagonista, una giovane meticcia di nome Vartàn, una bellissima e formosa fanciulla figlia un bianco e di un'indiana, bionda e con gli occhi azzurri, che combatte contro malvagi europei e bande di indiani rivali. Per condurre alla rovina i suoi nemici usa come arma principale il suo corpo, coperto solo da un tipico vestito indiano che la copre a malapena. Sposata con Rik Winson, che però la tradisce, è innamorata di Kid West, un militare del corpo delle giubbe rosse, ma ha anche vari partner sessuali occasionali, sia maschili che femminili. Vartàn viene spesso catturata e torturata sadicamente, mettendo così spesso in mostra il corpo completamente nudo della protagonista. I bianchi vengono mostrati come spietati e senza scrupoli, mentre i pellerossa come buoni e indifesi, tuttavia non vi è una vera esaltazione degli indiani, che risultano inevitabilmente in posizione di inferiorità








martedì 13 ottobre 2026

Morton Gould


(New York, 10 febbraio 1913 – Orlando, 21 febbraio 1996) 

Compositore statunitense, pianista e direttore d’orchestra, Morton Gould è ricordato per la sua grande abilità nell’improvvisazione e nella composizione; nelle sue opere unisce idiomi popolari e forme tradizionali con elementi di jazz, gospel e musica per banda.

Morton Gould nasce a Richmond Hill, Stato di New York, e sin dall’infanzia mostra uno spiccato talento musicale; all’età di quattro anni suona il pianoforte a orecchio, a sei anni scrive la sua prima composizione, un valzer per pianoforte intitolato Just Six. Dal 1921 Morton Gould frequenta il New York Institute of Musical Art (poi Juilliard School), nel 1928 completa la sua formazione presso la New York University School of Music mentre già svolge l’attività di pianista suonando nei locali da ballo e nei cinematografi.
Nel 1932 Morton Gould diventa il pianista della nuova emittente radiofonica RKO Radio City Music Hall; dal 1934 collabora con la WOR Mutual Radio New York organizzando per più di otto anni una serie musicale settimanale intitolata Music for Today. In questo periodo raggiunge grande notorietà, apprezzato per la sua programmazione di musica classica e popolare.
Unitamente all’attività radiofonica, Morton Gould si dedica alla direzione d’orchestra e alla composizione; nel corso degli anni ’40 scrive musica da film e per i teatri di Broadway, tra cui il balletto Fall River Legend, coreografie di Agnes de Mille, e il musical in due atti Billion Dollar Baby.
Morton Gould nell’arco della sua carriera ottiene numerosi riconoscimenti; tra i più notevoli un Grammy Award nel 1966 per la registrazione della Sinfonia n. 1 di Charles Ives con la Chicago Symphony Orchestra, il Gold Baton Award 1983 della American Symphony Orchestra League, il Premio Pulitzer del 1995 per la sua musica per archi commissionata dalla National Symphony Orchestra di Washington.
Si spegne in Florida, a Orlando, all’età di 82 anni. 


Cowboy Rhapsody è una celebre composizione orchestrale scritta nel 1940 dal compositore, pianista e direttore d'orchestra americano Morton Gould. Il brano fonde elementi della musica sinfonica tradizionale con i canti popolari e folk tipici del vecchio West americano.
La rapsodia intreccia temi originali con famose canzoni da falò e da mandria dell'epopea western. Tra queste spiccano "Home on the Range", "The Trail to Mexico", "Little Old Sod Shanty" e "Old Paint".
Ha una durata approssimativa di 10-11 minuti. Venne eseguita per la prima volta nel 1940 dalla NBC Symphony Orchestra sotto la direzione di Artur Rodzinski.
Oltre alla versione per grande orchestra, il brano è famosissimo nel repertorio per orchestre di fiati (concert band) grazie allo storico arrangiamento curato da David Bennett. La prima di questa versione fu eseguita nello stesso anno dalla University of Michigan Band sotto la guida di William Revelli.

domenica 11 ottobre 2026

Progressive Spin, puntata 54, 8 ottobre 2026



Ram-Zet - In the Mirror
Crushed Peanuts - Intro (New World Order)
Starquake - Memento Mori
Ozric Tentacles - Harmonic Mind
Pantokraator - Luuletus 10. Õrn roos
Renatto Olivares - Viroca



sabato 10 ottobre 2026

SNMN, puntata 54, 7 ottibre 2026



BaronNoir feat Angela Gar - Un film
Smokey Gunner - She Don't Care About Me
Drop Circles - Aramilanima
Autoradio - Tutta colpa di Magnum A.I.
Joba - Ad ogni passo
DJ Speciale - Under the same moon
Manleva - Gourmet
Marco Pernice - Jimi's house
Aguzzi - Monet
Kukla - L'amico immaginario
Dylan Garcia - You know i lose control
Blackcow - E ti diranno
De.Stradis - Crisalide (feat. Lauryyn)
Before The Glow - 1983


 

mercoledì 7 ottobre 2026

Steven Utley - Regista


 Giaceva supino nel letto e fissava il soffitto buio. La pendola in anticamera suonò l’ora. Le due, pensò, e tutto va... bene...
Il secondo e ultimo rintocco si spense. Si ritrovò ad ascoltare la casa che parlava fra sé, sommessamente, con un profondo mormorio di gola. Il legno scricchiolava e gemeva e da qualche parte, in basso, il termostato ticchettava con un suono appena percettibile. Sembrava che la casa pulsasse in sincronia col borbottio del condizionatore. Dopo un’eternità il borbottio cessò e il meccanismo si assestò. Lui percepiva i sommessi ronzii e fruscii e cercava di suddividerli, di identificarli, invitandoli a fermarsi uno dopo l’altro per dargli la possibilità di riprender sonno.
Senti allora il leggero fruscio di un respiro.
Puttana, pensò.
Al suo fianco ci fu un lieve fruscio.
Maledetta puttana.
Il fruscio cessò.
Grazie, puttana.
Quanto l’odiava. Non aveva bisogno di girarsi per vederla. L’aveva vista anche troppe volte così, e sapeva come gli sarebbe apparsa: la puttana aveva scalciato il leggero copriletto in fondo ai piedi, aveva rialzato la camicia arrotolandola fino al seno, e se ne stava distesa a pancia in su con le gambe divaricate, simile in tutto e per tutto a una mostruosa ranocchia bianca pronta per essere sezionata.
Quanto l’odiava.
Non si trattava solo di piccoli fatti irritanti accumulatisi con l’andare degli anni, né di altri, più gravi. E che presto, troppo presto aveva cominciato raccoglierli, catalogarli, collezionarli e a coltivare il più piccolo seme di irritazione, delusione, risentimento, finché non era sbocciato il fiore dei disgusto e dell’odio. Sapeva che un giorno, o una notte, avrebbe finalmente ceduto, esplodendo come il Krakatoa; lei sarebbe diventata di ghiaccio e insieme avrebbero fatto tremare il mondo distruggendosi a vicenda.
Sarebbe arrivato a quel punto.
Era inevitabile.
E allora perché non sbarazzarsi di lei?
Sussultò. Non aveva avuto intenzione di spingersi fino a quel punto. Ripeté più