Roberto Roganti Grog
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giovedì 30 luglio 2026
Aleksi Machavariani
SNMN, estate 6
Mindfulness concreta
Quando ascolto certi discorsi sulla mindfulness sui social, la prima sensazione che provo non è serenità, ma distanza. Vedo persone che parlano lentamente davanti a stanze perfettamente ordinate, illuminate dalla luce giusta, con una tazza fumante tra le mani e nessun rumore capace di interrompere quel momento. Raccontano quanto sia importante restare nel presente, lasciare andare le preoccupazioni e non permettere alla mente di correre verso il futuro. Il principio può essere valido, ma il modo in cui viene presentato spesso sembra appartenere a una vita diversa dalla mia e da quella di molte persone comuni.
È facile invitare gli altri a non preoccuparsi del domani quando non si vive ogni mese con la calcolatrice in mano. È più semplice parlare di pace interiore quando una bolletta inattesa non rischia di compromettere il bilancio familiare, quando il lavoro è stabile e quando si può delegare una parte dei problemi quotidiani. Non penso che tutti i personaggi di YouTube abbiano vite prive di difficoltà, perché dietro uno schermo non posso conoscere davvero la realtà di qualcuno. Quello che mi infastidisce è la leggerezza con cui, in certi video, la serenità viene trasformata in una scelta alla portata di chiunque. Come se bastasse cambiare pensiero, accendere una candela e respirare profondamente per rendere meno pesante una situazione concreta.
La mia esperienza è diversa. Quando devo gestire le spese, pensare al futuro, affrontare un problema familiare o convivere con una preoccupazione che non posso risolvere immediatamente, la mia mente non smette di agitarsi perché qualcuno mi suggerisce di osservare il respiro. Il problema rimane presente. Continua ad avere un peso, una scadenza e delle conseguenze reali. Nessuna pratica di consapevolezza può pagare una bolletta, eliminare una responsabilità o garantire che tutto andrà bene. Pretendere che possa farlo significa attribuirle un potere che non possiede e far sentire inadeguate le persone che non riescono a raggiungere quella calma perfetta mostrata online.
Eppure non considero inutile la mindfulness. Ho semplicemente bisogno di darle un significato più concreto e più vicino alla mia vita. Per me non significa ignorare i problemi, convincermi che siano soltanto pensieri o fingere di essere tranquilla quando non lo sono. Significa cercare di restare concentrata su quello che sto facendo, anche mentre una parte della mente continua a preoccuparsi. Significa non permettere a una difficoltà di invadere ogni momento della giornata, portandomi via anche le poche cose buone che sono ancora presenti.
Posso avere un pensiero economico e dedicarmi comunque a un’attività creativa per mezz’ora. Posso essere preoccupata per una scadenza e guardare un film senza sentirmi in colpa. Posso riconoscere che il futuro mi spaventa e, nello stesso tempo, ascoltare una canzone che amo. Il problema non scompare, ma smette almeno per un momento di occupare tutto lo spazio disponibile. Questa, per me, è una forma autentica di consapevolezza: non una fuga dalla realtà, ma il tentativo di non farmi divorare da essa.
Restare nel presente non significa dimenticare ciò che dovrò affrontare domani. Vuol dire distinguere ciò che posso fare adesso da ciò che, in questo preciso momento, non posso controllare. Se devo organizzare i conti, posso prendere carta e penna, controllare le cifre e stabilire delle priorità. Dopo aver fatto quello che è possibile, continuare a ripetere mentalmente lo stesso problema per ore non produce una soluzione. Consuma soltanto energie e rende più difficile vivere il resto della giornata. La mia mente, però, non obbedisce sempre con facilità. Torna sul pensiero, immagina scenari negativi e cerca garanzie che nessuno può darle. La mindfulness concreta comincia proprio lì, quando mi accorgo di quel meccanismo e provo a riportare l’attenzione su qualcosa di reale, senza insultarmi e senza pretendere una calma immediata.
Non voglio trasformare questa pratica in un altro dovere da svolgere perfettamente. La vita contiene già abbastanza occasioni per sentirsi in difetto. Non ho bisogno di pensare di essere incapace anche perché non riesco a meditare ogni mattina, a controllare il respiro o a osservare i pensieri con totale distacco. In alcune giornate riesco a concentrarmi, in altre la preoccupazione torna continuamente. Entrambe fanno parte della mia esperienza. Essere consapevole significa anche riconoscere quando sono stanca, arrabbiata o spaventata, senza obbligarmi a trasformare subito ogni emozione in qualcosa di positivo.
La mindfulness degli esseri umani normali, almeno come la intendo io, non è elegante e non sempre appare serena. Può avvenire mentre sistemo dei documenti, bevo un caffè, coloro un’immagine o mi fermo per qualche minuto davanti alla finestra. Può consistere nel fare una sola cosa invece di pensare contemporaneamente a tutto ciò che potrebbe andare storto. Può essere una frase semplice: questo problema esiste, ma in questo momento non devo risolvere l’intera mia vita.
Non cerco una pace permanente, perché sarebbe una promessa poco credibile. Cerco piccoli momenti nei quali la paura non decide ogni mia azione. Cerco di affrontare quello che posso, di rimandare ciò che non dipende da me e di conservare uno spazio mentale nel quale continuare a vivere. La vera mindfulness, per me, non elimina le difficoltà e non rende la quotidianità patinata. Mi aiuta soltanto a non consegnare ai problemi anche il tempo che non meritano.
Robert Twohy - La soffiata
mercoledì 29 luglio 2026
Jolanda de Almaviva
martedì 28 luglio 2026
Il mio Paradise City
A questa età il paradiso non coincide più con una destinazione da raggiungere. Non ha necessariamente il rumore di una festa, il fascino di una vacanza lontana o l’aspetto di una vita senza problemi. Per me assomiglia sempre di più alla libertà di vivere come mi sento, senza trascorrere ogni giornata a domandarmi se gli altri approveranno le mie scelte.
A vent’anni pensavo che crescere significasse diventare una persona sicura, ordinata, capace di prendere sempre la decisione giusta. Immaginavo che, con il passare del tempo, i dubbi si sarebbero sciolti e le contraddizioni avrebbero lasciato il posto a una versione definitiva di me. A quarantacinque anni ho capito che quella versione non esiste, e forse è meglio così.
Dopo i quarant’anni cambia anche il rapporto con il giudizio altrui. Non si smette improvvisamente di soffrirne e non si diventa impermeabili alle opinioni delle persone. Alcune parole continuano a ferire, certe critiche rimangono addosso più a lungo del necessario e il desiderio di essere compresi non scompare. La differenza sta nel peso che si decide di concedere a quelle voci.
Per molto tempo possiamo cercare di adattarci alle aspettative degli altri, persino quando nessuno ce lo chiede apertamente. Tentiamo di apparire più forti, più tranquille, più serie o più simili all’idea che qualcuno ha costruito su di noi. Ogni modifica sembra piccola, ma alla fine rischiamo di trovarci dentro una vita in cui occupiamo spazio senza sentirci davvero presenti.
Il mio Paradise City non è un posto nel quale ogni cosa funziona alla perfezione. È lo spazio, concreto o mentale, in cui non devo ridurre il volume della mia personalità per risultare più comoda. Posso amare la musica rock e quella più leggera, colorare per ore, entusiasmarmi per un progetto creativo, arrabbiarmi quando qualcosa viene fatto male e commuovermi davanti a una storia che mi tocca. Non devo scegliere una sola versione di me affinché gli altri riescano a capirmi più facilmente.
A quarantacinque anni voglio concedermi anche il diritto di cambiare idea. Le scelte del passato non sono contratti da rispettare per sempre e i gusti non devono rimanere identici soltanto per dimostrare coerenza. Posso lasciare andare ciò che non mi rappresenta più, avvicinarmi a qualcosa di nuovo e riscoprire interessi che credevo dimenticati. Cambiare non significa rinnegarsi, ma continuare a conoscersi.
Il "paradiso" non cancella l’handicap e non risolve gli ostacoli che comporta. Non trasforma le giornate pesanti in momenti meravigliosi e non impedisce alla stanchezza di presentarsi. Promettere il contrario significherebbe raccontare una favola poco rispettosa della realtà. Essere me stessa, però, mi permette di non aggiungere alle difficoltà concrete anche la fatica di recitare una parte.
Ho quarantacinque anni e non desidero sembrare più giovane a tutti i costi, né comportarmi secondo un manuale immaginario della donna adulta. L’età non obbliga a diventare noiose, invisibili o rassegnate. Possiamo continuare ad avere passioni, entusiasmo, sensualità, progetti e quella voglia di alzare il volume quando parte una canzone capace di farci sentire vive.
Dopo i quarant’anni cresce il bisogno di tornare verso ciò che ci somiglia davvero. Forse è questa l’erba più verde che cerco: una vita nella quale non devo controllare continuamente come appaio agli occhi degli altri. Le “belle ragazze” della canzone, nella mia interpretazione personale, diventano tutte le parti di me che voglio smettere di nascondere, comprese quelle imperfette, rumorose o difficili da spiegare.
Non ho raggiunto una serenità assoluta e non possiedo risposte definitive. Continuo a dubitare, a preoccuparmi e a pensare troppo prima di alcune decisioni. Sto imparando, però, che non devo aspettare di diventare perfetta per sentirmi degna della mia vita.
Oggi festeggio quarantacinque anni portando con me ciò che sono stata e lasciando spazio alla persona che posso ancora diventare. Il mio paradiso non si trova alla fine di un viaggio e non richiede un biglietto per essere raggiunto. Comincia ogni volta che scelgo di ascoltarmi, di rispettare le mie contraddizioni e di non consegnare agli altri il diritto di decidere chi dovrei essere.
Forse Paradise City parla proprio a quella parte di noi che, a qualsiasi età, desidera tornare a casa. Io quella casa la sto trovando dentro di me.
lunedì 27 luglio 2026
Progressive Spin, estate 6
Juan Belda - Los Platos Rotos
Ok Goodnight - 22
ESP Project - The Feedback and the Fire
Code 18 - Justice?
sabato 25 luglio 2026
Il giorno che ha preso colore
Non stavo cercando un libro preciso. Non avevo annotato titoli da acquistare e non sentivo nemmeno il bisogno di portare a casa qualcosa. Volevo soltanto curiosare tra gli scaffali, come si fa quando si dispone improvvisamente di un po’ di tempo libero e non si ha fretta di riempirlo con un impegno.
Su un banchetto ho notato un libro da colorare a tema giapponese. Era lì da solo e ha attirato immediatamente la mia attenzione. Non ricordo ogni particolare della copertina, ma ricordo bene la sensazione provata nel guardarlo: mi piaceva e desideravo averlo. La cosa potrebbe sembrare normale, ma per me non lo era affatto.
Quel color book ha rappresentato una delle rare eccezioni. Non ho passato ore a chiedermi se fosse davvero necessario, se ne avrei trovato uno più bello altrove o se avrei finito per lasciarlo inutilizzato. Mi ha colpita e l’ho comprato. Un gesto rapido, quasi estraneo al mio carattere, che ancora oggi ricordo proprio perché non mi somigliava.
Dopo essere uscita dalla libreria, ho attraversato la strada e sono entrata in una cartoleria per acquistare le matite colorate. A quel punto non avevo ancora idea di quanto spazio avrebbe occupato il colore nella mia vita. Stavo semplicemente completando un acquisto nato pochi minuti prima, seguendo una curiosità che chiedeva di essere assecondata.
Non ricordo di aver pensato che quel passatempo mi avrebbe cambiata. Nessuno, mentre compra un libro e una scatola di matite, immagina necessariamente di trovarsi all’inizio di qualcosa di duraturo. Alcune passioni arrivano senza presentarsi e si fanno conoscere poco alla volta, attraverso il piacere di un gesto che si desidera ripetere.
Colorare mi ha offerto una forma di concentrazione diversa da quella richiesta dal lavoro. Tra pratiche, documenti e scadenze, l’attenzione serviva a evitare errori e rispettare responsabilità precise. Davanti a una figura da riempire, invece, potevo scegliere liberamente una tonalità, cambiare abbinamento e procedere seguendo il mio gusto. Le mani erano impegnate, mentre la mente trovava finalmente un ritmo meno affollato.
Quel libro non ha risolto ogni problema e non ha trasformato la mia esistenza in una favola. Il mio handicap è rimasto, insieme alle difficoltà reali che comportava e che comporta ancora. Sarebbe falso raccontare il colore come una cura miracolosa o attribuirgli poteri che non possiede. Una passione non cancella gli ostacoli, non modifica il corpo e non rende improvvisamente semplice ciò che semplice non è mai stato.
Mi ha dato, però, qualcosa di concreto: un’attività capace di assorbirmi, rilassarmi e alleggerire almeno in parte la tensione. Quando coloravo, potevo spostare l’attenzione dalle preoccupazioni alla scelta delle sfumature, dai pensieri insistenti ai piccoli dettagli di un’immagine. Non fuggivo dalla realtà, ma trovavo un modo più gentile per restarci dentro.
Con il passare del tempo, il colore è diventato molto più di un passatempo occasionale. Ho continuato a sperimentare, prima manualmente e poi anche attraverso gli strumenti digitali. Ho scoperto tecniche, materiali e possibilità creative che quel primo acquisto non lasciava ancora immaginare. Tutto è cominciato, però, con quel volume dedicato al Giappone, trovato per caso dopo una mattinata trascorsa in tribunale.
Ripensandoci, mi colpisce il contrasto tra la semplicità del momento e ciò che ne è seguito. Non avevo organizzato quella visita in libreria e non cercavo una nuova passione. Avevo soltanto concluso in anticipo alcune faccende e deciso di concedermi un giro tra i libri. Una scelta minima ha aperto una strada che continuo a percorrere ancora oggi.
Forse ricordiamo alcuni giorni non per ciò che è accaduto all’esterno, ma per quello che hanno messo in movimento dentro di noi. Quella giornata non mi ha resa una persona diversa da un momento all’altro. Mi ha consegnato un interesse, uno strumento contro lo stress e una parte di me che non conoscevo ancora.
Ogni volta che prendo in mano delle matite o apro un disegno sullo schermo, torno idealmente davanti a quel banchetto. Rivedo una praticante legale uscita prima dal tribunale, entrata in libreria senza voler comprare nulla e uscita poco dopo con l’inizio inconsapevole di una lunga storia fatta di immagini, sfumature e tempo dedicato a sé stessa.





