mercoledì 25 marzo 2026

Alexander Borodin






 

Lee Correy: Operazione Centauro, N.75



Mai la definizione di fantascienza è stata tanto azzeccata quanto per questo interessante racconto che, partendo da plausibili, quando non siano note, basi scientifiche, sale nelle più ardite regioni della fantasia, fin dove l'uomo ora non osa neanche pensare di giungere: alle stelle. Walt Hansan, protagonista del libro, e il suo amico Don, sono due simpatici giovani cadetti appena diplomati dall'Accademia Schiaparelli, di Marte: anno 2150! E quando credono che per loro abbia inizio un periodo di vacanze, dopo aver ottenuto il diploma, ecco che sono, per misteriosi motivi, richiamati sulla Terra. All'arrivo il mistero è svelato: sono stati scelti a far parte del personale addetto alla realizzazione del più ardito progetto mai escogitato dall'uomo: la costruzione di un apparecchio che vien battezzato nave-stellare perchè è destinato appunto ad arrivare fino a quelle remote regioni dello spazio, che, secondo le attuali teorie scientifiche, sono considerate irraggiungibili dall'uomo. Ma il fisico Hansman, padre di Walt, ha eleborato una teoria che, attuata, permette all'uomo di superare la velocità della luce. E allora seguiamo la costruzione della nave stellare, il drammatico collaudo su Plutone, la partenza per l'Operazione Centauro, l'arrivo sul lontanissimo pianeta, così remoto e tanto uguale alla vecchia Terra. Ma le emozioni non sono finite: chi sono i misteriosi civilissimi Ainsath, i giganti di bronzo che popolano il pianeta? Non vogliamo togliere al lettore la sorpresa rivelandoglielo ora, vorremmo però scommettere che non sarebbe mai capace di indovinarlo. E siamo anche pronti a scommettere che non dimenticherà tanto facilmente il coraggioso, semplice Walt, l'intelligente dottor Hansman, il capitano Garver, che ha qualcosa dei vecchi pirati, la dolce Marge...e, non ultimo, Cosmo, il gatto di bordo, importante e divertente personaggio di questo intelligente libro.
 

lunedì 23 marzo 2026

Roberto Roganti: Quiz mortali all'Abbazia di Nonantola



Prima di entrare nel cuore del libro, ci racconta qualcosa di lei? Chi è l’autore dietro queste pagine?
Un povero vecchietto mi verrebbe da dire. In effetti il prossimo anno sono settanta, cribbio. Mentalmente non me li sento, ma fisicamente sto perdendo colpi. La mia biografia ve la evito, potrei scrivere per un anno, comunque ex studente di medicina indirizzato verso la cardiochirurgia, poi massaggiatore fisioterapista e alla fine dei giochi quasi dipendente INPS, quando l’ente si deciderà a pagarmi le noccioline della mia pensione. 
Per il resto, per quello che interessa a voi, ho sempre avuto la propensione a scrivere, parlare molto meno a causa di una notevole timidezza, ma solo una ventina di anni fa sono scoppiato. Prima, quando ci vedevo ancora bene, grande lettore soprattutto di thriller, polizieschi e gialli; ora, tra la dislessia, la diplopia e il delirium tremens delle mani, da schiacciamento cervicale, fatico a reggere un libro in mano e mi dedico al computer. Ho iniziato attorno al 2007 con recensioni di ristoranti, poi sono passato alla poesia, prima in lingua e poi in vernacolo; nel frattempo mi dedicavo anche ai racconti. Quando ha iniziato a scemare la verve poetica, mi sono accorto che i miei raccontini viaggiavano sul treno del giallo/thriller, così, di riffa e di raffa, ne ho scelto uno che mi ispirava, Mors tua, vita mea, e mi sono chiesto cosa ci voleva mai a trasformare tre pagine in un giallo di almeno un centinaio. Paf, detto fatto ed iniziata la mia avventura. Insomma, ho mollato i versi e ho abbracciato… la morte! Beh, mi sono creato un personaggio, un alias, che fa il becchino e aiuta la polizia a risolvere i casi delittuosi.
Ok, mi fermo qui, sennò non finisco più…


Questo è il suo debutto editoriale, oppure ha già pubblicato altre opere? Se sì, quali?
Intanto non sono di primo pelo, ma neanche di secondo. Dai miei albori ad oggi, tra autopubblicazioni e altre case editrici, ho all’attivo un discreto carnet: 22 pubblicazioni da solo e 14 partecipazioni ad antologie. Con la casa editrice Balzano sono alla quinta uscita: Morte al Villaggio Giardino, Misfatto indigesto al Bulldog, L’inutile strage, Teatroci o morte e, appena uscito, Quiz mortali all’Abbazia di Nonantola. Devo fare una precisazione. Ne pubblico più di uno all’anno, perché ho fatto i conti e non so se avrò abbastanza anni da vivere per pubblicarli tutti, perché oltre a quelli già scritti che vengono risistemati, ne scrivo di nuovi… ho una testa che pare un Minipimer con il turbo. 


A quale genere appartiene questo libro e cosa lo caratterizza maggiormente?
Solito genere che ormai imperversa nella mia capoccia: il giallo. A volte potrà essere poliziesco, ma sempre lì siamo, c’è il o i morti, c’è un’indagine, c’è il becchino, c’è la polizia e un assassino o assassina. Devo però dire che cerco di non essere troppo pesante, infatti le trame sono fantasiose, giallo sì ma con risvolti rosa, si parla di storia, di enogastronomia e anche toponomastica stradale… ci metto di tutto, anche battute spiritose.


Ha mai pensato di cimentarsi in temi o argomenti diversi da quelli trattati qui?
Già fatto, ma qui mi trovo a mio agio. Dopo la poesia ho sperimentato la enogastronomia, per la precisione scrivere recensioni di ristoranti, racconti più o meno biografici, poesie tematiche, dialetto… certo se ci penso, forse un genere che ho sempre evitato il romance, perché proprio non mi piace.


Restando sul libro, può parlarcene senza rivelare troppo? Una piccola anticipazione senza spoiler.
A Nonantola c’è una radio web particolare dislocata nella torre dei Bolognesi. Durante una trasmissione, dove c’è scambio telefonico con gli ascoltatori, un tale recita una filastrocca dove conclude che ci sarà un morto. E il giorno dopo all’interno dell’Abbazia viene trovato il cadavere di un ministrante. Grogghino, il mio personaggio, viene incaricato di seguire il caso in quanto anche lui speaker della stessa radio. Così tra storie strane, depistaggi e filastrocche, i morti aumentano, sono sempre ministranti e i cadaveri sempre nella zona della cattedrale. Alla fine il caso verrà risolto, ma ci sarà una nota rosa, Grogghino conoscerà una ragazza e se ne innamorerà. 


Com’è stata finora la risposta del pubblico? Si sente soddisfatto dell’accoglienza ricevuta?
Beh, il libro è appena uscito, ma sono già stato intervistato a una radio, RadioAttiva Nonantola per fare un po' di pubblicità. Ho in programma alcune presentazioni e penso che le soddisfazioni arriveranno, anche perché io ormai ho il mio pubblico, sia locale che sparso per lo stivale.


Sta già lavorando a nuovi progetti, oppure preferisce fermarsi un momento dopo questa pubblicazione?
Non mi fermo mai. Per Natale è previsto un double, due avventure assieme, perché si concatenano, sempre con il mio personaggio.
Poi c’è una storia diversa, scritta a quattro mani con l’amico e collega Federico Berlioz, dove inserirò un personaggio nuovo.


Se ha già iniziato una seconda stesura o un nuovo manoscritto, può lasciarci qualche accenno?
Il titolo di quello natalizio probabilmente sarà Grogghino in un cul-de-sac; due gialli che mostrano il protagonista invischiato in storie che si concatenano per un sottile particolare: il primo termina con una mia proposta di nozze, il secondo inizia con un cadavere nel ristorante dove ho festeggiato le nozze.
Invece quello a quattro mani, che dovrebbe vedere la luce all’inizio del 2027, introdurrò un nuovo personaggio, tal Gildo Barcieri, un medico legale non troppo legale, un dottor morte che lavorerà per chiunque gli offra cadaveri da sezionare.


Perché ha scelto proprio la casa editrice Balzano Editore? Cosa l’ha convinto?
È stato un caso. Ormai ero votato all’autopubblicazione, quando un amico e collega modenese mi parla di questa casa editrice e mi dice che ha parlato di me con l’editore. E quello mi telefona, devo ammettere, amore a prima telefonata, amore platonico, eh, non esageriamo, con i tempi che corrono… Telefonata esaustiva e accordo immediato. Per altro mi sono pure offerto di fargli da editor… e così il nostro rapporto è decollato.


Come valuterebbe il servizio ricevuto durante tutto il percorso verso la pubblicazione?
Purtroppo non posso esprimermi, perché io sono brutalmente coinvolto, nel senso che faccio parte dell’ingranaggio delle pubblicazioni della casa editrice. Diciamo che, nella mia posizione, sono avvantaggiato, in quanto il prodotto che offro generalmente alla stampa è quasi perfetto; intendiamoci, il refuso è sempre in agguato e nessuno di noi è il dio che li scova tutti. Ad ogni modo essendo io quello che sistema, prepara e abbellisce i manoscritti per far fare bella figura sul mercato, non posso sputare nel piatto dove mangio e ritengo che il lavoro che stiamo facendo io e la mia amica/collega del marketing, Elisa Rubini, stia diventando importante per la promozione e la valorizzazione della casa editrice e del nostro boss Alessandro Balzano, davanti al quale mi inchino… sono un po’ ruffiano?


Matt Haig: Vita su un pianeta nervoso; di Elisa Rubini



Trama

E se il mondo in cui viviamo fosse congegnato per renderci infelici?
E se invece potessimo fare qualcosa al riguardo?
Il mondo ci sta confondendo la mente. Aumentano ondate di stress e ansia. Un pianeta frenetico e nervoso sta creando vite frenetiche e nervose. Siamo più connessi, ma ci sentiamo sempre più soli. E siamo spinti ad aver paura di tutto, dalla politica mondiale al nostro indice di massa corporea.
Come possiamo rimanere lucidi su un pianeta che ci rende pazzi? Come restare umani in un mondo tecnologico? Come sentirsi felici se ci spingono a essere ansiosi?
Dopo anni di attacchi di panico e ansia, queste domande diventano questione di vita o di morte per Matt Haig. Che inizia a cercare il legame tra ciò che sente e il mondo intorno a lui. Vita su un pianeta nervoso è uno sguardo personale e vivace su come sentirsi felici, umani e integri nel ventunesimo secolo.


Mio parere

La prima sensazione che questo libro lascia addosso è una corrente leggera che attraversa il torace. Non è una promessa di cambiamento. Non è un insegnamento mascherato. È un contatto diretto con la parte più vulnerabile del vivere moderno. Quella parte che nessuno ammette volentieri. Quella che ogni giorno prova a resistere alla pressione continua dell'ambiente, del rumore, delle richieste costanti.

Vita su un pianeta nervoso colpisce perché non tratta il malessere come un enigma da risolvere. Lo tratta come una condizione reale che appartiene a chiunque abbia un corpo e una mente immersi in un mondo che non conosce tregua. Non c'è un tono tecnico. Non c è una postura da esperto. C'è una voce che parla con sincerità e ti permette di osservare te stessa con più calma, come se un velo si sollevasse e tu potessi finalmente guardare la tua stanchezza con meno giudizio.
La scrittura di Matt Haig è composta da un ritmo che non corre e non rallenta. Si muove in modo naturale. Ti porta a riflettere su quanto la modernità abbia trasformato la mente in una spugna che assorbe informazioni senza avere il tempo di espellerle. Ti spinge a riconoscere che la connessione continua non è un semplice accessorio della vita. È un elemento che modella il sistema nervoso, lo strattona, lo carica di stimoli che non finiscono mai. E questa consapevolezza non arriva con violenza. Arriva con delicatezza e precisione.

Il valore più profondo del libro nasce dal modo in cui l'autore parla della fragilità. Non come difetto. Non come ostacolo. Ma come una forma naturale di intelligenza emotiva. Una sensibilità che permette di percepire ciò che un mondo frenetico vorrebbe ignorare. Leggendo, si comprende che la vulnerabilità non è qualcosa da cancellare. È un punto di contatto. È un luogo dove riposare. È una parte della vita che chiede spazio invece di essere soffocata.
Chi pratica o ama la mindfulness riconosce subito la filosofia di fondo. Non c è nulla di forzato. Non c'è la promessa di un cambiamento immediato. C'è un invito a rallentare, a osservare, a respirare con più attenzione. Non come tecnica esterna. Ma come modo di stare nel mondo. La consapevolezza diventa un occhio che guarda ciò che accade dentro e fuori senza creare conflitto. È l'idea che la pace non è assenza di stimoli ma capacità di scegliere quali stimoli meritano di essere accolti.
Questo libro offre una cosa che pochi testi contemporanei riescono a dare. Una compagnia silenziosa. La sensazione di avere accanto qualcuno che non giudica, non corregge, non pretende. Le pagine funzionano come un dialogo intimo. Ti permettono di riconoscere che la fatica che porti addosso non è segno di debolezza ma risultato di una relazione complessa con un mondo che costringe il corpo a un attenzione costante.

La forza di questo libro non deriva da una struttura narrativa. Deriva dalla sua onestà. L'autore non si finge immune alla fatica. Non costruisce la figura di chi ha capito tutto. Al contrario. Apre la porta alle sue stesse difficoltà. Le mostra senza vergogna. Le usa come strumenti per creare connessione. È questo che rende il testo autentico. È questo che permette al lettore di riconoscersi senza paura di essere giudicato.
Man mano che si procede, emerge una riflessione costante sulla necessità di recuperare un ritmo umano. Non un ritmo basato sulle scadenze. Non un ritmo modellato sulle richieste della tecnologia. Un ritmo che assomiglia di più al battito naturale, a una presenza costante che non ha bisogno di correre. Un ritmo che appartiene alla vita e non al mercato dell'attenzione.

Vita su un pianeta nervoso è un invito a ricordare che prima di tutto siamo esseri viventi. Non algoritmi. Non sistemi chiusi. Non contenitori di notifiche. Siamo corpi che respirano. Siamo emozioni che cercano un posto sicuro. Siamo persone che hanno bisogno di silenzio tanto quanto hanno bisogno di ossigeno.
E quando un libro riesce a restituire questa verità con una voce limpida e umana, significa che ha fatto esattamente ciò che promette. Ha riportato la mente al suo centro. Ha dato spazio a ciò che troppo spesso viene ignorato. Ha permesso di vedere la fragilità come una forma di forza.

Questo non è un libro che ti chiede di cambiare. È un libro che ti ricorda che puoi finalmente essere come sei senza combatterlo ogni giorno.
 

sabato 21 marzo 2026

La pattuglia dei senza paura



Protagonisti della serie (ispirata, senza dubbio, all’americana “Radio Patrol”) sono due aitanti fratelli: Bob e Alan Grey, comandanti di uno speciale reparto della polizia americana. I nostri eroi ingaggiano una lotta senza quartiere contro l’organizzatissima malavita di una moderna metropoli.

In un simile ambiente, Gianluigi Bonelli (che si firma, per l’occasione, B. O’Nelly!) ebbe modo di scatenarsi creando, in ogni albo, una serie di situazioni imprevedibili ed emozionanti: frenetici inseguimenti per le vie cittadine, movimentate sparatorie sullo sfondo dei grattacieli, pazienti indagini nei bassifondi della città e tante, tante sorprese da far sobbalzare anche il più smaliziato e incallito lettore di romanzi gialli (ma non mancavano anche risvolti ironici).


Steve Carella


Stati Uniti, 1956 / Ed McBain

«Alto e snello, con spalle larghe e fianchi stretti, dava l'impressione di forza, ma non di forza bruta. La sua era energia ben controllata e ben sfruttata dai muscoli solidi e scattanti. Aveva i capelli castani, tagliati corti. Anche gli occhi erano castani, a mandorla, particolare che gli conferiva un aspetto orientale ...».



Ecco come Ed McBain descrive l'oriundo italiano Steve Carella (che, chissà poi perché, è stato a lungo ribattezzato in Italia Steve Carell), uno degli agenti investigativi dell'87° Distretto di polizia («Sedici agenti per una zona dove non ne sarebbero bastati cento ... ») di una grande città degli Stati Uniti che potrebbe benissimo essere New York, anche se l'autore ha sempre rifiutato questa identificazione. 

A chi gli chiede perché ha ambientato le storie dell'87° Distretto in una città immaginaria, Ed McBain risponde: «Prima di scrivere il mio primo romanzo, avevo cominciato a fare delle ricerche, presso la polizia di New York. Continuavo a telefonare, cercando di avere il maggior numero possibile di informazioni e la loro risposta era sempre: 'la richiamiamo'. Poi richiamavano un mese dopo e allora dovevo ricominciare tutto daccapo. Alla fine ho pensato che non potevo passare la
mia vita al telefono e ho inventato una città con un dipartimento di polizia che però operava su basi reali».


Lanciato nel 1956 con L'assassino ha lasciato la firma (Cop hater), questo gruppo è stato da allora protagonista di una lunga serie di romanzi che seguono una formula abbastanza nuova e originale: non c'è infatti un solo protagonista, un deus ex machina in grado di risolvere ogni intrigo, ma tutti gli uomini di un Distretto di polizia, con le loro personalità e i loro problemi, i loro umori e i loro amori, hanno il loro spazio anche se poi è proprio Steve Carella il vero protagonista della serie.



Il ritmo delle storie è assai spesso cronachistico, quasi documentaristico, e nei vari romanzi i piccoli fatti di cronaca nera e i grandi atti criminosi si intrecciano con un ritmo frenetico, tanto che il lettore ha spesso l'impressione di partecipare a un'azione "dall'interno", seguendo via via gli sviluppi di casi diversi che talvolta si intrecciano portando a un'unica soluzione.



Accanto allo scrupoloso e sensibile Steve Carella (sposato con una giovane
sordomuta, Terry, alla quale è legatissimo e che gli ha dato due gemelli) ritroviamo il tenente Peter Byrnes, l'umano comandante del gruppo, l'ebreo Meyer Meyer, il
dongiovanni Cotton Hawes, il giovane e impulsivo Bert Kling, il nero Arthur Brown e molti altri poliziotti.



In un primo tempo l'autore non dava un'importanza particolare a Steve Carella, tanto che alla fine di Uno spacciatore per 1'87° Distretto (The pusher, 1956) l'aveva fatto addirittura morire. Ma il poliziotto è rimasto morto solo il tempo necessario
a Herb Alexander, editor della casa editrice statunitense che pubblicava i romanzi di Ed McBain, per leggere il manoscritto e telefonare all'autore perché modificasse
quel particolare: «Non puoi uccidere Carella. E lui l'eroe, la star della serie».



Dai romanzi di Ed McBain sono stati tratti diversi film: da L'assassino ha lasciato la firma a Estremo insulto, da Allarme: arriva la 'Madama' a Lungo viaggio senza ritorno.


Da Due colpi in uno il regista giapponese Akira Kurosawa ha tratto l'eccellente Anatomia di un rapimento. 


Vale anche la pena di ricordare ... E tutto in biglietti di piccolo taglio (Fuzz), diretto da Richard A. Coll a e interpretato da Burt Reynolds, Raquel Welch e Yul Brynner.


Nel film Senza movente, che Philippe Labro ha tratto dal romanzo Lungo viaggio senza ritorno (Ten plus one, 1963), Steve Carella è interpretato da Jean Louis Trintignant, un attore che certo non corrisponde molto alle descrizioni di Ed McBain. «Era un ruolo estremamente complesso che solo un artista preparato e sensibile come Trintignant avrebbe potuto affrontare», si è "giustificato" in seguito il regista francese.



Sul piccolo schermo c'è stato 87th Precint, andato in onda per trenta episodi da 50 minuti, dal 25 settembre 1961 al 10 settembre 1962 - con Robert Lansing nel ruolo del detective Steve Carella, Glena Rowlands in quello di sua moglie Teddy, Norman Fell come Meyer Meyer, Ron Harper come Bert King e così via -, che avrebbe meritato miglior fortuna, pur essendo realizzato con un budget ridotto e a
un livello decisamente inferiore rispetto ai romanzi di Ed McBain ai quali più o meno direttamente si rifaceva. 


Sei di questi telefilm sono stati proiettati in Italia dalla Rai nel 1968 con il titolo Ottantasettesima Squadra. 
Nel 1986 Ed McBain ha denunciato la catena televisiva Nbc per aver plagiato il suo 87° Distretto con la serie Hill Street giorno e notte. 
Può essere infine curioso ricordare che i romanzi con 1'87° Distretto (pubblicati in Italia da Mondadori) sono la lettura preferita dell'ispettore Rostnikov, poliziotto sovietico creato da Stuart Kaminsky.
 


venerdì 20 marzo 2026

Larry Eisenberg: Io e la mia ombra


Stavo pranzando con Duckworth all’esclusivo Club della facoltà, quando arrivò Dominic Foglio, trascinando faticosamente i suoi bei tratti napoletani molto tesi. Si avvicinò con aria distrutta alla tavola calda e indicò le portate distrattamente.
— Dom è un grande scienziato — disse Duckworth, chinandosi verso di me con aria confidenziale. — Ed è anche uno dei principali maniaco-depressivi dell’università. Nella fase maniacale è capace di risolvere i più intricati problemi. Ma quando è depresso, riesce a far sembrare un disastro totale, anche la vincita del premio Nobel.
— Mi pare che stia venendo dalla nostra parte — dissi sottovoce.
Infatti così era.
— Signori, potete sopportare la compagnia di un vecchio fallito? — chiese Dominic, appoggiando il vassoio sul nostro tavolo, e calando cautamente il suo posteriore su una sedia.
Con una smorfia, si appoggiò al sedile.
— Allegro, Dom — disse Duckworth. — Il mondo non sta finendo
— Non scommetterei il mio coccige su questa probabilità — disse Dominic. — Le mie emorroidi stanno giocando a palla con i recettori del dolore, e anche un inverno nucleare mi sembrerebbe un sollievo. Se ci aggiungete due anni di esperimenti falliti, potrete capire perché guardo le facce sorridenti con profondo disgusto.
Smorzai rapidamente il mio sorriso, cercando di assumere un’aria cupa.
Duckworth non fece alcun tentativo per sopprimere il suo, e continuò a mangiare con gusto il vitello alla parmigiana, nonostante il disastro che un cuoco incompetente aveva combinato con quell’ottima carne.
— Se solo avessi qualche idea sulle ragioni per cui mi trovo in un vicolo cieco — disse Dominic. — Le mie cellule embrioniche sembrano in perfetto ordine, e l’amplificatore sensoriale funziona alla perfezione. Che sia il vetro degli elettrodi?
— Si sentono tante, storie sugli elettrodi — dissi io.
— Bah, al diavolo — disse Dominic. — Sono tutte chiacchiere, comunque. Certe volte penso che sarebbe meglio se fossi uno stregone, in qualche giungla dimenticata da Dio.
Più tardi, Duckworth mi spiegò qualcosa degli esperimenti di Dominic. — Sta

Progressive Spin, puntata 40, 19 marzo 2026


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