La casa era un relitto, posato come una nave squassata dalle intemperie su un promontorio coperto da erbacce sovrastante l’oceano. Nel vederla, Ellen si sentì stringere il cuore.
— È questa? — chiese dubbioso il tassista, mentre rallentava sbirciando attraverso il parabrezza.
— Dovrebbe — rispose poco convinta Ellen. Non poteva capacitarsi che sua zia – né chiunque altro, del resto – potesse vivere in quella casa.
Secondo l’usanza locale, la casa era di legno, posata su blocchi di cemento che la tenevano sollevata di circa un metro sul terreno. Ma adesso le inondazioni dovevano essere molto meno dannose del vento, o anche solo del tempo. La casa stava sbriciolandosi sui blocchi che la reggevano. Gli assiti erano logori e chiazzati qua e là dai resti della vecchia vernice grigia. Le finestre prive di tende guardavano cieche, e un’imposta pendeva sbilenca. Fra le assi della cadente balconata del primo piano, Ellen scorgeva lembi di cielo.
— Vi aspetto, casomai non ci sia nessuno — disse l’autista fermandosi in fondo al vialetto coperto di erbacce.
— Grazie — rispose Ellen prendendo la valigia. Gli mise in mano l’importo della corsa ed alzò gli occhi a guardare la casa. Nessun segno di vita. Avvilita, disse all’uomo: — Aspettate finché qualcuno non mi avrà aperto, per favore.
Mentre percorreva il vialetto di cemento tutto crepe che portava alla casa, Ellen fu sorpresa nel veder qualcosa che si muoveva sotto di essa. Si fermò di scatto e sbirciò nel buio. Un cane? Un bambino che giocava? Si trattava di una cosa grossa e scura che si spostava rapida, ma ormai era scappata, o si era nascosta. Ellen udiva alle sue spalle il ronzio del motore del taxi, e per un attimo pensò di tornare indietro. Da Danny. Di tornare ad affrontare i suoi problemi e le promesse e le bugie di lui.
Riprese a camminare, e quando fu arrivata al portico bussò con le nocche, rapidamente, un paio di volte, sulla cadente porta grigia.
Una donna vecchia, molto vecchia, magra come uno stecco e ovviamente malaticcia, le aprì. Ellen e la donna si fissarono per un momento senza parlare.
— Zia May?
Negli occhi della vecchia passò un lampo di riconoscimento, mentre annuiva. — Sei Ellen, naturalmente.
Ma come mai la zia era così invecchiata?
— Entra, cara — disse la vecchia tendendo un artiglio di pergamena. Ellen sentiva il vento alle spalle, e per un istante ebbe l’impressione che il pavimento del portico stesse cedendo sotto i suoi piedi. Entrò, inciampando. La vecchia – è mia zia, si sforzò di ricordare – chiuse la porta dietro di lei.
— Non vivrai qui tutta sola — disse Ellen. — Se l’avessi saputo... se papà l’avesse saputo, avremmo...
— Se avessi avuto bisogno di aiuto l’avrei chiesto — tagliò corto la vecchia con un tono brusco e autoritario che rammentò a Ellen suo padre.
— Ma questa casa — insisté, — è troppo, per una persona sola. Dà l’impressione di dover crollare da un momento all’altro, e se ti dovesse capitare qualcosa mentre vivi qui tutta sola... non so come...
Zia May scoppiò in una risata che sembrava il fruscio di un pezzo di carta secca. — Sciocchezze. Questa casa vivrà più a lungo di me. Spesso l’apparenza inganna. Guardati in giro... qui vivo benissimo.
Soltanto allora Ellen guardò l’atrio d’ingresso. Era una stanza ampia, dal soffitto alto, con un lampadario di ottone e un ricco tappeto orientale. Le pareti erano dipinte di un tenue color crema e l’imponente scalinata aveva un’aria solida.
— Certo — ammise Ellen — vista all’interno fa un’impressione molto migliore. Da fuori sembrava una casa abbandonata. Il tassista non credeva che ci vivesse qualcuno.
— A me importa com’è dentro — disse la vecchia. — Ammetto di averla trascurata. È tutta corrosa e mangiata dagli insetti, ma anche così le sue condizioni sono molto migliori delle mie. Sarà ancora in piedi quando io sarò sottoterra, e tanto mi basta, non credi?
— Ma, zia May... — Ellen l’afferrò per le spalle ossute. — Non parlare così. Non sei moribonda.
Di nuovo quella frusciante risata. — Cara, guardami. Ho poco da vivere. Ormai non si può più far niente per salvarmi. Sono tutta divorata, dentro, e di me è restato appena quel poco per darti il benvenuto.
Ellen la guardò negli occhi, e quel che vide le offuscò la vista di pianto.
— Ma i dottori...
— I dottori non sanno niente. Viene per tutti il momento di passare da questa vita a un’altra. Ma andiamo a sederci. Vuoi mangiar qualcosa? Avrai certamente fame












