1
Mentre quella mattinata di settembre veniva alla luce in un tremulo pulviscolo d’argento e si concretizzava in un alone dorato, uscii in un’imprecazione davvero poco ortodossa.
Mi ero alzato di buon’ora e, ritto davanti alla finestra del bagno del mio appartamento di Bloomsbury, avevo cominciato a radermi. Dapprima mi limitai a “ahii!”, poi aggiunsi qualcosa di più colorito. Il suddetto sfogo era stato motivato dal fatto di essermi procurato un taglio particolarmente doloroso, peculiarità dei rasoi di sicurezza, e la causa di quanto sopra era stato un movimento improvviso del gomito destro, a sua volta provocato da qualcosa che avevo visto attraverso i vetri.
Ammantato in quel fantasmagorico rutilare dorato, che sembrava quasi una presenza vivente scesa a benedire la città di Londra, si muoveva un uomo che conoscevo. Ma l’uomo che conoscevo si era trasformato in un uomo sconosciuto. Non procedeva a passo veloce, com’era suo solito, e neppure camminava normalmente. Era come se veleggiasse. Mai visto un’andatura così da scolaretta in un individuo adulto. E un simile ciondolio del capo.
Non era alto, ma talmente magro, gli indumenti così striminziti da farlo sembrare quasi un gigante. Indossava un cappotto nero a doppio petto, allacciato fin sotto al collo, dei pantaloni parimenti neri e un cappello dalla foggia indescrivibile. Teneva le braccia dietro la schiena, la mano destra stretta attorno al gomito sinistro. Una sagoma appiattita, priva di rotondità. Probabilmente l’avevo sempre visto così e davvero non riuscivo a immaginarmi, e ciò vale fino a oggi, come potesse essere altrimenti.
2
In una società convenzionale, suppongo, Stephen Trink sarebbe stato definito uno strampalato ma nei meandri di Londra vivevano talmente tante creature strampalate, con molte delle quali intrattenevo ottimi rapporti, che Trink mi era sempre sembrato uno dei tanti. Non mi ricordo più in che modo avevamo fatto conoscenza, ma so per certo che da un paio di anni avevamo preso l’abitudine di vederci almeno due volte alla settimana, talvolta anche più spesso. Fra noi si era subito creata una reciproca
simpatia, destinata ad aumentare con il tempo. Sebbene in sua compagnia non mi sentissi mai perfettamente a mio agio, cercavo tutti i pretesti per incontrarlo. Quell’individuo mi affascinava, soprattutto per la sua innata malinconia, ed ora che cerco di ricordarmi di lui, mi accorgo che questo è l’unico particolare che mi torna vivido alla memoria. Era una di quelle persone che nessuno riesce a conoscere veramente fino in fondo. Con quell’aspetto insignificante, il volto aguzzo e la struttura fragile, sarebbe potuto passare per un impiegatuccio di infimo rango, se non fosse stato per certi strani atteggiamenti da ragazzina timida – le mani dietro la schiena, un piede appoggiato sull’altro, gli occhi costantemente abbassati, che però, quando gli rivolgevate la parola, si alzavano rispettosamente verso di voi, come se foste stato il suo preside. Aveva un sorriso del tutto particolare, probabilmente derivato dalla sagoma della bocca dagli angoli abbassati e dalla mascella ritratta all’indietro. I capelli biondastri erano radi e appiccicaticci, la voce chioccia, gli occhi, dietro le spesse lenti, acquosi e celestini. Solo quando si toglieva gli occhiali, era percepibile la profondità e la sensibilità dello sguardo.
Ovunque si trovasse, non dava mai l’impressione di essere interamente lì. Come se fosse intento ad ascoltare qualche rumore proveniente da chissà dove. A volte il suo atteggiamento ricordava quello del “Pensatore” di Rodin ma, se lo si scrutava più attentamente, avresti detto che la sua espressione era totalmente vacua. Non pensava, meditava. Negli ambienti chiusi si muoveva quasi come un sonnambulo, all’aria aperta camminava come uno schizzato. E comunque la sua presenza generava in tutti una sorta d’inspiegabile disagio.
Quale fosse il suo problema – sempre che quella sua aria triste e malinconica derivasse da un problema circostanziato – non me lo disse mai. Quando a volte, lo invitavo a “tirarsi su con la vita”, lui mi accennava a un Terribile Fardello, ma

