Roberto Roganti Grog
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giovedì 12 marzo 2026
SNMN, puntata 39, 11 marzo 2026
Filippo Perbellini & Francesco Montisano Orchestra - Louboutin (feat. Daniel Charles Tweedie)
Alessia Ramusino - Nemidunam
Unico - Donna
Sergey Khomenko - Ukrainian Ballad
Metamorfosi In Viola - Ellen
Charlie Risso con Brian Lopez - Rituals
Steve Kroeger & Skye Holland - Everyday
Istentales feat. Roberto Vecchioni, Elio, Paolo Fresu, Yuri Cilloni, Dolcenera, coro femminile Urisè - Promesse mascherate
Giampaolo Pace - Lamù o Sampei?
IACAMPO - F.A.R.O.
Annabelle - Alone
Povia – Non dormivo la notte
Paolo Belli - Bellissima
mercoledì 11 marzo 2026
Ekaterina Kozhevnikova
(Mosca nel 1954)
Ekatherina Kozhevnikova ha studiato Composizione al Conservatorio di Mosca, prima con Dimitry Kabalevsky e poi con Tikhon Khrennikov e pianoforte e con Lev Naumov.
Si è laureata nel 1977 in Composizione (classe di Khrennikov) e in Orchestrazione (classe di Makarova). In quell'anno le è stato assegnato il 1° Premio per la Sinfonia al Concorso All-Union per Giovani Compositori. Nel 1979 è diventata membro dell'Unione dei compositori dell'URSS. Partecipa regolarmente al Festival Internazionale di Musica Contemporanea e all'Autunno di Mosca, nell'ambito del quale, dal 1979, hanno avuto luogo le prime assolute di molte sue opere
sinfoniche e da camera. La sua musica viene eseguita in concerto in Russia e in Europa.
Si dedica a molti e diversi generi: balletto, sinfonie, cantate, oratori, musica da camera strumentale e vocale, opere per coro, musica per teatro e cinema, musica per bambini. Di particolare importanza nel suo lavoro è il balletto Judith, scritto su tema biblico e messo in scena dal Teatro da camera Ballet Moscow. Scrive molto per grande orchestra sinfonica: nel suo bagaglio creativo ci sono 3 sinfonie (Canto, Supplica, Visione), il poema sinfonico Judith, un Concerto per pianoforte e orchestra sinfonica e altre composizioni. Una collaborazione di lunga data la lega all'Orchestra da camera di Mosca "Vremena Goda" e al suo direttore principale e direttore artistico Vladislav Bulakhov, Artista insignito dalla Federazione Russa.
Tra le opere da camera di E. Kozhevnikova riveste un ruolo principale la musica vocale, soprattutto quella sacra. Per fare un esempio The Prayer of the Last Optina Elders at the Beginning of the Day per coro a cappella e The Mother of God's Dream, Apocryphal Song to the Text of Spiritual Poems per due voci, orchestra d'archi e percussioni. Per la musica da camera strumentale, raramente ricorre a uno strumento solista; preferisce utilizzare una varietà di strumenti insoliti e non replica mai la stessa combinazione già usata in precedenza.
Dal 1988 al 1990 ha lavorato come consulente principale della Commissione dell'Unione di musica da camera e sinfonica dell'URSS. Dal 2002 è membro del Consiglio dell'Unione dei Compositori Moscoviti e dal 2009 ne è Presidente. Dal 2001 è membro del comitato di selezione e del comitato organizzatore del Festival Autunnale di Mosca.
Alessandro Balzano: Collana Il cielo a scacchi
Qual è la visione editoriale che ha portato Balzano Editore a creare la collana “Il Cielo a Scacchi”?
Grazie all’autore Federico Berlioz, alle sue opere e alle esperienze raccontate durante le sue numerose presentazioni, abbiamo colto un problema profondo nelle carceri italiane che evidentemente viene nascosto da “chi di dovere”. Ci è sembrato doveroso creare uno spazio nel quale chi ha avuto esperienze simili possa raccontare la sua storia.
Del resto la politica fondante la Casa Editrice è proprio dare spazio agli autori di esprimersi al meglio.
In che modo questa collana valorizza il lavoro di Federico Berlioz e le sue testimonianze sulla realtà carceraria?
Innanzitutto perché è partito tutto da qui e, non meno importante, perché vogliamo che la collana diventi “un microfono” per quelle voci che hanno subito ben oltre la loro condanna.
Perché ritiene importante dedicare una collana alla vita detentiva e ai percorsi di rinascita?
Perché nei carceri purtroppo il vero principio fondante è creare nuovi delinquenti, non perché chi va sia innocente (ce ne sono casi errori giudiziari), ma perché il fondamento della detenzione dovrebbe essere infondere il cambiamento a una vita nuova, oltre il pagare le proprie colpe, una vita fatta di positività e vita corretta.
Come è stato strutturato il progetto di revisione editoriale dei romanzi “Danger Point”, “Affari di Provincia” e “Il Gioco dei Mostri”?
Innanzitutto l’adeguamento alle nuove regole editoriali che la Casa ha adottato nell’ultimo anno. I primi due titoli sono nati negli anni precedenti e non hanno subito quella correzione che contraddistingue l’odierno lavoro di editing della Casa. Inoltre, proprio alla luce delle motivazioni predette, bisogna far risaltare alcuni avvenimenti così da far luce sui fatti senza per questo finire nella cronaca.
Che ruolo avrà “Affari di Provincia” all’interno della collana?
Affari di provincia è il testo che meglio descrive in cosa consistono gli “abusi” del quale la collana sarà narratrice. È scritto da chi ha vissuto quegli avvenimenti e li descrive nel modo che la Casa vuole dare alla collana.
Quali elementi distintivi caratterizzano le nuove edizioni revisionate dei romanzi?
Saranno più puntuali, precise e faranno meglio da riflettore sugli argomenti trattati.
In che modo “Il Cielo a Scacchi” rispecchia la missione culturale e sociale di Balzano Editore?
La Balzano Editore nasce con l’obiettivo di dare voce a chi non ne ha avuto modo o a chi non si sente in grado di farlo. Il cielo a scacchi è il mezzo mediante il quale la Casa darà voce agli ultimi, i reietti, coloro che spesso sono giudicati dal popolo senza che questo ne conosca i fatti, ma che non rinnegano le proprie responsabilità e colpe. Coloro che vogliono non solo pagare la loro pena, ma vogliono tornare a essere dei cittadini corretti, rispettosi e rispettati.
Quali obiettivi immediati si pone la Casa Editrice con il lancio della collana?
Il Sole Internazionale del Libro di Torino sarà la prima ribalta dalla quale partiranno i primi forti segnali comunicativi della Casa Editrice.
A quale pubblico si rivolge principalmente questa iniziativa editoriale?
A chi non sa ma pensa di potersi arrogare il diritto di giudicare senza cognizione di causa, ma soprattutto a chi pensa di essere marchiato a vita e crede non ci sia una strada per rinnegare gli errori commessi tornando a essere persone rispettose degli altri e della legge.
Che tipo di impatto culturale si aspetta di generare con questo progetto nel panorama letterario italiano?
Rumors, vogliamo che si creino i cosiddetti rumors, che risuonino nella testa della gente cosiddetta “perbene”, ma che spesso parla senza sapere, togliendo la possibilità a chi è in buona fede di cambiare vita e stato delle cose.
martedì 10 marzo 2026
Quiz mortali all'Abbazia di Nonantola, di Roberto Roganti
Trama
Durante una trasmissione a Radio Perfida nella Torre dei Bolognesi a Nonantola, arriva una telefonata dove l'interlocutore recita una filastrocca:
«Indovina indovinello
a Nonantola è sempre bello
da domani stai accorto
prima o poi ci scappa il morto
La morte in Abbazia
una vita si porta via!».
E il giorno dopo, puntuale, viene scoperto un cadavere. Sarà l'inizio di una serie di omicidi tra i ministranti che seguono un corso presso l'Arcidiocesi di Modena-Nonantola. Grogghino dovrà mettere letteralmente mano nell'indagine per dipanare la matassa, che questa volta è assai intrigata. La difficoltà maggiore sarà che il becchino avrà una grossa distrazione, una ragazza.
Riuscirà a risolvere i due casi, entrambi questioni di cuore?
Incipit
Nonantola, martedì 13 aprile 2021
La ragazza pedala tranquilla in piazza Aldo Moro, a quest’ora non c’è in giro nessuno; fra poco scatta il coprifuoco, ma lei ha il permesso del Comune. Sono appena passate le 21:30 e a Nonantola la gente è già tutta chiusa in casa. Spingendo a mano la bicicletta raggiunge la Torre dei Bolognesi in fondo a via del Macello, strada ormai resa pedonale, che costeggia il giardino Perlaverde in direzione del parco Moreali; svolta proprio alla fine a sinistra e arriva all’ingresso della torre.
***
La torre fu costruita nel 1307 dai Bolognesi che avevano conquistato Nonantola dopo una lunga serie di battaglie con i Modenesi per il controllo del territorio. È un edificio in mattoni a pianta quadrata alta 38,13 metri, presenta una merlatura guelfa ricoperta da un tetto a capriate già attestato nel 1500.
Esaurita la funzione militare fu utilizzata dalla metà del XV secolo al XVII secolo come carcere, in seguito come magazzino ed infine, dal 1950 per un ventennio, ha ospitato il deposito sopraelevato dell’acquedotto, a causa del quale furono tagliate le travi trecentesche in rovere per permettere l’inserimento di una cisterna. Alla fine del periodo, a causa del disuso, si è dovuto demolire il serbatorio, ed è stato possibile affrontare il restauro storico conservativo della Torre dei Bolognesi.
Il recupero, terminato definitivamente nel 2004, è stato svolto eseguendo operazioni minime volte alla ricostruzione dei tre solai lignei distrutti dall’intromissione della torre idrica e delle scale di accesso ai vari piani. L’edificio ha così potuto rivelare nuovamente le sue antiche funzioni difensive, lasciate a vista, in modo da evidenziare la valenza storica che la Torre ha avuto nei secoli; per quanto riguarda le murature esterne, corrisponde quasi totalmente a quella costruita nel 1307.
Attualmente la torre è composta da un pianoterra, tre piani e un belvedere.
Al piano terra c’è l’ingresso del museo, qui si ripercorre la storia di Nonantola iniziando dall’età Contemporanea fino alla Preistoria in un percorso a ritroso nel tempo scandito sui vari piani dove sono presenti fonti archeologiche, documentarie e fotografiche.
Tramite una scala si accede agli altri piani del museo, dal secondo fino al belvedere, si possono incontrare le sale adibite, nell’ordine:
il 1800, dove si evidenziano le profonde trasformazioni avvenute nell’agricoltura e nel paesaggio; il Monastero di San Silvestro e la Magnifica comunità di Nonantola nell’ampio periodo storico che intercorre tra il 1700 e il 1000; dai Romani alla Preistoria, dall’Età del Bronzo all’epoca romana; infine salendo sul belvedere è possibile avere una visione d’insieme dell’abitato di Nonantola e del suo territorio da tutti i punti cardinali.
Al primo piano, che originariamente avrebbe dovuto accogliere la storia di Nonantola dagli anni Venti del ‘900 ad oggi, si trova la meta della ragazza: una radio web, allestita da un privato che l’ha ottenuta in concessione.
RadioPerfidaNonantola, la seconda radio web locale. Questa e l’altra sono sorte dalle ceneri di una vecchia e storica emittente FM che, dopo varie vicissitudini, aperture e chiusure, è rinata con due diverse connotazioni: una seria, con tanto di associazione e appoggio degli enti comunali; una privatissima, con un unico proprietario, tale Giuseppe Parini, un filantropo che non vuole trasmettere assolutamente musica italiana, ad eccezione di quella classica e lirica. Gli speaker sono stati scelti con cura e, a differenza dell’altra radio, ricevono un rimborso spese. Proprio per questo motivo, sono vincolati a trasmettere i generi musicali congeniali al patron, dietro un compenso oneroso non si cerca di barare.
lunedì 9 marzo 2026
L’eredità di un sorriso: l’anniversario dei 55 anni dall’addio a Fernandel
di Ilaria Pernigotti
Dalla spinta del padre sul palcoscenico al successo mondiale. Il 26 febbraio 1971 il cinema perdeva uno tra gli artisti più amati dal pubblico: Fernandel. Egli non era solo famoso in Francia o in Italia, ma la sua fama raggiunse gli Stati Uniti e Hollywood.
All’età di 67 anni, il celebre attore francese lasciava un vuoto incolmabile, ma consegnava alla storia un’eredità fatta di oltre 150 pellicole e una mimica facciale che il regista Marcel Pagnol definì poeticamente “capace di riflettere ogni sfumatura dell’animo umano“.
Nonostante la malattia avesse colpito Fernandel durante le riprese dell’ultimo e, purtroppo rimasto incompiuto, capitolo della saga di Guareschi, il suo spirito non ha mai smesso di brillare attraverso gli schermi.
Gli inizi: un debutto “a calci”
La carriera di Fernand Contandin affonda le radici in un episodio celebre e quasi leggendario. Fonti biografiche narrano che il suo debutto sul palcoscenico avvenne a soli sette anni, al teatro Chave di Marsiglia.
Paralizzato dalla paura del pubblico, il piccolo Fernand fu letteralmente proiettato in scena da un calcio sul sedere datogli dal padre, i genitori erano entrambi attori di teatro, anche se solo a livello dilettantistico.
Quell’incertezza infantile si trasformò nel primo applauso di una vita artistica che negli anni divenne straordinaria.
Dal soldato comico alle grandi operette
Prima di diventare il volto del cinema francese, Fernandel fece esperienza nei café-concert e nei music-hall. Il suo cavallo di battaglia era il ruolo del soldato comico
Colorare da adulti: quando il colore diventa un linguaggio culturale
Per molto tempo colorare è stato considerato un gesto esclusivamente infantile. Matite e pennarelli appartenevano al mondo dei bambini, un territorio creativo destinato a essere abbandonato con l’età adulta.
Eppure oggi sempre più persone tornano a colorare. Non si tratta solo di un passatempo o di un’attività rilassante. In realtà questo gesto semplice nasconde qualcosa di più interessante.
Colorare in età adulta può essere letto come una forma di alfabetizzazione visiva.
Viviamo immersi nelle immagini: social network, pubblicità, schermi digitali. Le osserviamo continuamente, ma quasi mai interveniamo su di esse. Le consumiamo, senza partecipare davvero alla loro costruzione.
Colorare ribalta questo rapporto. L’adulto non è più soltanto spettatore delle immagini, ma entra dentro di esse e le trasforma attraverso il colore. In questo senso il gesto del colorare diventa una piccola forma di partecipazione alla cultura visiva contemporanea.
Quando si colora non si compie un gesto meccanico. Ogni scelta cromatica modifica l’equilibrio dell’immagine e ne cambia la percezione.
Colorare significa quindi interpretare
La storia dell’arte mostra chiaramente quanto il colore abbia sempre avuto una funzione narrativa e simbolica. Dai mosaici bizantini alle miniature medievali fino alla pittura moderna, il colore non è mai stato soltanto decorazione: è stato un linguaggio.
Anche nel gesto più semplice del colorare, questo linguaggio torna a vivere.
Una creatività accessibile
Molti adulti pensano che l’arte richieda talento tecnico. Disegnare o dipingere sembra un territorio riservato a chi possiede una formazione specifica.
Colorare cambia prospettiva. Partendo da un’immagine già tracciata, l’attenzione si sposta dal disegno alla sensibilità cromatica. Due persone che colorano lo stesso disegno produrranno quasi sempre risultati completamente diversi. In questo modo il colorare diventa una forma di creatività accessibile, dove l’espressione personale conta più della tecnica.
C’è poi un altro elemento interessante. Colorare introduce un ritmo opposto rispetto alla velocità a cui siamo abituati. Nel mondo digitale le immagini scorrono rapidamente e l’attenzione si sposta di continuo. Colorare richiede invece concentrazione, osservazione e pazienza. Il gesto della mano segue le linee, il colore riempie lentamente gli spazi. Non è solo un’attività manuale: è un modo per tornare a guardare davvero un’immagine.
Un gesto creativo contemporaneo
Colorare da adulti non significa tornare bambini. Significa recuperare una relazione attiva con le immagini e con il colore. In un’epoca in cui siamo circondati da contenuti visivi creati da altri, prendere delle matite e trasformare un disegno con le proprie scelte cromatiche diventa un gesto semplice ma significativo. Un piccolo atto creativo che ricorda una cosa spesso dimenticata: l’immaginazione non appartiene soltanto all’infanzia. Rimane una possibilità aperta anche nell’età adulta.
Eppure oggi sempre più persone tornano a colorare. Non si tratta solo di un passatempo o di un’attività rilassante. In realtà questo gesto semplice nasconde qualcosa di più interessante.
Colorare in età adulta può essere letto come una forma di alfabetizzazione visiva.
Viviamo immersi nelle immagini: social network, pubblicità, schermi digitali. Le osserviamo continuamente, ma quasi mai interveniamo su di esse. Le consumiamo, senza partecipare davvero alla loro costruzione.
Colorare ribalta questo rapporto. L’adulto non è più soltanto spettatore delle immagini, ma entra dentro di esse e le trasforma attraverso il colore. In questo senso il gesto del colorare diventa una piccola forma di partecipazione alla cultura visiva contemporanea.
Quando si colora non si compie un gesto meccanico. Ogni scelta cromatica modifica l’equilibrio dell’immagine e ne cambia la percezione.
Colorare significa quindi interpretare
La storia dell’arte mostra chiaramente quanto il colore abbia sempre avuto una funzione narrativa e simbolica. Dai mosaici bizantini alle miniature medievali fino alla pittura moderna, il colore non è mai stato soltanto decorazione: è stato un linguaggio.
Anche nel gesto più semplice del colorare, questo linguaggio torna a vivere.
Una creatività accessibile
Molti adulti pensano che l’arte richieda talento tecnico. Disegnare o dipingere sembra un territorio riservato a chi possiede una formazione specifica.
Colorare cambia prospettiva. Partendo da un’immagine già tracciata, l’attenzione si sposta dal disegno alla sensibilità cromatica. Due persone che colorano lo stesso disegno produrranno quasi sempre risultati completamente diversi. In questo modo il colorare diventa una forma di creatività accessibile, dove l’espressione personale conta più della tecnica.
C’è poi un altro elemento interessante. Colorare introduce un ritmo opposto rispetto alla velocità a cui siamo abituati. Nel mondo digitale le immagini scorrono rapidamente e l’attenzione si sposta di continuo. Colorare richiede invece concentrazione, osservazione e pazienza. Il gesto della mano segue le linee, il colore riempie lentamente gli spazi. Non è solo un’attività manuale: è un modo per tornare a guardare davvero un’immagine.
Un gesto creativo contemporaneo
Colorare da adulti non significa tornare bambini. Significa recuperare una relazione attiva con le immagini e con il colore. In un’epoca in cui siamo circondati da contenuti visivi creati da altri, prendere delle matite e trasformare un disegno con le proprie scelte cromatiche diventa un gesto semplice ma significativo. Un piccolo atto creativo che ricorda una cosa spesso dimenticata: l’immaginazione non appartiene soltanto all’infanzia. Rimane una possibilità aperta anche nell’età adulta.
venerdì 6 marzo 2026
Kit Reed: Costume canino
Quel pomeriggio, mentre attraversava il parco per tornare a casa, Robert Enfield fu contento e nello stesso tempo dispiaciuto di non avere portato Dirk. Fintanto che tenevano Dirk chiuso in casa, il cane era al sicuro, e così l’appartamento. La perdita dei quattrini che Robert aveva in tasca, avrebbe detto Myrna, era una cosa insignificante. Tra l’altro, Enfield non si sentiva mai a suo agio in compagnia del cane. Dirk si muoveva con grazia di velluto, tollerava a malapena la mano di Enfield sul guinzaglio, e lui doveva ammettere che preferiva affrontare delinquenti ed anormali, ed ogni altra sorta di pericoli piuttosto che rimanere sotto lo sguardo fisso degli occhi gialli del cane. L’aria di forza compressa del doberman, i denti bianchissimi, e i muscoli simili a molle d’acciaio tese sotto il pelo lucido, l’avevano sempre messo a disagio. Quando lui parlava con Myrna, Dirk li guardava girando la testa da uno all’altro, e più di una volta Enfield aveva trascinato la moglie in cucina per avere un mondo tutto per loro, perché non riusciva a togliersi la crescente convinzione che il cane capiva e disapprovava tutto quello che lui diceva. Eppure, se ci fosse stato Dirk, Enfleld non avrebbe perso il portafoglio, nessun delinquente avrebbe avuto il coraggio di aggredirlo, e certamente non l’avrebbero picchiato. Anzi, Enfield avrebbe avuto il piacere di guardare Dirk squarciare la gola ai malviventi prima che loro avessero il tempo di gridare chiedendo aiuto.
Aveva lasciato Dirk a casa perché Myrna gli aveva detto che le squadre di polluzione avevano allargato il raggio delle loro ricerche, e che c’erano vigilanti
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