giovedì 30 luglio 2026

Aleksi Machavariani



Nacque nella città di Gori, nella Georgia orientale, in una famiglia nobile. Le melodie popolari della sua terra natale furono le prime fonti della sua educazione musicale. In seguito, all'età di 6 anni, iniziò a studiare pianoforte e violino. Dopo essersi diplomato al Conservatorio di Tbilisi (composizione), completò la sua formazione post-laurea nell'arte della composizione come allievo del Prof. P.B. Ryazanov. Successivamente (nel 1961) divenne professore al Conservatorio Statale di Tbilisi, grazie alla raccomandazione di D. Shostakovich e T. Khrennikov. 

Tra i venti e i trent'anni fu arrestato più volte, ma il destino e la sua musica lo salvarono ripetutamente. Il suo primo successo arrivò con la composizione per pianoforte "Chorumi" del 1937. Fu dopo "Chorumi" che il grande direttore d'orchestra georgiano, direttore generale dell'Opera di Tbilisi e dell'Orchestra di Stato georgiana, E. Mikeladze, gli propose di comporre un'opera. A. Matchavariani scrisse la sua prima opera, "Madre e figlio", nel 1942. Il suo primo grande successo fu il concerto per pianoforte del 1944, eseguito per la prima volta a Tbilisi, pochi mesi dopo a Mosca, poi a Leningrado, in Germania e in altre città. Dopo aver composto le sue prime opere per orchestra: "Elegia" nel 1936, "Scherzo" nel 1936, "Mumli Mukhasa" nel 1939, Matchavariani compose la sua Prima Sinfonia in quattro movimenti nel 1947, che gli valse un grande successo. 
La sinfonia fu eseguita per la prima volta a Tbilisi, Mosca e Leningrado, e successivamente in molte altre città. Per un certo periodo, insieme a D. Šostakovič e S. Prokofiev, fu accusato di "formalismo". 

Dopo la morte di Stalin, la situazione iniziò a cambiare. Una nuova dimensione e un successo sensazionale per A. Matchavariani arrivarono dopo aver composto il suo famoso concerto per violino nel 1949, che fu eseguito in molti paesi. I primi interpreti furono M. Weiman (Leningrado) e D. Oistrach (Mosca). Il concerto fu registrato più volte da "Melodia", così come dalla "Columbia Records" negli Stati Uniti. Nel 1952 fu nuovamente inserito nella Lista Rossa e rischiava la deportazione insieme alla sua famiglia. Il destino lo salvò ancora una volta. L'oratorio "Il giorno della mia patria" fu composto nel 1955. Nello stesso anno la sua prima esecuzione ebbe luogo a Mosca, diretta da A. Gauk, che fu il primo interprete di quest'opera e di altre composizioni di A. Matchavariani. L'oratorio divenne uno dei brani più popolari in URSS e fu trasmesso molte volte dalla radio sovietica, con registrazioni per "Melodia". Nel periodo 1940-1955, Matchavariani compose molta musica da camera per pianoforte, violino, coro e voce. Molte di queste composizioni divennero i gioielli della musica georgiana e sovietica. "È una festa d'arte", scrisse il signor Tzarev su Soviet Culture nel 1958, a Mosca, dopo aver assistito a una rappresentazione al Teatro Bolshoi. "Otello" fu completato nel 1957. Questo balletto portò ad A. Matchavariani uno straordinario successo in Georgia, a Mosca (al Teatro Bolshoi), a Leningrado (al Teatro Kirov), in molte città dell'ex Unione Sovietica, negli Stati Uniti, a Parigi, in Giappone, in Finlandia, in Germania, in Romania e in molti altri luoghi. Con "Otello", si concluse un capitolo del linguaggio musicale di A. Matchavariani e iniziò una nuova espressione musicale.

Nel 1960 iniziò un'altra grande composizione, "Amleto", un'opera in due atti. Quest'opera rimase in lavorazione fino al 1967. L'opera fu proibita dalle autorità georgiane. Nel 1964 A. Matchavariani completò i “5 Monologhi” per baritono e orchestra, per i quali fu insignito del Premio S. Rustaveli. Con i “5 Monologhi” e con “Amleto”, A. Matchavariani diede inizio a un nuovo linguaggio musicale e a un modo molto più moderno di esprimere le sue idee musicali, insieme a un nuovo approccio alla strutturazione delle sue partiture. Con la Sinfonia n. 2 continuò a sviluppare questo nuovo linguaggio musicale nel 1972. La critica ha battezzato questa sinfonia come l'inizio del SINFONISMO FILOSOFICO in Georgia. Nel 1977 A. Matchavariani scrisse probabilmente la sua composizione più importante: il balletto “Il cavaliere dalla pelle di tigre”, tratto dal poema del XII secolo del più grande poeta e filosofo georgiano S. Rustaveli, orgoglio della Georgia. La sua prima produzione ebbe luogo a Leningrado, al teatro “Kirov” (Mariisky), con le coreografie di O. Vinogradov. “Il Cavaliere” ebbe un grande successo a Leningrado (per 7 anni), Mosca, negli Stati Uniti, a Parigi, in Giappone, a Tbilisi e in molti altri luoghi. Dopo aver scritto diverse composizioni di musica da camera, corale e vocale, nel 1979 scrisse la commedia musicale “L'insetto” ispirandosi a V. Mayakovsky. Nel 1983 Matchavariani completò le sinfonie n. 3 e n. 4. La Sinfonia n. 3 è una composizione di enorme potenza, profonda e tenera. 

La Sinfonia n. 4 “La Gioventù” per archi, percussioni, pianoforte, celesta e arpa è una composizione scintillante, melodica, lirica e motoria, dal dinamismo elettrizzante. Dopo aver scritto il balletto in due atti “La bisbetica domata” ispirato a W. Shakespeare nel 1984, prosegue la linea della Sinfonia n. 3 e nel 1986 compone la straordinaria Sinfonia n. 5 “Ushba”. Sinfonia di 46 minuti in due parti (senza intervallo) di enorme potenza universale, quasi un trattato filosofico. Matchavariani impiega 8 corni, 4 trombe, 4 tromboni, 2 tube, 70 archi, un'orchestra imponente. Già nella Sinfonia n. 3 utilizzava 8 corni e 4 trombe, ma nella Sinfonia n. 5 Matchavariani si avvale di circa 115 musicisti. 

Subito dopo “Ushba” scrive la sua sinfonia n. 6 “Amirani” (Prometeo) del 1987, che prosegue la linea della sinfonia n. 5 e segna l'inizio del terzo capitolo di un nuovo linguaggio musicale. Sempre nel 1987 compone anche un concerto per violoncello, per archi, arpa e violoncello, in tre movimenti. Le composizioni successive sono la Sinfonia n. 7 “Gelati” (1989) per coro e orchestra, ispirata ai poemi del re Davide, fondatore della Georgia, l'opera “Medea” in due atti (1991) e il balletto “Pirosmani” (1992) in due atti, quest'ultimo mai rappresentato, così come il balletto “La bisbetica domata”. 

Queste composizioni non sono state rappresentate perché A. Matchavariani si trovava spesso in contrasto con le autorità georgiane, per via della sua tendenza a dire sempre la verità. A. Matchavariani ha composto 4 quartetti per archi, due sonate per pianoforte, una sonata per violino, numerose composizioni per pianoforte, violino, violoncello, coro e voce, oltre a musiche per teatro e cinema. Il film "Il segreto dei due oceani", di cui ha composto la colonna sonora, è stato premiato al Festival del Cinema di Venezia. La sua musica è stata incisa da etichette discografiche come Melodia, Columbia Records e altre, e trasmessa anche per radio e televisione. A. Matchavariani ha scritto anche molte poesie e trattati filosofici, oltre alle sue riflessioni sulla musica. Era una persona generosa, profonda, ottimista, profondamente spirituale e un grande umanista.

A. Matchavariani è morto il 31 dicembre 1995, e pochi giorni dopo il quotidiano moscovita “Kultura” scrisse: “Il tuo volto è eccellente – in ogni composizione, in ogni pagina di spartiti sinfonici, operistici, di balletto; in ogni frase, linea, nota, di musica vocale e strumentale… Alexei Matchavariani – amico ed eroe della redazione del nostro giornale. Redazione di “Kultura”. Mosca, 13-01-96.”.


SNMN, estate 6



IMXDILE - Un Attimo, Un Istante
Chimera - Sai…
Keblema - Porco Fluido
Ponch - Fuori Fase
Green Fudge - Rise
Woda Woda - Sulla Luna
Glimmer Void - Wolf Eats Wolf
LoveRecycle - SteamPower & Co
Officina Blu - Sole nel temporale


 

Mindfulness concreta

 


Quando ascolto certi discorsi sulla mindfulness sui social, la prima sensazione che provo non è serenità, ma distanza. Vedo persone che parlano lentamente davanti a stanze perfettamente ordinate, illuminate dalla luce giusta, con una tazza fumante tra le mani e nessun rumore capace di interrompere quel momento. Raccontano quanto sia importante restare nel presente, lasciare andare le preoccupazioni e non permettere alla mente di correre verso il futuro. Il principio può essere valido, ma il modo in cui viene presentato spesso sembra appartenere a una vita diversa dalla mia e da quella di molte persone comuni.

È facile invitare gli altri a non preoccuparsi del domani quando non si vive ogni mese con la calcolatrice in mano. È più semplice parlare di pace interiore quando una bolletta inattesa non rischia di compromettere il bilancio familiare, quando il lavoro è stabile e quando si può delegare una parte dei problemi quotidiani. Non penso che tutti i personaggi di YouTube abbiano vite prive di difficoltà, perché dietro uno schermo non posso conoscere davvero la realtà di qualcuno. Quello che mi infastidisce è la leggerezza con cui, in certi video, la serenità viene trasformata in una scelta alla portata di chiunque. Come se bastasse cambiare pensiero, accendere una candela e respirare profondamente per rendere meno pesante una situazione concreta.

La mia esperienza è diversa. Quando devo gestire le spese, pensare al futuro, affrontare un problema familiare o convivere con una preoccupazione che non posso risolvere immediatamente, la mia mente non smette di agitarsi perché qualcuno mi suggerisce di osservare il respiro. Il problema rimane presente. Continua ad avere un peso, una scadenza e delle conseguenze reali. Nessuna pratica di consapevolezza può pagare una bolletta, eliminare una responsabilità o garantire che tutto andrà bene. Pretendere che possa farlo significa attribuirle un potere che non possiede e far sentire inadeguate le persone che non riescono a raggiungere quella calma perfetta mostrata online.

Eppure non considero inutile la mindfulness. Ho semplicemente bisogno di darle un significato più concreto e più vicino alla mia vita. Per me non significa ignorare i problemi, convincermi che siano soltanto pensieri o fingere di essere tranquilla quando non lo sono. Significa cercare di restare concentrata su quello che sto facendo, anche mentre una parte della mente continua a preoccuparsi. Significa non permettere a una difficoltà di invadere ogni momento della giornata, portandomi via anche le poche cose buone che sono ancora presenti.

Posso avere un pensiero economico e dedicarmi comunque a un’attività creativa per mezz’ora. Posso essere preoccupata per una scadenza e guardare un film senza sentirmi in colpa. Posso riconoscere che il futuro mi spaventa e, nello stesso tempo, ascoltare una canzone che amo. Il problema non scompare, ma smette almeno per un momento di occupare tutto lo spazio disponibile. Questa, per me, è una forma autentica di consapevolezza: non una fuga dalla realtà, ma il tentativo di non farmi divorare da essa.

Restare nel presente non significa dimenticare ciò che dovrò affrontare domani. Vuol dire distinguere ciò che posso fare adesso da ciò che, in questo preciso momento, non posso controllare. Se devo organizzare i conti, posso prendere carta e penna, controllare le cifre e stabilire delle priorità. Dopo aver fatto quello che è possibile, continuare a ripetere mentalmente lo stesso problema per ore non produce una soluzione. Consuma soltanto energie e rende più difficile vivere il resto della giornata. La mia mente, però, non obbedisce sempre con facilità. Torna sul pensiero, immagina scenari negativi e cerca garanzie che nessuno può darle. La mindfulness concreta comincia proprio lì, quando mi accorgo di quel meccanismo e provo a riportare l’attenzione su qualcosa di reale, senza insultarmi e senza pretendere una calma immediata.

Non voglio trasformare questa pratica in un altro dovere da svolgere perfettamente. La vita contiene già abbastanza occasioni per sentirsi in difetto. Non ho bisogno di pensare di essere incapace anche perché non riesco a meditare ogni mattina, a controllare il respiro o a osservare i pensieri con totale distacco. In alcune giornate riesco a concentrarmi, in altre la preoccupazione torna continuamente. Entrambe fanno parte della mia esperienza. Essere consapevole significa anche riconoscere quando sono stanca, arrabbiata o spaventata, senza obbligarmi a trasformare subito ogni emozione in qualcosa di positivo.

La mindfulness degli esseri umani normali, almeno come la intendo io, non è elegante e non sempre appare serena. Può avvenire mentre sistemo dei documenti, bevo un caffè, coloro un’immagine o mi fermo per qualche minuto davanti alla finestra. Può consistere nel fare una sola cosa invece di pensare contemporaneamente a tutto ciò che potrebbe andare storto. Può essere una frase semplice: questo problema esiste, ma in questo momento non devo risolvere l’intera mia vita.

Non cerco una pace permanente, perché sarebbe una promessa poco credibile. Cerco piccoli momenti nei quali la paura non decide ogni mia azione. Cerco di affrontare quello che posso, di rimandare ciò che non dipende da me e di conservare uno spazio mentale nel quale continuare a vivere. La vera mindfulness, per me, non elimina le difficoltà e non rende la quotidianità patinata. Mi aiuta soltanto a non consegnare ai problemi anche il tempo che non meritano.

Robert Twohy - La soffiata

 

Stremberg ricevette la soffiata sulla terza corsa di Peninsula Meadows. La preziosa informazione gli venne da Vassily, guardia giurata in servizio presso l’ippodromo, il quale godeva della fama di essere molto ben introdotto nell’ambiente. Nel corso degli ultimi cinque anni Vassily gli aveva fatto tre favori similari e ogni volta aveva colto nel segno. Quell’uomo non era un fanfarone come tanti che bazzicavano quell’ambiente e, oltretutto, nutriva una particolare simpatia per Stremberg il quale per anni lo aveva scarrozzato sul suo taxi e gli aveva anche fatto piccoli favori. Non erano intimi amici ma, tutto sommato, si fidavano l’uno dell’altro.
Vassily aveva detto di conoscere l’allenatore di Bugle Call il quale di proposito era stato trattenuto nelle ultime sei competizioni per poi esplodere in una corsa che avrebbe fatto sensazione. Tale avvenimento era previsto per oggi, giovedì 9. Una grande tensione serpeggiava fra gli addetti ai lavori: Bugle sarebbe partito almeno 20 a 1.
Stremberg si recò al Tropical Club che il giovedì mattina era zeppo di appassionati delle corse i quali gradivano farsi un paio di bicchierini prima di partire per la grande avventura. Attualmente il patrimonio contenuto nelle sue tasche ammontava a due biglietti da un dollaro e pochi spiccioli. Non possedeva altro. In effetti non lavorava da due mesi, da quando i cavalli erano approdati a Peninsula Meadows. Mentre Ray, da dietro al bancone, gli metteva davanti la sua birra, Stremberg gli disse: — Ray, vuoi entrare in società in qualcosa di grosso?
La smorfia di Ray stava a indicare l’esatto contrario. Tuttavia Stremberg proseguì a bassa voce: — La terza corsa è truccata. Qualcuno mi ha fatto la soffiata.
— Buon per te.
— Foraggiami e divideremo. Potresti ricavarne almeno un centone.
Ray si fece pensoso. Cominciò ad accarezzarsi il mento. Un barlume di speranza per Stremberg.
Poi Ray disse: — No — e si allontanò.
Stremberg si accese una sigaretta e cominciò a scrutare nello specchio dietro al bar per vedere se conoscesse qualcuno degli avventori.
Big Otto. Lui i soldi ce li aveva. Ma a Stremberg faceva paura. Si vociferava che fosse il capo della mafia locale. Ufficialmente lavorava come autista, indossava abiti scuri, fumava sigari ed era sempre al Tropical o al Moondust, impegnato a bere Coca Cola... ma non era mai stato visto al volante di una macchina. Gli occhi stanchi erano cerchiati da profonde occhiaie, come se non gli riuscisse mai di prendere sonno. E
forse non riusciva a dormire perché i volti delle vittime e i loro corpi malconci continuavano a frapporsi fra lui e il sonno. Stremberg non voleva aver nulla a che fare con Big Otto.
Graveyard Flo. Alta e ossuta, costantemente con gli occhi sbarrati che, quando la riportavi a casa col taxi, si sedeva al tuo fianco e ti accarezzava la mano con gli artigli ossuti e sussurrava: — Grazie di esistere.
Andava spesso soggetta a violente crisi, diventava rigida come un baccalà e più di una volta Stremberg l’aveva portata su come un sacco di patate fino all’appartamento dal secondo piano dalle parti di Floribunda dove il marito Curly, contabile delle ferrovie con una gamba offesa, apriva la porta e diceva: — Ci risiamo, dannazione. Buttala lì sul divano — e sbatteva a Stremberg cinque dollari

mercoledì 29 luglio 2026

Jolanda de Almaviva



Jolanda de Almaviva è una serie a fumetti ideata da Renzo Barbieri e scritta da Roberto Renzi; venne pubblicata in Italia dalla Ediperiodici negli anni settanta ed è stato uno dei principali e più famosi esempi di fumetto erotico italiano che andava di moda negli anni sessanta e settanta, nato sull'onda del successo Isabella del quale condivideva l'ambientazione e il genere avventuroso; il successo della serie deriva anche dalla realizzazione grafica delle storie disegnate da Milo Manara.
Jolanda de Almaviva è una corsara che cerca di recuperare il suo regno usurpatogli dal governatore di Maracaibo.

La trama di "La tempesta" (o "Tempesta sui Caraibi") vede la piratessa Jolanda e il suo amato Jean Lafayette interrotti durante un momento di passione dall'attacco improvviso di misteriosi filibustieri. Jolanda viene rapita dal perfido Lord Mordred, che intende darla in sposa a Kalla Kan per un colpo di stato, mentre Lafayette si mobilita per salvarla.




 

martedì 28 luglio 2026

Gloria Coates






 

Il mio Paradise City


Oggi compio quarantacinque anni e, se dovessi scegliere una canzone per descrivere il modo in cui mi sento, sceglierei Paradise City dei Guns N’ Roses. Non perché sogni davvero una città precisa, un prato perfetto o un luogo abitato soltanto da belle ragazze, ma perché quel desiderio di tornare dove tutto appare più verde, libero e vivo assume un significato diverso quando si superano i quarant’anni.
A questa età il paradiso non coincide più con una destinazione da raggiungere. Non ha necessariamente il rumore di una festa, il fascino di una vacanza lontana o l’aspetto di una vita senza problemi. Per me assomiglia sempre di più alla libertà di vivere come mi sento, senza trascorrere ogni giornata a domandarmi se gli altri approveranno le mie scelte.

A vent’anni pensavo che crescere significasse diventare una persona sicura, ordinata, capace di prendere sempre la decisione giusta. Immaginavo che, con il passare del tempo, i dubbi si sarebbero sciolti e le contraddizioni avrebbero lasciato il posto a una versione definitiva di me. A quarantacinque anni ho capito che quella versione non esiste, e forse è meglio così.

Sono fatta di pregi che riconosco e di difetti che ancora mi fanno inciampare. Posso essere determinata e insicura nella stessa giornata, desiderare compagnia e aver bisogno di restare sola, cercare la tranquillità e poi sentire la mancanza di qualcosa che mi scuota. Non considero più queste parti come errori da correggere a ogni costo. Rappresentano il modo in cui sono costruita, con tutte le incoerenze che appartengono a una persona vera.

Dopo i quarant’anni cambia anche il rapporto con il giudizio altrui. Non si smette improvvisamente di soffrirne e non si diventa impermeabili alle opinioni delle persone. Alcune parole continuano a ferire, certe critiche rimangono addosso più a lungo del necessario e il desiderio di essere compresi non scompare. La differenza sta nel peso che si decide di concedere a quelle voci.
Per molto tempo possiamo cercare di adattarci alle aspettative degli altri, persino quando nessuno ce lo chiede apertamente. Tentiamo di apparire più forti, più tranquille, più serie o più simili all’idea che qualcuno ha costruito su di noi. Ogni modifica sembra piccola, ma alla fine rischiamo di trovarci dentro una vita in cui occupiamo spazio senza sentirci davvero presenti.

Il mio Paradise City non è un posto nel quale ogni cosa funziona alla perfezione. È lo spazio, concreto o mentale, in cui non devo ridurre il volume della mia personalità per risultare più comoda. Posso amare la musica rock e quella più leggera, colorare per ore, entusiasmarmi per un progetto creativo, arrabbiarmi quando qualcosa viene fatto male e commuovermi davanti a una storia che mi tocca. Non devo scegliere una sola versione di me affinché gli altri riescano a capirmi più facilmente.
A quarantacinque anni voglio concedermi anche il diritto di cambiare idea. Le scelte del passato non sono contratti da rispettare per sempre e i gusti non devono rimanere identici soltanto per dimostrare coerenza. Posso lasciare andare ciò che non mi rappresenta più, avvicinarmi a qualcosa di nuovo e riscoprire interessi che credevo dimenticati. Cambiare non significa rinnegarsi, ma continuare a conoscersi.

Nella canzone dei Guns N’ Roses, Paradise City viene immaginata attraverso immagini semplici e immediate, capaci di trasmettere il desiderio di raggiungere un luogo migliore. Il suo significato, almeno per me, oggi non riguarda la fuga. Non voglio scappare dalla mia vita, dal mio corpo, dalla mia storia o dalle difficoltà che continuano a farne parte. Voglio abitare tutto questo con maggiore libertà.

Il "paradiso" non cancella l’handicap e non risolve gli ostacoli che comporta. Non trasforma le giornate pesanti in momenti meravigliosi e non impedisce alla stanchezza di presentarsi. Promettere il contrario significherebbe raccontare una favola poco rispettosa della realtà. Essere me stessa, però, mi permette di non aggiungere alle difficoltà concrete anche la fatica di recitare una parte.
Ho quarantacinque anni e non desidero sembrare più giovane a tutti i costi, né comportarmi secondo un manuale immaginario della donna adulta. L’età non obbliga a diventare noiose, invisibili o rassegnate. Possiamo continuare ad avere passioni, entusiasmo, sensualità, progetti e quella voglia di alzare il volume quando parte una canzone capace di farci sentire vive.

Dopo i quarant’anni cresce il bisogno di tornare verso ciò che ci somiglia davvero. Forse è questa l’erba più verde che cerco: una vita nella quale non devo controllare continuamente come appaio agli occhi degli altri. Le “belle ragazze” della canzone, nella mia interpretazione personale, diventano tutte le parti di me che voglio smettere di nascondere, comprese quelle imperfette, rumorose o difficili da spiegare.
Non ho raggiunto una serenità assoluta e non possiedo risposte definitive. Continuo a dubitare, a preoccuparmi e a pensare troppo prima di alcune decisioni. Sto imparando, però, che non devo aspettare di diventare perfetta per sentirmi degna della mia vita.

Oggi festeggio quarantacinque anni portando con me ciò che sono stata e lasciando spazio alla persona che posso ancora diventare. Il mio paradiso non si trova alla fine di un viaggio e non richiede un biglietto per essere raggiunto. Comincia ogni volta che scelgo di ascoltarmi, di rispettare le mie contraddizioni e di non consegnare agli altri il diritto di decidere chi dovrei essere.

Forse Paradise City parla proprio a quella parte di noi che, a qualsiasi età, desidera tornare a casa. Io quella casa la sto trovando dentro di me.

lunedì 27 luglio 2026

André Birabeau - Il medico e l'amore








 

Progressive Spin, estate 6


The Gardening Club - Marrakech
Juan Belda - Los Platos Rotos
Ok Goodnight - 22
ESP Project - The Feedback and the Fire
Code 18 - Justice? 




sabato 25 luglio 2026

Il giorno che ha preso colore





La prima volta che ho comprato un color book si pagava ancora in lire. Era dedicato al Giappone ed è entrato nella mia vita durante una giornata assolutamente normale, senza ricorrenze, programmi speciali o avvenimenti che facessero pensare a un cambiamento importante. Eppure, proprio quel pomeriggio qualunque, ho incontrato una passione che negli anni mi avrebbe aiutata ad affrontare lo stress e a ritagliarmi uno spazio personale. All’epoca facevo la praticante legale e trascorrevo parecchio tempo tra il tribunale, le cancellerie e le incombenze che mi affidava il mio dominus. Quel giorno avevo terminato il lavoro prima del previsto. Probabilmente avrei potuto tornare subito a casa o dedicarmi a qualche altra commissione, ma mi sono trovata davanti a una libreria e ho deciso di entrare.

Non stavo cercando un libro preciso. Non avevo annotato titoli da acquistare e non sentivo nemmeno il bisogno di portare a casa qualcosa. Volevo soltanto curiosare tra gli scaffali, come si fa quando si dispone improvvisamente di un po’ di tempo libero e non si ha fretta di riempirlo con un impegno.

Su un banchetto ho notato un libro da colorare a tema giapponese. Era lì da solo e ha attirato immediatamente la mia attenzione. Non ricordo ogni particolare della copertina, ma ricordo bene la sensazione provata nel guardarlo: mi piaceva e desideravo averlo. La cosa potrebbe sembrare normale, ma per me non lo era affatto.

Non sono mai stata una persona capace di comprare d’impulso. Prima di scegliere qualcosa penso, confronto, torno sui miei passi e cambio idea più volte. Anche oggi, quando devo acquistare due regali di compleanno, uno da parte mia e uno da parte di mia mamma, posso trascorrere giorni senza riuscire a decidere. Valuto ogni possibilità come se dovessi prendere una decisione fondamentale, anche quando si tratta semplicemente di un pensiero affettuoso per qualcuno.

Quel color book ha rappresentato una delle rare eccezioni. Non ho passato ore a chiedermi se fosse davvero necessario, se ne avrei trovato uno più bello altrove o se avrei finito per lasciarlo inutilizzato. Mi ha colpita e l’ho comprato. Un gesto rapido, quasi estraneo al mio carattere, che ancora oggi ricordo proprio perché non mi somigliava.

Dopo essere uscita dalla libreria, ho attraversato la strada e sono entrata in una cartoleria per acquistare le matite colorate. A quel punto non avevo ancora idea di quanto spazio avrebbe occupato il colore nella mia vita. Stavo semplicemente completando un acquisto nato pochi minuti prima, seguendo una curiosità che chiedeva di essere assecondata.

Non ricordo di aver pensato che quel passatempo mi avrebbe cambiata. Nessuno, mentre compra un libro e una scatola di matite, immagina necessariamente di trovarsi all’inizio di qualcosa di duraturo. Alcune passioni arrivano senza presentarsi e si fanno conoscere poco alla volta, attraverso il piacere di un gesto che si desidera ripetere.

Colorare mi ha offerto una forma di concentrazione diversa da quella richiesta dal lavoro. Tra pratiche, documenti e scadenze, l’attenzione serviva a evitare errori e rispettare responsabilità precise. Davanti a una figura da riempire, invece, potevo scegliere liberamente una tonalità, cambiare abbinamento e procedere seguendo il mio gusto. Le mani erano impegnate, mentre la mente trovava finalmente un ritmo meno affollato.

Quel libro non ha risolto ogni problema e non ha trasformato la mia esistenza in una favola. Il mio handicap è rimasto, insieme alle difficoltà reali che comportava e che comporta ancora. Sarebbe falso raccontare il colore come una cura miracolosa o attribuirgli poteri che non possiede. Una passione non cancella gli ostacoli, non modifica il corpo e non rende improvvisamente semplice ciò che semplice non è mai stato.

Mi ha dato, però, qualcosa di concreto: un’attività capace di assorbirmi, rilassarmi e alleggerire almeno in parte la tensione. Quando coloravo, potevo spostare l’attenzione dalle preoccupazioni alla scelta delle sfumature, dai pensieri insistenti ai piccoli dettagli di un’immagine. Non fuggivo dalla realtà, ma trovavo un modo più gentile per restarci dentro.

Con il passare del tempo, il colore è diventato molto più di un passatempo occasionale. Ho continuato a sperimentare, prima manualmente e poi anche attraverso gli strumenti digitali. Ho scoperto tecniche, materiali e possibilità creative che quel primo acquisto non lasciava ancora immaginare. Tutto è cominciato, però, con quel volume dedicato al Giappone, trovato per caso dopo una mattinata trascorsa in tribunale.

Ripensandoci, mi colpisce il contrasto tra la semplicità del momento e ciò che ne è seguito. Non avevo organizzato quella visita in libreria e non cercavo una nuova passione. Avevo soltanto concluso in anticipo alcune faccende e deciso di concedermi un giro tra i libri. Una scelta minima ha aperto una strada che continuo a percorrere ancora oggi.

Forse ricordiamo alcuni giorni non per ciò che è accaduto all’esterno, ma per quello che hanno messo in movimento dentro di noi. Quella giornata non mi ha resa una persona diversa da un momento all’altro. Mi ha consegnato un interesse, uno strumento contro lo stress e una parte di me che non conoscevo ancora.

Ogni volta che prendo in mano delle matite o apro un disegno sullo schermo, torno idealmente davanti a quel banchetto. Rivedo una praticante legale uscita prima dal tribunale, entrata in libreria senza voler comprare nulla e uscita poco dopo con l’inizio inconsapevole di una lunga storia fatta di immagini, sfumature e tempo dedicato a sé stessa.