venerdì 6 febbraio 2026

SAM MERWIN Jr.: IL FUTURO CHE UCCIDE, n.71



E' possibile che esseri inimmaginabili, uomini nostri discendenti del futuro più remoto, vengano verso il passato per modificarlo così che esso influisca sull'avvenire - il loro presente - foggiandolo secondo i loro disegni imperscrutabili? Questa la tesi quanto mai appassionante d'uno dei romanzi più avvincenti di Urania. Il futuro ci manda il suo concreto messaggio di morte. Prima uno studioso di problemi psichici e storici viene trovato ucciso sulle sue carte: gli appunti per un libro ch'egli conta di scrivere per rivelare al mondo la congiura che l'avvenire ordisce ai suoi danni. Poi è la volta di un poeta, suo intimo, che si era ripromesso di continuare l'opera dell'amico assassinato. Poi il rettore di un'università viene rapito... fino a quando il terrore e l'angoscia diverranno la caratteristica d'ogni pagina. Il futuro, vedremo, ha già cominciato a influire sulla storia dell'uomo fin dai tempi d'Archimede, forse fin dall'epoca dell'uomo delle caverne; e il corso degli eventi umani ha preso la direzione che i protagonisti della storia non avrebbero voluto, ma che vogliono le creature imperscrutabili dell'avvenire. Il futuro non solo esiste già contemporaneamente al presente e quindi al passato; ma può uccidere, uccide, anzi, con sottile e paurosa perfidia... Un mistero di fantascienza, questo FUTURO CHE UCCIDE, senza precedenti!
 

La La Land una ferita viva


La La Land mi ha riportato in faccia una verità che preferisco evitare. Ci sono persone che entrano nella tua vita con una forza che non ti aspettavi, ti fanno muovere, ti fanno credere che stavolta puoi costruire qualcosa che regge. E poi arriva quel punto preciso, quello in cui capisci che ciò che desideri non basta a tenere insieme ciò che sta crollando da un altra parte. Non è colpa di nessuno. È solo il modo in cui la vita ti costringe a scegliere.


Guardando Sebastian ho sentito il peso dei sogni che ti bruciano dentro e che continui a inseguire anche quando ti stanno portando lontano da chi ami. Guardando Mia ho sentito la frustrazione del voler essere vista e la paura di fallire ancora una volta. È la stessa dinamica che vivi quando ami qualcuno ma senti che se non ti muovi adesso perdi la tua unica possibilità di avere un futuro che non ti faccia soffocare. Nessuno ti prepara a questo. Nessuno ti spiega che puoi amare davvero e comunque essere costretto a lasciar andare.


La parte che fa più male non è la separazione in sé. È la lucidità con cui ognuno dei due capisce che restare insieme significherebbe rinunciare a una parte vitale di sé. Ed è terribile rendersi conto che l amore non sempre è la scegliendolo puoi distruggere quello che stai provando a costruire per restare vivo. Questo film lo mostra senza pietà. Non lo addolcisce. Non cerca scuse. Ti fa vedere esattamente dove si spezza una storia che avrebbe potuto diventare molto di più se la vita fosse stata meno feroce.


Nel finale ho sentito quella fitta che conoscono tutti quelli che hanno amato nel momento sbagliato. Guardi i loro occhi e capisci che non c è rancore e non c è colpa. C è solo un rimpianto che non guarirà mai del tutto. Non perché la storia non sia finita bene ma perché è finita nel punto in cui avrebbe potuto cambiarti per sempre se solo avessi avuto più tempo più coraggio più fortuna. Ti lascia addosso la sensazione di una vita che va avanti mentre una parte di te resta ferma lì seduta davanti a un ricordo che non smette di pulsare.


La La Land continua a restare dentro proprio per questo. Non parla di una storia d amore. Parla del momento esatto in cui capisci che puoi perdere qualcosa di prezioso senza aver sbagliato nulla e che la vita non si piega ai tuoi sentimenti. Ti obbliga a crescere anche quando non vuoi. Ti ricorda che alcune persone non torneranno più ma continueranno a muovere ciò che senti e ciò che scegli anche anni dopo. Non le perdi. Restano incise nelle pieghe della tua storia, come una musica che riconosci subito anche se non la ascolti da tempo.

Sir Smith


Gran Bretagna, 1913 / Sax Rohmer

Dapprima come ispettore di Scotland Yard, in seguito come commissario del dipartimento di indagini criminali e infine come investigatore privato, sir Denis Nayland Smith ha dedicato tutta la propria vita alla lotta contro il diabolico Fu Manchu, un geniale criminale cinese che si prefigge di conquistare il mondo, e questi scontri sono raccontati in prima persona dal dottor Petrie, un amico di sir Denis Nayland Smith, che lo accompagna sempre nelle sue avventure e che sposerà Karamaneh, una ex schiava del terribile orientale.



Con tre lauree, una vasta conoscenza dell'occulto e di misteriosi segreti completamente sconosciuti agli occidentali, Fu Manchu è - come lo descrive, in fondo con un pizzico di ammirazione, il suo avversario all'inizio della saga - «sicuramente la personalità più malvagia e terribile che esista al mondo. E un linguista che parla con facilità moltissime lingue e un'infinità di dialetti. È esperto di tutte le arti e le scienze che una grande università potrebbe insegnare e conosce anche alcune arti e scienze oscure che nessuna università oggi insegna. Ha il cervello di tre uomini geniali».



Il suo aspetto è davvero terribile, come il suo modato desiderio di potere. «Immagina una persona alta, snella e felina - è sempre sir Smith che parla, - con spalle erette, con una fronte shakespeariana e un volto satanico, un cranio rasato e gli occhi a mandorla e magnetici, verdi come quelli di un gatto. Investito di tutta la crudele astuzia della razza orientale accumulata in un unico intelletto gigantesco, di tutte le risorse della scienza passata e presente, di tutte le risorse, se vuoi, di un governo ricco ... Immagina quell'essere spaventoso e avrai il ritratto del dottor Fu Manchu, il pericolo giallo incarnato in un solo uomo». 



Il primo romanzo di Sax Rohmer, Il mistero del Dr. Fu Manchu (The mystery of Dr. Fu Manchu, 1913), si conclude con l'apparente morte del geniale criminale cinese, il quale sembra perire bruciato dalle misteriose fiamme che distruggono il suo ultimo rifugio. In realtà non è così, e in seguito egli ritornerà più giovane e più forte (infatti nella terza avventura ringiovanisce grazie a un elisir di lunga vita che egli stesso ha perfezionato), oltre che sempre più determinato nel suo progetto di conquistare il mondo. 




Sir Denis Nayland Smith (che è stato insignito del titolo di baronetto proprio per la sua strenua lotta contro questo genio del male, che è in fondo il vero protagonista dei tredici romanzi e dei numerosi racconti scritti da Sax Rohmer) ce la mette davvero tutta per cercare di avere la meglio sul diabolico orientale, ma in realtà non riesce mai a sconfiggerlo definitivamente e con il passare del tempo, pur mantenendone certe connotazioni negative, l'autore riabilita non poco il terribile cinese arrivando a presentarlo addirittura in versione positiva. 




Anche gli omicidi sono ridotti all'essenziale: se nel primo romanzo Fu Manchu aveva sterminato una dozzina di agenti per il solo gusto di sperimentare un fungo velenoso, ora ricorre soltanto a pozioni e gas soporiferi.
Fu Manchu viene infatti in gran parte riabilitato, le sue mire espansionistiche spiegate e motivate. E una volta arriva addirittura a sfogarsi con sir Smith con queste precise parole: «lo lavoravo per il mio paese, vedevo la Cina malgovernata, in progressiva decadenza e, nonostante le sue vaste risorse, sempre più preda degli avvoltoi. Speravo di dare alla Cina quel posto nel mondo al quale le danno diritto la sua intelligenza, la sua industriosità e i suoi ideali, speravo di svegliare la Cina. I miei metodi, sir Denis, erano malvagi, ma le motivazioni erano buone».



Cosicché, come ha scritto Umberto Volpini, «Fu Manchu e sir Denis Nayland Smith vengono a ergersi a campioni di due civiltà, uno di quella asiatica (e africana) forte di un luminoso passato e anelante a una rivincita, l'altro di quella bianca e occidentale, prevalente nel mondo e ben decisa a mantenere la sua supremazia.
Qua e là nei libri di Sax Rohmer vi sono frasi di ammirazione per il lavoro del dottore, e la condanna sfuma sovente in una riprovazione per un genio forse mal adoperato.


Dagli anni Venti al 1979, quando Peter Sellers ha interpretato il doppio ruolo del dottor Fu Manchu e del suo acerrimo nemico sir Denis Nayland Smith in Il diabolico complotto del dotlor Fu Manchu (The fiendish plot of Dr. Fu Manchu) , diretto da Piers Haggard, questi personaggi sono stati più volte portati sullo schermo. 


Il dottor Fu Manchu è stato di volta in volta interpretato da attori del calibro di Warner Oland, Boris Karloff e Christopher Lee. Nel 1952 venne girato un pilot che non ebbe seguito (con Sir Cedric Hardwicke nel ruolo di Sir Smith e Jobn Carradine in quello dell'imperscrutabile Fu Manchu). 



Nel 1956 andò in onda negli Stati Uniti una breve serie ispirata ai romanzi di Sax Rohmer con Glenn Gordon nei panni del genio del crimine e Lester Stevens in quelli del suo irriducibile avversario.
Alcune avventure con questo personaggio sono state pubblicate in Italia da Sugar negli anni Sessanta e da Mondadori negli anni Ottanta.

giovedì 5 febbraio 2026

Il confine



Tutto parte da un piccolo villaggio alpino sul confine tra Italia e Francia, dove il pulmino che trasporta una classe di adolescenti in gita scolastica scompare nel nulla. A occuparsi della ricerca vengono chiamati, come consulenti delle autorità investigative, due personaggi opposti e complementari: l’italiana Laura Denti, immortalata sulla copertina del primo numero, è un’agente dell’Interpol concreta e poco affabile, incattivita dalle proprie ossessioni; il francese Antoine Jacob è invece un esperto conoscitore delle montagne, affascinato dal mistero in sé e dai mutamenti nel paesaggio che sembrano sconvolgere in modi inspiegabili lo spazio e il tempo, più che dalla ricerca dei ragazzi.

Pur tenendosi focalizzata sui due protagonisti, Il confine è una serie corale: ci sono i genitori dei giovani scomparsi, la compagna di classe rimasta a casa quel giorno, un reporter di cronaca, e un’ampia comunità di abitanti del paesino. La direzione corale è tanto più utile quanto proseguirà nell’approccio visto in queste prime battute: staccarsi dalla tradizionale narrazione lineare per approfondire vicende all’apparenza marginali, che troveranno poi senso entro un quadro più generale.



 

Jim Warren


Jim Warren si distingue come una figura unica nel panorama contemporaneo dell’illustrazione, riconosciuto principalmente per i suoi affascinanti progetti di copertine libri che fondono armoniosamente surrealismo e realismo fantastico. Nato il 24 novembre 1949 a Long Beach, California, il percorso artistico di Warren è iniziato organicamente – una precoce passione per la pittura trasformata in una dedizione costante alla creazione di immagini oniriche capaci di trasportare lo spettatore in regni immaginari straordinari. Contrariamente a molti artisti che perseguono una formazione accademica tradizionale, Warren affinò le sue competenze attraverso l’auto-apprendimento, padroneggiando la tecnica della pittura ad olio su tela tesa e coltivando un linguaggio visivo inconfondibile.



Lo stile distintivo di Warren è caratterizzato da una meticolosa attenzione ai dettagli combinata con uno spirito creativo senza pari. Con estrema cura, rappresenta paesaggi fantastici e creature straordinarie – unicorni che galoppano attraverso prati nebbiosi, sirene che danzano sulle onde tumultuose –, catturando sia la bellezza che il pericolo intrinseci a questi mondi immaginari. L'artista privilegia l’espressione di emozioni profonde, utilizzando illuminazione drammatica e palette colori vibranti per immergere lo spettatore nelle sue narrazioni. La sua maestria nella tecnica della pittura ad olio – applicazione lenta e precisa di strati sottili di colore – contribuisce a creare un effetto illusionistico che eleva le illustrazioni Warren oltre la semplice rappresentazione visiva; invitano alla contemplazione e suscitano risposte emotive intense.


Gli anni formativi di Warren furono caratterizzati dall'esposizione alla letteratura fantasy classica e ai movimenti artistici surrealisti – in particolare dalle opere di René Magritte e Salvador Dalí –, che ebbero un impatto profondo sulle sue sensibilità artistiche. Questi artisti lo ispirarono a esplorare il potere dell’immagine simbolica e della rappresentazione onirica, elementi che sarebbero diventati distintivi del suo stile unico. L'influenza di Dalí in particolare si manifestò nella sua capacità di creare atmosfere inquietanti e suggestive, creando opere che sfidano la percezione della realtà.