mercoledì 21 ottobre 2026

James Gunn - Cacciatore solitario


«Le acque ricche di proteine e aminoacidi si frangevano contro la bollente roccia vulcanica, sollevando colonne di vapore, ricadendo, e così per secoli e millenni finché una catena di proteine formatasi per caso non conquistò la facoltà di riprodursi e cominciò a nutrirsi e a crescere e a dividersi e a nutrirsi e a crescere e a dividersi, a mutare a differenziarsi a lottare... e finalmente apparve la coscienza.»
L’Uomo-Che-Caccia-Solo tornava attraverso la foresta portando sulle spalle un daino, le cui zampe gli ciondolavano sul petto ai lati del collo vigoroso. Sentiva il morbido fianco del giovane animale premergli le spalle e la testa sbattere contro la schiena mentre camminava sulla pista accidentata. Percepiva gli odori della decomposizione che cominciava lentamente a formarsi nella preda e il sentore forte del sangue fresco non ancora rappreso. Sentiva scricchiolare le foglie sotto i piedi, un rumore appena percettibile.
L’Uomo-Che-Caccia-Solo raggiunse la radura. Si fermò sul limitare della foresta con la prudenza nata da una lunga abitudine ai pericoli incombenti ovunque. Sul lato opposto della radura, come un’ombra sulla faccia del dirupo boscoso, si apriva l’imbocco della caverna. La radura pareva in tutto e per tutto identica a come l’aveva lasciata il giorno prima, ma era silenziosa... nessuna voce, nessun movimento. Ne fece il giro completo tenendosi fuori vista in mezzo agli alberi, ma non scoprì niente, né tracce né intrusi. Dal punto più vicino poteva vedere a pochi passi la bocca nera della caverna. Nessun movimento.
Depose senza far rumore la carcassa del daino e si diresse verso il costone boscoso. Dopo essersi guardato in giro per l’ultima volta entrò svelto e silenzioso nella caverna per fermarsi dove cominciava la zona d’ombra. Tutto era buio e silenzioso là dentro, e aveva i buoni odori familiari di fumo; di carne e di orina. Nel giro di pochi secondi la sua vista si adattò alla penombra e scorse i suoi due bambini, un maschio e una femmina, sdraiati accanto ai resti anneriti di un fuoco spento da tempo.
Avevano la gola squarciata come se fossero dei maialetti. L’odore del sangue impregnava l’aria. I corpicini erano piccoli e fragili, più piccoli del daino che lui aveva portato per sfamarli, ed erano morti. Il dolore lo colpì come un pugno gelido alla gola. La donna era scomparsa.
Il cacciatore si voltò, lasciandosi dietro quei piccoli morti e si mise alla ricerca di quelli che erano ancora vivi, che potevano ancora sentire gioia e dolore. Cercò la pista che la donna doveva aver lasciato, la donna che non andava a caccia e non possedeva l’abilità dei cacciatori, che avrebbe lasciato una traccia da seguire, perché non era morta coi figli che aveva generato.
E finalmente la trovò: un ramo spezzato in un basso cespuglio, ancora umido di linfa e poco oltre l’orma di un piede femminile nel terreno molle vicino al torrente. Risalì il corso d’acqua finché non trovò un’altra orma dove la donna era uscita dall’acqua gelida. Un’ora dopo scoprì un indizio che lo informò che probabilmente non se n’era andata da sola: l’impronta, nella polvere, di un grosso alluce.
La pista proseguiva lungo le valli allontanandosi dalle colline.
Li raggiunse la sera del terzo giorno. Non poteva seguire la pista dopo il calar del sole, ma neppure loro potevano viaggiare di notte senza lasciare tracce troppo evidenti, e la donna impediva all’altro di proseguire veloce. Aveva bisogno di nutrirsi spesso, e per questo erano costretti a fermarsi a mangiare. Il cacciatore aveva trovato delle ossa che per trascuratezza non avevano seppellito e, poco distante, alcuni noccioli di frutti. L’Uomo-Che-Caccia-Solo aveva mangiato senza fermarsi, strappando a morsi la carne cruda di un coniglio in cui si era inaspettatamente imbattuto o cogliendo bacche dai cespugli.
Si avvicinò con cautela. Giacevano sotto un cespuglio, un cacciatore sconosciuto e la donna dai capelli neri e gli occhi azzurri che lui si era portato nella caverna dopo averla rubata a una famiglia che viveva a parecchi giorni di marcia verso sud. Non erano riusciti a resistere: stavano accoppiandosi con la frenesia di animali in calore. Sentiva l’odore di sudore dei loro corpi e l’odore d’amore della donna. Erano avvinti, lo snello corpo di lei contro i grossi fianchi e le cosce dell’uomo, e sentiva il fruscio della carne contro la carne e lo scricchiolio delle foglie sotto di loro.
Il cacciatore trovò sul bordo della pista una pietra grossa come il suo pugno e colpì l’uomo alla nuca prima ancora che i due si accorgessero della sua presenza. Poi, rapido, gli recise i tendini sopra il tallone, e quindi non pensò più all’uomo. Si sarebbe svegliato ma non sarebbe arrivato lontano, strisciando carponi. Quando fece rotolar via il corpo dell’uomo la donna lo guardò coi suoi occhi azzurri, guardò il coltello insanguinato e tornò a guardarlo in faccia.
— Mi ha assalito senza che me ne accorgessi — disse. — Mi ha costretto a guardare mentre uccideva i bambini e mi ha minacciata col coltello se non facevo tutto quello che diceva.
— Lo hai seguito.
— Solo perché avevo paura — disse lei. Aveva il corpo ancora madido e arrossato e giaceva tra le foglie e la polvere senza coprirsi, mentre gli mentiva.
— Lo hai assecondato.
— No.
— Ti piaceva.
— Ero folle di paura.
— Sei stata tu a uccidere i bambini. Sono morti in un modo troppo rapido e pulito perché li abbia uccisi lui. Sei stata tu a dirgli di portarti via. Tu.
— Sì — disse lei quando capì che non c’era più speranza. — Ti odiavo. Ti ho sempre odiato. Tu non sai quanto ti odiavo. Odiavo i tuoi figli. Alla prima occasione me ne sono andata. Ti odio, ti odio, ti odio...
Lo odiò mentre lui cominciava a torturarla col coltello. Dopo un’ora cominciò a

Kit Carson







 

martedì 20 ottobre 2026

Charles Ives


(Danbury, 20 ottobre 1874 – New York, 19 maggio 1954)

Charles Edward Ives, oggi indicato come il più originale e significativo compositore statunitense del XX secolo, percorre una carriera tra le più straordinarie e paradossali nella storia della musica americana; affascinato dalla sperimentazione sistematica, ma conscio che la sua musica non gli avrebbe garantito la sicurezza economica, diventa un imprenditore di successo nel settore delle Assicurazioni. Ives è il primo musicista a combinare insieme elementi della musica popolare e della tradizione religiosa americana, con la musica d’arte europea; impiega diverse tecniche, la politonalità, la poliritmia, le citazioni, e perviene a uno stile assolutamente unico che riflette il carattere della stessa società americana, calderone eterogeneo di gruppi, individui e religioni.

Nato a Danbury, nel Connecticut, Charles Ives è avviato alla musica, e incoraggiato a sperimentare, da suo padre George, direttore di una banda militare. Dotato di gran talento musicale, concentra i suoi studi sull’organo; già all’età di 13 anni compone brevi marce e musica sacra rielaborando temi musicali acquisiti durante l’infanzia. Nel 1893 Charles Ives frequenta la Hopkins School di New Haven e nel 1894 s’iscrive all’Università di Yale dove studia sotto la guida di Horatio Parker. In questi anni compone la Prima Sinfonia e il Primo Quartetto per archi, nel quale inni gospel sono trattati con le tecniche di alterazione tematica tipiche della musica romantica europea.

Terminati gli studi all’università, Ives si garantisce la stabilità economica dedicandosi alla professione di assicuratore e si occupa di musica esclusivamente nel tempo libero; nel 1908 Charles Ives si trasferisce a New York, dove rimane per il resto della sua vita.

Dei primi anni di permanenza nella Grande Mela si ricordano in particolare la cantata sacra The Celestial Country, di stampo vittoriano ma con caute esplorazioni armoniche, le quattro Sonate per violino, il più importante contributo di un compositore americano a questo genere musicale, e la Seconda Sinfonia che, ai tratti della musica popolare, unisce quelli della tradizione europea. Tuttavia, pur continuando a sperimentare, Ives scrive musica di carattere più classico e intimistico, come alcune canzoni e pezzi brevi per pianoforte. Tra i lavori della sua maturità artistica spiccano Three Places in New England, composizione per orchestra scritta fra il 1911 e il 1914, famosa per l’utilizzo di citazioni musicali e di parafrasi, il Secondo Quartetto per archi, intenso e mistico, e la monumentale Quarta Sinfonia.

Colpito da un infarto nel 1918, Charles Ives cessa quasi del tutto di comporre, occupandosi soprattutto della promozione della sua musica; il suo ultimo brano, A Farewell to Land, è una canzone per soprano e pianoforte scritta nel 1925 sul testo di Lord Byron.

Sebbene Charles Ives sia autore di molti Lieder, spesso con accompagnamento molto originale, oggi è conosciuto principalmente per la sua musica strumentale; il suo linguaggio musicale, dove tradizioni popolari e colte si uniscono in sofisticate sperimentazioni, risulta comunque decifrabile e accessibile. Uno dei brani che meglio rappresenta la sua voglia di sperimentare ci viene offerto da The Unanswered Question, composizione del 1908 scritta per un’insolita formazione strumentale: una tromba, quattro flauti e un quartetto d’archi. Durante tutto il brano gli archi suonano molto lentamente, alla maniera di un corale; più volte la tromba interloquisce con un breve motivetto che Ives indica come “l’eterna domanda dell’esistenza”, ed ogni volta i flauti rispondono sempre in modo diverso e sempre più dissonante; la domanda, infine, rimane senza risposta.

La musica di Ives, inizialmente poco apprezzata, soltanto dopo il 1940 raggiunge una buona popolarità, anche grazie al sostegno del compositore Lou Silver Harrison; nel 1947 gli viene attribuito un Premio Pulitzer per la sua Terza Sinfonia. In suo onore l’Unione Astronomica Internazionale gli ha intitolato un cratere sulla superficie del pianeta Mercurio.

Era nelle intenzioni di Charles Ives scrivere una serie di Ouverture per orchestra denominata “Uomini della letteratura”, ma “Robert Browning” è l’unica opera portata a termine, le altre, tra cui “Ralph Waldo Emerson”, “Matthew Arnold” e “Walt Whitman”, sono rimaste incompiute o a livello di progetto.

L’Ouverture “Robert Browning” viene composta tra il 1908 e il 1912 con l’obiettivo di riprodurre in musica il mondo e gli scritti del drammaturgo britannico. Ives, che generalmente utilizza insieme melodia e atonalità, lascia questo brano privo di uno dei tratti distintivi: le citazioni di inni e canti della tradizione popolare americana. Discostandosi dal concetto di poema sinfonico, Charles Ives adopera tuttavia il termine tone poem per indicare questa composizione che prende forma via via, scorrendo come un discorso attivo in un’opera letteraria, piuttosto che qualificarsi come mera descrizione con mezzi musicali.

Il brano inizia con una lenta introduzione seguita da una sezione veloce, un tempo lento con una serie di variazioni, la ripresa del tempo veloce, una fuga e un nuovo breve accenno alla sezione veloce. Lo stile è uno dei più complessi e avanzati di Ives, incorporando flussi musicali indipendenti suonati contemporaneamente.

 

lunedì 19 ottobre 2026

CSS 51: Roberto Roganti - Groggologia



Criticare chi ha il coraggio
di scrivere
è molto facile,
ma avere il coraggio
di scrivere
è molto meno facile…

Roberto Roganti 2010


Alla fine mi sono deciso e ho pubblicato tutti i miei scritti, fino al 31 Agosto 2010. Quelli che ho già pubblicato sono stati stampati per tutti ma non per tutti. Cosa voglio dire? Semplice. I primi tre volumi, un album fotografico con foto contenenti poesie e due libretti tascabili con poesie e qualche foto qua e là, sono stati regalati o comprati da amici e parenti. Siccome mi sono reso conto che il costo finale, per le mie tasche, era diventato un po’ troppo oneroso, crepi la sincerità, ho pensato di fare questa raccolta, che contiene oltre agli scritti dei primi tre volumi anche i prossimi tre di poesie in italiano, e quello con anche poesie in dialetto modenese e racconti, che non so ancora se pubblicherò mai, in questo modo metto le mani avanti, così, per non sapere né leggere né scrivere.


Quindi questa è una raccolta “sui generis... lo sapete che sono un originale.... 

D’altra parte le mie precedenti pubblicazioni sono corredate da fotografie solitamente personali o familiari, per cui adatte ad un pubblico con stretti legami di sangue con me, per cui qui le foto non ci saranno, o meglio, quelle che ci saranno saranno particolari (ripetizione necessaria e simpatica), le elaborerò con un programma specifico in modo che sembrino schizzi a matita, quindi con soggetti poco riconoscibili.
L’unica copia che mi permetto è la mia, le altre sono qui appunto in vendita per tutti attraverso questo circuito Feltrinelli, così chi ha voluto se lo è potuto comprare e sarò ben lieto di autografarlo, se vorrete. Mi sto montando la testa!!!!

Ora una, spero, rapida spiegazione:

* il primo volume si intitola “Attimi…” ed è dedicato a mio padre, il secondo “Illusionista” ed è dedicato a mia madre, il terzo “Famiglia” ed è dedicato mia moglie, per avermi sopportato nelle mie assenze produttive;

* il terzo volumetto ha come introduzione una frase di Paul Valery: “Una donna intelligente è una donna con la quale uno può essere stupido quanto vuole”,  e poi presenta una prefazione esplicativa sulla mia “conversione” alla poesia..... detta prefazione sarà aggiunta alla fine di questa;

* il quarto volume è programmato per  intitolarsi “Amicizia” e ho intenzione di dedicarlo ai miei amici veri, quelli che mi sono vicini da anni, con i quali ho condiviso gioie e dolori, quelli che non mi hanno mai chiesto di dedicargli una poesia, tanto mi conoscono come le loro tasche. Per le frasi introduttive sono indeciso. Per David tra queste; la prima di Anonimo e l’altra del sommo Aristotele: “Sapere che c’è qualcuno,/ da qualche parte,/ dal quale ti senti compreso/ malgrado le distanze/ o, i pensieri inespressi,/ fa di questa terra un giardino”; “L’amicizia è un’anima sola che vive in due corpi”.
Invece per Paolo e Massimo ho pensato a  quest’altra: “Finché abbiamo dei ricordi, il passato dura./ Finché abbiamo delle speranze, il futuro ci attende./ Finché abbiamo degli amici, il presente vale la pena di essere vissuto.” di Anonimo;

* il quinto lo chiamerò “Ricordi” e sarà dedicato ai miei pazienti, che spesso e volentieri hanno frugato nella loro memoria per ricordare la loro vita, aprendo un libro ormai polveroso che rischiava, da tempo, di essere dimenticato e alla cui lettura sono stato gentilmente invitato. 
Buona introduzione potrebbe essere questa frase di un certo Ismail Metter: “I ricordi sono come uova d’uccello nel nido:/ l’anima li riscalda per lunghi anni/ e d’un tratto essi rompono il guscio/ disordinatamente, inesorabilmente”;

* il sesto, e mi sembra giusto, lo dedicherò a me e lo chiamerò “Riflessioni”; qui come entrée ci “sgnacco” una mia frase, la stessa utilizzata come entrée in un altro libro che sto assemblando, “GnaM”, che ho intenzione di pubblicare dopo questo: “Imparando a mangiare/ ho imparato a scrivere…”
E questo la dice tutta;

* il settimo, “Patchwork” sarà un misto di tutto, poesie in prosa, in dialetto e racconti….;

* ho cominciato nel frattempo anche l’ottavo, ma queste non rientrano in questo volume;

* le poesie in dialetto modenese, le ho iniziate a scrivere per scherzo, poi mi hanno attirato troppo, tanto che con alcune mi sono iscritto al concorso “La gratusa d’or” che si è tenuto a Castelfranco Emilia e dove non ho vinto nulla, ma aspetto con ansia l’attestato. 


Istruzioni per la lettura

Gli scritti non sono catalogati per volume, o per ordine alfabetico, o per importanza, ma sono ordinati cronologicamente, in modo da poter capire come mi sono evoluto (o involuto, a secondo dei punti di vista) creativamente, perchè man mano che il tempo passava acquisivo sempre più padronanza nella scrittura e nella ricercatezza delle parole, incrementando nello stesso tempo anche la mia sensibilità e la mia fantasia. 
Ho diviso l’Antologia per capitoli, ogni capitolo contiene gli scritti di quel periodo, prima della poesia è segnato il libro di riferimento e il titolo.

Bene, adesso la prefazione al terzo volume, in parole povere il “riassunto delle puntate precedenti”:

« Il primo volume è nato praticamente per caso, volevo fare un regalo a mio padre, ma volevo farne uno unico. Così ho fatto lavorare le meningi ed è nato, pian piano, “Attimi…”.

Dentro ognuno di noi c’è, innata, la capacità di scrivere poesie, in versi o in prosa, ma quello che ci impedisce di riversare su foglio il vortice di pensieri che pervade la nostra mente è la difficoltà a “cogliere l’attimo”, a fermare l’immagine dietro ai nostri occhi, a tracciare un profilo descrittivo… e il tempo e il coraggio di farlo.
Coraggio perché per scrivere certe cose, bisogna spogliarsi di tutte le remore, di tutti i timori, perché bisogna “aprire” la propria anima agli altri, perché bisogna metterci la faccia…. e non è semplice….
La cosa mi è nata così, un giorno dentro la mia auto, in una giornata piovosa, parlavo con me stesso sul tempo che buttavo via durante il mio lavoro, tempo che dovevo trascorrere dentro “una scatola di lamiera”, ho guardato fuori dal finestrino bagnato attraverso le gocce di pioggia e ho rimuginato sul tempo buttato via così…
Poi mi sono detto che ci sarebbe voluto un “aggeggio” che potesse fermare i nostri pensieri e registrarli, dandoci poi la possibilità di metterli “nero su bianco”, in modo da rendere questo tempo perso… utile, produttivo. Ho pensato che questo forse è il dono che ha chi scrive versi, poesie, racconti e quant’altro, ha cioè la capacità di “fermare il tempo” e trasdurre quel nugolo di parole che ronza di continuo in testa “nero su bianco”…. Così, senza accorgermene, questo pensiero sul tempo perso mi ha assillato per tutta la giornata ed una volta a casa, ho preso una penna ed è nata “Futuro”.

Dopo questa, ne sono nate altre, e altre ancora. Ho incominciato così a guardarmi intorno, diversamente, ho spalancato gli occhi sul mondo, e dai e dai ne ho scritte un centinaio in tre mesi. Tutto quello che mi colpiva, rimaneva impresso nella mia mente e dovevo scriverlo per “togliermi il tarlo”, sono arrivato perfino a scriverle “al volo” sul cellulare, anche al capezzale dei pazienti.
Tornando al primo volume, ne ho scelte poco più di una trentina e ho pensato che sarebbe stato carino abbinarle a fotografie recenti e passate, sia della mia vita che scattate da me, in fin dei conti era un regalo a mio padre, quindi oltre a immagini del momento, doveva contenere qualcosa di mio, e nostro, familiare insomma. E poi, non sapevo come abbinarle, guardando sul sito internet dove ho poi stampato i volumetti mi è venuto un lampo di genio, creare un album fotografico con le poesie dentro le fotografie. Qualche immagine ammetto non è mia, l’ho brutalmente copiata da internet, altre sono andato in giro apposta a scattarle, le rimanenti le ho ripescate dal mio archivio. Risultato? Direi ottimo, a me è piaciuto tanto e spero sia piaciuto anche agli altri, una cosettina così, carina, senza pretese. 
Direi un bel regalo per il compleanno di mio padre, certamente unico.

Poi, non potendo buttare via tutte quelle rimaste, ho pensato di riunirle per dedicarne uno a mia madre che, come supponevo, mi avrebbe chiesto col suo solito sarcasmo perchè non ne scrivevo uno anche per lei…. detto fatto, era già pronto, così è nato “Illusionista”.

Questo però è diverso, meno ricco sia in poesie sia in fotografie. D’altra parte il primo doveva essere “unico”, e unico è rimasto. Dal secondo in poi ho adottato un sistema di composizione differente, non più album fotografico, ma semplicemente rilegato e impaginato “stile bestseller”, con gli scritti alternati ad alcune fotografie, peccato solamente che la qualità fotografica venga a mancare…

Adesso ecco qui il terzo, e poi ne seguiranno altri, ormai sono incontenibile….. ».
                                   
Roberto Roganti
Modena, 15 Luglio 2010

 

venerdì 16 ottobre 2026

Progressive Spin, puntata 55, 15 ottobre 2026



Datura Lodge - Lodge
Ed O'Brien - Obrigado
Quivira - Carved from the Sun
Compassionizer - My Joy and Crow
Red Sand - A World without war, Part 1



 

Ferenc Molnar - Un abbozzo di romanzo





giovedì 15 ottobre 2026

SNMN, puntata 55, 14 ottobre 2026



Farmakon - Sarà Per Un Altro Giorno
Red River - Unchain Me
InsideUp - Non Vorrei Che Una Parola
Nervi - Ma si immagini se…
Le Schiene Di Schiele - Come acqua in un tubo
Quattordici - Lei
Elena Ley - Paura di vivere
Notturna - Tivù
Adolfo Durante - Un salto su Marte
Stil Novo - Il battito
Violamarie - Ruota Panoramica
Daniele Antonio Saitta - Terra di sale
Theft Giacomo Grasso - Don Chisciotte el amor nunca muere
La Famy - Niente di buono
Roberta Giallo - Penelope



 

CSS 48, 49, 50: GnaM, anno I, II, III


 

HAPPY HOUR
Questi volumi non vogliono essere una vera guida per ristoranti, ma una specie di diario, dove si parla non solo di ristoranti, ma anche di ricette di cucina e di disquisizioni soprattutto in tema gastro-eno-culinario, scritto da un dilettante che utilizza quello da lui stesso pubblicato su www.gustamodena.it, dal suo ingresso fino a metà del 2010. Ho faticato per la stesura di questo strano libro, ho già cambiato venti volte la prefazione, ho cambiato cento volte la scaletta del racconto, alla fine ho optato per un’interpretazione cronologica dell’intensa relazione amorosa tra me e GustaModena fino alla nostra separazione, ma questo non ha le pretese di essere un vero libro d’amore ne tanto meno un libro storico, un giallo, un thriller o quello che volete, semmai una specie di storiella decisamente autobiografica di tre anni della mia vita, e di concerto, di quella parte della realtà di GustaModena che ho vissuto in prima persona, dagli albori ai giorni nostri, dove per giorni nostri identifico il mio compleanno del 2010. Perché proprio quella data? Perché quel giorno ho capito che l’idillio tra me e il sito era finito, o perlomeno mi era svanito l’entusiasmo iniziale, non provavo più stimoli a scrivere “di mangiare”, non avevo più voglia di dare notizie utili ed interessanti, non avevo più voglia di uscire per sbaraccare. E come tutte le belle storie d’amore anche questa è  terminata. Avevo avuto una crisi al secondo anno, ma alla quasi scadenza del terzo, nella mia zucca è scattata una molla che mi ha fatto capire che dovevo riprendermi la vita, che dovevo ritornare a correre con le mie gambe, che era ora che mi togliessi il bavaglione. Ovvio che non abbandono la nave, ma la mia presenza sarà sempre più anonima, non più dettata da spirito di corpo ma piuttosto da voglia di libertà. E proprio quel giorno ho capito che nonostante io abbia dato molto a questo sito la ciurma si stava scordando di me e mi stava relegando dal ponte alla stiva. Mi sono deciso a scrivere queste cose perchè questa è stata una bellissima avventura, con tanti alti e qualche basso, ma che nel complesso merita di essere conosciuta e raccontata tanto quanto è valso averla vissuta, e continuare a viverla marginalmente anche se con poca passione.

Direi un periodo quasi mitico, che ha dato una scossa alla mia vita e, sicuramente, a quella di tanti altri modenesi che si sono tuffati, prima alla cieca e poi a ragion veduta, in questa avventura che sotto sotto ha cambiato la nostra esistenza, il nostro modo di vedere le cose, il senso delle nostre azioni, ribaltando il precedente concetto di vita dei modenesi dai ventanni in su. È stato come un terremoto in una città tranquilla, dove la gente aveva difficoltà a relazionarsi e a proporsi per nuove conoscenze, per una ancestrale difficoltà oggettiva di una città provinciale. E invece con GM sono state mischiate le carte, e quell’orso che era dentro di noi è uscito dal letargo e si è miscelato nel parco della vita con tutti gli altri, creando una grande comunità, che pian piano ha cominciato a coinvolgere anche i paesi limitrofi, estendendo questa voglia di vivere e di divertirsi oltre i confini della provincia. Un fenomeno importante che ci ha tolti dalla melma dell’anonimato e ci ha portati alla ribalta. Ora i modenesi si possono sentire fieri di appartenere a questa comunità, nella quale stanno iniziando a convolare anche dalle città vicine.
E tutto questo mi ha dato la forza di trascriverlo per i posteri, alla faccia della modestia (auguri vivissimi a chi avrà il coraggio di terminarlo), e se non lo leggerà nessuno, non saprete mai cosa vi perdete, ma a me non interessa. Molti mi considerano un grafomane, ma io sono felice di esserlo, perché per la prima volta nella mia vita riesco a esprimere appieno i miei sentimenti, le mie paure, le mie gioie ad un pubblico diverso dalla mia mente…

Raymond Chandler - I ricattatori non sparano






 


 

mercoledì 14 ottobre 2026

Lisa Tuttle - Infestata dagli insetti


La casa era un relitto, posato come una nave squassata dalle intemperie su un promontorio coperto da erbacce sovrastante l’oceano. Nel vederla, Ellen si sentì stringere il cuore.
— È questa? — chiese dubbioso il tassista, mentre rallentava sbirciando attraverso il parabrezza.
— Dovrebbe — rispose poco convinta Ellen. Non poteva capacitarsi che sua zia – né chiunque altro, del resto – potesse vivere in quella casa.
Secondo l’usanza locale, la casa era di legno, posata su blocchi di cemento che la tenevano sollevata di circa un metro sul terreno. Ma adesso le inondazioni dovevano essere molto meno dannose del vento, o anche solo del tempo. La casa stava sbriciolandosi sui blocchi che la reggevano. Gli assiti erano logori e chiazzati qua e là dai resti della vecchia vernice grigia. Le finestre prive di tende guardavano cieche, e un’imposta pendeva sbilenca. Fra le assi della cadente balconata del primo piano, Ellen scorgeva lembi di cielo.
— Vi aspetto, casomai non ci sia nessuno — disse l’autista fermandosi in fondo al vialetto coperto di erbacce.
— Grazie — rispose Ellen prendendo la valigia. Gli mise in mano l’importo della corsa ed alzò gli occhi a guardare la casa. Nessun segno di vita. Avvilita, disse all’uomo: — Aspettate finché qualcuno non mi avrà aperto, per favore.
Mentre percorreva il vialetto di cemento tutto crepe che portava alla casa, Ellen fu sorpresa nel veder qualcosa che si muoveva sotto di essa. Si fermò di scatto e sbirciò nel buio. Un cane? Un bambino che giocava? Si trattava di una cosa grossa e scura che si spostava rapida, ma ormai era scappata, o si era nascosta. Ellen udiva alle sue spalle il ronzio del motore del taxi, e per un attimo pensò di tornare indietro. Da Danny. Di tornare ad affrontare i suoi problemi e le promesse e le bugie di lui.
Riprese a camminare, e quando fu arrivata al portico bussò con le nocche, rapidamente, un paio di volte, sulla cadente porta grigia.
Una donna vecchia, molto vecchia, magra come uno stecco e ovviamente malaticcia, le aprì. Ellen e la donna si fissarono per un momento senza parlare.
— Zia May?
Negli occhi della vecchia passò un lampo di riconoscimento, mentre annuiva. — Sei Ellen, naturalmente.
Ma come mai la zia era così invecchiata?
— Entra, cara — disse la vecchia tendendo un artiglio di pergamena. Ellen sentiva il vento alle spalle, e per un istante ebbe l’impressione che il pavimento del portico stesse cedendo sotto i suoi piedi. Entrò, inciampando. La vecchia – è mia zia, si sforzò di ricordare – chiuse la porta dietro di lei.
— Non vivrai qui tutta sola — disse Ellen. — Se l’avessi saputo... se papà l’avesse saputo, avremmo...
— Se avessi avuto bisogno di aiuto l’avrei chiesto — tagliò corto la vecchia con un tono brusco e autoritario che rammentò a Ellen suo padre.
— Ma questa casa — insisté, — è troppo, per una persona sola. Dà l’impressione di dover crollare da un momento all’altro, e se ti dovesse capitare qualcosa mentre vivi qui tutta sola... non so come...
Zia May scoppiò in una risata che sembrava il fruscio di un pezzo di carta secca. — Sciocchezze. Questa casa vivrà più a lungo di me. Spesso l’apparenza inganna. Guardati in giro... qui vivo benissimo.
Soltanto allora Ellen guardò l’atrio d’ingresso. Era una stanza ampia, dal soffitto alto, con un lampadario di ottone e un ricco tappeto orientale. Le pareti erano dipinte di un tenue color crema e l’imponente scalinata aveva un’aria solida.
— Certo — ammise Ellen — vista all’interno fa un’impressione molto migliore. Da fuori sembrava una casa abbandonata. Il tassista non credeva che ci vivesse qualcuno.
— A me importa com’è dentro — disse la vecchia. — Ammetto di averla trascurata. È tutta corrosa e mangiata dagli insetti, ma anche così le sue condizioni sono molto migliori delle mie. Sarà ancora in piedi quando io sarò sottoterra, e tanto mi basta, non credi?
— Ma, zia May... — Ellen l’afferrò per le spalle ossute. — Non parlare così. Non sei moribonda.
Di nuovo quella frusciante risata. — Cara, guardami. Ho poco da vivere. Ormai non si può più far niente per salvarmi. Sono tutta divorata, dentro, e di me è restato appena quel poco per darti il benvenuto.
Ellen la guardò negli occhi, e quel che vide le offuscò la vista di pianto.
— Ma i dottori...
— I dottori non sanno niente. Viene per tutti il momento di passare da questa vita a un’altra. Ma andiamo a sederci. Vuoi mangiar qualcosa? Avrai certamente fame