mercoledì 28 ottobre 2026

Raylyn Moore - Popolazione zero


Quello che era successo a Big Sur si ripeté a Monterey. Per quanto Touhy percorresse Cannery Row da un capo all’altro, rivoltando praticamente i sassi, non riuscì a trovare nessuno di sua conoscenza. Strano, perché lui conosceva tutti. Cioè, tutti quelli che seguivano la Strada.
Non che non incontrasse dei tipi fuori del comune. Qualcuno aveva i calzini appaiati e fumava tabacco puro nella pipa, strascicando i piedi accanto alla sua vecchia con rossetto madreperlaceo e bigodini di plastica sotto una sciarpa di seta. Altri erano motociclisti in casco fluorescente antiurto, altri ancora erano freaks della domenica a piedi scalzi e jeans malandati che lumavano lo Spettacolo con occhi sbiaditi dalle spesse lenti che portavano per tutta la settimana, in ufficio.
E cacciatori di teste pressoché a tutti gli angoli, alcuni in borghese, altri con quella loro ridicola divisa. Guardavano con finta indifferenza i piedi nudi di Touhy, e dormivano in salopette, e si erano lavati barba e capelli per l’ultima volta sotto il Ponte del Bixbee Creek (senza poter finire a causa dell’improvvisa calata dei poliziotti.)
Era piena estate, ma il vento ostile che soffiava dalla baia gli penetrava attraverso la giacca a vento. Notò che un negozio d’abiti fatti dove era entrato l’ultima volta che era stato lì, adesso aveva ceduto il posto alla Polleria Delizia e che la pittura psichedelica sulla caldaia della vecchia fabbrica di conserve di fronte al ristorante Oz cominciava a scrostarsi. Anche sulle auto spiccavano le scritte “Abbasso l’erba” e “Buona giornata” e “Sostenete il candidato locale”.
Decise di andarsene, e alla periferia scroccò un passaggio a un tale che arrivava solo fino a Ord (dove, quanto tempo fa?, il Giorno delle “Farse” Armate erano stati a migliaia, forti del loro numero, con Incidenti, e Arresti, e Pestaggi, ma tutto per niente, perché niente era cambiato se non in peggio, con altre guerricciole in corso, leggi più severe per il servizio militare obbligatorio, e la gente negli uffici al cui confronto i reazionari di ieri parevano dei fricchettoni radicali), ma adesso la nebbia si dissolse al vento e lui ritrovò un pizzico dell’antica fortuna. Perché più avanti, ai margini della strada, vide tre che conosceva, in attesa come lui di uno strappo. Come lui, avevano smesso di lottare, prendevano quello che veniva e andavano dove li portava la strada. Haila e Carma e Rass.
Insieme, col pollice rivolto a nord, arrivarono a Sausalito dove ascoltarono brutta musica al vibrafono, trascorsero una nottata sulla spiaggia a Mandocino, dove Carma, in un gabbiano che galleggiava sull’acqua, aveva letto un chiaro segno che dovevano fermarsi lì, non andare oltre. Ma anche lì non c’era nessuno, mentre un anno prima, d’estate, avevano dormito in centinaia su quella stessa spiaggia, e si

Il dottor Faust

 

"Il Dottor Faust" sceneggiato da Federico Pedrocchi è una pietra miliare del fumetto italiano. Pubblicata a partire dal 1939, è la prima trasposizione a fumetti della leggendaria opera.

Realizzata originariamente nel 1939 per il settimanale L'Audace (disegni di Gustavo Rosso/Gustavino), la saga è celebre soprattutto per i successivi episodi (1941-1942) disegnati da Rino Albertarelli, pubblicati sul giornale Topolino e poi negli storici Albi d'Oro.


Un cadavere in farmacia, a Modena, e un becchino che sa il fatto suo



In farmacia ci andiamo per comprare un medicinale, chiedere un consiglio o ritirare qualcosa che il medico ci ha prescritto. Conosciamo gli scaffali, il bancone, magari anche la persona che ci serve da anni. È uno di quei luoghi che fanno parte delle nostre abitudini e ai quali difficilmente associamo qualcosa di minaccioso. Eppure, se ci pensiamo, proprio i posti più familiari possono diventare gli scenari migliori per un romanzo giallo, perché nessuno si aspetta che la violenza possa insinuarsi in una quotidianità tanto ordinaria.

Roberto Roganti deve aver trovato particolarmente interessante questo contrasto quando ha scelto di ambientare il suo C'è un cadavere in farmacia nel quartiere Villaggio Giardino di Modena. Il titolo ha una sua ironia, quasi quella di una notizia raccontata al bar, ma il fatto da cui prende avvio la vicenda è tutt'altro che divertente. Alla riapertura dopo Ferragosto, nel magazzino sotterraneo di una farmacia viene scoperto un uomo assassinato, con la gola tagliata. Le circostanze del ritrovamento mettono gli investigatori davanti a un problema che sembra non avere una soluzione ragionevole.

Incuriosisce soprattutto la scelta di affidare un ruolo importante nelle indagini a Grogghino, un becchino. Siamo talmente abituati a incontrare commissari tormentati, investigatori dal passato difficile e detective capaci di intuizioni straordinarie che l'idea di un uomo che per mestiere si occupa dei defunti e che viene chiamato ad aiutare la polizia ha qualcosa di piacevolmente insolito. In fondo, un becchino conosce la morte da un punto di vista che raramente trova spazio nei romanzi investigativi e immaginarlo alle prese con un assassino ancora in circolazione suscita una certa curiosità.

Il questore Gianfelice Bevilacqua conosce evidentemente le capacità di Grogghino, tanto da coinvolgerlo in un caso nel quale la polizia deve anche fare i conti con una banda dedita alla produzione di droga. Accanto all'intuito del singolare investigatore ci sono il lavoro della Medicina Legale e quello delle squadre dei commissari Vezzani e Bertini, in un'indagine che richiede di ricostruire quanto accaduto e di capire come sia stato possibile commettere il delitto.

Il mistero richiama una delle invenzioni più amate della narrativa poliziesca, quello della camera chiusa, al quale John Dickson Carr dedicò alcune delle sue storie più celebri. È un meccanismo che continua a esercitare il suo fascino anche a distanza di tanti anni, forse perché chi legge non deve soltanto trovare il colpevole, ma misurarsi con una situazione che sembra contraddire la logica. Quando manca persino una spiegazione plausibile di come l'assassino abbia potuto agire, ogni dettaglio acquista importanza e le certezze iniziali diventano inevitabilmente sospette.

C'è poi Modena, che in questa vicenda non è una destinazione esotica o un luogo lontano nel quale tutto può accadere, ma una città riconoscibile, con i suoi quartieri e le sue attività quotidiane. Trovo che questa familiarità abbia un valore particolare nei gialli ambientati in provincia. Leggere il nome di un quartiere reale, immaginare una farmacia come tante e sapere che dietro quella normalità si nasconde un omicidio rende il mistero più vicino, quasi fosse una notizia apparsa sulla cronaca locale.

L'accostamento tra un luogo così comune, un delitto apparentemente impossibile e un becchino coinvolto nelle indagini è un invito alla lettura piuttosto curioso. Anche perché, tra tanti investigatori che hanno fatto della ricerca della verità la propria professione, incontrarne uno che nella vita si occupa di accompagnare i morti alla loro ultima destinazione è già una buona ragione per volerlo conoscere.
 

martedì 27 ottobre 2026

Maia Kaland


Maia Kaland è una compositrice norvegese autodidatta, nota all'interno delle comunità di musica classica online e sulle piattaforme di condivisione di spartiti. Si definisce ironicamente una "nerd della musica" ed è specializzata in composizioni orchestrali caratterizzate da sfumature malinconiche.

È una giovane compositrice e musicista indipendente. È nota principalmente nell'ambiente della musica classica contemporanea per aver composto la sua Sinfonia No. 1 in Si minore (Symphony No. 1 in B minor). La sua opera prima ha ricevuto apprezzamenti positivi all'interno di diverse comunità di critici musicali e direttori d'orchestra, che l'hanno definita come una delle migliori prime sinfonie orchestrali scritte da un giovane compositore negli ultimi anni. 

Condivide i propri brani orchestrali dal tono malinconico e le sue composizioni originali attraverso il suo canale YouTube.

Al momento, i dettagli personali sulla biografia di Maia Kaland (come la data e il luogo di nascita o la sua formazione accademica ufficiale) non sono pubblici. Essendo un'artista indipendente emersa principalmente attraverso il web e le piattaforme digitali, la sua figura è interamente identificata con la sua produzione musicale. Le uniche informazioni biografiche e artistiche note derivano direttamente dall'attività che condivide con il pubblico. 

Ha scelto la vetrina di YouTube per pubblicare i propri lavori orchestrali, curandone personalmente l'arrangiamento e la produzione digitale. Le sue composizioni sono caratterizzate da forti sfumature malinconiche e introspettive. Questo stile si riflette anche sull'estetica visiva che propone sul suo profilo Instagram, dominata da immagini di paesaggi naturali solitari, tramonti e vecchi edifici.

Recentemente ha iniziato a sperimentare con nuove sonorità, integrando elementi inediti come le percussioni (la batteria) all'interno del suo tradizionale impianto orchestrale.


lunedì 26 ottobre 2026

CSS 55: Roberta Lucrezia Nizzoli Oleari, I racconti dell’assurdo


Dedicato a Cristina C.
che ci ha lasciato prematuramente


NOTA DELL’AUTRICE
Ho scritto questi quattro racconti perché amo raccontare storie; una di queste è nata durante una serata in pizzeria con le mie amiche e purtroppo una di loro adesso non è più tra noi. Perciò dedico alla sua memoria questo libro, oltre naturalmente ai miei genitori.
Grazie Cristina C., amica di tante avventure.


Prefazione di Mauro Sighicelli

Quando Lucrezia mi ha proposto di leggere i quattro racconti presenti in questo libro, le ho chiesto cosa l’avesse ispirata.
Con disarmante semplicità mi ha confessato che si era divertita a scriverli e che pensava di strappare un sorriso anche agli ipotetici lettori.
In effetti, tutte e quattro le narrazioni sono unite da un sottile anelito di comicità, raccontano storie di vita vissuta con leggerezza e ironia da parte di una donna, praticamente la sua alter-ego, che attraversa il mondo non da protagonista ma da semplice spettatrice, combinando guai a non finire e rendendosi interprete di situazioni paradossali, incidenti di percorso esilaranti, autocommiserazione ai limiti del grottesco, prendendo lo spunto da banali scene di vita quotidiana, quello in pratica che appare appena varcata la porta di casa e che, per una donna sola, potrebbe sembrare un gradino insormontabile da superare.
Per fortuna in suo aiuto ci sono alcune amiche, le classiche confidenti/aiutanti, che le danno una mano a trovare il coraggio e la forza di non abbattersi davanti alle avversità, che la pungolano alla ricerca di nuovi stimoli, nuove esperienze per condire la vita quotidiana di brio e divertimento, superando i suoi stessi dubbi e paure. L’universo che circonda Lucrezia aveva bisogno di una nuova scrittrice dinamica, che traducesse in un linguaggio comico ed essenziale le storie di ogni giorno, per dare fiducia e spensieratezza a chi non è proprio un protagonista nel mondo. Un benvenuto a Lucrezia nel vasto campo della narrativa umoristica e contemporanea, con l’augurio di poter continuare a seguire le avventure dei suoi personaggi anche in un prossimo futuro.

 

venerdì 23 ottobre 2026

Progressive Spin, puntata 56, 22 ottobre 2026


Hats Off Gentlemen It's Adequate - Just Hold On, Pts. 1 & 2
Pallas - Mother
Clive Nolan - The Sword and the Fire
Mother of Millions - The Sun
John Holden - Mohawk River
Bubu - Camina



 

Teresah - Tre cuori, 1915













giovedì 22 ottobre 2026

SNMN, puntata 56, 21 ottobre 2026



7ri8 - Pensi mai
Marika Graziano - Mal di testa
Sikna - Motel Pyranhia
Becoming Bellattrix - Red burning star
Sebastiano Moncata - Through the Woods
Irene Loche - The right one
Neroelettrico - Il cielo
Mater - Capite solo i morti
Ambra di Marte - 8k mesi
Rougenoire - Reach out
Bobby Solo - That night
Dylan Garcia - Just a little bit
VF2 - Solo Andata
La Noce - Polysix

 

Dashiell Hammett - Il caso Gatewood







 

mercoledì 21 ottobre 2026

James Gunn - Cacciatore solitario


«Le acque ricche di proteine e aminoacidi si frangevano contro la bollente roccia vulcanica, sollevando colonne di vapore, ricadendo, e così per secoli e millenni finché una catena di proteine formatasi per caso non conquistò la facoltà di riprodursi e cominciò a nutrirsi e a crescere e a dividersi e a nutrirsi e a crescere e a dividersi, a mutare a differenziarsi a lottare... e finalmente apparve la coscienza.»
L’Uomo-Che-Caccia-Solo tornava attraverso la foresta portando sulle spalle un daino, le cui zampe gli ciondolavano sul petto ai lati del collo vigoroso. Sentiva il morbido fianco del giovane animale premergli le spalle e la testa sbattere contro la schiena mentre camminava sulla pista accidentata. Percepiva gli odori della decomposizione che cominciava lentamente a formarsi nella preda e il sentore forte del sangue fresco non ancora rappreso. Sentiva scricchiolare le foglie sotto i piedi, un rumore appena percettibile.
L’Uomo-Che-Caccia-Solo raggiunse la radura. Si fermò sul limitare della foresta con la prudenza nata da una lunga abitudine ai pericoli incombenti ovunque. Sul lato opposto della radura, come un’ombra sulla faccia del dirupo boscoso, si apriva l’imbocco della caverna. La radura pareva in tutto e per tutto identica a come l’aveva lasciata il giorno prima, ma era silenziosa... nessuna voce, nessun movimento. Ne fece il giro completo tenendosi fuori vista in mezzo agli alberi, ma non scoprì niente, né tracce né intrusi. Dal punto più vicino poteva vedere a pochi passi la bocca nera della caverna. Nessun movimento.
Depose senza far rumore la carcassa del daino e si diresse verso il costone boscoso. Dopo essersi guardato in giro per l’ultima volta entrò svelto e silenzioso nella caverna per fermarsi dove cominciava la zona d’ombra. Tutto era buio e silenzioso là dentro, e aveva i buoni odori familiari di fumo; di carne e di orina. Nel giro di pochi secondi la sua vista si adattò alla penombra e scorse i suoi due bambini, un maschio e una femmina, sdraiati accanto ai resti anneriti di un fuoco spento da tempo.
Avevano la gola squarciata come se fossero dei maialetti. L’odore del sangue impregnava l’aria. I corpicini erano piccoli e fragili, più piccoli del daino che lui aveva portato per sfamarli, ed erano morti. Il dolore lo colpì come un pugno gelido alla gola. La donna era scomparsa.
Il cacciatore si voltò, lasciandosi dietro quei piccoli morti e si mise alla ricerca di quelli che erano ancora vivi, che potevano ancora sentire gioia e dolore. Cercò la pista che la donna doveva aver lasciato, la donna che non andava a caccia e non possedeva l’abilità dei cacciatori, che avrebbe lasciato una traccia da seguire, perché non era morta coi figli che aveva generato.
E finalmente la trovò: un ramo spezzato in un basso cespuglio, ancora umido di linfa e poco oltre l’orma di un piede femminile nel terreno molle vicino al torrente. Risalì il corso d’acqua finché non trovò un’altra orma dove la donna era uscita dall’acqua gelida. Un’ora dopo scoprì un indizio che lo informò che probabilmente non se n’era andata da sola: l’impronta, nella polvere, di un grosso alluce.
La pista proseguiva lungo le valli allontanandosi dalle colline.
Li raggiunse la sera del terzo giorno. Non poteva seguire la pista dopo il calar del sole, ma neppure loro potevano viaggiare di notte senza lasciare tracce troppo evidenti, e la donna impediva all’altro di proseguire veloce. Aveva bisogno di nutrirsi spesso, e per questo erano costretti a fermarsi a mangiare. Il cacciatore aveva trovato delle ossa che per trascuratezza non avevano seppellito e, poco distante, alcuni noccioli di frutti. L’Uomo-Che-Caccia-Solo aveva mangiato senza fermarsi, strappando a morsi la carne cruda di un coniglio in cui si era inaspettatamente imbattuto o cogliendo bacche dai cespugli.
Si avvicinò con cautela. Giacevano sotto un cespuglio, un cacciatore sconosciuto e la donna dai capelli neri e gli occhi azzurri che lui si era portato nella caverna dopo averla rubata a una famiglia che viveva a parecchi giorni di marcia verso sud. Non erano riusciti a resistere: stavano accoppiandosi con la frenesia di animali in calore. Sentiva l’odore di sudore dei loro corpi e l’odore d’amore della donna. Erano avvinti, lo snello corpo di lei contro i grossi fianchi e le cosce dell’uomo, e sentiva il fruscio della carne contro la carne e lo scricchiolio delle foglie sotto di loro.
Il cacciatore trovò sul bordo della pista una pietra grossa come il suo pugno e colpì l’uomo alla nuca prima ancora che i due si accorgessero della sua presenza. Poi, rapido, gli recise i tendini sopra il tallone, e quindi non pensò più all’uomo. Si sarebbe svegliato ma non sarebbe arrivato lontano, strisciando carponi. Quando fece rotolar via il corpo dell’uomo la donna lo guardò coi suoi occhi azzurri, guardò il coltello insanguinato e tornò a guardarlo in faccia.
— Mi ha assalito senza che me ne accorgessi — disse. — Mi ha costretto a guardare mentre uccideva i bambini e mi ha minacciata col coltello se non facevo tutto quello che diceva.
— Lo hai seguito.
— Solo perché avevo paura — disse lei. Aveva il corpo ancora madido e arrossato e giaceva tra le foglie e la polvere senza coprirsi, mentre gli mentiva.
— Lo hai assecondato.
— No.
— Ti piaceva.
— Ero folle di paura.
— Sei stata tu a uccidere i bambini. Sono morti in un modo troppo rapido e pulito perché li abbia uccisi lui. Sei stata tu a dirgli di portarti via. Tu.
— Sì — disse lei quando capì che non c’era più speranza. — Ti odiavo. Ti ho sempre odiato. Tu non sai quanto ti odiavo. Odiavo i tuoi figli. Alla prima occasione me ne sono andata. Ti odio, ti odio, ti odio...
Lo odiò mentre lui cominciava a torturarla col coltello. Dopo un’ora cominciò a