venerdì 19 luglio 2019

Robi Zonca: Do you know?



Roberto Zonca, meglio noto come Robi Zonca (28 novembre 1955), è un musicista italiano di genere blues; è autore, arrangiatore, chitarrista, bassista e cantante.


Zonca ha cominciato la sua carriera come sideman suonando con la band di Andy J Forest, da lui conosciuto a Parigi negli anni 80, collaborando poi con Fabio Treves, Ginger Baker, Mia Martini, Ronnie Jones, Tolo Marton e tanti altri. Nel 2003 forma la sua band e pubblica l'album "Do you know?" che riscuote un ottimo successo di critica e soprattutto di diffusione radiofonica negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo.
L'album è coprodotto da Robi e dal grande Antonello "Jantoman" Aguzzi che suona tutte le tastiere del cd. 10 brani, 9 brani originali composti e arrangiati da Robi Zonca e la cover del vecchio Dave Clayton Thomas "Spinning Wheel". Gli ospiti di questo album sono i seguenti grandi musicisti e amici: Aida Cooper, Tolo Marton, Claudio Bazzari, Enrico Crivellaro, Alberto Borsari e Pablo Leoni.

Nathan Marchetti: Giallo Venezia



Formazione
Diploma di flauto traverso presso il Conservatorio di Musica “Venezze” di Rovigo.
Studi di composizione presso il Conservatorio di Musica “Martini” di Bologna.
Laurea in lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bologna, con tesi sul regista svedese Ingmar Bergman.

Esperienze
Ha pubblicato nel 2019 con Fratelli Frilli Editori (Genova) Giallo Venezia dove prende vita il Commissario Enzo Fellini.


Precedentemente Marchetti (Adria, 1973) ha debuttato presso la Galleria Swiss Art Space (Losanna) nell’ambito del Salon d’été 2016.
Varie sue opere, nel 2017, sono state accolte nella Collezione di Francesco Pandian (Verona).
Nel 2017, un’opera della serie Soul (Substances) di Orazio Marchetti è stata donata dall’autore al Talmud Torah (Scuola Ebraica) della Comunità Ebraica di Venezia.
2018: partecipazione a Paratissima – Torino, con la Galleria Independent Artists.
Collettiva “Faces. I Volti dell’Uomo” (Busto Garolfo, Milano), realizzata dalla Galleria Independent Artists.
2019: Collettiva “Abstract” (Busto Garolfo, Milano), realizzata dalla Galleria Independent Artists.



giovedì 18 luglio 2019

St Germain - Tourist, 2000



di Francesco Mendozzi
da storiadellamusica.it

Par­lan­do di gran­di si­ste­mi, pos­sia­mo af­fer­ma­re senza paura di ca­de­re in er­ro­re che il jazz sia stato, as­sie­me al­l’e­let­tro­ni­ca, una delle in­no­va­zio­ni mu­si­ca­li pre­mi­nen­ti dello scor­so se­co­lo. A co­rol­la­rio di que­sta af­fer­ma­zio­ne pos­sia­mo ag­giun­ge­re che il mix dei due suc­ci­ta­ti fi­lo­ni ha dato vita ad un pro­dot­to im­pre­vi­sto ed en­tu­sia­sman­te, ben rap­pre­sen­ta­to dal disco di Lu­do­vic Na­var­re, in arte St. Ger­main. Quel­la che io con­si­de­ro la mi­glio­re eti­chet­ta di jazz, la Blue Note, si prese la briga, nel 2000, di dare alle stam­pe un pi­la­stro di pre­ge­vo­le fat­tu­ra mu­si­ca­le, in grado di in­fluen­za­re negli anni a ve­ni­re frot­te di mu­si­ci­sti e fis­san­do nel tempo e nello spa­zio ciò che viene de­fi­ni­to, a ra­gio­ne, nu jazz, da altri im­pro­pria­men­te chia­ma­to acid jazz. 4/4, brush a per­di­fia­to, in­ser­ti di sax e pia­no­for­te, con­ta­mi­na­zio­ni elec­tro e tanto sen­ti­men­to, senza di­men­ti­ca­re un certo mood pa­ti­na­to, giu­sto per ri­ven­di­ca­re il fatto che que­sta è mu­si­ca d’al­to bordo, de­sti­na­ta a club d’é­li­te dalla clien­te­la raf­fi­na­ta e al­to­lo­ca­ta.




“Tou­ri­st” co­min­cia con l’in­ces­san­te bat­te­ria cam­pio­na­ta di “Rose Rouge”, da cui spic­ca­no qua e là mo­no­to­ni ma de­fi­ni­ti sam­ples vo­ca­li pro­ve­nien­ti da “Live At Mon­treux” di Mar­le­na Shaw, dando vita ad un jazz ra­pi­do e coin­vol­gen­te, per­fet­to per una cena a due prima del bol­len­te do­po­ce­na. Una forma ri­vi­si­ta­ta di cool jazz – ter­mi­ne caro ai de­trat­to­ri di Dave Bru­beck e Paul De­smond – ar­ri­va solo con “Mon­te­go Bay Spleen” gra­zie alla de­li­zio­sa chi­tar­ra di Er­ne­st Ran­glin. È dun­que il turno del pezzo house per ec­cel­len­za, “So Flute”, in­te­ra­men­te per­for­ma­to per flau­to (Edouard Labor) e pia­no­for­te (Ale­xan­dre De­strez), con un ac­com­pa­gna­men­to elet­tro­ni­co degno della mi­glio­re tra­di­zio­ne pa­ri­gi­na: e in­fat­ti il ti­mo­nie­re Na­var­re mo­stra di sa­per­ci fare alla gran­de con mixer e se­quen­cer, au­to­ma­zio­ni e fil­tri. È gra­zie a trac­ce come que­sta che un’in­te­ra ge­ne­ra­zio­ne di gio­va­ni DJ ha de­ci­so di ab­ban­do­na­re i gi­ra­di­schi per ci­men­tar­si nella pro­du­zio­ne mu­si­ca­le ho­me­ma­de. Ar­ri­va poi “Land Of…”, quasi come una co­lon­na so­no­ra di un po­li­zie­sco fran­ce­se, con un sax di­ver­ten­tis­si­mo e una base rit­mi­ca che ri­cor­da for­te­men­te il big beat e il trip hop in­gle­si.

“Latin Note”, espli­ci­ta sin dal ti­to­lo, si pre­sen­ta in­ve­ce come un pezzo hou­seg­gian­te go­di­bi­le e tra­vol­gen­te, me­ri­to delle mani di Idris­sa Diop al tam­bu­ro par­lan­te e di un vi­bra­fo­no in­fuo­ca­to. Il ca­po­la­vo­ro di “Tou­ri­st” ar­ri­va però con “Sure Thing”, sen­sa­zio­na­le espe­rien­za nu jazz che mi­schia ge­nial­men­te cam­pio­ni di “Har­ry’s Phi­lo­so­phy” di Miles Davis e John Lee Hoo­ker con quel fren­ch touch che in pochi sanno ren­de­re così in­ten­so ed ap­pe­ti­to­so. A se­gui­re an­co­ra house music con “Pont Des Arts”, sta­vol­ta or­di­na­ta e lu­ci­da come quel­la di Kevin Yost o della Irma Re­cords. La trom­ba, suo­na­ta da Pa­scal Ohse, fa fi­nal­men­te la sua com­par­sa nella scu­ris­si­ma “La Gout­te D’Or”, un me­ra­vi­glio­so viag­gio negli an­frat­ti del suono di­gi­ta­le, del per­cus­si­vi­smo os­ses­si­vo, del jazz più mi­ste­rio­so e af­fa­sci­nan­te: un per­fet­to bi­lan­cia­men­to di va­ria­zio­ni, poche, e po­ten­za so­no­ra, tanta. In­fi­ne tro­via­mo “What You Think About…”, al­le­gro di­ver­tis­se­ment col ba­ri­to­no Clau­dio Cacao de Qei­roz che in­ter­ro­ga l’a­scol­ta­to­re sul grado qua­li­ta­ti­vo e in­no­va­ti­vo del pro­dot­to con­fe­zio­na­to. Do­man­da re­to­ri­ca, ov­via­men­te.


Carlene Thompson: Tutto ha una fine



Blaine Avery non gode delle simpatie dei vicini di casa. Dopo il suicidio inesplicabile del ricco marito, tutti gli abitanti del piccolo villaggio la sospettano di averlo ucciso, anche se non ci sono prove al riguardo. Quando poi nella sua proprietà viene ritrovato il cadavere di Rosalind Van Zandt, le malelingue riprendono ad accanirsi. Intanto, l'assassino continua a colpire, mentre il cerchio si stringe intorno alla giovane vedova. E dopo ogni delitto, le telefona facendole ascoltare dei dischi che hanno una qualche relazione con la vittima. Qual è il motivo di tanto odio? E questo assassino esiste davvero o è solo la fantasia disturbata di una donna che ha perso la ragione? 



mercoledì 17 luglio 2019

Arthur Bliss - A Colour Symphony, 1922



Sir Arthur Bliss, nato Arthur Edward Drummond Bliss, (Barnes, 2 agosto 1891 – Londra, 27 marzo 1975).
Una delle prime grandi composizioni di matrice inglese successive alla guerra, rimane senza ombra di dubbio, la composizione di Arthur Bliss dal titolo A Color Symphony, eseguita per la prima volta al Festival dei Tre Cori a Gloucester nel settembre del 1922. Bliss aveva allora 31 anni, durante la guerra era stato ferito ben due volte e perse, tragicamente, il fratello, alla quale avrebbe dedicato la sua sinfonia corale dal titolo Morning Heroes.
Tutto questo insieme di emozioni spinsero e incoraggiarono Bliss a comporre la sua sinfonia dei colori: fu influenzato da Elgar per comporre l’opera, fu incoraggiato dal compositore Vaughan Williams, che era stato il maestro di Bliss al Royal College of Music prima della guerra, e poi era stato supportato anche da Adrian Boult.


Tuttavia Bliss impiegò molto tempo prima di trovare l’ispirazione, sino a quando, nel 1921,  trovò un libro di araldica (dedicato allo studio dei  titoli nobiliari), da qui gli venne l’idea di scrivere una composizione basata sui quattro lavori che erano elencati e spiegati nel libro: il primo è il viola, il colore dell’ametista (una varietà violacea del quarzo), simbolo del coraggio, della maestosità e della morte; il secondo è il rosso: simbolo del coraggio e della magia, usato per i rubini, il colore del vino, della sabbia del deserto e dei forni; il terzo è il blu: simbolo della lealtà e della malinconia, il colore dello zaffiro, delle acque profonde e dei cieli; il quarto e ultimo è il verde: il colore che rappresenta la giovinezza, la gioia e la speranza e della vittoria, il colore della primavera e degli smeraldi.