mercoledì 23 gennaio 2019

CSS 9, Mauro Sighicelli: RADIO ETRURIA 33



Nel libro RADIO TV ETRURIA  33 terminato di scrivere il 12 febbraio 2011 l’autore racconta la nascita e la diffusione di una radio tv pirata alle porte della capitale, contornata da scene di vita di vari personaggi.  Contiene tre capitoli sottotitolati, And when where tree, dove si narrano le difficoltà di tre protagonisti (il giovane regista Massimo Marinelli, l’improvvisata tuttofare Klizia Venuta e l’avvenente valletta Victoria Grapan) nel  condurre e far funzionare l’emittente televisiva per un periodo transitorio ma turbolento; Hasta la Victoria, siempre, la storia di due moldave madre e figlia, la cruda  Marcela e l’avvenente Victoria e del loro desiderio di riscatto. The final cut, atto unico che conclude  la saga dell’emittente televisiva. 


Ghedini Federico Ghedini - Divertimento per violino e orchestra, 1959



dedicato a Wanda Luzzato


I. Arabesca 
II. Allegro vivace alla Polka 
III. Molto sostenuto 
IV. Polacca 

violino: Franco Gulli 



Wanda Luzzato, (nata Luzzato Carpi, in Frigeri) (Varese, 6 marzo 1919 – Milano, 25 settembre 2002), è stata una violinista italiana.
Wanda Luzzato inizia da giovanissima lo studio del violino, nella sua città natale, con il M° Ariodante Coggi, e a soli 5 anni si esibisce nel primo concerto. Viene ammessa al Conservatorio, dove entra al V° corso e si diploma a 12 anni, sotto la guida di Alberto Poltronieri (all'epoca, uno dei più giovani diplomi di Conservatorio in Italia).

Nel 1932 si classifica 4º ex aequo (con Ginette Neveu) al "Concorso di Vienna" (I. Internationaler Wettbewerb für Gesange und Violine - Wien), che fu anche occasione di incontro con Jenő Hubay, il quale la invitò a seguire gratuitamente le sue lezioni a Budapest. La lunga carriera concertistica di Wanda Luzzato ebbe inizio da questi anni ungheresi, dove già imbracciava il suo prezioso Giovan Battista Guadagnini del 1769.

Una tra le date più significative della carriera di Wanda Luzzato, risale al concerto alla Scala di Milano (sabato 30 ottobre 1948) dove propose la prima esecuzione italiana del Concerto per Violino di Aram Khachaturian, sotto la direzione di Herbert Albert.

Dal 1965 Wanda Luzzato si dedica all'insegnamento in Conservatorio, prima per un anno a Torino, poi a Milano. Oggi suoi allievi sono a loro volta docenti di Conservatorio e ricoprono ruoli di "spalla" e violino di fila in importanti istituzioni sinfoniche italiane, dall'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, all'Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia.
Wanda Luzzato non ha mai effettuato registrazioni commerciali, di lei esistono unicamente documenti d'archivio (o tracce) presso le seguenti stazioni radio.

martedì 22 gennaio 2019

Maciste contro i Proci: Capitolo 8


Riassunto 7° capitolo: un maggiordomo in livrea confessa di essere l’autore dei due omicidi. Come movente, adduce la tesi di voler proteggere Penelope dai Proci. Bertini sventa prontamente un tentativo di suicidio di massa da parte degli spettatori presenti in segno di solidarietà con Antinoo mentre Van Fakoulis promette protezione a Penelope, preoccupata per le possibili angherie da parte dei Proci superstiti.



Maciste è un personaggio cinematografico nato nel film storico Cabiria del 1914, la cui vita è ambientata nel III secolo a.C.. Rappresenta un uomo mitologico di straordinaria forza e bontà.
Maciste divenne un'icona italiana tanto da essere usato nel linguaggio comune per indicare un uomo dal fisico possente e dotato di forza eccezionale. Negli anni sessanta fu protagonista di molti film del genere cosidetto Peplum.
Molte le parodie presentate nel corso degli anni con Maciste coprotagonista delle disavventure di personaggi quali Totò, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. L'origine del nome Maciste, come si evince dalla sceneggiatura originale di Cabiria, deriva da un antichissimo soprannome del semidio Ercole ed è stata attribuita a Gabriele D'Annunzio, la parola deriva dal greco Mekistos, superlativo di Macros (grande).

In questa puntata:

Bertini, commissario della polizia italiana.
Peppino, agente della polizia italiana.
Van Fakoulis, ispettore della polizia greca.
Cameriere del bagno, spione.
Maciste, uomo di straordinaria forza e bontà.
Penelope, regina di Itaca.
Perfido Iphitus, personaggio cattivo del film Maciste nella terra dei ciclopi.
Capys, crudele regina del film Maciste nella terra dei ciclopi.

Accordo dei Contrari - AdC, 2014




di Michele Merenda

Momento assai delicato quello del terzo album, soprattutto per una band che ha convinto in pieno fin dall'inizio. Non si tratta più, infatti, di confermare “solamente” quanto fatto di buono all’esordio, ma di mostrare anche qualcosa che sia finalmente nuovo ed allo stesso tempo mantenga un determinato marchio di fabbrica. Da un lato, quindi, la capacità di evidenziare convincenti capacità compositive e di non essere i cloni di se stessi solo per accontentare qualcuno; dall’altro, l’abilità di non snaturare il proprio sound e quindi non scialacquare quanto di positivo si era riuscito a costruire negli anni precedenti. Decisamente dura la vita di un musicista degno di chiamarsi tale, soprattutto quando si ha a che fare con determinate platee, le quali sembrano attendere morbosamente il minimo passo falso solo per il piacere di sparlare, in un modo o nell’altro.
Beh, gli Accordo dei Contrari, fin dal 2009 con “Kinesis”, si sono subito imposti con merito come una delle migliori realtà jazz-rock italiche, rinverdendo i fasti della tradizione nazionale che fu. A sorpresa, due anni dopo, escono con “Kublai”, abbandonano l’AltrOck (disaccordi sulla linea da seguire, forse? Mistero!) ed autoproducono un album che suona sicuramente più spontaneo, eseguito in presa diretta (quale dei due approcci risulti migliore è meramente soggettivo), che per i critici ha strizzato l’occhio al Canterbury sound. Emblematica, a tal proposito, la presenza come ospite di Richard Sinclair.


Sorpresa delle sorprese, dopo tre anni il quartetto sforna questo terzo omonimo (abbreviato in sigla) e lo fa nuovamente affidandosi alla nostrana AltrOck. Tra l’altro, leggendo le note di copertina – soprattutto tra le righe – si evince che gli ultimi tempi non sono stati per nulla facili e che l’essere riusciti a superare delle difficoltà gravose ha reso ancora più fieri della pubblicazione di questo lavoro. Che la gestazione sia stata difficoltosa lo si evince in maniera abbastanza chiara, in quanto lo stile sembra variare ulteriormente, basato soprattutto sulle atmosfere scandite dai controtempi e quindi da una verve sperimentale che già si era intravista sul predecessore di “Adc”. Inoltre i pezzi sono stati composti in un arco di tempo piuttosto ampio, durante situazioni completamente differenti, quindi le composizioni danno un’impressione d’insieme ancora più variegata e a volte fuorviante.
Si parte subito con il jazz-rock immediato di “Nadir”, dotato di un assolo di chitarra veloce e sciolto del solito Marco Marzo che risulta tra le cose migliori di tutto l’album. Seguono quindi dei controtempi che dopo un intermezzo visionario diventano sempre più intrecciati e complessi, approdando ad un finale di quiete. “Dandelion” riprende le metriche complesse laddove si erano interrotte – sempre ottimi Daniele Piccinini (basso) e Cristian Franchi (batteria) – a cui seguono ancora assoli chitarristici degni di nota (soprattutto il secondo: lungo, complesso e pieno di groove).
A questo punto, qualcosa cambia. Le seguenti “Seuth Zeugma” e “Dua” risalgono difatti al precedente album, in cui non sono state poi incluse. Sul primo dei brani citati vi sono gli strumenti ad archetto suonati da Vladimiro Cantaluppi ed Enrico Guerzoni, in cui si tende ad un jazz-rock sperimentale con lavoro ritmico dettato soprattutto dalle linee di tastiere tracciate da Giovanni Parmeggiani, denotando una vaga somiglianza con gli Area. In generale, comunque, le composizioni risalenti a tre anni fa – ciascuna a modo proprio – sembrano contrassegnate da un andamento che procede al trotto spedito, anche se spesso scomposto da delle “buche” e degli “ostacoli” che non rendono affatto uniforme l’andatura. Vi sono poi gli otto minuti di “Tiglah”, con una quiete misteriosa che va pian piano montando per oltre quattro minuti, fino a quando le “contaminazioni” (ancora una volta seguendo uno stile strumentale che ricorda i già citati Area) vengono fuori spontanee, con un Parmeggiani in gran spolvero. Conclusione affidata a “Più Limpida e Chiara di Ogni Impressione Visuta, part II”, che esisteva già ai tempi del secondo album ma solo in forma molto approssimativa. Con la chitarra acustica che si mostra discreta tra gli archi di Cantaluppi e Marina Scaramagli, si chiude definitivamente in maniera quieta e riflessiva.
Che dire, per concludere? L’inizio era stato praticamente ottimo, all’insegna di ciò che era stato e dopo rielaborato. Il seguito necessita di riflessione e, per quanto ottimamente eseguito, potrebbe a tratti apparire come un tappa buchi o come qualcosa da elaborare ulteriormente. Su questo “Adc” ci sono delle parti straordinarie, mentre altre sembrano l’inizio di qualcosa di nuovo, di cui ancora non se ne riesce a delineare con esattezza i contorni. Bravi come sempre e non si può non consigliare anche questa ultima fatica, però è bene tenere la guardia alzata e non aspettarsi chissà quale sfogo strumentale in ciascuno dei sei brani presenti. Si potrebbe rimanere delusi e si sminuirebbe a torto un album comunque buono. I fan della prima ora attendono di sapere come proseguirà la storia…


- Marco Marzo / acoustic & electric guitars, oud
- Giovanni Parmeggiani / Hammond, piano, Fender Rhodes, Minimoog
- Daniele Piccinini / bass
- Cristian Franchi / drums

- Enrico Guerzoni / cello (3)
- Vladimiro Cantaluppi / violin (3), viola (6)
- Marina Scaramagli / cello (6)

Mario Vugliano - La vedova di me stesso



Da Il romanzo per tutti n. 23, dicembre 1953