Benché non fosse ancora mezzogiorno, Nonno Jean Dubois chiuse a chiave e sprangò la porta della polverosa stamperia, poi abbassò le persiane delle finestre. Si avvicinò al banco di incisione, sotto la lampada schermata di verde, e con mano decisa aprì il cassetto. Ne tirò fuori il biglietto da mille dollari, accuratamente sistemato in un nascondiglio che aveva ricavato sul lato posteriore del cassetto.
Mentre esaminava il biglietto con una forte lente, notò che l’inchiostro era finalmente asciutto. Allora sospirò, per l’orgoglio e per la soddisfazione. Conosceva il suo mestiere, nonno Dubois. E quella perfetta contraffazione ne era la prova. La Zecca degli Stati Uniti non faceva niente di meglio. La carta, i fili di seta, la serie di linee sottili e interrotte. Tutto perfetto. Sì, e ne avrebbe potuti fare moltissimi altri, se avesse voluto.
Ma non ne avrebbe fatti altri. Soltanto questo, perché lui era un onesto cittadino americano, rispettosissimo della legge.
Il fatto era che la sua adorata nipotina Annette aveva bisogno del pianoforte. Il pianoforte dalle meravigliose tonalità che avevano ammirato nel negozio di “Musica, Strumenti musicali e Biglietti da visita” del signor Frierly, nella Carondelet Street. Perché Annette era dotata di un talento fuori del comune. Sarebbe arrivata fino alle sale da concerto, così diceva Madame Lausanne, a patto che la bambina avesse un buon strumento sul quale esercitarsi.
Nonno Dubois, che abitava in una stanzetta nella parte posteriore della casa dei genitori di Annette, in St. Char Street, sapeva che loro potevano a malapena pagare le lezioni di musica. Quarant’anni prima, le sue macchine da stampa e i suoi strumenti erano quanto di meglio si potesse importare dalla Francia; ma rivendendoli oggi a New Orleans ne avrebbe ricavato, al massimo, duecento dollari.
Senza contare che lui viveva della sua stamperia. Una vita modesta, a dire la verità, perché chi si cura, oggi, di incisioni ben fatte? Nonno Dubois aveva pensato e ripensato al pianoforte per Annette, fino a farsi venire il mal di testa; alla fine, con l’aiuto di una fotografia, aveva cominciato a lavorare su una lastra d’acciaio.
Il risultato era questo perfetto biglietto da mille dollari. Lo piegò e lo ripiegò diverse volte, poi lo mise nel portafoglio. Aveva già bruciato le prove di stampa sul fornello a gas. Mise la lastra d’acciaio in un bacile di acido, e i suoi occhi scuri, più scuri di quelli di un giovane, fissarono senza battere ciglio la bella incisione che, a poco a poco, si corrodeva e si cancellava. Alla fine si raddrizzò. Era un uomo piccolo, ben piantato, con i capelli bianchi e un paio di arricciolati baffi grigio ferro; il viso bonario e arguto smentiva l’aggressività del suo naso a becco, da francese.
Nonostante tutto, in nonno Dubois c’era un senso di fastidio. Non mancava certo di fiducia nel suo capolavoro, né temeva di venire scoperto. Piuttosto, c’era il fatto che l’intero quartiere – più simile ad una cittadina di provincia che alla parrocchia di una grande città – considerava nonno Dubois un uomo straordinariamente onesto.
E lui provava un certo orgoglio, per questa fama.
Conosceva l’atteggiamento del Governo contro chi osava fabbricare denaro falso. Ma quell’atteggiamento, si diceva nonno Dubois, riguardava le copie di qualità inferiore, e quindi era comprensibile. Non riguardava per niente il suo lavoro, che superava qualsiasi pura imitazione ed era, in sostanza, un altro originale!
Diceva a se stesso che lui non danneggiava nessuno.... Al contrario, aiutava il suo Paese a far nascere una nuova, grande pianista.
Eppure, il senso di fastidio persisteva, in lui, anche quando aveva lasciato il laboratorio e si era incamminato verso il negozio di “Musica, Strumenti musicali e Biglietti da visita” del signor Frierly, in Carondelet Street.
—Signor Dubois — disse il signor Frierly, — questo modello di pianoforte è aumentato da 795 a 929,50 dollari, dall’ultima volta che lei e la bambina siete venuti a vederlo. Tasse incluse.
—Non ha importanza — disse nonno Dubois con aria da gran signore, esibendo il suo frusciante biglietto da mille dollari. — Sono disposto a comprarlo.
Frierly rigirò il biglietto fra le dita. — Io... io non so se... — disse.
—È buono — disse Nonno Dubois con tono scherzoso. — L’ho fatto io!
—Oh, lei! — disse Frierly. — Posso bene immaginarlo. No, non è per questo. Ho sentito che il Governo sta effettuando un controllo sui biglietti da mille dollari, ecco tutto. Un mucchio di individui, che hanno fatto i soldi col mercato nero, adesso non riescono a piazzare i bigliettoni. Ho sentito dire che si possono comprare biglietti da mille dollari per sette-ottocento dollari.
—Ma che sciocchezze — disse il Nonno. — Non dia via il piano. Ritorno subito.
Percorse un isolato, fino alla banca sull’angolo.
—Me lo cambi in nove biglietti da cento e due da cinquanta — disse al giovane Danny Robertson.
Danny agitò la testa, si guardò attorno con cautela, e si piegò in avanti. — Guardi, signor Dubois, io so che lei è in regola, per faccende come questa, ma il Governo, recentemente, ha messo un sacco di limitazioni su questi biglietti da mille. Dobbiamo fare un rapporto, prendere i numeri di serie, riempire dei moduli, e mandare ogni cosa a Washington. Poi loro fanno un controllo, e...
—Non voglio disturbare Washington — disse dignitosamente il nonno rimettendo nel portafoglio il suo biglietto. — Il Governo deve impiegare già abbastanza gente per preoccuparsi degli affari di altra gente. — Sì esplorò le tasche, e ne tirò fuori mezzo dollaro. — Per favore, me lo cambia? Devo fare una telefonata.
—Altro che, signor Dubois.
Prese le monete che venivano fatte scivolare fuori fino a lui, e si incamminò verso le cabine telefoniche. Automaticamente, diede un’occhiata alle monete che aveva in mano, poi ritornò allo sportello. Aspettò pazientemente che la signora Gilley, del vicino emporio “Tutto a meno”, facesse il suo pesante deposito in monetine da cinque e da dieci centesimi di dollaro, quindi si ripresentò: — Danny, mi ha dato dieci centesimi in più — lo rimproverò. — Deve stare più attento, altrimenti la banca fallisce presto.
—Ha ragione. Grazie. Se qualche volta avrò bisogno di qualcuno che badi alla cassa, le farò una telefonata.
Con aria pensierosa, nonno Dubois introdusse una moneta di cinque centesimi nell’apparecchio, e formò il numero. Frierly aveva detto la verità. Non avrebbe mai immaginato che fosse tanto difficile cambiare un biglietto da grosso taglio. Ma lui, Jean Pierre Dubois, era forse tipo da lasciarsi scoraggiare? No, mai. C’erano altre strade. Era un buon cittadino americano, senza dubbio, ma non per niente era nato a Parigi. Era, come si dice, uno che ci sapeva fare.
Al telefono non rispondeva nessuno. Benissimo. Ci sarebbe andato di persona. Anche se gli avessero dato soltanto sette-ottocento dollari, per il suo biglietto, si sarebbe poi procurato il resto per il pianoforte di Annette.
In Milan Street, entrò al “Gatto verde”.
—Dov’è il signor Del Muto? — domandò al barista.
—Chi è che lo vuole?
—Jean Dubois. Il mese scorso gli ho stampato dei cartoncini e dei menù.
—Di sopra. Terza porta a sinistra.
Il nonno trovò il padrone del locale nel suo ufficio, e tirò fuori il suo capolavoro.
—Nonnino, come se lo è procurato?
—Io... l’ho trovato.
Del Muto mordicchiò il mozzicone del suo sigaro spento, guardò Dubois attraverso le nere e fitte sopracciglia, poi osservò di nuovo il biglietto: — Nonnino, cos’è questa storia?
—Mi aiuti, per favore. Glielo posso cedere per settecentocinquanta dollari.
—Senta, di questi biglietti da mille ne ho una pigna così, e non riesco a venderli neanche con moneta falsa. E con gli affari, non si scherza... Vuole un consiglio? Lo strappi.
Quando lasciò il “Gatto verde”, nonno Dubois aveva il viso grondante di sudore. Non era riuscito a vendere quel biglietto nemmeno per quattro soldi! Avrebbe potuto nasconderlo, ma non aveva un posto veramente sicuro. E non poteva assolutamente strapparlo. Sarebbe stato come distruggere la Gioconda. Che cosa fare, allora?
Ritornò in St. Charles Street. L’agente Norton regolava il traffico di mezzogiorno mentre Dubois attraversava la strada verso la stamperia.
—Salve, signor Dubois — lo chiamò l’agente Norton. — Annette si esercita ancora molto, per quei concerti?
—Moltissimo — assicurò il Nonno con aria seria. — Eccetto che con i tasti del Sol diesis e del Si, che mancano sul suo pianoforte.
L’agente Norton mandò un gesto minaccioso in direzione di un camionista. — Ci riuscirà lo stesso. Una vera artista può essere superiore ad un Sol diesis e ad un Si che mancano!
—Forse ha ragione lei — disse nonno Dubois con scarsa convinzione. Il suo cervello stava inutilmente lottando con il suo problema. Come poteva cambiare quel maledetto biglietto?
Per un attimo prese in considerazione l’idea di consegnarsi all’agente Norton. Poi
nella sua mente sprizzò un’idea migliore. L’avrebbe messa in atto immediatamente.
Stava quasi correndo, quando arrivò alla stazione di polizia.
—Io... — disse al sergente Withers, — io credevo che fosse un biglietto da un dollaro, lì vicino al marciapiede. E quando l’ho raccolto, io... quasi svenivo!
—Non c’è da meravigliarsi — disse il sergente Withers esaminando il biglietto da mille dollari. — Però, mica tutti consegnerebbero alla polizia una cosa così.
—Chi è onesto una volta, è onesto per sempre — disse il caporale Finnegan.
Jean Dubois si strinse nelle spalle. — La legge dice che qualsiasi oggetto trovato deve essere consegnato alla polizia. Io non faccio che obbedire alla legge. Inoltre, scommetto che è falso.
I due poliziotti sorrisero. — Io so riconoscere un biglietto matto ad un chilometro di distanza — disse il caporale Finnegan. — Se si presenta il proprietario, dovrà darle una bella mancia.
—Sarebbe una cosa magnifica — disse Nonno Dubois, e se ne ritornò sconsolatamente a casa. Era stata una giornata tribolata, ma se non altro, adesso, non doveva più preoccuparsi per quel diavolo di biglietto falso. Se almeno avesse avuto il coraggio di bruciarlo! Ma non ne era stato assolutamente capace. Infine aveva scelto la soluzione migliore: se qualcuno fosse stato tanto stupido da reclamarlo, benissimo. Altrimenti, marcisse pure nella cassaforte della polizia.
Nelle settimane che seguirono, mentre ascoltava Annette che continuava nei suoi progressi, cominciò a fare sempre meno caso ai difetti del pianoforte, e ad apprezzare sempre più la crescente abilità della bambina. L’agente Norton aveva ragione: una vera artista può essere superiore ad un Sol diesis e ad un Si che mancano.
A giugno, aveva tutt’altro che dimenticato il biglietto contraffatto. Perciò, quando due ufficiali della polizia e qualche fotografo vennero fatti entrare nel suo soggiorno, i muscoli interni di nonno Dubois sì contrassero con dolorosa intensità.
François e Delphine, suo figlio e sua nuora, erano lievemente a disagio. Annette martellò sul piano un accordo conclusivo, poi rimase a guardare con gli occhi spalancati.
La voce del sergente Withers risuonò improvvisa, e più alta del necessario. — Siamo qui per quel biglietto da mille dollari che lei ha trovato tre mesi fa.
—Ah, quel... — Nonno Dubois aspettò lo scatto delle manette. Avrebbe dovuto immaginarlo che, in un modo o nell’altro, lo avrebbero scoperto. Se almeno non fosse accaduto davanti ai suoi familiari... davanti ad Annette!
—Era un caso molto insolito, e perciò il capo ci ha mandati in missione speciale. — Il sergente Withers estrasse dalla tasca, con cura, il biglietto da mille dollari. Nonno Dubois chiuse gli occhi. — Ecco! — disse l’ufficiale di polizia. — È suo! Questa è la legge. Se nessuno reclama un oggetto smarrito entro novanta giorni, l’oggetto passa di proprietà a chi l’ha trovato.
—Io... io non lo sapevo — balbettò Nonno Dubois.
I lampi dei fotografi scattarono velocemente, mentre lui se ne stava lì, con il biglietto in mano.
Qualcuno gli chiese: — Nonno, che cosa ha intenzione di fare, con tutti quei soldi?
—Ecco... non ho ancora deciso. — Per quanto si sentisse frastornato, gli era chiaro un fatto: il biglietto aveva ricevuto un riconoscimento ufficiale; i giornali avrebbero riportato la vicenda. Poteva andare in banca; poteva andare da Frierly, e loro l’avrebbero accettato senza obiezioni. Ed Annette avrebbe finalmente avuto un pianoforte nuovo.
Sentì che qualcuno domandava a François: — Ha qualche progetto per aiutare suo padre a spendere quei soldi? — E François, da quel bravo ragazzo che era, rispose: — Il denaro è suo. Non mi sognerei mai di intromettermi nell’uso che mio padre ne farà.
Un’altra voce piena di curiosità: — Signor Dubois, che cosa l’ha spinta a portare questa fortuna alla polizia, quando avrebbe potuto benissimo tenersela, senza che nessuno ne sapesse niente?
Nonno Dubois si inumidì le labbra secche. La coscienza, che lui credeva addormentata, si era risvegliata e gli dava dolorosissime pugnalate. — Che cosa... mi ha spinto? — farfugliò. Che cosa poteva dire? Quale risposta accettabile poteva dare?
Inaspettatamente, fu Annette a rispondere, con una voce sottile, dolce, chiara, traboccante di un irresistibile orgoglio: — Signore, quando lei andava a scuola, non ha mai sentito parlare di George Washington e di Abramo Lincoln? Mio nonno è proprio come Washington e Lincoln. Mio nonno è una persona onesta!
Quando se ne furono andati tutti, nonno Dubois se ne rimase seduto, tutto solo, nella sua stanza, ascoltando attraverso le sottili pareti le agili e felici melodie di Annette, e contemplando una piccola fiamma che si sollevava e moriva attraverso la grata del caminetto. C’era un sorriso, sulle sue labbra. Sì, sarebbe stato facile ordinare il nuovo pianoforte. Tutte le difficoltà erano state superate. Tutte, tranne la sua coscienza. E l’orgoglio che Annette sentiva per lui.
E c’era la parrocchia, come un villaggio all’interno di New Orleans, dove tutti sapevano – da un angolo all’altro – che nonno Dubois era una persona onesta.
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