sabato 1 agosto 2026

Da quel libro




Il primo color book che ho comprato era a tema giapponese. Non ricordo di aver pensato: «Ecco, questa diventerà la mia passione». Mi piaceva il soggetto e avevo voglia di provare, senza costruirci sopra grandi aspettative. Avevo tra le mani un libro da colorare, non l’inizio di un progetto, e proprio per questo mi sono avvicinata alle prime pagine senza sentire il peso di dover riuscire bene.

Non disegnavo. Una pagina completamente bianca non mi suggeriva nulla e non avevo la capacità di trasformarla in una figura. Nel color book, invece, il punto di partenza esisteva già. Non dovevo chiedermi come tracciare un volto o come rendere credibile un paesaggio; potevo dedicarmi a quello che mi attirava davvero, cioè scegliere i colori e decidere come farli vivere dentro l’immagine.

Quel libro dedicato al Giappone mi ha dato subito molto materiale per fantasticare. Non mi interessava riprodurre fedelmente ciò che avrei potuto vedere in una fotografia. Preferivo seguire il mio gusto e lasciare che ogni pagina prendesse una direzione diversa. Un colore scelto senza pensarci troppo poteva cambiare l’idea che avevo all’inizio, costringendomi a cercarne un altro capace di accompagnarlo. In certi casi il risultato mi sorprendeva; in altri mi convinceva meno, ma non sentivo di aver rovinato tutto.

Ho iniziato così a inventare modi personali di colorare, senza sapere se avessero un nome e senza preoccuparmi di scoprirlo. Provavo a usare una tonalità in modo più leggero, poi ripassavo alcune zone per renderle più intense. Mettevo due colori vicini soltanto per capire quale effetto producessero insieme. Quando non trovavo la sfumatura che avevo in mente, cercavo di ottenerla lavorando con quelle che possedevo. Non seguivo una lezione: imparavo guardando ciò che succedeva sulla pagina.

Questa parte mi appassionava molto più del semplice riempire gli spazi. Ogni scelta apriva una possibilità e non sapevo in anticipo dove mi avrebbe portata. Anche un piccolo particolare poteva cambiare l’equilibrio dell’immagine e farmi modificare tutto il resto. Mi piaceva osservare quel cambiamento mentre avveniva, perché il disegno restava lo stesso, ma il modo in cui lo stavo interpretando apparteneva soltanto a me.

La passione è cresciuta in maniera naturale, senza bisogno di darle subito un nome. Ho cominciato a desiderare il momento in cui avrei riaperto il libro, non per terminarlo in fretta, ma per riprendere una pagina lasciata a metà o iniziarne una che mi attirava da giorni. Il piacere non stava soltanto nel risultato finale. Stava anche nell’indecisione davanti ai colori, nei ripensamenti, nei tentativi e in quelle scelte che sembravano strane finché non le vedevo sulla carta.

Colorare ha modificato anche il modo in cui attraversavo i momenti di stress. Quando la mente era piena, non riuscivo semplicemente a ordinarmi di smettere di pensare. Aprire il color book mi offriva però un’alternativa concreta: invece di restare ferma dentro la stessa preoccupazione, cominciavo a occuparmi di una tonalità, di un bordo o di un passaggio che richiedeva attenzione.

Non era una distrazione vuota. Sentivo che parte della tensione passava nel movimento della mano e nella concentrazione necessaria per portare avanti la pagina. Il pensiero che mi tormentava restava da qualche parte, ma non era più l’unica cosa presente. Tra me e quello che mi pesava compariva un’attività capace di coinvolgermi senza chiedermi spiegazioni.

Quella era diventata la mia valvola di sfogo. Potevo arrivare al libro nervosa, stanca oppure con la testa confusa e cominciare lo stesso. Non serviva aspettare l’umore giusto. Il colore accoglieva anche le giornate peggiori, quando avevo poca pazienza o sentivo il bisogno di usare tonalità più forti. Mentre lavoravo, lo stress perdeva lentamente intensità e io riuscivo a respirare dentro qualcosa che avevo scelto per me.

Il tema giapponese mi aiutava anche a spostarmi con la mente. Non avevo bisogno di inventare una storia precisa per ogni illustrazione. Mi bastava guardare una pagina e lasciarmi portare dalla sua atmosfera, completandola attraverso i colori che sentivo più adatti in quel momento. Quel viaggio non consisteva nel fingere di essere altrove, ma nel concedere alla mente uno spazio diverso da quello occupato dalle preoccupazioni.

Ogni immagine mi permetteva di costruire un piccolo mondo senza doverlo disegnare. Decidevo se renderlo delicato, acceso, profondo o pieno di contrasti. Nessuna scelta era definitiva fin dall’inizio, perché potevo cambiare idea durante il lavoro e seguire una strada che non avevo previsto. Questa libertà mi faceva sentire creativa senza obbligarmi a essere qualcosa che non ero.

Ho capito che colorare non rappresentava un ripiego per chi non sapeva disegnare. Era un linguaggio diverso, fatto di accostamenti, intensità e sensazioni. Qualcuno aveva tracciato le linee, ma non aveva scelto ciò che quelle immagini avrebbero trasmesso una volta riempite. Il mio intervento non era un’aggiunta automatica: era il modo in cui entravo nella pagina.

Dopo quel primo color book ho continuato perché avevo trovato un’attività capace di unire molte cose che cercavo senza saperlo. Mi permetteva di usare la fantasia, alleggerire la tensione e creare qualcosa di personale partendo da un’immagine già esistente. Non dovevo dimostrare talento, né arrivare a un risultato perfetto. Potevo limitarmi a scegliere un colore e vedere quale direzione avrebbe preso il resto.

Ripensando a quel libro giapponese, non ricordo soltanto le pagine completate. Ricordo soprattutto la scoperta di un piacere che non avevo previsto: prendere un disegno creato da qualcun altro e riconoscere, alla fine, che dentro quei colori era rimasto anche qualcosa di mio.