giovedì 3 aprile 2025

URANIA n.30 - John W. Campbell: Martirio lunare



Vestiti del goffo scafandro lucente, a tenuta stagna, quindici uomini si
erano allineati accanto all'enorme razzo che, varcato un quarto di milione di
miglia di spazio, li aveva finalmente deposti sul satellite senz'aria. Alle
finestre della macchina gigantesca, l'astronave più potente che si fosse mai
costruita in Terra, brillava una luce calda e dorata. Sullo sfondo, la parete del
cratere sfavillava qua e là di luce solare azzurrina, elettrica, tra l'ombre
nerissime delle fenditure a spirale. Il terreno circostante, quello del mondo
del cratere, era sforacchiato ovunque, contorto e tormentato da innumeri,
antichissimi sommovimenti lunari, e sfumava in un orizzonte stranamente
prossimo, ovunque delimitato da pareti a picco, incredibilmente orrido di
fenditure. Sopra di loro, nel cielo tempestato di stelle, un sole in-candescente
sovrastava tutto. Non v'era aria sul satellite; il caldo era soltanto dov'era il
sole. La notte s'annidava ovunque, in tutti gli anfratti nascosti alla luce
stranamente azzurrognola del sole.
I quindici uomini s'erano adunati attorno una struttura di me-tallo che
andavano elevando sulla superficie piana di una roccia immane. Appena
ebbero terminato il lavoro, apparve, stazzonata, una bandiera americana e
rimase pendula, immota nello spazio senz'aria. Quarantotto ore e la luce
infocata dell'ambiente l'avrebbe ridotta un cencio biancastro, scolorito.
Allora, gli uomini l'avrebbero sostituita con un foglio di metallo leggero,
dipinto.
Prima, però, c'era ben altro cui provvedere. Il dottor James Harwood, il
capo di quel pugno d'uomini accuratamente selezionati, doveva rivendicare la
proprietà degli Stati Uniti sulla cosiddetta "faccia oscura" della luna. Era la
metà d'un mondo. Milioni, decine di milioni di miglia quadrate di superficie
assolutamente ignuda, mai veduta da occhi terrestri se non quando, ed eran
passati cinque anni, il capitano Roger Wilson aveva compiuto due volte la
circumnavigazione della Luna, atterrandovi sulla faccia visibile dalla Terra,
rivendicandone la proprietà degli Stati Uniti.
A differenza della prima spedizione, quella dei quindici non sarebbe
rimasta sul satellite per la breve esplorazione di un paio di giorni, ma vi
sarebbe dovuta rimanere per un paio d'anni... Questi, gli ordini che erano stati
loro impartiti per iscritto: "La nave lascerà Inyokern, California, il 10
giugno, e toccherà la Luna il 15. Compiuta la circumnavigazione del satellite
si farà il possibile per scendere quanto più vicino possibile al centro della
faccia invisibile dalla Terra. Compito degli esploratori: la raccolta di dati,
che cesserà soltanto dopo un anno ed undici mesi. Il 10 maggio 1981, da
Mojave, California, Terra, si staccherà un'astronave-appoggio che puntando
direttamente sul campo stabilito sulla Luna prenderà terra quanto più
possibile accanto alla cupola degli esploratori. I due equipaggi si
tratterranno sulla Luna per altri due mesi e la partenza avrà luogo il 15 di
giugno. Il ritorno avverrà sul Lago Michigan, Terra, il 20 giugno..."
La prima astronave era giunta carica di tonnellate di materiale e strumenti
indispensabili per quel soggiorno di due anni. Il carico d'ossigeno e d'alimenti
era così imponente da non consentire il trasporto di carburante per il viaggio
di ritorno. Di qui la necessità d'una nave di soccorso, che avrebbe portato con
sé ossigeno ed alimenti per soli quindici giorni, sufficienti a tutti i diciassette
uomini dell'equipaggio. Gli uomini dovevano pesare una media di 75
chilogrammi. "Si riporteranno in Terra mille chilogrammi tra strumenti,
campioni, fotografie, materiale vario. Gli strumenti per i rilievi di paragone
(quegli strumenti cioè il cui indice avrebbe perduto ogni significato se non si
fossero ripetute anche in Terra le esperienze condotte sulla Luna) dovranno
essere riportati alla base ad ogni costo".
Dal cilindro tozzo puntuto, si calarono a terra robustissime guide, mentre
si provvedeva ad istallare i potentissimi montacarichi elettrici. Si sbarcarono
chiavi inglesi elettriche ed altri utensili. All'interno dell'astronave, i motori
ripompavano nelle bombole l'aria che ne era uscita. Un attimo, e l'addestrato
equi-paggio si mise al lavoro. In men che non si dica la nave venne smontata,
le chiavarde che assicuravano i lastroni metallici l'uno all'altro vennero
rimosse e i pezzi numerati disposti in ordine progressivo. Rimase intatta
soltanto la sala-batterie di forma tonda, bassa; era stata la base dell'astronave
originaria e sarebbe servita a sopperire, con le sue batterie, luce e calore
durante le notti lunari che duravano due settimane.

 

mercoledì 2 aprile 2025

Frank La Rocca

 

(1951 - New Jersey)

Ha studiato a Yale e all'Università della California a Berkeley. Le sue prime esperienze musicali spaziano dal pianoforte classico al suonare le tastiere elettroniche in vari gruppi rock e blues. Ha iniziato a comporre all'età di 14 anni. Ha ricevuto sovvenzioni e premi dal National Endowment for the Arts e dal California Arts Council, e un Young Composers Award dall'ASCAP. È stato vincitore dell'American Prize 2018 per l'oratorio "A Rose in Winter - the life of St. Rita da Cascia". 

Formatosi come modernista accademico durante i suoi studi universitari a Yale e all'Università della California, Berkeley, La Rocca arrivò a vedere questo approccio come una barriera all'autentica espressione musicale e trascorse molti anni alla ricerca di un linguaggio creativo personale.
Compositore di opere sia per il palcoscenico che per la liturgia, trova un notevole terreno comune tra questi due generi. La Rocca si considera nel ruolo di "difensore di una fede tipicamente cristiana - non attraverso la persuasione diretta, ma attraverso la bellezza della musica". È stato nominato Compositore residente presso l’Istituto Benedetto XVI di Musica Sacra e Liturgia nel 2018.
Il critico e compositore Michael Linton ha detto di 'Messa delle Americhe', che è "la migliore composizione liturgica per la Messa dai tempi di Duruflé". Nelle note dell’album, William P. Mahrt, studioso di musica antica e presidente della Church Music Association of America, scrive: “Varietà, ingegnosità, pura abilità compositiva e idoneità liturgica hanno reso queste composizioni in The Messa delle Americhe destinate a diventare dei classici”. 
Il compositore ed ex professore di musica Martin Rokeach, ha scritto una recensione della Messe des Malades di La Rocca che concludeva: “Capolavoro non è una parola da usare con disinvoltura, ma secondo la mia comprensione e il mio orecchio questa Messe des Malades dovrebbe essere al fianco dei grandi capolavori del Rinascimento”.


La proposta è Requiem for the Forgotten & Messe des Malades, del 2023.
Scritti su commissione dell'Istituto Benedetto XVI, rientrano perfettamente nella tradizione musicale cattolica. La Rocca fu intenzionale in questo, creando musica destinata specificamente alla liturgia piuttosto che ad ambienti sia sacri che secolari. Non c'è molta varietà nel tempo e nell'umore durante la registrazione, il che diventa un po' monotono in questa versione di più di un'ora, ma attireranno sicuramente l'attenzione del pubblico come performance a sé stanti. Il Coro Benedetto XVI è equilibrato e ha una bella voce, ma a volte è sopraffatto dall'organo della Messe des Malades; un coro più grande andrebbe a vantaggio della voce principale del coro, che contiene idee armoniche interessanti che meritano di essere ascoltate chiaramente. Il coro riceve per sé l'opera centrale Diffusa est gratia (Offertorio della festa della Purificazione della Beata Vergine Maria) ed è affiancato dall'organista Michael T.C. Hey, gli archi bassi e l'arpa dell'Orchestra Benedetto XVI per il Requiem dei Dimenticati, e l'equilibrio tra musicisti e coro è molto migliore, mettendo in risalto i cantanti così come l'armonizzazione di La Rocca, soprattutto tra archi e coro. Di particolare interesse qui è il terzo movimento, "Commemorazione: A Hymn for Ukraine", ancora una volta per coro a cappella. La poesia di James Matthew Wilson è stata scritta per quest'opera poiché l'Ucraina era di attualità mondiale nel 2023 e nel 2024 ed è un omaggio al beato sacerdote greco-cattolico Andrei Ischak, che rimase sulla via dell'Armata Rossa in ritirata e fu giustiziato nel 1941, il tono disperato probabilmente risuonerà tra gli ascoltatori al di là dei suoi temi incentrati sull'Ucraina.

martedì 1 aprile 2025

Lap dance (donna disperata)




Quasi pronta per l'ultimo turno
i selvaggi capelli sciolti, irrorati di lustrini
il fard ben spennellato copre tutto, anche le occhiaie
il rossetto vermiglio lucido esalta carnose labbra
il rimmel conferisce un provocante sguardo sensuale 
i sandali con la zeppa trasparente e il tacco 20
il reggiseno e il perizoma quasi inesistenti
ancora qualche ritocco
una strisciatina di coca
e posso entrare in scena

La stanzetta è buia e quasi vuota
ma io so come muovermi, in tutti i sensi
lo spazio è angusto, premo il pulsante rosso acceso
musica ad alto volume fa gracchiare le casse
una luce dall’alto illumina un palo dorato
che piovendo dal soffitto si conficca nel pavimento
raggiungo il tubo e do inizio allo spettacolo
Una due tre finestrelle si accendono
tre porci sbavanti mi osservano famelici
con le mani nascoste compiono gesti inequivocabili
Eseguo il mio monotono numero
le stesse gestualità tutte le volte
scivolando e giocando col freddo palo
devo saper fingere bene
l'effimero piacere per dare piacere

Le luci si spengono e torna il santo buio
mi accarezzo amorevolmente l'intima nudità
violentata da avidi occhi perversi

Mi ricompongo guardando i miei resti allo specchio
sono una donna che abbisogna amore vero
ma purtroppo elargisce amore fatuo...

 

MONDADORI n.30 - Leo Perutz: Il maestro del Giudizio Universale



Vienna, primi del Novecento. A parlare in prima persona - e a redigere così una sorta di memoriale a sua discolpa - è il barone von Yosch, militare in congedo, follemente innamorato della bella Dina, andata in sposa a un celebre, osannato attore di corte. L'improvviso decesso di quest'ultimo - secondo di una serie di delitti camuffati da suicidi, che nell'arco di cinque giorni funestano come un "tragico incubo" la vita della città - avviene in circostanze tali da far convogliare ogni sospetto sul giovane barone. Il quale si lancia allora in un'accanita caccia al misterioso assassino, che pare sempre più assumere le sembianze diaboliche di "uno spettro emerso da secoli lontani": o di una potenza arcana, del "terribile nemico" che ognuno di noi alberga in sé, assopito ma pronto a destarsi dal letargo, specie se a risvegliarlo è il richiamo dell'arte. Sempre intento a perlustrare i territori ambigui che si aprono oltre la soglia della ragione e della norma, Perutz costruisce con questo romanzo un thriller metafisico, un intrigo a scatole cinesi in cui, elusa ogni barriera di spazio e di tempo e ogni logica umana, i protagonisti, e con essi il lettore, sono ben presto costretti a scontrarsi con una dimensione del reale instabile, minacciata dalla presenza di forze demoniache, da pulsioni oscure alle quali non si può che soccombere.

 

lunedì 31 marzo 2025

Jan Carol Sabin: Il cacciatore di teste


Lei bisbigliò e lui l’ascoltò. La barbona li osservò con la coda dell’occhio: non la stavano assolutamente guardando. Solo una volta la ragazza le lanciò uno sguardo penetrante, ma poi ritornò a conversare con il suo compagno.
Un uomo elegante entrò nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, guardò le tre persone e si mise a sedere. Il piccolo locale era pieno di correnti d’aria e il vento della notte ululava tra le fessure. L’uomo si strinse nel cappotto. La coppia non lo degnò nemmeno di uno sguardo, invece la vecchia si sistemò i guanti strappati e lo scrutò. Lui sperò che non venisse a mendicare e distese il giornale che aveva sotto il braccio. «Mi tufferò nella lettura» pensò «così mi lasciano in pace».
Lesse la prima pagina ed aprì il giornale, completamente assorto nella lettura dell’articolo sotto il titolo di testa. Sentendo il rumore del giornale, la giovane donna lanciò un’occhiata e rimase catturata dal titolo. La vecchia barbona seguì il suo sguardo e lesse: TROVATO TERZO CADAVERE DECAPITATO.
L’uomo dietro il giornale era allibito: l’articolo parlava di un maniaco che nel giro di due mesi aveva fatto fuori tre persone e poi le aveva decapitate. Le vittime erano un uomo e due donne e le loro teste non erano mai state trovate. I loro corpi erano stati rinvenuti in diversi punti della linea ferroviaria di Long Island. L’uomo notò che ognuna delle vittime era uscita di casa per recarsi a New York in treno ed era ripartita a tarda notte da piccole stazioni di Long Island. Come... quella.
Terminò l’articolo, chiuse il giornale e lo appoggiò sulla panchina, accanto a sé. Poi guardò il volto cinereo della ragazza e notò che il suo sguardo era fisso sul giornale. Il giovanotto accanto a lei, invece, stava fissando proprio lui.
Fu a quel punto che si accorse della grossa borsa termica, per terra vicino alla coppia. La cosa lo incuriosì, perché non aveva mai visto nessuno portarsi in giro una borsa termica in un periodo dell’anno così gelido.
— Andate ad una festa? — domandò guardando la borsa e poi il giovane, che però continuava a fissarlo con aria impassibile. — Birra gelata in marzo? — aggiunse sorridendo e rabbrividendo al pensiero.
Il giovane non disse niente e non mostrò nemmeno di averlo sentito. La ragazza abbozzò un sorriso e si chinò verso di lui.
— Magari! — rispose. — Purtroppo è piena di roba da mangiare che mi ha dato mia madre. Ha sempre paura che muoia di fame in città, a fare la modella. Ogni settimana viene a casa mia e mi porta le cose che cucina lei.
L’uomo sorrise e si accorse solo in quel momento dei bei lineamenti e degli occhi profondi della ragazza. Era bellissima. Forse il giovanotto era il suo convivente. Si chiese se avrebbe mai accettato di uscire con un uomo più vecchio di lei, un agente di cambio. Come lui.
La barbona si tirò vicino le sue cose e si mise a frugare in una borsa strapiena di vestiti. L’uomo guardò la borsa: si vedeva della plastica che usciva e sembrava foderata con uno di quei sacchetti che si usano per la spazzatura. Sorrise, pensando alla pubblicità che ne aveva garantito la robustezza e immaginando la bella risata sdentata che si era fatta la vecchia stracciona. Non certo da paragonare al dolce sorriso dell’avvenente modella di fronte a lui...
— Posso dare un’occhiata al suo giornale? — chiese la ragazza. — Strano che con questo titolo la mamma non mi abbia messo mio padre alle calcagna — commentò tamburellando nervosamente sul suo viso con le lunghe dita affusolate.
L’uomo sorrise. Pensò di risponderle che forse sua madre sapeva che girava con una scorta, ma forse i suoi non erano al corrente del fatto che il giovane era con lei... Mentre si allungava per darle il giornale, ne approfittò per guardare l’uomo