Vestiti del goffo scafandro lucente, a tenuta stagna, quindici uomini si
erano allineati accanto all'enorme razzo che, varcato un quarto di milione di
miglia di spazio, li aveva finalmente deposti sul satellite senz'aria. Alle
finestre della macchina gigantesca, l'astronave più potente che si fosse mai
costruita in Terra, brillava una luce calda e dorata. Sullo sfondo, la parete del
cratere sfavillava qua e là di luce solare azzurrina, elettrica, tra l'ombre
nerissime delle fenditure a spirale. Il terreno circostante, quello del mondo
del cratere, era sforacchiato ovunque, contorto e tormentato da innumeri,
antichissimi sommovimenti lunari, e sfumava in un orizzonte stranamente
prossimo, ovunque delimitato da pareti a picco, incredibilmente orrido di
fenditure. Sopra di loro, nel cielo tempestato di stelle, un sole in-candescente
sovrastava tutto. Non v'era aria sul satellite; il caldo era soltanto dov'era il
sole. La notte s'annidava ovunque, in tutti gli anfratti nascosti alla luce
stranamente azzurrognola del sole.
I quindici uomini s'erano adunati attorno una struttura di me-tallo che
andavano elevando sulla superficie piana di una roccia immane. Appena
ebbero terminato il lavoro, apparve, stazzonata, una bandiera americana e
rimase pendula, immota nello spazio senz'aria. Quarantotto ore e la luce
infocata dell'ambiente l'avrebbe ridotta un cencio biancastro, scolorito.
Allora, gli uomini l'avrebbero sostituita con un foglio di metallo leggero,
dipinto.
Prima, però, c'era ben altro cui provvedere. Il dottor James Harwood, il
capo di quel pugno d'uomini accuratamente selezionati, doveva rivendicare la
proprietà degli Stati Uniti sulla cosiddetta "faccia oscura" della luna. Era la
metà d'un mondo. Milioni, decine di milioni di miglia quadrate di superficie
assolutamente ignuda, mai veduta da occhi terrestri se non quando, ed eran
passati cinque anni, il capitano Roger Wilson aveva compiuto due volte la
circumnavigazione della Luna, atterrandovi sulla faccia visibile dalla Terra,
rivendicandone la proprietà degli Stati Uniti.
A differenza della prima spedizione, quella dei quindici non sarebbe
rimasta sul satellite per la breve esplorazione di un paio di giorni, ma vi
sarebbe dovuta rimanere per un paio d'anni... Questi, gli ordini che erano stati
loro impartiti per iscritto: "La nave lascerà Inyokern, California, il 10
giugno, e toccherà la Luna il 15. Compiuta la circumnavigazione del satellite
si farà il possibile per scendere quanto più vicino possibile al centro della
faccia invisibile dalla Terra. Compito degli esploratori: la raccolta di dati,
che cesserà soltanto dopo un anno ed undici mesi. Il 10 maggio 1981, da
Mojave, California, Terra, si staccherà un'astronave-appoggio che puntando
direttamente sul campo stabilito sulla Luna prenderà terra quanto più
possibile accanto alla cupola degli esploratori. I due equipaggi si
tratterranno sulla Luna per altri due mesi e la partenza avrà luogo il 15 di
giugno. Il ritorno avverrà sul Lago Michigan, Terra, il 20 giugno..."
La prima astronave era giunta carica di tonnellate di materiale e strumenti
indispensabili per quel soggiorno di due anni. Il carico d'ossigeno e d'alimenti
era così imponente da non consentire il trasporto di carburante per il viaggio
di ritorno. Di qui la necessità d'una nave di soccorso, che avrebbe portato con
sé ossigeno ed alimenti per soli quindici giorni, sufficienti a tutti i diciassette
uomini dell'equipaggio. Gli uomini dovevano pesare una media di 75
chilogrammi. "Si riporteranno in Terra mille chilogrammi tra strumenti,
campioni, fotografie, materiale vario. Gli strumenti per i rilievi di paragone
(quegli strumenti cioè il cui indice avrebbe perduto ogni significato se non si
fossero ripetute anche in Terra le esperienze condotte sulla Luna) dovranno
essere riportati alla base ad ogni costo".
Dal cilindro tozzo puntuto, si calarono a terra robustissime guide, mentre
si provvedeva ad istallare i potentissimi montacarichi elettrici. Si sbarcarono
chiavi inglesi elettriche ed altri utensili. All'interno dell'astronave, i motori
ripompavano nelle bombole l'aria che ne era uscita. Un attimo, e l'addestrato
equi-paggio si mise al lavoro. In men che non si dica la nave venne smontata,
le chiavarde che assicuravano i lastroni metallici l'uno all'altro vennero
rimosse e i pezzi numerati disposti in ordine progressivo. Rimase intatta
soltanto la sala-batterie di forma tonda, bassa; era stata la base dell'astronave
originaria e sarebbe servita a sopperire, con le sue batterie, luce e calore
durante le notti lunari che duravano due settimane.