Luglio. Il ghiaccio disegna motivi floreali sui vetri della finestra. La mamma dice che un tempo, quando lei era bambina, a luglio faceva più caldo. Io non le credo. Dev’essere un’altra leggenda, come quella dell’uomo che arrivava nelle case con un sacco pieno di regali. Soltanto leggende.
Ieri ho trovato una bottiglia di limonata in fondo al giardino, tra i rifiuti. Ne ho già bevuta metà. Ora mi verso un altro bicchiere, immergo la faccia nella schiuma e le bollicine mi salgono nelle narici: fanno male, danno il solletico. Bevo troppo in fretta e mi duole la gola, ma non posso fermarmi, mi piace troppo. È buono questo dolore che smorza la mia sete. Gli occhi mi lacrimano come se stessi piangendo.
— Anselm!
La mamma sta chiamando Anselm per svegliarlo. Lui dorme nella capanna, perché quando piove la terza stanza sgocciola. Sebbene la capanna disti una trentina di metri dalla casa, lei prova sempre a chiamarlo, anche se sa che poi dovrà uscire e tirare un mattone contro la porta. Ne ha un mucchio pronto a portata di mano, proprio accanto al serbatoio dell’acqua piovana.
— Anselm!
Lui non si sveglierà, non è il tipo. Tutta la contea dell’Essex può sentire le grida della mamma, ma Anselm no. Fa così freddo nella capanna che il suo respiro si trasforma in una spessa lastra di ghiaccio che copre il vetro della finestra. È per questo che lui ammucchia le coperte e ci si infila sotto come un ghiro. Nemmeno un terremoto riuscirebbe a svegliarlo, dovrebbe saltare in aria il mondo perché il rumore possa penetrare quella pesante coltre e raggiungere i suoi orecchi.
Dalla cucina mi giunge il rumore di tazze e di piatti che sbattono. La mamma brontola. Pulisco un poco il vetro appannato e spio fuori. Riesco a vedere il fiume che scorre al centro del suo letto, nell’unico corridoio lasciato libero dal ghiaccio. È una giornata giallastra, come le altre, e la superficie del fiume risplende debolmente, in particolare nel punto in cui il ghiaccio è più sottile.
Il nostro viottolo si chiama Hobblythick Lane. È una stradina tortuosa che viene su dal fiume, costeggiata da case su entrambi i lati. Questo è tutto quel che c’è. Il resto è formato da campi induriti dove crescono le verdure invernali. Siamo in estate eppure li chiamano ugualmente cavoli invernali e via dicendo: devo chiedere il perché, se me ne ricorderò.
La gente di Hobblythick Lane dice che la mamma è una Cristonaca. È per questo che dobbiamo andarcene oggi stesso. Io ho nove anni e ho vissuto qui tutta la vita, quindi mi dispiace dover partire. Eppure devo farlo, perché la mamma è una Cristonaca, almeno così dicono.
Da quando è morto il babbo hanno iniziato a prendersela con lei e a scrivere brutte cose sui muri della nostra casa. La mamma comincia ad aver paura: non per se stessa, dice, ma per noi, per me e per Anselm. Io credo che all’inizio nemmeno loro sapessero quando avrebbero smesso, immagino che sia come bere limonata ghiacciata: c’è qualcosa che ti senti dentro, qualcosa a cui non puoi sfuggire e ti spinge a continuare.
Anni fa, prima che nascessi, cominciarono a curiosare e a indagare. Avevano sguinzagliato alcune persone fidate che ficcavano il naso in tutte le case per vedere se c’erano Cristonache o Cristonaci. Fu così che ebbe inizio la Caccia alle Cristonache. Ne trovarono alcune, ma non come la mamma; lei non è una vera Cristonaca altrimenti anch’io lo sarei e non mi sento poi tanto diversa da Porker, Maggot o qualunque altra bambina, anche se loro adesso mi chiamano con nomi che non avevano mai usato prima.
No, quelle che scovarono erano Cristonache vere e proprie. Avevano un libro chiamato la Sacra Bibbia, fu Witchley Smith a trovarne una copia. Le schiacciarono con dei massi e le punsero con degli aghi per farle parlare. Pregavano qualcuno chiamato “Dio”, una persona invisibile.
— Che schifo — aveva detto Anselm. — Un vero schifo.
Lui ha tredici anni e quindi sa quel che dice.
— Questo Dio non si può vedere, è fuori discussione vederlo. Le Cristonache si inginocchiano così — e mi aveva mostrato come. Sembrava stesse giocando alle biglie, soltanto che aveva le mani giunte. — Poi dicono delle cose che chiamano preghiere. Sembrano esorcismi, ma loro dicono che sono preghiere.
— Cosa gli è successo? Alle Cristonache, intendo dire.
— Questo sta ai ragazzi saperlo e alle bambine indovinarlo — mi rispose.
— Non sono più tanto piccola, e poi lo so che le hanno cacciate, cosa credi.
— Huh, ne sai parecchio tu. Le hanno bruciate. Le hanno messe su un falò, come Guy Fawkes, poi l’hanno acceso. L’ho visto, o l’avrei visto se la finestra della camera da letto fosse stata dalla parte giusta. A ogni modo le ho sentite gridare. Sembravano dei conigli braccati da una donnola.
— Questa è una grossa bugia — avevo protestato. — Non gridavano affatto. — Avevo le lacrime agli occhi.
— Ne sai parecchio tu — aveva ripetuto lui.
Comunque nostra madre non è una Cristonaca, lei non ha Libri Sacri né tantomeno prega a quel modo. A dire la verità una volta l’ha fatto, quando il babbo stava morendo. Visto che gli esorcismi non funzionavano, ha costruito una croce con due bastoncini e l’ha messa sopra il suo capezzale. Lo so perché quella volta c’ero. Nancy Grimson era venuta insieme a Witchley Smith e avevano provato di tutto: incantesimi, pozioni e erbe. Non erano serviti a nulla. Io e Anselm avevamo catturato perfino un serpente che aveva inghiottito una rana a metà. Witchley Smith aveva detto che andava bene poi gli aveva colato sopra un po’ di cera, poi gli aveva dato fuoco. Malgrado il serpente facesse del suo meglio, contorcendosi su se stesso, il babbo continuava a morire. Quando tutti se ne furono andati, la mamma fece quella croce e pronunciò alcune parole, ma ciò non basta a fare di lei una Cristonaca.
Dicono che esclamò “benedetto”, eppure io ricordo che non la sentii dire quella parola, e sono stata sempre con lei. Non l’avrebbe mai fatto, non ha mai bestemmiato in vita sua. Poi venne tutta la congrega e le dissero che aveva commesso un grosso errore e quindi avrebbero dovuto processarla. Questo è successo la settimana scorsa.
— Anselm!
Mi metto il cappotto sopra il pigiama e mi infilo gli stivali, esco all’aria fredda e busso forte alla porta di Anselm. Sento alcune parole soffocate e capisco che è sveglio, così vado sul retro. Sulla riva del fiume vedo la legna accatastata. La stanno raccogliendo da molte settimane e io li ho persino aiutati, prima di scoprire a cosa servisse. Pezzi di legna qua e là, difficili da trovare. Quando il babbo era ancora vivo facevamo il fuoco almeno una volta al mese; adesso che siamo rimasti in tre a cercare la legna accendiamo il cammino molto raramente.
Rientro in casa. La mamma ha preparato una zuppa di verdure, e io la trovo curva sulla scodella. I suoi guanti sono stati rosicchiati dai topi e la pelle rossa e screpolata fa capolino dai buchi. Ha messo da parte alcuni vecchi stracci da ardere per poter cucinare, visto che stamane avremmo avuto bisogno di qualcosa di caldo prima di partire per chissà dove.
— Mangia un po’ di zuppa — dice, infagottata nella sciarpa.
— Anselm sta arrivando — le dico.
Ha gli occhi gonfi e arrossati, deve aver pianto di nuovo. È ancora sconvolta per il fatto che il babbo sia stato sepolto in terra consacrata, ma loro dicevano che era morto per avvelenamento da acqua e quindi non poteva stare insieme agli altri. Era santificato, o qualcosa del genere. La mamma ha provato a disseppellirlo ma il terreno era troppo duro e così abbiamo dovuto lasciarlo santificato. Non le è rimasto altro da fare che sacrificare un ermellino sulla sua tomba nella speranza che il sangue cancellasse dalla faccia della terra tutte le chiese e le altre porcherie del genere.
Anselm entra in cucina con passo strascicato. Ha fatto un buco nelle coperte e se le è infilate a mo’ di poncho sopra il vestito. Gli gocciola il naso e io guardo altrove.
— Lucifero — esclama. — Zuppa bollente.
— Calda — lo corregge la mamma. — E non essere blasfemo.
— Be’, ormai lo sono stato — replica lui con aria di sfida.
Anselm è più grande della mamma e lei deve imporsi per riuscire a ottenere un po’ di rispetto. Mangiamo in silenzio, l’unico rumore è quello del vento che soffia attraverso gli spifferi. Se fa così freddo è tutta colpa di questa tramontana, diceva sempre il babbo. Non so, non me ne importa poi tanto, e nemmeno ad Anselm importa. La mamma invece odia il freddo e dice che da quando il babbo se n’è andato le notti sono più gelide della morte. Ma la morte dev’essere ancora più fredda, visto che ci infilano sotto terra come tanti stoccafissi.
— Mangiate in fretta — dice la mamma. — Dovremo camminare molto. Avremmo dovuto essere già partiti, ancora prima dell’alba.
Ci ha già detto che cammineremo per trenta miglia e ora ce lo ripete di nuovo.
— Credi di riuscirci? — obbietta Anselm. — La sorellina non ce la farà mai. Avrà percorso sì e no due miglia in vita sua. Dovevi pensarci.
— Non abbiamo altra scelta — dice la mamma, calma.
— E le paludi? — insiste lui, come se non l’avesse sentita. — Che mi dici delle paludi infestate dai Cristonaci? Ti convertono non appena ti guardano. Non è molto saggio. — Si affretta a soggiungere: — Non che abbia paura, ma perché rischiare?
La sua faccia è pallida, grigia come una larva. Si vede che ha fifa e mi spavento anch’io.
— Non mi piacciono le Cristonache.
Alla mamma tremano le labbra e il suo naso diventa rosso. Le succede sempre così quando sta per piangere.
— Farai quello che dico io — gli ordina.
Anselm rimane zitto, si scurisce in volto e stringe nervosamente i pugni accanto al piatto. È furioso come un furetto, e per paura che se la prenda con me non mi intrometto.
Dopo colazione la mamma non sparecchia la tavola e mette in una scatola le ultime provviste. Ci infagottiamo ben bene: Anselm sembra un barilotto. Trattengo una risata. Una volta Blodwin l’ha preso in giro e lui le ha spaccato un labbro. E anche lei è una bambina.
Io e la mamma usciamo e Anselm si ferma sulla soglia di casa.
— Non vengo, mamma — dice in tono grave. — Resto qui.
La mamma sta piangendo di nuovo e il vento freddo le gela le lacrime sulle gote. Il cielo intorno a noi è di una fissità giallastra, non ci sono uccelli in giro. Batto i piedi intirizziti dal freddo che sale dal terreno.
Anselm ci guarda in silenzio. Adesso anche lui sta piangendo, ma la sua espressione è determinata. So che la sua decisione è irrevocabile, anche la mamma l’ha capito e sa di non poter far nulla per convincerlo a cambiare idea.
— Anselm!
— Io non ho mai pregato — dice. — Non ho mai fatto nulla di sbagliato, io. Sei stata tu che hai implorato Cristo.
La mamma impallidisce e si morde nervosamente le labbra. Per un lungo istante si limita a fissarlo, come se si aspettasse da lui un improvviso ripensamento. Ma Anselm è irremovibile.
— Tuo padre stava morendo — gli dice.
— Ora non ha più importanza — risponde lui calmo. — Andate voi, io non posso venire. Se potrò, vi prometto che un giorno o l’altro lo tirerò fuori di lì.
La mamma fa per baciarlo ma lui si ritrae all’ultimo istante e rientra in casa. Imbocchiamo la discesa e ci accorgiamo che ci sta osservando da dietro la finestra. Non posso vedere se sta piangendo o meno ma sono sicura di sì, perché la mamma sta singhiozzando e loro due fanno sempre le stesse cose negli stessi momenti.
Ci stanno aspettando in fondo a Hobblythick Lane, uomini e donne, e anche i bambini. Vedo Blodwin e Maggot e sorrido loro senza ottenere risposta. Vorrei avere con me un po’ di limonata da offrire, ma quella rimasta si era ghiacciata. E dire che l’ho tenuta tutta la notte sotto il materasso.
La mamma rallenta il passo fino a fermarsi e io la supero trascinando a fatica la pesante valigia. Mi fermo ad aspettarla e il vento pungente penetra attraverso i vestiti. Voglio camminare,ci si riscalda camminando.
Witchley Smith guarda la mamma intensamente. È un uomo magro, con le guance incavate e gli occhi simili a uno stoppino che brucia lento, occhi incandescenti e fumosi, ma freddi.
— Devi venire — le dice. — Se l’aspettano.
— Perché non l’accendete? — gli chiede.
— Non è così che si fa, tu lo sai. Dev’esserci un motivo.
— Motivo sufficiente — fa lei, curvandosi al vento.
— Non per questo genere di cose. È l’unico modo per tenerli uniti. Mi stai rendendo tutto molto difficile. Avresti dovuto sparire stanotte.
— Be’, non l’ho fatto...
— Già, non l’hai fatto. Ed eccoci qua.
Witchley Smith l’afferra per le maniche e la strattona.
— Lasciatela stare — urlo, e comincio a prenderlo a calci negli stinchi a più non posso.
Lui mi dà uno schiaffo e la mamma grida: — Non farle del male.
— E allora dille di tornarsene a casa.
La mamma mi guarda in un modo strano.
— Li faremo venir giù più tardi — continua Witchley Smith. — Non perderanno molto, soltanto la prima parte. Potevi essertene già andata, ne hai avuto la possibilità.
Qualcuno tira fuori una specie di collare fatto con rami di biancospino e lo mette in testa alla mamma.
— Non ce n’è bisogno — dice Witchley Smith.
— Torna a casa — mi dice lei. — Aspetta finché non verrà qualcuno a prenderti. Avverti Anselm che non potete uscire.
— Non voglio — provo a protestare.
— Devi andare.
Osservo il suo viso infagottato e mi accorgo di non averla mai trovata così bene. Ha un’espressione tranquilla e distesa.
— Sì — aggiunge, guardandosi intorno.
Getta una rapida occhiata al cimitero sulla collina e mi spinge un po’ in avanti.
Comincio a salire verso casa. La mamma mi segue con lo sguardo e quando sono quasi arrivata mi lancia un sorriso. Li vedo incamminarsi lungo il viottolo, verso il fiume. Adesso lei non va più piano come prima, ha accelerato il passo e gli altri devono affrettarsi per tenerle dietro.
Rientro in casa e Anselm mi abbraccia. Suppongo che abbia freddo e lo stringo forte.
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