In farmacia ci andiamo per comprare un medicinale, chiedere un consiglio o ritirare qualcosa che il medico ci ha prescritto. Conosciamo gli scaffali, il bancone, magari anche la persona che ci serve da anni. È uno di quei luoghi che fanno parte delle nostre abitudini e ai quali difficilmente associamo qualcosa di minaccioso. Eppure, se ci pensiamo, proprio i posti più familiari possono diventare gli scenari migliori per un romanzo giallo, perché nessuno si aspetta che la violenza possa insinuarsi in una quotidianità tanto ordinaria.
Roberto Roganti deve aver trovato particolarmente interessante questo contrasto quando ha scelto di ambientare il suo C'è un cadavere in farmacia nel quartiere Villaggio Giardino di Modena. Il titolo ha una sua ironia, quasi quella di una notizia raccontata al bar, ma il fatto da cui prende avvio la vicenda è tutt'altro che divertente. Alla riapertura dopo Ferragosto, nel magazzino sotterraneo di una farmacia viene scoperto un uomo assassinato, con la gola tagliata. Le circostanze del ritrovamento mettono gli investigatori davanti a un problema che sembra non avere una soluzione ragionevole.
Incuriosisce soprattutto la scelta di affidare un ruolo importante nelle indagini a Grogghino, un becchino. Siamo talmente abituati a incontrare commissari tormentati, investigatori dal passato difficile e detective capaci di intuizioni straordinarie che l'idea di un uomo che per mestiere si occupa dei defunti e che viene chiamato ad aiutare la polizia ha qualcosa di piacevolmente insolito. In fondo, un becchino conosce la morte da un punto di vista che raramente trova spazio nei romanzi investigativi e immaginarlo alle prese con un assassino ancora in circolazione suscita una certa curiosità.
Il questore Gianfelice Bevilacqua conosce evidentemente le capacità di Grogghino, tanto da coinvolgerlo in un caso nel quale la polizia deve anche fare i conti con una banda dedita alla produzione di droga. Accanto all'intuito del singolare investigatore ci sono il lavoro della Medicina Legale e quello delle squadre dei commissari Vezzani e Bertini, in un'indagine che richiede di ricostruire quanto accaduto e di capire come sia stato possibile commettere il delitto.
Il mistero richiama una delle invenzioni più amate della narrativa poliziesca, quello della camera chiusa, al quale John Dickson Carr dedicò alcune delle sue storie più celebri. È un meccanismo che continua a esercitare il suo fascino anche a distanza di tanti anni, forse perché chi legge non deve soltanto trovare il colpevole, ma misurarsi con una situazione che sembra contraddire la logica. Quando manca persino una spiegazione plausibile di come l'assassino abbia potuto agire, ogni dettaglio acquista importanza e le certezze iniziali diventano inevitabilmente sospette.
C'è poi Modena, che in questa vicenda non è una destinazione esotica o un luogo lontano nel quale tutto può accadere, ma una città riconoscibile, con i suoi quartieri e le sue attività quotidiane. Trovo che questa familiarità abbia un valore particolare nei gialli ambientati in provincia. Leggere il nome di un quartiere reale, immaginare una farmacia come tante e sapere che dietro quella normalità si nasconde un omicidio rende il mistero più vicino, quasi fosse una notizia apparsa sulla cronaca locale.
L'accostamento tra un luogo così comune, un delitto apparentemente impossibile e un becchino coinvolto nelle indagini è un invito alla lettura piuttosto curioso. Anche perché, tra tanti investigatori che hanno fatto della ricerca della verità la propria professione, incontrarne uno che nella vita si occupa di accompagnare i morti alla loro ultima destinazione è già una buona ragione per volerlo conoscere.

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