mercoledì 21 ottobre 2026

James Gunn - Cacciatore solitario


«Le acque ricche di proteine e aminoacidi si frangevano contro la bollente roccia vulcanica, sollevando colonne di vapore, ricadendo, e così per secoli e millenni finché una catena di proteine formatasi per caso non conquistò la facoltà di riprodursi e cominciò a nutrirsi e a crescere e a dividersi e a nutrirsi e a crescere e a dividersi, a mutare a differenziarsi a lottare... e finalmente apparve la coscienza.»
L’Uomo-Che-Caccia-Solo tornava attraverso la foresta portando sulle spalle un daino, le cui zampe gli ciondolavano sul petto ai lati del collo vigoroso. Sentiva il morbido fianco del giovane animale premergli le spalle e la testa sbattere contro la schiena mentre camminava sulla pista accidentata. Percepiva gli odori della decomposizione che cominciava lentamente a formarsi nella preda e il sentore forte del sangue fresco non ancora rappreso. Sentiva scricchiolare le foglie sotto i piedi, un rumore appena percettibile.
L’Uomo-Che-Caccia-Solo raggiunse la radura. Si fermò sul limitare della foresta con la prudenza nata da una lunga abitudine ai pericoli incombenti ovunque. Sul lato opposto della radura, come un’ombra sulla faccia del dirupo boscoso, si apriva l’imbocco della caverna. La radura pareva in tutto e per tutto identica a come l’aveva lasciata il giorno prima, ma era silenziosa... nessuna voce, nessun movimento. Ne fece il giro completo tenendosi fuori vista in mezzo agli alberi, ma non scoprì niente, né tracce né intrusi. Dal punto più vicino poteva vedere a pochi passi la bocca nera della caverna. Nessun movimento.
Depose senza far rumore la carcassa del daino e si diresse verso il costone boscoso. Dopo essersi guardato in giro per l’ultima volta entrò svelto e silenzioso nella caverna per fermarsi dove cominciava la zona d’ombra. Tutto era buio e silenzioso là dentro, e aveva i buoni odori familiari di fumo; di carne e di orina. Nel giro di pochi secondi la sua vista si adattò alla penombra e scorse i suoi due bambini, un maschio e una femmina, sdraiati accanto ai resti anneriti di un fuoco spento da tempo.
Avevano la gola squarciata come se fossero dei maialetti. L’odore del sangue impregnava l’aria. I corpicini erano piccoli e fragili, più piccoli del daino che lui aveva portato per sfamarli, ed erano morti. Il dolore lo colpì come un pugno gelido alla gola. La donna era scomparsa.
Il cacciatore si voltò, lasciandosi dietro quei piccoli morti e si mise alla ricerca di quelli che erano ancora vivi, che potevano ancora sentire gioia e dolore. Cercò la pista che la donna doveva aver lasciato, la donna che non andava a caccia e non possedeva l’abilità dei cacciatori, che avrebbe lasciato una traccia da seguire, perché non era morta coi figli che aveva generato.
E finalmente la trovò: un ramo spezzato in un basso cespuglio, ancora umido di linfa e poco oltre l’orma di un piede femminile nel terreno molle vicino al torrente. Risalì il corso d’acqua finché non trovò un’altra orma dove la donna era uscita dall’acqua gelida. Un’ora dopo scoprì un indizio che lo informò che probabilmente non se n’era andata da sola: l’impronta, nella polvere, di un grosso alluce.
La pista proseguiva lungo le valli allontanandosi dalle colline.
Li raggiunse la sera del terzo giorno. Non poteva seguire la pista dopo il calar del sole, ma neppure loro potevano viaggiare di notte senza lasciare tracce troppo evidenti, e la donna impediva all’altro di proseguire veloce. Aveva bisogno di nutrirsi spesso, e per questo erano costretti a fermarsi a mangiare. Il cacciatore aveva trovato delle ossa che per trascuratezza non avevano seppellito e, poco distante, alcuni noccioli di frutti. L’Uomo-Che-Caccia-Solo aveva mangiato senza fermarsi, strappando a morsi la carne cruda di un coniglio in cui si era inaspettatamente imbattuto o cogliendo bacche dai cespugli.
Si avvicinò con cautela. Giacevano sotto un cespuglio, un cacciatore sconosciuto e la donna dai capelli neri e gli occhi azzurri che lui si era portato nella caverna dopo averla rubata a una famiglia che viveva a parecchi giorni di marcia verso sud. Non erano riusciti a resistere: stavano accoppiandosi con la frenesia di animali in calore. Sentiva l’odore di sudore dei loro corpi e l’odore d’amore della donna. Erano avvinti, lo snello corpo di lei contro i grossi fianchi e le cosce dell’uomo, e sentiva il fruscio della carne contro la carne e lo scricchiolio delle foglie sotto di loro.
Il cacciatore trovò sul bordo della pista una pietra grossa come il suo pugno e colpì l’uomo alla nuca prima ancora che i due si accorgessero della sua presenza. Poi, rapido, gli recise i tendini sopra il tallone, e quindi non pensò più all’uomo. Si sarebbe svegliato ma non sarebbe arrivato lontano, strisciando carponi. Quando fece rotolar via il corpo dell’uomo la donna lo guardò coi suoi occhi azzurri, guardò il coltello insanguinato e tornò a guardarlo in faccia.
— Mi ha assalito senza che me ne accorgessi — disse. — Mi ha costretto a guardare mentre uccideva i bambini e mi ha minacciata col coltello se non facevo tutto quello che diceva.
— Lo hai seguito.
— Solo perché avevo paura — disse lei. Aveva il corpo ancora madido e arrossato e giaceva tra le foglie e la polvere senza coprirsi, mentre gli mentiva.
— Lo hai assecondato.
— No.
— Ti piaceva.
— Ero folle di paura.
— Sei stata tu a uccidere i bambini. Sono morti in un modo troppo rapido e pulito perché li abbia uccisi lui. Sei stata tu a dirgli di portarti via. Tu.
— Sì — disse lei quando capì che non c’era più speranza. — Ti odiavo. Ti ho sempre odiato. Tu non sai quanto ti odiavo. Odiavo i tuoi figli. Alla prima occasione me ne sono andata. Ti odio, ti odio, ti odio...
Lo odiò mentre lui cominciava a torturarla col coltello. Dopo un’ora cominciò a gridare e ogni suo grido lo faceva fremere di piacere. Era una donna robusta e visse ancora due giorni.

La scoperta del sesso

«La creatura galleggiava pacifica e soddisfatta nel mare caldo e denso come sangue, consapevole della propria esistenza ma incapace di pensare, accontentandosi di lasciarsi andare alla deriva e mangiare, finché una pressione interna che non capiva la costrinse a dividrsi in due creature che cominciarono ad andare alla deriva e si nutrirono. In questo paradiso si verificò un bisogno che non era quello di dividersi ma di congiungersi. Altre creature galleggiavano nel mare e ne scelse una e cercò di unirsi ad essa, di diventare una cosa sola con lei. Trovò resistenza, rifiuto, repulsione, pena, dolore.»
Il pavimento di pietra era freddo e duro sotto i suoi piedi ma non era freddo e duro quanto il volto dell’uomo seduto sul trono. Fuori il sole brillava caldo, ma il palazzo era freddo e buio. L’odore delle offerte bruciate era forte, ma quello della paura ancora di più. Reggendo il copricapo cerimoniale con una mano, disse: — Dobbiamo fare sacrifici, o potente. Questa è l’unica cosa che fermerà gli invasori bianchi, e li terrà lontani dalla città sacra e dal palazzo.
La maschera altera del re s’incrinò. I cortigiani nei loro abiti sgargianti si scambiavano sussurri tenendo una mano davanti alla bocca. Quello era un re debole; era tragico che fosse lui il re quando le circostanze esigevano forza e decisione se il regno del sole doveva sopravvivere.
— Abbiamo fatto già tanti sacrifici, santo fratello — si lamentò il re — e gli invasori continuano ad avanzare e il popolo protesta.
Il prete non guardava la figlia del re, seduta sulla pedana accanto al trono. Era bruna e bella, slanciata, non tozza come le contadine, e adesso lo guardava – la donna che era sua perché il re l’aveva promesso, e che si era permessa di rifiutarlo – di sotto le ciglia scure che velavano i sorprendenti occhi azzurri.
Gli avevano detto che gli invasori avevano gli occhi azzurri.
— Gli dèi non sono soddisfatti — disse al re. — Non fermeranno i diavoli bianchi finché non saremo veramente pentiti, e ci umilieremo davanti a loro a cuore aperto, adorandoli.
— Forse — disse la figlia del re — i soldati bianchi non sono diavoli, ma dèi venuti a reclamare il loro mondo.
— Sciocchezze — disse il prete. — Gli dèi non hanno bisogno di venire come invasori.
— Forse — disse lei pacatamente — dovremmo umiliarci davanti ai soldati bianchi.
— Quei diavoli bianchi distruggeranno il regno del sole — disse lui. — Uccideranno tuo padre e tutti i membri della sua corte. Invaderanno i nostri templi e ruberanno le lacrime degli dèi. Violenteranno le nostre donne e cacceranno il nostro popolo fino ai confini del mondo e le nostre antiche glorie saranno perdute per sempre.
Perfino la ragazza fu turbata dalle sue profezie, e i cortigiani smisero di mormorare.
Il re era atterrito. — Cosa vuoi? — chiese con voce tremante.
— Quello che voglio non ha importanza — disse il prete.
— Cosa vogliono gli dèi?
In piedi davanti al trono, sentiva l’odore della paura del re. Poco a poco questi riuscì a dominarsi e disse: — Va bene, potrai fare i tuoi sacrifici.
— Con cuore aperto — insisté il prete.
— Sì, certo — rispose il re. — Quante fanciulle ti occorrono?
— Una sola.
— Una? — Il re era sorpreso.
Il prete annuì e sollevò alta la testa come si addiceva al portavoce degli dèi. — Vogliono la figlia del re.
I cortigiani trattennero il respiro. Il re si abbandonò contro lo schienale del trono. Anche la figlia del re impallidì tremando. Sapeva che la sua vita era nelle mani del prete.
— No — disse il re, — ti sbagli. Hai interpretato male il messaggio. Non vogliono mia figlia, impossibile. Puoi avere cento fanciulle, ma non mia figlia.
Il prete chinò la testa quel tanto sufficiente a dimostrare ubbidienza ma non abbastanza da indicare sottomissione. — Farò come ordina il re — disse, senza tuttavia riuscire completamente a nascondere il proprio trionfo. — Ma temo che non basterà a soddisfare gli dèi. I diavoli bianchi continueranno la loro mortale avanzata nel nostro territorio.
La figlia del re sembrava imperturbabile, dopo la risposta del padre, ma ora sapeva chi deteneva veramente il potere.
Il prete stava ritto davanti al grande altare, stanco di sangue e di morte, col braccio appesantito dal peso del coltello cerimoniale e delle vite che aveva estinto e dei cuori strappati dal petto delle fanciulle e deposti con reverenza davanti agli dèi. L’odor di sangue, l’incenso degli dèi, era talmente forte da sembrare palpabile. Ma nonostante tutto il sangue che aveva inzuppato il suo grembiule da cerimonia, sapeva che gli dèi non erano appagati, la loro sete non era ancora spenta. Lui aveva avuto ragione riguardo agli dèi, sebbene non lo sapesse. Si era invece sbagliato nei confronti della figlia del re. Non era venuta da lui. Pensava di potergli sfuggire. E l’amore che lui aveva nutrito per lei si trasformò in odio.
Non fu sorpreso quando il giovane prete andò da lui e gli sussurrò le notizie. I diavoli bianchi erano penetrati ancor più addentro nel regno e i contadini li avevano accolti a braccia aperte. Armati di randelli e attrezzi marciavano insieme ai diavoli bianchi verso la capitale.
Il prete sentì che il suo braccio ritrovava la forza e che il coltello era diventato leggero, come se non avesse mai toccato il sangue. — Come ha reagito il re a queste notizie?
— Tremando.
— Devi andare da lui e dirgli che gli porti un messaggio da parte mia. Digli che mi deve mandare sua figlia per sacrificarla, perché gli dèi non distruggeranno gli invasori finché non sapranno che il suo cuore è sottomesso. Digli che se rifiuta i diavoli bianchi marceranno per le strade della città e lui stesso sarà ucciso come un cane e gettato nella polvere.
Prima che il sole avesse compiuto un altro arco nel cielo gli fu portata la figlia del re. Lui non ne aveva dubitato. Diversamente dalle giovani contadine, intimorite dalla magnificenza dell’altare e dall’onore loro concesso, lei si dibatteva fra le mani dei preti, imprecando.
Solo quando le fu strappata di dosso la veste regale e fu distesa sull’altare davanti a lui, si persuase che il suo destino era segnato. Allora tacque sotto lo sguardo fermo e spietato di lui, e lui guardò quel corpo bello e aristocratico, e non lo vide come era, ma come un sacrificio supremo.
— Ti prego — sussurrò con voce querula. — Ti prego. Farò tutto quello che vorrai.
Ma quell’eventualità era remota come il ricordo di un’altra vita. Il potere lo avvolgeva come un manto, guidando le sue azioni, controllando le sue braccia che si sollevavano su di lei e affondavano il coltello nel morbido seno. Il sangue zampillò come quello delle contadine, e lui conobbe l’immensa gioia di servire come strumento delle forze divine nel fare quello che il suo cuore desiderava. Era simile a un dio, e non più tormentato dal desiderio come gli uomini.

Il terrore del mutante

«L’oscurità era calda e gradevole come sangue e lui galleggiò felice per un lungo periodo, senza ricordare, incurante, soddisfatto. Poi, gradualmente, qualcosa cominciò a dolere. Si mosse lentamente nelle acque calde e buie cercando di scacciare quella sensazione, che invece continuò ad aumentare. Cominciò a localizzarsi dentro di lui, dove gli era impossibile sfuggirla, e lui si contorse, e agitò braccia e gambe e finalmente si ritrovò su una superficie dura, ansimante, e la memoria tornò.»
Aveva lasciato cavallo e armatura presso un amico fidato, vicino alla costa. Aveva proseguito a piedi per il castello con solo un pugnale per difendersi contro i ladri e i tagliagole. Avrebbe potuto raccontare molte storie di battaglie e di pericoli mortali schivati per un pelo. Ma tutto questo era niente confronto ai dieci anni trascorsi combattendo in Terrasanta.
Nessuno lo conosceva nella terra verde dove aveva regnato, e neppure nelle foreste dove aveva dato la caccia agli orsi e ai cervi insieme ai suoi amici.
Avrebbe dovuto tornare in compagnia di scudieri e armigeri, chiuso nella rilucente armatura, ma tutti gli uomini che aveva portato con sé erano morti sui campi di battaglia della Terrasanta o caduti vittime delle malattie lungo il viaggio. Non c’era nessuno a dargli il benvenuto quando attraversò il ponte levatoio.
Il vecchio siniscalco era morto. Quello nuovo, lui non l’aveva mai visto. Non riconobbe alcuno dei servi e non fu riconosciuto da alcuno. Era partito sbarbato. Aveva lasciato una moglie giovane e due figli in tenera età. E adesso tornava con una barba striata di grigio, una cicatrice che gli sfregiava il volto dall’occhio al mento, i capelli bianchi che gli arrivano alle spalle. Anche gli occhi erano cambiati. Avevano visto troppe volte la morte ed erano freddi come la sua anima.
Nessuno lo riconobbe quando fu introdotto nella grande sala dove il lungo tavolo era già imbandito per la cena. L’odore della carne che cuoceva davanti al gran fuoco e quello delle stuoie di vimini che coprivano il pavimento di pietra, e tutti gli altri odori della stanza risvegliarono in lui ricordi dei tempi felici, di sua moglie dalle belle mani e dai capelli ondulati, delle voci dei bimbi che ridevano...
Ora non c’era allegria nella sala. Il signore del castello sedeva a capotavola. Era suo fratello Thomas, invecchiato, smagrito e stizzoso. Accanto a Thomas sedeva la signora del castello, sua moglie Eloise a cui lui aveva affidato terre e castello quand’era partito per la Crociata. Anche lei era invecchiata male; la lucida chioma nera era striata di grigio e il viso pareva quello di un falco.
Si meravigliò, che non lo riconoscessero, suo fratello minore, il traditore che aveva preso il suo posto dopo che era partito, e la sua infedele moglie, che aveva aiutato l’usurpatore, o meglio, che l’aveva istigato al tradimento, scivolando fra incestuose lenzuola, sussurrando allettanti parole di passione. Gli pareva di vedere la terribile scena come se vi avesse assistito, senza poter intervenire: il vecchio, fedele siniscalco convocato nelle stanze di lei per essere ucciso dall’insospettabile spada, e poi un urlo, e la menzognera storia di un tentativo di violenza frustrato dall’intervento del solerte fratello. E poi l’attento esame dei servi per scoprire quale di essi dubitava, quale avesse intenzione di difendere il padrone assente, e anch’essi dovettero essere soppressi.
Ora, questa coppia sanguinaria scrutava ancora le ombre, esaminava ancora gli stranieri, incapace di godere i frutti del tradimento. Era dunque cambiato tanto? I vimini scricchiolavano sotto i suoi passi mentre si avvicinava al tavolo e guardava i due giovani seduti ai lati del signore e della sua amante; erano i suoi figli, erano stati le sue speranze, bambini innocenti che stavano imparando a diventare uomini quando lui era partito. E adesso erano alti, robusti e foschi e parlottavano fra loro imprecando contro i servi.
Era soprattutto questo che non poteva perdonare, di avergli rovinato i figli, di aver distrutto il futuro. La rossa marea dell’ira salì nelle sue vene, ma la sua voce era ferma quando rispose alle domande che Thomas gli rivolse. Veniva dalla Terrasanta? E aveva partecipato a molte battaglie? I Saraceni erano stati scacciati da Gerusalemme? Sapeva che suo fratello Eric era perito tragicamente al servizio del Signore?
Quando tutti si furono ritirati per la notte, Eric si levò dal suo giaciglio di paglia nella stalla e seguendo la vecchia via segreta salì la vecchia scala a spirale all’interno della torre. I suoi piedi nudi conoscevano la vecchia scala di pietra (quante volte aveva immaginato di salirla in quei dieci anni) e non scivolarono mai.
Finalmente arrivò alla camera dove aveva dormito quando era lui il padrone del castello. Non cercò di aprire la porta, sicuro che fosse sbarrata. Ma la vecchia strada che passava dietro i tendaggi non era stata scoperta, e lui spinse la pietra che girava sui cardini e in un attimo fu accanto al letto e puntò il pugnale alla gola del fratello traditore che giaceva, accanto alla donna che era stata sua moglie.
Il fuoco acceso nel camino di pietra dipinse una maschera diabolica sul volto del fratello. — Mi riconosci, adesso?
— Eric — ansimò il fratello, rigido come la morte. — Eric? Mi avevano riferito che eri morto con tutti i tuoi.
Eric sentiva sotto il palmo la setosa morbidezza del lenzuolo e il pulsare della vena sotto la punta del pugnale. — I miei uomini, sì. Possano le loro anime trovarsi al cospetto di Dio. Ma io sono scampato, come vedi. Scampato per tornare ad affrontare te e il tuo tradimento.
— Ti credevamo morto — disse Thomas con voce spessa sentendo l’ombra della morte calare su di lui. — Abbiamo fatto solo quello che era giusto e approvato dalla Corona e dalla Chiesa.
— L’hai fatto con troppa fretta; prima ancora di sapere della mia presunta morte, dopo poco dalla mia partenza.
— Eric! — gridò allora Eloise gettandosi sul suo braccio sinistro. Inginocchiata sul letto, gli cinse il petto con le braccia, resa più forte dal panico. — Sei tornato per salvarmi da questa bestia che chiamavi fratello! Io non ho potuto far nulla. Ha ideato tutto lui. Mi ha minacciato di morte se lo rifiutavo, e non solo me avrebbe ucciso, ma anche i miei figli. Dovevo salvarli per te.
— Eloise... — cominciò Eric.
E allora la mano di lei colpì la destra di Eric spingendo a fondo la lama nella gola del fratello. L’urlo di Thomas fu soffocato dal sangue.
Eric estrasse il pugnale e ripulì la mano calda di sangue sul lenzuolo. — Buona Eloise. Gentile Eloise — disse. — Come sono lieto di sapere che sei ancora pura di cuore, se non di corpo.
— Sì — disse lei. — Sono pura. Ho fatto quello che dovevo fare per salvare i bambini.
— Sei una bugiarda, Eloise — disse Eric — un’adultera, un’assassina e una traditrice e devi morire col tuo perfido amante.
Lei si ritrasse, accucciandosi in un angolo della stanza lontano dal camino, dove le fiamme la trasformavano in una figura d’incubo. Mosse verso di lei, col pugnale pronto a colpire, ma prima di raggiungerla fra lui e la sua vittima l’aria cominciò a vibrare. Lui esitò, incerto, e una figura si formò al bagliore del fuoco. Era una donna con una lunga veste luminosa, la destra tesa verso di lui, il viso di un’indescrivibile dolcezza ma velato di tristezza. Era la Vergine. Non c’era alcun dubbio, ed Eric cadde in ginocchio.
Lentamente, l’ira cominciò a placarsi, e sopravvenne un senso di pace. Lui non uccise.

L’anormale

«Le uova si erano schiuse e tutte le minuscole creature pinnate se n’erano andate dimenandosi, tutte a eccezione di una. Lui l’osservava mentre sì sforzava di uscire dall’acqua e salire sulla riva dove giacque ansimante. Per poco non fu sopraffatto dal terrore al vedere quella creatura vivere nell’ambiente che non era stato creato per la vita. Balzò fuori dall’acqua per dare un’ultima occhiata. La creatura sulla riva arrancava sulla sabbia allontanandosi dall’acqua. Lui ricadde in mare, tuffandosi in profondità, per cercare di dimenticare.»
La sentì arrivare. Sentì il peso della presenza di lei alle sue spalle, e si domandò se per caso impugnasse un coltello. Ma lei lo oltrepassò e andò a sedersi. Aveva un bicchiere in mano: si sedette sulla sedia di velluto.
Lui ne vedeva il volto, di profilo, la delicata bellezza dei capelli scuri, la fronte dritta, il naso ben fatto: la bocca, perfetta, sembrava scolpita da un artista, ma soprattutto erano gli occhi, azzurri e insondabili, capaci di raggelarsi nell’ira e di addolcirsi nel riso e nell’amore. Lui rammentava i primi momenti di tenerezza, io sfiorarsi casuale che era divenuto intenzionale, i baci, le carezze, la passione che li aveva infiammati, le cose intime che lei aveva fatto per lui e l’estasi culminante nella loro unione completa.
Tutto questo apparteneva al passato. Era ormai finito da mesi, ma il loro rapporto aveva preso una nuova piega. Lui ne era stato la causa, e lei lo sapeva. Stava lì seduto, quel corpo perfetto, così vivo nella memoria e così lontano, e lui aspettava, pienamente consapevole di essersi vendicato, per aver la soddisfazione di vedere come reagiva.
Nell’attesa si alzò e andò al bar a versarsi un bourbon e soda, sapendo che lei non poteva più resistere.
— Perché l’hai fatto? — gli chiese.
— Fatto cosa? — ribatté lui.
— Lo sai bene cos’hai fatto.
— Vuoi dire perché ho detto al comitato che il tuo amante è un povero maestrucolo e un uomo di scarsa moralità?
— Sì. Perché l’hai fatto?
— Ho detto la verità.
— È un bravo insegnante.
— Non lo conosci. un pessimo insegnante, un ignorante, e probabilmente non sarebbe riuscito a mantenere il posto. Non ero il solo di questo parere.
— E credi che questo potrà impedirci di frequentarci?
Non l’aveva ancora guardato e lui si chiese se l’avrebbe mai più fatto. — No — rispose — ma vi sarà più difficile. Tu e lui dovete fare delle scelte. Niente più vi sarà facile.
— La tua tanto decantata civiltà sta incrinandosi.
— Possiamo esser civili senza per questo favorire l’adulterio. Perché dovremmo facilitarlo? Tutto è difficile.
— Puoi sempre andartene — disse lei. Adesso io guardava, con odio. — O puoi divorziare.
— Sai che non farò nessuna di queste cose. Mi hai rovinato; sono un rottame d’uomo. Non ti posso lasciare. Anche se non posso averti, voglio sempre poterti vedere. E non posso divorziare da te. Finché resteremo marito e moglie posso aggrapparmi alla speranza che tornerai ad amarmi.
— Non illuderti.
— Ma adesso lui deve scegliere. Ha perso il posto, e se vuoi continuare a insegnare deve andarsene in qualche altra città.
— Sei disposto ad aspettare?
— «Stanotte son diventato calmo come la vecchiaia».
— Chi stai citando, adesso?
Lui proseguì, ignorandola: — Se vuole rimanere qui, vicino a te, dovrà trovarsi un lavoro diverso, venditore di auto, magari, o di beni immobili.
— E credi che ci farei caso?
— Sono sicuro di sì — disse lui. — Tu possiedi quel senso della proprietà che non ti mantiene fedele ma che ti impedisce di essere infedele con una persona che non sia alla tua altezza. Il peccato non conta, quel che conta è il buongusto. Ma forse metteremo alla prova anche il suo amore. Vedremo se per lui sei più importante tu o la sua professione.
— Credi che questo sarà un problema? Per te, forse, ma non tutti sono degli animali a sangue freddo come te.
— A sangue freddo — ripeté lui e per poco non si strozzò perché un blocco di dolore gli aveva chiuso la gola.
— Fai tutta questa gran scena di gelosia ma in realtà sei freddo come un pesce. Non c’è da stupirsi se mi sono rivolta a un altro per avere un po’ di calore.
— Avanti — disse lui, — affonda ancora di più il coltello. Ero convinto di non poter sentire più niente, invece posso ancora godere del dolore.
— Vedrai. Troverà qualcosa qui, troverà il modo perché possiamo stare insieme. Qualche...
Il telefono squillò come se avesse aspettato la battuta. Andò lei a rispondere.
— Pronto — disse, e il tono divenne morbido e intimo, e lui capì chi chiamava. — Sì? No, non sono sola, ma non importa...
— Va’ avanti — disse lei.
Puoi parlare liberamente... Come? Quali brutte notizie? Quando? Dove vai? ...Sì, certo, capisco... La tua professione conta molto... Sì... Appena ti sarai sistemato? No, non posso. Be’, non voglio, se preferisci metterla a questo modo. No, non sono arrabbiata. Delusa, forse. Un po’ rattristata. Arrabbiata no. Non con te... Certo che ci vedremo ancora prima della tua partenza... Ci saluteremo allora.
Riappese e si voltò verso suo marito. — Sapevi che avrebbe telefonato, vero? Sapevi che aveva trovato un lavoro sulla costa, e hai manovrato le cose in modo da far sì che io lo considerassi un banco di prova. Congratulazioni. Hai vinto.
— «Non litighiamo più. No, mia Lucrezia...» — cominciò lui prima che le sue parole e il loro terribile significato lo inducessero a voltarsi. Lei gli stava alle spalle e impugnava un coltello. Ma non era puntato contro di lui. Lo teneva rivolto verso il proprio petto reggendolo con tutt’e due le mani, con decisione mortale.
Lui si rese conto di quanto la situazione fosse sbagliata mentre si alzava. Non era così che dovevano andare le cose. Non sapeva il perché, ma sapeva che così era sbagliato. La raggiunse nell’istante in cui il coltello s’immergeva nel suo seno, in tempo per sfiorare le mani di lei, ma non abbastanza da impedirle il gesto. E fu come se fosse lui a guidano verso la sua palpitante destinazione.
Mentre sorreggeva il suo corpo morente, il sangue gli sprizzò sulle mani, sul petto e sul collo, caldo, denso e nauseabondo.

Il ritorno al grembo materno

«Si stava crogiolando steso al sole su uno scoglio in riva al mare. Il sole era caldo e i suoi polmoni imperfetti funzionavano senza difficoltà aspirando l’aria vivificante, e riempiendo di ondate di piacere il suo corpo squamoso. Nel suo piccolo Eden s’intromise il fruscio del canneto vicino. Sollevò un po’ la testa, cercando di captare il movimento con l’occhio destro. Per un attimo non scorse niente. Poi qualcosa si mosse. Era coperto di squame e avanzava goffamente sulle pinne inadatte, ma si avvicinava veloce, quasi di corsa. Prima che lo raggiungesse, lui scivolò dallo scoglio giù nell’accogliente profondità del mare amniotico.»
La stanza rosa lo accolse come una promessa di eterno amore quando vi salì nel pozzo ascensionale. Era il colore di lei, non il suo, ma aveva imparato ad amare il rosa perché era il colore di lei, perché gli ricordava sempre lei, perché ne era talmente innamorato che trovarsi in quella stanza gli dava una rassicurante certezza. E di lei la stanza aveva anche l’odore: la fragranza delle rose.
Quando il dovere lo chiamava lontano doveva lottare per liberarsi dall’attrazione di quella stanza e di tutto quello che significava per lui. Se fosse stato un uomo qualunque non avrebbe mai dovuto allontanarsi, avrebbe potuto vivere sempre in quella stanza rosea che aveva il profumo delle rose, col suo tappeto di seta, la “consolle” universale, e il suo amore, la sua bellissima, dolce, sempre eccitante sposa.
Ma lui era un chirurgo, in un’epoca in cui nessuno più esercitava quella professione, e nessuno studiava l’antica arte e le sue specialità. In quella civiltà incapsulata, mantenuta in vita da macchine che si riparavano automaticamente sotto la direzione degli onniscienti computer, ognuno faceva quel che aveva voglia di fare; la gente inseguiva i piaceri, e se occorreva far qualcosa che i computer non potevano fare, un volontario si iniettava una capsula e le proteine sintetiche avrebbero fornito un’istantanea memoria di come andava compiuta quella data azione. Questo era il miracolo della chimica.
Ma non c’erano più molti volontari. Tutti erano diventati schiavi della follia di aspirare le capsule che permettevano di provare qualsiasi sensazione. Uomini e donne dotati di vivida immaginazione sognavano esperienze, episodi, e perfino intere serie di episodi; le macchine sintetizzavano le proteine fabbricate dal sangue dei sognatori, e i computer offrivano ricordi a chiunque desiderasse essere un altro. E questo valeva per tutti; tutti, pareva, all’infuori di lui.
Lui aveva il suo lavoro, la chirurgia, che aveva studiato con l’assistenza solo sporadica delle capsule e che gli portava un numero sempre crescente di pazienti, via via che nuove malattie si sviluppavano fra i succhiatori di capsule, malattie la cui diagnosi e cura non erano programmate nei computer. Quando chiedeva alla “consolle” il motivo dell’insorgere di quei mali, otteneva solo risposte evasive.
— Forse — rispondeva la “consolle” con un’insolita mancanza di sicurezza — queste condizioni sono dovute al fatto che la durata media della vita umana è notevolmente aumentata. Oppure forse le capsule della memoria contengono ricordi cellulari di condizioni esistenti una volta e ora scomparse. Oppure le condizioni nelle quali vive l’umanità sono nuove e imprevedibili. È probabile che si stia sviluppando qualcosa che non saremo in grado di definire se non fra un migliaio di anni.
E l’ultima volta ottenne questa risposta: — Forse il processo evolutivo non è ancora terminato per la razza umana.
Ma tutti questi pensieri, e anche il ricordo della mezza giornata di chirurgia, svanirono non appena rientrò nel suo paradiso. Bloccò il pozzo ascensionale e chiamò: — Amore!
La camera ingoiò quella parola come se non fosse mai stata pronunciata.
Lora!
Nessuna risposta. La stanza diventò rosa scuro.
Non c’erano posti dove lei potesse nascondersi. L’unica stanza da cui era formato l’appartamento era vuota. Il letto circolare era rientrato nel pavimento. Il bagno era vuoto.
Tutto parlava di lei in quella stanza, ma Lora non c’era.
Le arterie del suo cuore si contrassero e il cuore pompò per irrorarle di sangue.
Lora!
— Jeri — disse la “consolle” con la voce di sua moglie. Gli aveva lasciato un messaggio. Avrebbe dovuto provare sollievo, invece era bastata quella parola perché la sua apprensione aumentasse. — Me ne sono andata. Non cercare di seguirmi. Sarebbe inutile. Ho trovato la vera felicità a cui tutti hanno diritto. Sii contento per me. Non è che ti ami meno, ma quell’amore – quel tipo di amore limitato che ci è dato conoscere nel mondo reale – non mi basta più.
— Non capisco — disse lui.
— Certo che non capisci. Non mi aspettavo che capissi. — Lora aveva registrato tutto e la “consolle” sceglieva le risposte alle prevedibili domande di lui.
Mentre tu eri via, tutti i giorni — ti amavo per questo, Jeri, non rimproverarti assaggiavo le capsule. Solo un pochino, in principio, e poi sempre di più. Era una cosa meravigliosa, Jeri. Non arrabbiarti, ma è quello che avevo sempre cercato.
Ira. Come poteva impedirsi di essere adirato? La stanza era color dei sangue. Gli pareva di trovarsi dentro un cuore palpitante. — Avresti dovuto lasciarmi parlare, dirmelo... Sarei cambiato. Ti avrei dato di più.
— Non è questo, Jeri — disse la “consolle”. — Non crederlo. Tu eri tutto quel che potevi essere, tutto quello che chiunque potesse desiderare. Ma non capisci? Quello
che offrono le capsule va al di là delle possibilità umane. Le capsule mi danno la beatitudine che voglio, senza che debba adattarmi.
Rinacque in lui un filo di speranza. Se lei era dedita alle capsule poteva ritrovarla, farla tornare dai sogni alla realtà, tenerla con sé, e se non bastava lui solo a renderla felice...
— Avresti potuto dividerti fra noi — disse. — Mi avrebbe fatto male, sì, ma mi sarei adattato. Tu avresti potuto avere le tue capsule, e io...
— Non sarebbe servito — disse la “consolle”, — perché ormai io non sono più io. L’io che tu conoscevi era insoddisfatto, era una persona dotata di un solo filo di ricordi. Io non voglio solo le capsule – non mi basta un sollievo temporaneo – ma una completa fusione, un’immersione totale.
Aveva già sentito parlare di questo. Le “consolle” erano in grado di sopperire a tutte le necessità fisiche mentre i succhiatori sprofondavano sempre più nei loro mondi programmati di memorie pre-selezionate... — Ti ritroverò — mormorò, con voce roca. — Dovunque tu sia, ti ritroverò.
— Mi spiace, Jeri, ma ho chiuso la mia intimità in una barriera invalicabile, e non riuscirai a trovarmi. Se anche ci riuscissi non potrai più riavermi. È come se fossi morta. — La “consolle” emise uno scatto, non aveva più nulla da dire, ma il silenzio che seguì fu ancora peggio.
Jeri percorse tutto il centro urbano guardando, cercando, intrufolandosi nell’intimità altrui, offendendo tutti quelli che incontrava, cercando dappertutto, senza dignità né riguardi. E intanto la sua ira aumentava e il dolore diventava più profondo.
Ma nonostante l’ira e il dolore doveva ammettere la propria sconfitta, e finalmente si arrese. Tornò nella stanza rosa che non gli ricordava più l’amore. Colore e profumo erano quelli dell’odio.
L’amore che aveva provato si era trasformato in qualcosa di diverso, qualcosa che anelava ad esprimersi in modo diverso. Se lei fosse stata lì, Jeri avrebbe preso i suoi strumenti chirurgici e avrebbe sezionato la creatura che un tempo era stata Lora. Non poteva prendersi una rivincita con lei. Ma poteva farlo in un altro modo.
Freddamente programmò la “consolle” con l’abilità derivante dalla lunga esperienza con i computer chirurgici. Presto fu tutto pronto, e lui s’immerse nel liquido tiepido che riempiva la vasca da bagno. Tubi che prima porgevano spruzzi di sapone e spazzolini, adesso s’infilarono nelle sue narici e nelle sue vene, nei suoi intestini e nella sua vescica. Una copertura di plastica trasparente si abbassò a coprire i bordi della vasca. Il senso di disagio durò pochi istanti, per terminare via via che i liquidi cominciavano a fluire nel suo organismo, anestetizzandolo, nutrendolo, guidandolo, proteggendolo, dirigendolo. L’ultimo suo pensiero, prima di scivolare nei sogni bui che aveva evocato, fu un pensiero di vendetta.
Le voci penetrarono nella sua roccaforte uterina molto prima di raggiungere il suo cervello: mormorii e parole isolate, rumori incomprensibili e silenzio.
— C’è una possibilità?
— Sono solo un volontario.
— Ma cosa pensi?
— Non ho mai visto nessuno tornare dopo essere stato così lontano.
Lui scivolò a ritroso nei ricordi altrui.
«L’Uomo-Che-Caccia-Solo tornava attraverso la foresta portando sulle spalle un daino, le cui zampe gli ciondolavano sul petto ai lati del collo vigoroso. Sentiva il morbido fianco del giovane animale premergli le spalle...»
— In qualche posto c’è una persona che mi può aiutare.
— Non questa.
— Non puoi esserne certo.
— Lascia che resti.
— Non posso.
Lo stavano riportando alla coscienza, alla consapevolezza. Non voleva. Scivolò via un’altra volta, penetrando in avvenimenti che non aveva mai vissuto.
«Il pavimento di pietra era freddo e duro sotto i suoi piedi, ma non era freddo e duro quanto il volto dell’uomo che sedeva sul trono... L’odore delle offerte bruciate era forte, ma quello della paura ancora di più.»
— Non puoi trovare un altro volontario?
— C’è solo questo.
— Allora temo che tu abbia perduto. Rinuncia.
— Mai!
Il mondo gli si stringeva intorno. Lo riportavano a forza alla vita. Lui lottò per tornare alla salvezza e alla sicurezza dei sogni che lo cullavano. Le sue vite gli lampeggiarono davanti agli occhi.
«Avrebbe dovuto tornare in compagnia di scudieri e armigeri, chiuso nella rilucente armatura, ma tutti gli uomini che aveva portato con sé erano morti sui campi di battaglia della Terrasanta o caduti vittime delle malattie lungo il viaggio. Non c’era nessuno a dargli il benvenuto quando attraversò il ponte levatoio: abbassato per entrare nel castello...»
«Sentì il peso della presenza di lei alle sue spalle e domandò se per caso impugnasse un coltello.»
«La stanza rosa lo accolse come una promessa di eterno amore, quando vi salì nel pozzo ascensionale...»
«L’Uomo-Che-Caccia-Solo tornava attraverso la foresta...»
«L’odore delle offerte bruciate era forte...»
«Non c’era nessuno...»
«Diretto al cuore...»
E nacque. Fu espulso nel freddo mondo luminoso, e tornò alla vita emettendo suoni rochi, gracchianti, tossendo e protestando. Posava su qualcosa di morbido, ma non altrettanto morbido del mare, e vi fu schiacciato contro da mani crudeli. Alzò un braccio davanti agli occhi. Quando riuscì a metterlo a fuoco si accorse che era pallido e grinzoso.
— Sei sveglio — disse una voce.
Lui gracchiò qualcosa che significava “sì” o “forse”, o “cosa?” e si addormentò. Era un sonno inquieto, reso greve dalle preoccupazioni umane, un’immersione nel profondo turbata da fuggevoli sogni e da una persistente sensazione di terrore.
«I corpicini erano piccoli e fragili, più piccoli del daino che aveva portato per nutrirli, ed erano morti...»
«...lei si dibatteva fra le mani dei preti, imprecando, incredula e blasfema...»
«...erano stati i suoi figli, le sue speranze, bambini innocenti che imparavano a diventare uomini...»
«...e per poco il nodo di dolore che gli era salito alla gola non lo soffocò...»
«Tutto, nella stanza, parlava di lei, ma Lora non c’era...»
Si svegliò perché gli stavano versando in gola un liquido caldo e una voce, lontana come la voce di Dio, gli diceva: — Bevi un altro po’...
— Sta migliorando...
— Dobbiamo mettere un po’ di carne su questo scheletro...
— Fra un po’ ricomincerai a camminare...
— Migliori...
— Ricomincerai a camminare...
Lui cominciò a chiedersi con un’ombra di irritazione chi fosse quella persona che lo affliggeva con le sue domande e le sue ingiunzioni, che sollevava questo e toccava quello e lo costringeva a bere. E con questa infantile preoccupazione varcò il confine dalla notte al giorno. Tornò spesso a scivolare nel mondo confuso degli incubi, ma i periodi di veglia e di coscienza diventarono sempre più frequenti, col loro bagaglio di esperienze della vita reale. Posto che quella fosse la vita reale e non un altro sogno.
E un giorno aprì gli occhi e la vide.
Dapprima era tutto confuso. Dopo aver distinto, al primo risveglio, il proprio braccio scheletrico, la sua vista era regredita all’infanzia e lui non era capace di mettere a fuoco gli occhi nei pochi momenti in cui restavano aperti. Poco per volta però riuscì a tenerli aperti più a lungo. Finalmente la sua vista si acuì, il mondo si mise a fuoco e vide una faccia china su di lui.
Scoppiò a ridere. Quello fu il primo suono esprimente felicità che ricordasse di avere emesso. Ma la sua risata fu gradita alla persona che stava china su di lui, e lui la ripeté.
La seconda volta la vide più da lontano e si accorse che era bella. Era alta e slanciata e si muoveva con grazia, camminando sul tappeto per andare da lui. Aveva i capelli chiari, non poteva precisarne il colore perché il rosa del soffitto vi si rifletteva, e solo in seguito decise che erano di uno strano colore fra l’oro e l’argento, e gli occhi scuri.
Questi occhi videro che la guardava, e le labbra sorrisero illuminando la faccia di una luce interiore. — Hai ripreso i sensi — disse. Aveva una voce bassa e dolce. L’aveva sempre saputo, ma finora non se n’era reso conto. — Fra poco starai bene.
Era un nuovo sogno? Un sogno che si imponeva sul subconscio del sognatore per dargli un maggior senso di realtà? Questa sensazione del risveglio, del ritorno alla vita era solo l’inizio di un altro macabro episodio?
Anche gli altri erano sembrati reali. Gli avevano stimolato i sensi, fornito particolari, ricordi del passato, coscienza del presente. Ma questo era diverso. Non nutriva odio verso quella donna, non sentiva il presagio del tradimento, non meditava vendetta.
Anche il ricordo di aver vissuto mille vite era una cosa nuova. Non sapeva quale di esse fosse reale. Non era nemmeno certo della propria realtà ma avrebbe vissuto quel nuovo episodio come se fosse stato reale.
— Sì — disse. É poi con voce più chiara. — Sì. Sono tornato. Chi sei? Perché mi hai fatto tornare?
Allora non ottenne risposta alle sue domande, e i giorni che seguirono furono tutti occupati dalla lenta operazione del recupero, come se fosse convalescente da una lunga malattia che gli aveva devastato il corpo e sconvolto i processi autonomi. Quei giorni erano tutti pieni dei piccoli trionfi della ripresa fisica – la prima volta che riuscì a masticare e a deglutire cibo solido, o a sollevare la testa, o a star seduto, sorretto dai congegni pneumatici del letto. Ma erano anche turbati dalle piccole sconfitte – la ribellione del suo stomaco, il senso di vertigine che costringeva la sua testa a ricadere sui cuscini, la debolezza che seguiva i tentativi di far una cosa nuova.
In tutto quel periodo la donna gli fu sempre accanto per consolarlo e incoraggiano. E lui lentamente migliorò. Qualche volta, specie quando la stanza era buia perché potesse dormire, cadeva in preda alla febbre e urlava nel delirio; altre volte si svegliava fra le braccia di lei, che gli stava distesa accanto, sebbene non dormisse con lui, e gli premeva la testa contro il seno per consolarlo, e allora lui piangeva sommessamente stretto a lei per il dolore atroce delle altre vite che aveva rivissuto. E una volta, quando pareva che quelle vite tornassero a prendere il sopravvento, quando la febbre si trasformò in un gelo, si ritrovò a scaldarsi contro la pelle di lei che gli sedeva accanto nel letto mezza nuda, cercando di calmano con dolci suoni privi di significato. E lui pianse.
Finalmente superò queste crisi e da quel momento migliorò regolarmente senza regressioni. In poco tempo riuscì a star seduto da solo e a parlare. Non aveva il minimo desiderio di tornare a provare le esperienze delle capsule, anzi, pensava ad esse con disgusto crescente.
Dopo pochi giorni cominciò a camminare, dapprima pochi passi incerti sulle gambe che parevano di legno poi un trotterellane infantile che si trasformò nell’andatura malferma di un vecchio, e infine, dopo parecchio tempo, nel passo sicuro di un giovane.
Mangiava. Faceva esercizi. Aumentò di peso. Braccia e gambe si riempirono di carne e di muscoli. Guardava spesso la donna, e le parlava. Sulle prime lei eludeva sia pur gentilmente le sue domande e lui non aveva la forza di costringerla a parlare, e in seguito gli promise di dirgli tutto quando avrebbe ripreso completamente le forze. Non gli disse che il proprio nome, Sana, e lui la seguiva con gli occhi mentre si muoveva nella stanza, imparando a conoscere il suo corpo che si muoveva con scioltezza sotto l’abito ampio, lo sguardo dei suoi occhi, il modo come tendeva la mano quando gli porgeva il cibo, la sensazione delle dita sulla sua schiena, sulle braccia e sulle gambe quando le massaggiava per rinvigorirlo. Soprattutto gli massaggiava le mani e le dita per farle diventare agili e robuste. Le guardava, come se avessero un significato recondito, e quando si accorgeva che lui la osservava, gli sorrideva e gli baciava le dita una per una. E quando lei si comportava così, lui si sentiva rimescolare tutto.
— Cosa fai qui? — le chiese un giorno in cui si sentiva ormai così in forma che giudicava venuto il momento delle spiegazioni promesse ed era abbastanza sicuro dell’attrazione che esercitava su di lei per arrischiare di essere brusco. — Perché mi hai fatto tornare?
Lei sospirò, rassegnata. Era giunto il momento della verità.
— Ho sentito parlare di te. Nel centro circolano storie su coloro che hanno preferito l’immersione totale. In principio — distolse lo sguardo come se le dispiacesse di rammentare un tempo in cui il suo interesse era stato solo casuale — ...in principio mi ha spinto la curiosità. Ma non è bello provare solo curiosità per la sorte di un altro essere umano. In seguito, però, ho saputo altre cose sul tuo conto alla Centrale Informazioni.
— Sul mio conto? — fece eco lui. La possibilità di possedere un passato reale era al tempo stesso eccitante e allarmante.
— Sei una persona famosa cominciò lei.
— No, non dirmelo. Non voglio sapere. Non ancora.
Lei assentì, disposta com’era a compiacerlo.
— E ti ho trovato.
— Come?
— Non avevi posto un blocco di riservatezza alla Centrale, né alla tua porta.
Da una delle sue vite, lui ricordò cos’erano i blocchi di riservatezza. — E come mai non l’avrei messo?
— Forse perché avevi troppa fretta di fare quello che ti eri proposto e te ne sei scordato. oppure non l’hai fatto di proposito. Mi piace pensare che volevi essere scoperto e fatto tornare. Comunque, ti abbiamo trovato, io e il volontario, e lui mi ha spiegato per cosa era stata programmata la “consolle”.
Lui guardò la “consolle”, isolata e imponente in un angolo della stanza, maestosa anche se verniciata di rosa.
— Sì — disse.
— Ricordi?
— Ricordo qualcosa — rispose lui — ma può darsi che non sia reale.
— Mi dispiace per te, e mi sento colpevole, sai, perché ero spinta solo dalla curiosità, e tu eri lì che galleggiavi nella vasca, con tutte le tue facoltà sopraffatte dai ricordi di altre persone, perduto in altre vite, tutto preso da una vendetta ciclica per una offesa di cui ti eri completamente dimenticato.
A lui parve di vedersi mentre galleggiava nella vasca. — Sì. Sì — disse. — Ho dimenticato.
— Anche allora ero in grado di vedere quello che avresti potuto essere, e sapevo che cosa eri stato.
Le parole per formulare le domande sul suo passato tornarono a comporsi nella sua mente e la lingua e le labbra ora avrebbero saputo esprimerle, ma non le pronunciò. — Sono un uomo senza passato e senza avvenire — disse.
— O, meglio, ho migliaia di passati e nessuno è reale ... nessuno.
— Tu hai un passato — ribatté lei. — Un passato vero.
— Dev’essere stato terribile per avermi spinto a programmare in quel modo la “consolle”, e uccidere una, due, mille volte la donna che amavo. Qualunque sia il motivo che mi spinse a farlo, non voglio saperlo; non voglio riprovare i sentimenti di allora. Voglio ricominciare da zero, essere un uomo con mille ricordi, nessuno dei quali è più reale degli altri. Solo così potrò avere un futuro.
Lei distolse lo sguardo intimidita, cosa che lo commosse in una donna che al momento del bisogno gli aveva stretto la testa contro il seno nudo. Adesso non era più un invalido, non era più impotente. — Avrai un futuro, se vuoi — disse lei.
Non un passato, ma un futuro. Era proprio come se fosse nato per la seconda volta. Avrebbe voluto dirle che l’amava, per quello che aveva fatto e soprattutto per quello che era, ma ricordava di aver avuto fiducia in una donna, una volta (o molte volte) e che lei lo aveva tradito per quante volte lui si era fidato. Le parole gli morirono in gola, ma sapeva che c’erano e che un giorno le avrebbe dette se lei fosse rimasta abbastanza a lungo al suo fianco, se non avesse scoperto la macchia nera che sporcava la sua anima e ne fosse rimasta disgustata.
Gli riusciva ancora difficile credere che lei restasse, che avesse cura di lui, che non gli voltasse le spalle.
Doveva imparare di nuovo molte cose del suo mondo, e Sara si rivelò un’ottima maestra. Un giorno gli parlò per ore della vita in quello che lei chiamava il ventiduesimo secolo. I quattro ingredienti fondamentali della loro civiltà, disse, erano la potenza, l’automazione, i computer e le capsule, che significavano energia, lavoro, controllo e conoscenza, un sistema completo al cui centro stava l’umanità che ne era la beneficiaria.
La maggior parte del lavoro veniva svolto senza intervento umano. L’energia solare, raccolta da file e file di cellule solari, forniva tutta l’energia pulita di cui il mondo aveva bisogno. Ed era gratuita. Le macchine, al comando di computer, costruivano e provvedevano alla manutenzione dei grandi centri urbani (anche se di quei giganteschi complessi ne erano stati costruiti pochi dopo il drammatico declino della natalità), provvedevano alla semina, alla coltivazione e al raccolto dei cereali, delle piante da frutto e delle verdure nei campi e negli orti idroponici, e fornivano tutto il necessario agli appartamenti dei centri occupandosi anche di sbrigare i servizi. I computer erano gli ispettori che controllavano il lavoro delle macchine, rispondevano alle richieste degli esseri umani, guidavano, informavano, servivano, immagazzinavano. Le capsule contenevano non solo informazioni utili a sapere com’era e com’era stato il mondo e cosa ne avevano pensato altri uomini e altre donne, ma anche esperienze, ricordi così completi che potevano essere vissuti e rivissuti limitandosi a iniettarsi una capsula programmata da un computer.
Sarebbe stato bello pensare, disse Sara, che quel tipo di vita era stato creato appositamente, però non era vero; si era sviluppato come qualsiasi altra società dalle possibilità, dalle pressioni e scelte individuali. Grazie ai computer e all’energia in quantità più che sufficiente, si era venuta a creare per la prima volta nella storia dell’uomo una società tollerabile. Scomparse le antiche preoccupazioni per il cibo e l’energia, l’uomo avrebbe potuto crearsi un’utopia, invece percorreva la strada dell’ultima resistenza. I centri urbani autosufficienti avevano un senso grazie alla perfetta efficienza dei rifornimenti e dei servizi e dell’intimità più assoluta. Ma le cose non andarono per il giusto verso. I centri urbani crebbero e gli uomini e le donne che ci vivevano svincolati dal bisogno cominciarono ad adattare le proprie vite all’ambiente. Godevano di un periodo spensierato in cui vivevano come in un brefotrofio, curati da pochi amorevoli volontari e da molte efficienti macchine, imparando quello che era necessario per vivere nei centri urbani mediante capsule o computer. Quello che dovevano sapere era di quali risorse potevano disporre e come fare per ottenerle. Erano disponibili anche altre informazioni, e di tanto in tanto un bambino un po’ diverso dagli altri sedeva per ore e ore, e anche per giorni davanti a una “consolle” dimostrando un imprevisto interesse. Ma la maggior parte dei bambini era paga della vita che conduceva, fra giochi, musica, canti, arte e amore.
Quando diventavano adolescenti, venivano dotati di un appartamento individuale, ciascuno fornito di una “consolle”. Poi, per un certo periodo, venivano indotti ancora a stare insieme per stimolarsi reciprocamente; giocavano i giochi dell’adolescenza, i giochi delle schermaglie amorose e anche quelli più eccitanti di provare altri caratteri, come maschere. La maggior parte di loro non scopriva mai chi era; posto che fosse qualcuno. E giravano per i centri urbani, succhiando capsule, passando da un appartamento all’altro, allegri, scintillanti e dediti al piacere; apparentemente felici, mai infelici. Se lo erano, si trattava dell’infelicità di un’altra persona.
Poco per volta l’intimità potenziale dei centri urbani cominciò a influire su di loro. I giochi di gruppo cominciarono a scomparire, ed essi si suddivisero in coppie, o si ritirarono soli nei loro appartamenti a perseguire i loro piaceri solitari. Pochi – solitamente quei bambini strani che chiedevano ai computer tante informazioni inutili – divennero specialisti nei campi di cui i computer non si occupavano. Diventarono artisti, compositori, letterati, storici, sognatori. Grazie all’enorme quantità di materiale disponibile e al lavoro degli altri specialisti, i sognatori resero possibile la vita delle capsule immaginando fin nei particolari sensori le nuove esperienze richieste dai succhiatori. Alcuni erano famosi per l’incredibile accuratezza dei particolari, altri per la veridicità degli scenari, altri ancora per il contenuto emotivo, e alcuni per la sfrenata fantasia dei loro sogni, perché c’era una continua richiesta di novità. I computer prelevavano campioni di sangue e sintetizzavano le capsule. Talvolta i sognatori sognavano su ordinazione.
Nei centri urbani l’umanità trovava quello che aveva sempre chiesto alla vita e le si offriva la possibilità di diventare quello che potenzialmente poteva diventare. Ma quasi nessuno viaggiava più, né si spingeva alla periferia dei centri urbani. L’umanità, che non era mai stata così libera, tornò alla tribù e alla caverna. Qualcuno, bisogna dirlo, ambiva ancora alle esperienze della vita reale, ed erano quei pochi che si offrivano volontari quando occorreva la loro opera, e mantenevano i contatti con gli altri. Da questi contatti nasceva talvolta qualcosa di nuovo e d’imprevedibile.
In seguito l’invalido, che andava lentamente riprendendosi, si servì della “consolle” per ottenere informazioni sugli argomenti che gli interessavano. L’uso della “consolle” e delle altre apparecchiature di cui era fornito l’appartamento gli riportavano vecchi ricordi, con la constatazione di sapersene servire con facilità. Erano ricordi suoi, o di seconda mano? Ma ormai aveva accettato quasi senza riserva che quell’esperienza fosse reale, che lui era stato un cittadino di quel mondo e che, per ragioni che non voleva ricordare, se ne era dimenticato. Quello che un bambino impiegava anni a imparare, anche con l’aiuto delle capsule, lui lo apprese in poche settimane perché sapeva che le informazioni e le nozioni che gli venivano impartite avrebbero recato con sé altri ricordi. In più godeva del vantaggio di un sistema nervoso maturo, anche se era stato sconvolto, e dei ricordi di una vita, sia pur intrecciati e resi complessi da quelli di altre vite. Comunque le sinapsi erano pronte a entrare in funzione.
Quando si fu sufficientemente adattato alla sua nuova condizione da porre domande e si sentì abbastanza in forze da accettare le risposte, disse: — Per essere una succhiatrice sei abbastanza bene informata. — Assaporò il termine, che suonava strano sulle sue labbra, con fierezza.
— Non sono mai stata una succhiatrice — protestò Sara — e nemmeno tu. Noi eravamo gli strambi, i bambini diversi dagli altri, gli adulti non conformisti. Forse per questo quello che ti è accaduto ti ha colpito tanto.
Lui alzò una mano per interromperla. Forse non era tanto forte come aveva pensato. Ma si sentiva snello e alto e robusto e giovane mentre, appoggiato alla “consolle” rosa, guardava Sara seduta sul bordo del letto rotondo. — Il passato è morto — disse. — Esiste solo il presente ... e il futuro. Perché sei venuta qui, Sara? Che cosa vuoi da me?
Lei aveva un’aria così disarmante che quasi si pentì di averle fatto quelle domande. — Ero... sono una sintetista — rispose Sara. — Non creo, ma unisco vari elementi per formare nuove combinazioni. Ero giunta alla conclusione — insieme a pochi altri — che l’umanità fosse moribonda, che stesse soccombendo a una vita che esaudiva i desideri prima che diventassero necessità, anzi, che esaudiva i desideri quasi ancor prima che fossero espressi. Volevamo costituire un nucleo di persone convinte che questo mondo ha un lato negativo, che ne avevano vissuto in parte gli orrori e fossero convinte a lavorare per creare qualcosa di nuovo. E ho pensato che tu potessi essere uno di loro.
— E avevi ragione?
— Tu solo puoi rispondere — rispose lei, ma tuttavia pareva fiduciosa. — Dimostri di voler abbandonare il vecchio e tentare il nuovo. Dovrai avvertirmi quando ti sentirai disposto a tentar qualcosa di diverso.
Lui le si avvicinò, con le lacrime agli occhi, tenendole le mani per stringere quelle di lei, facendola alzare e stringendola a sé. Baciò gli occhi che si chiudevano e la sentì tremare quando le sue labbra scesero lungo la guancia a cercarle la bocca, e capì, mentre cadevano avvinti sul letto rosa, di essere pronto ad affrontare tutto quello che la vita gli poteva arrecare o qualsiasi cosa il coraggio lo spingesse a cercare.
— Ti amo — disse, e gli parve di non aver mai pronunciato prima quelle parole. E sebbene avesse provato diecimila volte le emozioni e le sensazioni fisiche che provava adesso, gli pareva che tutto quello che era avvenuto prima fosse successo a un altro, e che quella fosse la prima volta che amava, e si augurò disperatamente che fosse un’esperienza reale.
Scoprì che “qualcosa di diverso, di audace” consisteva nell’avventurarsi fuori dall’appartamento. Strappatosi a fatica da quella stanza, dal colore, dalla forma e dall’odore d’amore, e insieme a Sara perché senza il suo costante incoraggiamento non ci sarebbe riuscito, si recò in altre zone del centro. Dapprima, col pozzo discensionale, scesero nel grande atrio ovale circondato dai pozzi per la salita e la discesa.
Gli atri degli altri edifici, anch’essi ovali e circondati dai pozzi per la salita e la discesa erano collegati ad esso. Venticinque atri e i palazzi ovali alti settantacinque
piani costituivano un centro urbano. Al centro erano istallati gli impianti comuni di riscaldamento, raffreddamento, i pozzi di ventilazione, i sistemi di distribuzione dell’acqua e dei cibi e gli altri servizi, compreso quello per il riciclaggio automatico dei rifiuti. Nessuna finestra dava sull’esterno, neanche nell’atrio, e si aveva l’impressione che il portone di bronzo, in disuso da generazioni, non si potesse più aprire.
Molte di queste cose le venne a sapere solo in seguito. La prima volta fu un bello sforzo visitare l’atrio, uscire dal pozzo di discesa e aspirare l’inodore aria condizionata, abituarsi a quell’enorme spazio, prima di tornare di corsa nell’appartamento. Poi, poco per volta, allargò il suo campo d’azione e di pari passo divenne più coraggioso. Insieme visitarono altri atri, tutti vuoti, tutti identici per aspetto e dimensioni. Erano spazi pubblici e non era permesso sintonizzarli e adattarli ai gusti individuali. In tutti campeggiava un unico quadro, che rappresentava la vittoria dell’Umanità sui Quattro Cavalieri dell’Apocalisse.
Visitarono le sale comuni che collegavano le torri del centro urbane al piano dove pochi uomini e donne, coraggiosi o eccentrici, si riunivano tutti i giorni per dividere i pasti a uno dei tanti tavoli. Gli odori erano allettanti, le luci accuratamente dosate e studiate in modo da rendere più attraenti le vivande, e i colori pastello delle pareti rafforzavano il piacere di trovarsi in compagnia. Però il gruppetto in quell’enorme stanza aveva un’aria sperduta e la gaiezza sembrava forzata. Le vivande erano le stesse che si potevano avere in tutti gli appartamenti. A poco a poco, sempre con l’aiuto di Sara, imparò ad accettare la compagnia degli altri, a mangiare insieme a loro, e a provarne piacere.
— Dopo tutto — gli ricordò Sara, — anche tu eri un volontario, una volta. — Ma lui rispose che tutto questo apparteneva a un passato morto e sepolto.
Lentamente si adattò a quel nuovo tipo di vita. Era stato staccato a gradi dalla sicurezza della stanza rosa e cominciava a far parte della società dei suoi concittadini.
Visitarono anche un asilo nido. Lui apprezzò molto la naturalezza di quei piccini, i loro giochi liberi e semplici, la loro disposizione a condividere con gli altri tutto quello che possedevano. Erano belli, e per la prima volta lui si chiese senza remore quale era stato il suo passato. Aveva avuto figli? Ricordava di essere stato padre...
«...un maschio e una femmina, sdraiati accanto ai resti anneriti di un fuoco spento da tempo, come se dormissero...»
... ma forse si trattava solo di un sogno, un sogno doloroso, di morte e tradimento, come tutto quello che apparteneva al passato. Con sforzo tornò al presente. Due volte, nell’atrio, s’imbatterono in un gruppo di giovani dediti alle capsule, belli, colmi di grazia, rapiti in un sogno collettivo. Lui era affascinato, ma Sara li guardò con disprezzo:
— Non sono che farfalle — disse. — Bellissime, spensierate e destinate a una breve vita. È questo il destino dell’umanità? Questo è il risultato di tante lotte, di tante pene, di tanto soffrire? Persone che sognano le bugie inventate da altri?
Lui ammirava il suo sdegno, anche se aveva aspirato più a fondo di quei giovani il contenuto di tante capsule per immergersi in sogni profondi ed era tornato alla realtà solo grazie alla determinazione e alla pazienza di Sara, e, osava pensare, al suo amore. Amore era una parola che lei non pronunciava mai, mentre lui vi ricorreva.
Spesso, come se fosse un incantesimo capace di allontanare da lui il male. E qualche volta, ma raramente, gli capitava di pensare che una volta doveva aver amato qualcuno al punto da scegliere di passare l’eternità a vendicarsi.
Sara aveva detto che non era stato un succhiatore, ma un volontario. E questo era bello. Gli faceva piacere sapere di essere stato un volontario.
Un giorno salirono in cima alla loro torre. Quando uscirono dal pozzo, si trovarono in un locale pieno di luce. Lui si fermò, abbacinato. Poco a poco riuscì ad adattare la vista e vide una sala piena di tavoli e sedie in attesa che vi prendesse posto qualcuno. Il tappeto era rosso e folto, e le pareti composte di pannelli luminosi.
— È vuota da anni — disse Sara.
Lo guidò verso uno dei pannelli luminosi e, quando fu più vicino, si accorse che non era un pannello ma una finestra, e che la luce era quella del sole. Non aveva mai visto una finestra, se non nelle vite precedenti. Si avvicinò con curiosità, per fermarsi a un passo di distanza, in preda al panico nel vedere l’enorme distesa verde sullo sfondo del cielo azzurro. Gli pareva di precipitare nel vuoto. Allungò le mani come per aggrapparsi a qualcosa di solido, e gli mancò il respiro.
Sara lo trasse indietro e quando si ritrovò al sicuro, a qualche metro dalla finestra, riuscì a respirare, le pulsazioni rallentarono, la vista si rimise a fuoco, e vide i segni dove le sue mani avevano premuto contro il vetro della finestra. Fuori, a destra e a sinistra, c’erano le torri multiple di altri centri urbani; davanti e in basso la scacchiera verde dei campi coltivati dalle macchine, che si stendevano fin dove la terra s’incontrava col cielo. In alcuni punti i campi erano innaffiati da irroratrici, altri invece erano brulli, come se fosse stato già tagliato il raccolto. E tutto era geometricamente perfetto, quasi che la terra fosse stata finalmente conquistata dall’uomo e da lui rifatta a sua immagine.
— Molto tempo fa questo era un ristorante e un’ centro ricreativo — disse Sara. — Adesso non ci viene più nessuno, ma la sala aspetta sempre chi non ha paura di guardare il mondo.
Che posto magnifico per un sacrificio umano! Il pensiero sbocciò spontaneo, e lui sentì il peso del coltello sacrificale gravargli il braccio, insieme a quello delle vite che aveva spento e dei cuori strappati dal seno di fanciulle ancora vive.
— Sì — disse. — Li capisco. Anch’io ho paura.
— Non come loro. Tu puoi stare qui e guardare fuori.
— Solo perché ci sei anche tu.
— Supererai anche questo, Jeri. Ritroverai la forza.
— Mi chiamo così? — domandò lui.
— Jeri? Sì — e lo ripeté: — Jeri.
Lui non rifiutò il nome. Suonava bene sulle labbra di Sara. Lo assaporò. Jeri. Jeri. SL suonava bene. Dunque, aveva un nome. Si sentiva già più forte e andò alla finestra a guardar giù da settantacinque piani senza paura.
Tutte le volte che lasciava la camera rosa, gli pareva di morire, e quando vi faceva ritorno si sentiva rinascere. Ma col passar del tempo riacquistò forza e coraggio e provò meno angoscia nell’andarsene e meno sollievo, un sollievo morboso, quando tornava. E Sara era sempre presente. Lui provava un infinito piacere a osservarla.
Osservava il suo corpo, ammirandone la morbida snellezza, la curva dolce dei fianchi, la perfetta rotondità dei seni, le gambe slanciate.
Il tempo trascorso con Sara nella stanza rosa gli ridava vigore, e non solo nei momenti d’amore, ma in tutti i piccoli avvenimenti della giornata. E come lei lo guidava e l’incoraggiava a rivelare il suo amore con sempre maggior espansione e in modo eccitante. Venne così il giorno in cui si sentì pienamente sicuro, fiducioso, capace di tutto, anche di affrontare il passato.
Pareva che Sara avesse intuito il suo stato d’animo: era come se controllasse il suo sistema nervoso autonomo. — Voglio portarti in un posto dove finora non siamo stati, almeno non insieme.
— D’accordo — disse lui ostentando spavalderia, sebbene nelle maniere di Sara ci fosse un che di inquietante.
Meta del loro viaggio era una delle zone di servizio comuni a tutti i venticinque centri. Il pozzo ascensionale li trasportò in una stanzetta angusta, con le pareti d’acciaio inossidabile, spaventosa nella sua sterilità. Appena Jeri vi ebbe messo piede, spruzzi di disinfettanti piovvero sui suoi abiti, e lui ebbe la sensazione che un raggio invisibile lo percorresse tutto. Qualche minuto dopo si aprì una porta davanti a loro. Jeri si trovò in un corridoio pavimentato a piastrelle chiare. Era in preda a un senso di disagio. Come un criminale, pensò, che torna sulla scena del delitto. .Ma quale delitto?
Non aveva mai visto prima quel lunghissimo corridoio sterile tutto svolte, eppure gli sembrava familiare come un incubo. Anche l’aria qui era diversa, eppure gli pareva di averla già annusata. Aveva paura, e guardò Sara in cerca d’aiuto.
Lei gli fece cenno di avvicinarsi alla parete interna del corridoio dove si aprivano a intervalli regolari delle finestre. Lui si avvicinò con riluttanza a una di esse, temendo che si trattasse di un’altra prova, come in cima alla torre, e che potesse trattarsi di qualcosa di peggio.
Si ritrovò a guardare un ambiente dove al bianco si alternava l’acciaio. Dapprima i suoi occhi rifiutavano di distinguere quello che succedeva, poi cominciò a capire. Una donna stava distesa su una macchina che in parte la sorreggeva e in parte lavorava sotto di lei.
Mentre lui guardava, la macchina estrasse dalla donna una massa sanguinolenta. Un apparecchio aspirante la ripulì del sangue, e Jeri vide che era un bambino, un bambino che strillava sorretto dalle braccia snodate di plastica e metallo. Appena fu ripulito e smise di strillare, fu deposto fra le braccia della madre, che giaceva supina e lo guardava con occhi colmi di meraviglia.
La finestra successiva dava su una stanza occupata solo da macchine. Dietro la terza, un vecchio, circondato da braccia metalliche e sensori plastici, guardava le dita meccaniche frugare negli organi del suo torace aperto.
Jeri capì cosa stava facendo quella macchina: stava sostituendo un pezzo di arteria polmonare leso o ostruito da... Fu scosso da un brivido. — Voglio andar via — disse.
— No! — rispose Sara. Era la prima volta che rifiutava una sua richiesta. — Siamo al momento critico. Andar via adesso sarebbe come disfare tutto quello che abbiamo fatto.
— Non mi sento abbastanza forte.
— Se mi ami, devi venire con me.
Lo trascinò lungo il corridoio come un bambino riluttante. A un’altra finestra videro togliere dall’addome di un uomo un tumore grosso come una mela. Jeri sapeva cos’era, ma ignorava come lo sapesse. Però era troppo stordito per stupirsi. Si sentiva afferrare da ricordi da cui non riusciva a liberarsi.
Videro la resezione delle vene di un vecchio, assistettero alla ricostruzione del viso di una donna, alla rimozione di un’appendice, a un trapianto di reni, al raddrizzamento della gamba di un bambino, alla sostituzione di un orecchio interno, all’inserimento di un cuore artificiale. Molte stanze erano vuote.
Jeri sapeva che anche quelle sarebbero state occupate se le singole “consolle” degli appartamenti non avessero praticato una medicina preventiva a ogni pasto. Qui si affrontavano solo i problemi più gravi: le maternità, i difetti costituzionali, i casi di emergenza, la senilità... Gli abitanti delle caverne vivevano a lungo, conducevano una vita sana ignorando le malattie; ma quando i loro corpi si logoravano e avevano bisogno di assistenza, l’ottenevano rapidamente, ed era un’assistenza efficace. Cose che un tempo sapeva gli tornavano spontanee alla mente, e lui lottava per conservare la propria innocenza.
L’ultima finestra dava su un ambiente pieno d’acqua verde mare, che pareva un gigantesco acquario. Vi galleggiavano corpi di donne e di uomini come pesci morti. I corpi erano nudi e appartenevano a individui di tutte le età. Galleggiavano andando alla deriva come trasportati da una corrente invisibile e capitava talvolta che qualcuno finisse contro la finestra quasi volesse guardare fuori con gli occhi ciechi, chiusi. Jeri non riuscì a contarli, e si rifiutò di congetturare il motivo per cui erano stati posti in quel liquido.
— Appoggia le mani al vetro — gli disse Sara.
— No — rifiutò lui con voce ingolata. — Lasciami in pace. Voglio andar via.
Lei gli afferrò il polso destro e gli premette il palmo della mano contro la finestra. — Senti!
Il vetro era freddo come la morte.
— Questi sono i “non-morti” — spiegò Sara. — I malati che le macchine non possono curare. La loro temperatura è stata abbassata fin quasi al grado di congelamento dell’acqua per rallentare i processi biologici e impedire il progresso del male.
Si, questo lo sapeva già.
— Alcuni soffrono delle nuove malattie per cui i computer non sono programmati — disse lei. — Altri si trovano in condizioni che richiederebbero una capacità di giudizio e di diagnosi che le macchine non sono in grado di esercitare. Altri infine soffrono di malattie per cui non esistono cure, almeno finora.
— Non c’è speranza per loro — osservò automaticamente Jeri. — I computer non conducono ricerche.
— Ma esistono ancora gli uomini e le donne! — esclamò Sara come se la sorte del mondo dipendesse dalla sua capacità di convincerlo. — Potrebbero esserci medici, chirurghi, ricercatori capaci di risolvere questi problemi e di riportare questi esseri alla vita, come ho fatto io con te.
— Non esistono più medici, né chirurghi o ricercatori — disse lui ritraendosi dalla finestra.
— Ma potrebbero esserci!
Colpito dall’intensità del suo tono, Jeri si voltò a guardarla. Lei lo fissava con occhi ardenti.
— Perché insisti?
— Jeri, tu sei un chirurgo!
— No — esclamò lui coprendosi gli occhi con le mani. — Guarda... guarda le mie mani. Tremano. Ti sembrano quelle di un chirurgo?
— Potrebbero tornare a diventarlo — disse lei, e aggiunse in un soffio: Dovrebbero.
— Perché dovrebbero? Perché ti curi tanto di me? Perché è tanto importante per te che io sia un chirurgo? — Poi, in un lampo d’intuizione, si voltò verso la finestra. — Quale di questi “non-morti” vuoi che sia riportato alla vita?
Sara non rispose. Fissava la finestra come se cercasse una faccia in particolare, e quando si voltò verso Jeri aveva gli occhi pieni di lacrime. Nonostante l’ira, si commosse.
— Hai indovinato — disse lei. — Fra loro c’è un ragazzo. Dovevamo sposarci. Si ammalò. Dopo molti esami gli fu scoperto un tumore nel cervello. Ma era troppo vicino ai centri della memoria e del carattere perché le macchine chirurgiche potessero rimuoverlo. Toni si sarebbe anche sottoposto all’intervento, ma io non volli. Non volevo che lo toccassero le macchine finché esisteva un’altra possibilità.
— Toni? Qual è? — chiese lui. Parlava con voce normale ma tremava tutto tanto gli batteva forte il cuore. Così era una volta: emotivo ma capace di dominarsi, capace di trasformare in azione concreta l’energia emotiva.
Con l’abilità dovuta a una lunga esperienza, Sara batté un codice sul pannello di pulsanti collocato di fianco alla finestra. I “non-morti” cominciarono a girare, finché il corpo di un giovane non si avvicinò alla finestra come se volesse uscirne e lasciarsi trasportare nel mondo dei vivi. Era un bei giovanotto, bruno e ben fatto, e non aveva quell’ aspetto pallido ed emaciato che distingueva gli altri. Jeri distinse per un attimo la propria faccia riflessa nel vetro, come se anche lui fluttuasse insieme ai “non-morti”.
Si voltò, allontanandosi lungo il corridoio verso la porta che dava sulla torre dove abitava. Adesso ricordava. Ricordava di aver percosso quel corridoio un’infinità di volte, prima, quando si recava a svolgere la sua opera umanitaria al reparto chirurgico, e quando tornava, vincitore o sconfitto, nell’appartamento dove lo aspettava una donna. Una donna di cui non rammentava le fattezze ma che doveva somigliare un po’ a Sara e che condivideva con lui le vittorie e lo consolava delle sconfitte.
Sara camminava al suo fianco. Gli parlava con tono supplichevole, ma lui non la guardava in faccia. Lo farai, non è vero, Jeri? Se ti ho aiutato a rinascere, se ti ho curato, ti ho fatto tornare forte...
— Se l’hai fatto è perché volevi raggiungere un tuo scopo.
— Non avevo scelta. E tu eri più morto di Toni. Io ti ho ridato la vita. Non puoi far altrettanto per lui? Non puoi contraccambiare il favore?
— Dovevi lasciarmi morire. Ti sei servita di me, come se fossi una macchina, o un oggetto.
— Non l’ho fatto solo per me e per Toni — disse lei mentre scendevano nell’appartamento.
— Vogliamo che l’umanità cambi rotta, perché adesso si lascia solo trasportare nel mondo dei sogni. Ed è un’impresa che non posso compiere da sola.
— Tu sei una donna molto forte — disse lui.
— Insieme — proseguì lei senza rilevare l’interruzione — io e Toni recluteremo altre persone. Gente come te, dotata di talento e della voglia di imparare e di fare qualcosa di nuovo. Possiamo raddrizzare il mondo.
— Facendo del male a qualcuno? — chiese lui. Avrebbe voluto bloccare l’uscita del pozzo, ma erano già nell’appartamento. Rosa, gli venne fatto di pensare, è il colore del tradimento. Il colore dell’odio. Non poteva scacciare Sara, non voleva toccarla, né in preda all’ira né a mente fredda: aveva contato troppo per lui.
— Sei amaro — disse lei. — Ma posso capirlo. Però... non vedi? Tu hai bisogno di speranza, di amore, e io ti ho dato quello di cui avevi bisogno.
Jeri si lasciò cadere sulla seggiola davanti alla “consolle”, in preda a un’improvvisa stanchezza. — Mi hai dato quello di cui secondo te avevo bisogno perché potessi servire al tuo scopo. Ma come puoi sperare di persuadermi ad accontentarti dopo avermi indotto a credere che avevi agito per amor mio?
— Non ho mai parlato di amore — disse lei. — Non ho mai pronunciato questa parola.
— Non occorreva. — Sfiorò con le dita la “consolle”, e il nauseabondo odore di rose fu sostituito da quello di un fuoco all’aperto.
— Non ho approfittato a fondo di te — disse lei. — Mi piacevi. Stavo bene insieme a te.
«Lei si ritrasse dalla sua ira, accucciandosi in un angolo della stanza lontano dal camino, dove le fiamme la trasformavano in una figura d’incubo.»
— Come speravi di poter attuare questo assurdo progetto?
Lei distolse lo sguardo come se avesse visto i sogni riflessi negli occhi di lui. — Pensavo di poterti far accettare Toni, una volta che tu fossi guarito e avessi ripreso la tua opera di chirurgo. E poi, be’... almeno lui avrebbe avuto una possibilità.
— Se dipende da me — disse Jeri — non ne ha nessuna.
«L’odore degli dei era potente nella casa del re. I cortigiani trattennero il respiro. Il re ricadde sul trono. Perfino la figlia del re impallidì tremando. Sapeva che la sua vita era nelle mani di...»
— Senti — disse Sara, — se sei disposto a operano, io ti prometto che resterò con te. Guariscilo, e io resterò con te finché vorrai. — Lo supplicava con lo sguardo, e il corpo che lui ricordava così bene era teso nella speranza.
— Ti valuti molto — disse Jeri. — Credi che sarebbe piacevole vivere con una donna che pensa sempre come sarebbe più bello vivere con un altro?
— Sono disposta a fare quello che ho detto. Non te lo farei mai capire.
— Ma io lo saprei. Non potrei dimenticare. E se morisse nel corso dell’operazione?
— Il patto sarebbe ancora valido.
— Ti rendi conto che tentazione sarebbe? Vendicarmi uccidendo il tuo innamorato fingendo che si tratti di un incidente?
— Non saresti mai capace di fare una cosa simile — disse lei, ma il tono smentiva le parole.
Lo dici ma non ne sei convinta. Conosci i miei sogni. Sai che tipo d’uomo sono. Ho ucciso migliaia di volte perché una donna mi ha lasciato.
— Correrò il rischio — disse lei. — Non ho altre alternative.
— E se morisse davvero per un incidente? Tu non penseresti che l’ho provocato apposta? No. Non funzionerebbe. Non posso farlo.
— Ma perché? Dimmi perché.. Cosa posso fare per persuaderti?
— Niente — rispose Jeri. —Vedi, tu mi hai portato indietro. Non posso ripetere ancora quell’esperienza di tradimento e vendetta. E soprattutto non voglio ricordare perché ho scelto quel destino. Per questo non posso operare anche se fossi convinto, anche se desiderassi che tutto andasse come hai prospettato tu.
— Non capisco — disse lei, sconcertata.
— Non ricordo abbastanza il mio lavoro di chirurgo. Sì, ricordo che ero un chirurgo. Me lo hai rivelato tu, e dopo di allora mi sono ricordato molte cose. Ma non ricordo la tecnica e le mie dita hanno perduto l’abilità di una volta. Prima di operare dovrei assorbire una capsula, e se lo facessi ricorderei troppo. Tornerei al punto da dove sono partito, cadrei di nuovo in preda all’influenza dei ricordi di altre persone, ricadrei nelle condizioni in cui mi hai trovato.
— Ti riporteremmo alla vita un’altra volta, io e Toni — disse lei ansimando come se avesse corso. — Ti cureremmo fino a riportarti in salute e alla realtà.
— Per stare al patto? — chiese Jeri. — Per gentilezza, forse, direi, O forse no. Ma quale incentivo mi daresti per vivere?
— Tu sei convinto di essere stato tradito dalle donne.
— Pare che sia il mio destino — disse lui alzando le spalle.
— E invece il traditore sei tu!
Lui allargò le braccia guardandola senza capire: — Cosa vuoi insinuare?
— Cos’è successo a tua moglie? Perché non puoi ricordare?
Bloccò il pozzo ascensionale e chiamò: — Amore! — La camera ingoiò la parola come se non fosse mai stata pronunciata.
— Lora. Tua moglie. — Pareva che volesse stuzzicarlo. — Cosa ne è stato di Lora?
— Lora! — Nessuna risposta. La stanza diventò rosa scuro.
«Non c’erano posti dove lei potesse nascondersi. L’unica stanza da cui era formato l’appartamento era vuota. Il letto circolare era rientrato nel pavimento. Il bagno era vuoto. Tutto parlava di lei, in quella stanza, ma Lora non c’era.»
— Non farmi questo — supplicò.
— Cosa ne è stato di Lora, Jeri? — insisté lei.
«Le arterie del suo cuore si contrassero, e il cuore pompò per irrorarle di sangue.»
«— Lora!»
«— Jeri — disse la consolle con la voce di sua moglie. Gli aveva lasciato un messaggio...»
— Lei... lei aveva scelto l’immersione totale — disse mentre i ricordi gli affluivano alla mente. — Lasciò un messaggio nella “consolle”.
— Riascoltalo.
Lui guardò per un momento la “consolle” e poi premette automaticamente i pulsanti adatti. La “consolle” disse: — Un messaggio simile non è registrato.
— È mai stato registrato? — chiese lui.
— La ricerca non ha trovato alcuna traccia di questo messaggio.
Lui guardò Sara interdetto.
— Non capisco.
— Un giorno, tornando qui, hai trovato Lora completamente immersa — disse Sara. — Non galleggiava, era immersa. Non ti aveva lasciato, era sprofondata nei sogni. E tu l’hai uccisa.
— No! — protestò lui.
— L’hai uccisa. Le hai reciso le vene dei polsi e sei rimasto a guardarla morire dissanguata, e poi l’hai sezionata coi tuoi strumenti chirurgici e hai gettato i pezzi nell’inceneritore, e da quel momento hai sempre cercato di dimenticare, di convincerti che eri tu il tradito, e hai attuato la tua vendetta su una serie di surrogati per non dover affrontare la verità.
— No! No!
«Lo odiò mentre cominciava a torturarla col coltello. Dopo un’ ora cominciò a gridare, e ogni suo grido lo faceva fremere di piacere. Era una donna robusta e visse ancora due giorni.»
«Il potere lo avvolgeva come un manto, guidando le sue azioni, controllando le sue braccia che si sollevavano su di lei e affondavano il coltello nel morbido seno. Il sangue zampillò come quello delle contadine, e lui conobbe l’immensa gioia di servire come strumento delle forze divine nel fare quello che il suo cuore desiderava.»
«Lei si ritrasse accucciandosi in un angolo della stanza lontano dal camino, dove le fiamme la trasformavano in una figura d’incubo. Mosse verso di lei, col pugnale pronto a...»
«Lui si rese conto di quanto la situazione fosse sbagliata mentre si alzava... La raggiunse nell’istante in cui il coltello s’immergeva nel suo seno, in tempo per sfiorarle le mani, ma non abbastanza da impedirle il gesto. E fu come se fosse lui a guidano alla sua palpitante destinazione.»
Quando rialzò gli occhi, Sara non c’era più.
Rimase a lungo seduto fissandosi le mani. Lora se n’era andata. Le sue mani si erano coperte più volte di sangue: sangue innocente, sangue colpevole. Ma quali ricordi erano veramente i suoi? Quali erano reali? Adesso si ricordava di Lora. O per lo meno ricordava un ricordo di Lora. Premette i tasti del caso sulla “consolle” e davanti ai suoi occhi comparve una serie d’immagini di una giovane donna, bellissima, coi capelli neri e gli occhi azzurri. Sì, ricordava Lora. Ricordava quanto l’avesse amata e lo strazio per il suo abbandono, ma non riusciva a ricordare l’orrore che Sara gli aveva rivelato.
L’aveva escluso volutamente dalla memoria. Aveva inventato lui la storia dell’abbandono da parte di Lora? O era stata Sana a inventarla, per distruggerlo, o in un ultimo disperato sforzo per fargli cambiare parere?
Chiese alla “consolle” dov’era Lora. Risposta: — Informazione indisponibile perché bloccata. — Niente da fare, doveva darsi per vinto, rinunciare, come aveva già fatto prima. Non avrebbe mai conosciuto la verità. Ma come mai allora Sana ne sapeva di più? Chiese dov’era Sara e ottenne la stessa risposta.
Tutt’e due erano scomparse per sempre. E con loro era scomparsa la verità sul loro conto. Rimase seduto immobile per ore a ripetersi che era in grado di crearsi una nuova vita, che stava berte, era forte e vigoroso e il passato non contava. Ma ogni volta due terribili verità s’insinuavano nel suo sogno: aveva amato Lora e lei sì era comportata in modo da spingerlo a una eterna vendetta; aveva amato Sana e anche lei lo aveva tradito.
Si ritrovò nel complesso medico senza sapere come. Nella sua sala operatoria preferita la “consolle” riconobbe la sua voce.
Abbassò gli occhi sul corpo che rispondeva al nome di Toni, ancora gocciolante dopo la lunga immersione. Lo toccò: era più freddo di un cadavere.
Sul monitor campeggiavano le lastre radiografiche e gli angiogrammi. Jeri studiò la posizione del tumore.
Infilò i guanti chirurgici. Sul monitor, la punta del bisturi microscopico rispose al movimento delle dita. Un’apposita macchina rase il cranio di Toni. Jeri mise in posizione il raggio laser e tracciò un cerchio con le dita. Il raggio mancò la testa del paziente di pochi millimetri. La seconda volta riuscì a incidere cute e osso sistemando i congegni di sicurezza dell’apparecchio chirurgico perché non penetrassero troppo in profondità. Jeri si chinò a guardare la dura madre. Cercò un approccio col bisturi, ma le sue dita si rifiutarono di muoversi.
Sfilò i guanti e si esaminò le mani. Poi tornò a guardare il giovane che, in stato di ibernazione, respirava in modo appena percettibile. Era l’amore di Sara, pensò, la sua speranza di felicità e la sua speranza di dimostrare che tutto questo era reale e non un altro sogno di vendetta.
Forse, chissà quando, chissà dove, esisteva anche per lui una possibilità, se riusciva ad amare.
Sì volse verso la “consolle” chirurgica e premette una serie di pulsanti. La vita per Toni, se tutto va bene. L’inferno, per me. Forse l’amore può redimere, pensò. Sentì che i ricordi cominciavano a svegliarsi. Tornò a infilare i guanti chirurgici e scoprì che le dita adesso erano vive, pronte, esperte, quasi avessero dei ricordi loro propri, e lui lasciò che eseguissero il loro compito.
Le dita tagliarono la dura madre e misero alla luce il tumore.
Adesso, bastava che scivolasse in quel punto, e Toni sarebbe morto all’istante. Un’incisione un po’ più profonda nella corteccia, qui, e Toni non l’avrebbe riconosciuta, non avrebbe mai più potuto parlare né camminare, forse sarebbe rimasto per sempre privo di coscienza. Ma le dita continuarono sicure nel loro compito estraendo il tessuto anormale e lasciandolo cadere sul vassoio perché venisse analizzato. Jeri sfilò i guanti, lasciando alle macchine il compito di suturare e rimettere la sala a posto.
Se tutto andava bene, Sara avrebbe riavuto il suo amore.
E lui... lui aveva i suoi ricordi. Gli rifluivano nel cervello tutti i demoni che aveva esorcizzato, tutti i terrori che lui aveVa scacciato dal suo mondo. Lo sopraffecero, lo divorarono. Ricordava.
Andò alla vasca in cui galleggiavano i corpi dei “non-morti” e si sdraiò sul tavolo attiguo. Sentì le mani meccaniche della macchina della vasca allungarsi a toccarlo qua e là, per compiere il loro lavoro. Lentamente un senso di gelo lo pervase tutto e lui rabbrividì, a quel freddo che gli ricordava l’inverno, e a poco a poco la sua coscienza cominciò a offuscarsi. Il bagno in cui scivolò era simile al mare materno in cui tutti gli uomini erano nati.
Ma i sogni non cessarono. Continuò a lasciarsi trascinare alla deriva e un giorno si ritrovò faccia a faccia con Lora e non se ne rese conto.

La venuta dell’inverno

«Il vento freddo soffiava sempre dal nord, e l’acqua gelava. Prima le pozzanghere, poi gli stagni e i laghi e infine i mari e gli oceani. La vita, che si era evoluta nei caldi mari tropicali morì rapidamente e sopravvissero solo le creature che avevano la facoltà di ibernarsi sul fondo dei laghi e dei mari nelle cavità, nelle conchiglie e nelle spore.»
L’Uomo-Che-Caccia-Solo tornava attraverso la foresta portando sulle spalle un daino, le cui zampe gli ciondolavano sul petto ai lati del collo vigoroso. Sentiva il morbido fianco del giovane animale premergli le spalle, e la testa sbattere contro la schiena, mentre arrancava sulla neve. La neve copriva ormai tutta là foresta e lui era stato fortunato a trovare il daino vicino al fiume. Sentiva l’odore acuto del sangue fresco, non ancora congelato nello squarcio aperto dal coltello.
Sentiva l’odore della neve che cadeva turbinando a grossi fiocchi, e si chiese se avrebbe mai smesso di nevicare o se invece il ghiaccio avrebbe continuato a scendere verso sud dalle montagne fino a coprire tutto il mondo.
Raggiunse la radura. Si fermò sul limitare della foresta con la prudenza nata da una lunga abitudine ai pericoli incombenti ovunque. Sul lato opposto della radura, come un’ombra sulla faccia del dirupo boscoso, si apriva l’imbocco della caverna. La radura pareva in tutto e per tutto identica a come l’aveva lasciata il giorno prima, ma era silenziosa... Ne fece il giro completo nella neve. Tenendosi fuori di vista fra gli alberi, ma non scoprì niente, né tracce né intrusi. Dal punto più vicino poteva vedere a pochi passi la bocca nera della caverna. Vuota.
Depose senza far rumore la carcassa del daino sulla neve e si diresse verso il costone boscoso. Dopo essersi guardato in giro per l’ultima volta entrò svelto e silenzioso nella caverna, per fermarsi nel punto dove non arrivava più la luce invernale. Tutto era buio e silenzioso là dentro, e aveva i buoni odori familiari di fumo, di carne e di orina. Nel giro di pochi secondi la sua vista si adattò alla
penombra e scorse i suoi due bambini, un maschio e una femmina, sdraiati accanto ai resti anneriti di un fuoco spento da tempo.
Avevano la gola squarciata come se fossero dei maialetti. L’odore del sangue impregnava l’aria. I corpicini erano piccoli e fragili, più piccoli del daino che lui aveva portato per sfamarli, ed erano morti. Il dolore lo colpì come un pugno gelido alla gola, e lui rimase lì seduto accanto ai resti del fuoco spento, mentre fuori la neve continuava a cadere.

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