Ieri mi si è rotta la macchinetta del caffè e sono rimasta ventiquattro ore senza la mia bevanda preferita aromatizzata alla noce, una di quelle piccole presenze quotidiane che sembrano leggere, quasi decorative, finché non spariscono all’improvviso e ti costringono a guardare con più attenzione il peso reale che avevano preso dentro la tua giornata, perché ciò che chiamiamo piacere, quando diventa indispensabile per sentirci a posto, comincia a raccontare qualcosa di noi che forse avevamo evitato di ascoltare.
All’inizio ho pensato soltanto al fastidio pratico, alla seccatura di dover rinunciare a quel sapore preciso, a quel profumo caldo, a quel momento tutto mio che arrivava puntuale come una piccola ricompensa, ma dopo qualche ora mi sono accorta che il problema non era soltanto la mancanza del caffè, perché dentro quella rinuncia forzata si era infilata una specie di nervosismo sottile, un pensiero insistente, una ricerca continua di un sostituto che potesse restituirmi la stessa sensazione di conforto.
Questa piccola esperienza domestica mi ha fatto riflettere su quanto siamo abituati a pensare alla dipendenza come a qualcosa di enorme, drammatico e riconoscibile, qualcosa che associamo subito al gioco d’azzardo, alle droghe, all’alcol, alle sostanze, alle perdite economiche, alle famiglie distrutte, alle vite che scivolano in una spirale difficile da fermare, mentre fatichiamo molto di più a riconoscere quelle forme minuscole, educate e socialmente accettate che abitano le nostre giornate senza fare scandalo.
Una dipendenza non nasce sempre con il rumore di una tragedia, perché può cominciare anche con un gesto ripetuto ogni giorno, con una bevanda cercata sempre alla stessa ora, con il telefono controllato appena apriamo gli occhi, con un acquisto fatto per calmare un vuoto, con una serie guardata anche quando non abbiamo davvero voglia, con un dolce mangiato non per fame ma per consolazione, con una piccola routine che all’inizio ci accoglie e poi lentamente pretende di essere rispettata.
Il problema non è avere abitudini, perché le abitudini danno forma alla vita, creano continuità, ci aiutano a sentirci meno dispersi dentro giornate piene di imprevisti, responsabilità e stanchezze che nessuno vede, ma diventa necessario fermarsi quando una cosa piacevole smette di essere una scelta e comincia a trasformarsi in una condizione, quando il nostro umore dipende da quel gesto, quando la sua assenza ci irrita più del previsto e quando diciamo “mi manca” con un’intensità che somiglia troppo a “non riesco a stare senza”.
La mia bevanda al caffè e noce non era soltanto una bevanda, perché dentro quel bicchiere c’erano la pausa, il profumo, il calore, la sensazione di concedermi qualcosa, il piccolo lusso di un momento riconoscibile in mezzo al resto, e proprio per questo la sua mancanza mi ha mostrato quanto facilmente possiamo legarci a un rito senza rendercene conto, fino a confondere il piacere con il bisogno e la coccola con una specie di comando silenzioso.
Riflettere su queste piccole dipendenze non significa colpevolizzarsi, rinunciare a tutto ciò che ci fa stare bene o trasformare ogni gesto piacevole in un sospetto, perché sarebbe ingiusto e anche profondamente disumano vivere controllando ogni desiderio come se fosse una minaccia, ma significa imparare a distinguere ciò che ci accompagna da ciò che ci governa, ciò che ci dà benessere da ciò che ci rende fragili quando viene meno, ciò che scegliamo con libertà da ciò che ripetiamo per paura di sentirci scoperti.
Il confine tra abitudine e dipendenza è sottile proprio perché non sempre si vede, non sempre fa male in modo evidente e non sempre lascia conseguenze misurabili, ma si riconosce in certi segnali intimi, nella fatica ad accettare una rinuncia minima, nel bisogno di ripristinare subito la routine interrotta, nella sensazione che la giornata perda colore se manca quel gesto, nella sproporzione tra la piccolezza dell’evento e la forza della nostra reazione.
Quella macchinetta rotta, in fondo, non mi ha privata di qualcosa di essenziale, perché nessuno muore per un giorno senza caffè alla noce, eppure mi ha offerto uno specchio onesto, quasi brutale nella sua semplicità, mostrandomi che anche i piaceri più innocenti possono diventare piccoli padroni se smettiamo di interrogarli, se lasciamo che decidano il nostro umore, se permettiamo a un oggetto, a un sapore o a un rituale di stabilire quanto ci sentiamo completi.
La libertà non sta nel vivere senza desideri, senza riti, senza piccole consolazioni quotidiane, perché una vita senza piaceri sarebbe più povera, più fredda e meno nostra, ma nel poter amare qualcosa senza esserne guidati, nel poter desiderare una bevanda, una pausa, una carezza sensoriale senza perdere equilibrio quando manca, nel poter dire “mi piace moltissimo” senza dover arrivare a dire “senza questa cosa non funziono”.
Quando la macchinetta tornerà a funzionare, probabilmente berrò di nuovo la mia bevanda aromatizzata alla noce e me la godrò con lo stesso piacere, forse anche con più gratitudine, ma questa volta porterò con me una consapevolezza diversa, perché ogni tanto basta un guasto banale, una routine saltata o una comodità interrotta per ricordarci che le abitudini più dolci restano davvero sane solo quando siamo ancora noi a scegliere loro, e non loro a scegliere noi.

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