venerdì 10 luglio 2026

Gilbert Keith Chesterton - Gli strani passi



Se vedeste un membro dello scelto circolo de I Dodici Veri Pescatori entrare al Vernon Hôtel per il pranzo annuale, potreste osservare, mentre si toglie il mantello, che il suo abito da sera non è nero, ma verde. Se (supponendo che abbiate l’incredibile audacia di rivolgere la parola a un tale personaggio) gliene chiedeste la ragione, lui vi risponderebbe probabilmente che è per non essere confuso con un cameriere. Vi ritirereste allora annientati: ma il mistero resterebbe insoluto. Ed è una storia che merita di essere raccontata.

Se (per continuare nello stesso genere di improbabili congetture) incontraste un piccolo prete mite e affaccendato di nome Padre Brown e gli chiedeste quale, secondo lui, è il caso più fortunato della sua vita, lui vi risponderebbe probabilmente che, tutto sommato, il suo successo più notevole resta quello del Vernon Hôtel, dove fermò un delinquente e fors’anche salvò un’anima, semplicemente ascoltando certi passi in un corridoio. Forse è un po’ fiero di quella sua strana e mirabile intuizione, ed è possibile che ve ne parli. Ma siccome è davvero improbabile che voi saliate tanto in alto nella scala sociale da incontrare qualcuno dei Dodici Veri Pescatori, o che scendiate così in basso, tra gente da bassifondi e criminali, da incontrare Padre Brown, temo che non saprete mai questa storia, a meno che non ve la racconti io.

Il Vernon Hôtel, dove i Dodici Veri Pescatori tenevano i loro banchetti annuali, era un’istituzione di un tipo che può esistere soltanto in una società oligarchica, quasi impazzita a furia di buone maniere; era un prodotto inverosimile ossia un’impresa commerciale «esclusiva», che rendeva, cioè, non attirando la gente, ma respingendola. In questo regime di bassa plutocrazia, i bottegai diventano così astuti da farsi più disdegnosi dei loro clienti; essi infatti creano difficoltà, cosicché i clienti ricchi e annoiati possano spendere denaro e diplomazia al fine di superarle. Se a Londra ci fosse un locale elegante dove non potesse entrare nessuno che non fosse alto un metro e ottanta, la buona società organizzerebbe tranquillamente riunioni e pranzi di persone alte un metro e ottanta; se ci fosse un dispendioso ristorante che per un puro capriccio del proprietario fosse aperto soltanto il giovedì pomeriggio, sarebbe affollato il giovedì pomeriggio. Il Vernon Hôtel che sorgeva, come per caso, all’angolo di una piazza del quartiere Beìgravia, era piccolo e molto scomodo. Ma le sue stesse scomodità erano considerate come muri protettori di una particolare classe sociale; una di tali scomodità era in particolare di vitale importanza ed era costituita dal fatto che vi potessero pranzare soltanto ventiquattro persone alla volta. L’unica tavola da pranzo era la famosa tavola della terrazza, all’aria aperta, in una specie di veranda che guardava su uno dei più deliziosi vecchi giardini di Londra. Risultava così che anche i ventiquattro posti di questa tavola potevano essere goduti soltanto col tempo buono, il che, rendendo quel godimento anche più difficile, lo rendeva tanto più desiderato. L’attuale proprietario del locale era un ebreo di nome Lever, il quale ne ricavava milioni, rendendo difficilissimo il potervi entrare. Naturalmente egli univa a questa limitazione della sua impresa la massima cura e raffinatezza nel condurla. I vini e la cucina potevano veramente stare alla pari con i migliori d’Europa, e i camerieri rispecchiavano esattamente nei loro modi l’impassibilità dell’alta società inglese. Il proprietario conosceva tutti i suoi camerieri come le dita della propria mano; non erano che quindici in tutto, ed era molto più facile diventare membro del Parlamento che cameriere in quell’albergo. Ogni cameriere era educato a un’assoluta e silenziosa precisione, degna del servitore privato di un gran signore. E, in verità, c’era sempre almeno un cameriere per ogni cliente.

Il circolo de I Dodici Veri Pescatori non avrebbe acconsentito a pranzare altrove, perché

teneva a una lussuosa intimità, e sarebbe rimasto sconvolto al solo pensiero che un altro circolo pranzasse nello stesso edificio. In occasione del banchetto annuale, i Pescatori avevano l’abitudine di tirar fuori i loro tesori, come se si trovassero in una casa privata, specialmente il famoso servizio di posate da pesce, che era in pratica l’insegna della loro società; erano tutte lavorate squisitamente in argento, a forma di pesce, e ornate sul manico da una grossa perla. Venivano sempre fornite per la portata del pesce, che era la più bella di quello splendido pranzo. La società aveva numerose cerimonie e regole, ma non aveva né storia né scopo: e proprio per questo era così aristocratica. Non era necessario essere qualcuno in particolare per diventare uno dei Dodici Pescatori, a meno di appartenere già a quella data specie di persone, non se ne sentiva neppure parlare. Esisteva da dodici anni, e ne era presidente il signor Audley, e vice-presidente il Duca di Chester.

Se sono riuscito a rendere un poco l’idea dell’atmosfera di quell’imponente hotel, il lettore può giustamente meravigliarsi che io ne abbia anche solo saputo qualcosa, e si domanderà in che modo una persona così comune come il mio amico Padre Brown si sia trovato in quella galera dorata. Quanto a questo, la storia è semplice, quasi banale. C’è nel mondo un’antica, ribelle Demagoga che irrompe negli ambienti più raffinati ed esclusivi con la terribile notizia che tutti gli uomini sono fratelli; e dovunque passasse quella livellatrice sul suo pallido cavallo, era compito di Padre Brown seguirla. Uno dei camerieri, un italiano, era stato colpito da apoplessia quel pomeriggio, e il suo padrone ebreo, anche se un po’ stupito da tali superstizioni, aveva acconsentito a far chiamare il più vicino prete cattolico. Quello che il cameriere confessò a Padre Brown non ci riguarda, per l’eccellente ragione che il prete lo tenne per sé; ma, a quanto pare, lo mise nella necessità di scrivere un biglietto o una dichiarazione, per recare un messaggio o riparare qualche torto. Padre Brown chiese quindi, con la tranquilla impudenza che avrebbe avuto anche a Palazzo Reale, di avere a disposizione una stanza e l’occorrente per scrivere. Il signor Lever non sapeva come fare; era una persona cortese, ed era inoltre fornito di quella cattiva imitazione della cortesia che è l’orrore d’ogni fastidio o problema. E, d’altra parte, la presenza nel suo hôtel di un estraneo quella sera, era come una macchia di sudicio su una cosa che si è appena lustrata. Non ci fu mai nessuna zona di attesa, nessuna anticamera nel Vernon Hôtel: non c’era mai gente che aspettasse, mai clienti capitati per caso. C’erano quindici camerieri e dodici ospiti: sarebbe stato altrettanto allarmante trovare un nuovo ospite nell’hotel quella sera, che trovare un nuovo fratello a colazione o all’ora del tè nella propria famiglia. Per di più, l’aspetto del prete era poco brillante, e i suoi abiti erano sporchi di fango; anche soltanto l’intravederlo da lontano avrebbe potuto causare una crisi nel circolo. Il signor Lever alla fine concepì un piano per celare quel disonore, dato che non poteva eliminarlo. Quando entrate (il che non farete mai) al Vernon Hôtel, passate per un breve corridoio ornato da pochi quadri di tono un po’ spento, ma importanti, e giungete nel vestibolo principale che alla vostra destra dà su dei corridoi che conducono alle sale per i clienti, e alla sinistra su un altro corridoio che conduce alle cucine e alle stanze riservate alla direzione dell’albergo. Immediatamente alla vostra sinistra sporge nel vestibolo l’angolo di uno stanzino a vetri, una casa dentro un’altra per così dire, come l’antico bar che probabilmente aveva un tempo occupato quel posto.

In quell’ufficio stava il rappresentante del proprietario (in questo hôtel nessuno compariva mai in persona, se poteva farne a meno) e, subito dietro l’ufficio, verso le stanze di servizio, c’era il guardaroba, l’estremo confine della zona riservata ai signori clienti. Ma, tra l’ufficio e il guardaroba, c’era una stanzetta privata senza altre uscite, usata a volte dal proprietario per affari delicati e importanti, come imprestare a un Duca mille sterline, o negargli sei soldi. È un segno della grandiosa tolleranza del signor Lever il fatto che egli permettesse che questo luogo sacro fosse profanato per circa mezz’ora da un semplice prete, intento a scribacchiare su un pezzo di carta. La storia che scrisse Padre Brown era molto probabilmente assai migliore di questa, ma non sarà mai conosciuta. Io posso soltanto dire che era quasi altrettanto lunga, e che gli ultimi due o tre paragrafi erano i meno interessanti.

Infatti, quando si avvicinò alla fine, egli permise ai suoi pensieri di vagare un poco, e alla sua percezione, generalmente acuta, di svegliarsi. Scendeva l’oscurità e si avvicinava l’ora del pranzo; la sua stanzetta appartata era priva d’illuminazione, e forse il crepuscolo che si addensava acuiva, come a volte accade, il senso dell’udito. Mentre scriveva l’ultima parte del suo documento, la meno importante, Padre Brown si sorprese a scrivere al ritmo di un rumore che si ripeteva di fuori, proprio come a volte si pensa accompagnati dal rumore del treno. Quando si rese conto del fatto, capì di cosa si trattava: era soltanto un comune scalpiccio di piedi che passavano davanti alla porta, cosa che in un hôtel non è certo singolare. Tuttavia, il prete fissò il soffitto, e prestò attenzione al rumore; dopo aver ascoltato per qualche secondo con aria assorta, si alzò e ascoltò attentamente, con la testa un poco piegata. Poi si sedette e appoggiò la fronte sulle mani, non solo ascoltando, ma anche riflettendo.

I passi di fuori, considerati per un momento, erano simili a quelli che si potevano sentire di frequente in qualunque hotel ma, nel loro insieme, avevano qualcosa di molto strano. Non si udivano altri passi. Quella era una casa sempre molto silenziosa, perché i pochi ospiti si recavano subito nelle sale, e gli inappuntabili camerieri avevano imparato a essere quasi invisibili finché non si aveva bisogno di loro. Non si sarebbe potuto immaginare un luogo in cui ci fosse meno motivo di temere qualcosa d’irregolare. Ma quei passi erano così strani che non si poteva dire se erano regolari o irregolari. Padre Brown li accompagnava col dito sul bordo della tavola, come uno che provi un motivo sul pianoforte.

Dapprima si sentiva una corsa di passettini rapidi, come potrebbe essere quella di un uomo leggero che vince una gara podistica: a un certo punto si fermavano, e si mutavano in un’andatura lenta e cadenzata, che non equivaleva neppure alla quarta parte di passi nel medesimo tempo. Appena l’eco dell’ultimo di quei passi pesanti era svanita, si sentiva di nuovo la corsa o il fruscio dei passi leggeri e affrettati, e poi ancora il tonfo di quelli pesanti. Si trattava certo dello stesso paio di scarpe, sia perché (come si è detto) non ce n’erano altre intorno, sia perché producevano un leggero ma inconfondibile scricchiolio. Padre Brown aveva uno spirito che non poteva fare a meno di porsi delle domande, e a questa domanda, in apparenza futile, la sua testa quasi scoppiava. Aveva visto uomini correre per poi saltare, oppure per scivolare; ma perché mai un uomo avrebbe dovuto correre per poi mettersi a camminare? O avrebbe dovuto camminare per poi correre? Eppure non si sarebbe potuta descrivere diversamente la strana manovra di quell’invisibile paio di gambe. Quell’uomo percorreva molto in fretta una metà del corridoio per camminare molto lentamente nell’altra, oppure camminava lentamente in una parte per poi compiacersi di andare svelto nell’altra. Nessuna di queste due idee sembrava molto sensata. Nel cervello di Padre Brown si faceva sempre più scuro, come nella stanza.

Tuttavia, quando si mise a riflettere intensamente, la stessa oscurità circostante sembrò rendere più vividi i suoi pensieri, e allora cominciò a vedere come in una specie di visione i fantastici piedi che si sbizzarrivano nel corridoio in atteggiamenti strani o simbolici. Era una danza sacra pagana? Q qualche specie di esercizio di ginnastica scientifica assolutamente nuovo? Padre Brown cominciò a domandarsi con più precisione di chi potessero essere quei passi. Considerando prima il passo lento, non era certo il passo del padrone: gli uomini di quel tipo camminano con un incedere rapido o rimangono fermi. Non poteva neppure trattarsi di un servitore o di un fattorino che attendesse ordini, dato che non ne aveva affatto l’apparenza: le persone delle classi più povere (in un’oligarchia) a volte sbandano un poco, se sono brille, ma in genere, e specialmente in tali fastosi ambienti, stanno in piedi o sono sedute in atteggiamenti impacciati. No: quel passo pesante e nello stesso tempo elastico, con una specie di enfasi distratta, non particolarmente rumoroso e tuttavia incurante del rumore che faceva, poteva appartenere a uno solo degli animali di questa terra: un gentiluomo dell’Europa occidentale, che probabilmente non aveva mai lavorato per vivere.

Appena il prete fu giunto a questa solida certezza, i passi mutarono in quelli più rapidi, e transitarono accanto alla porta con la febbrile sveltezza di un topo. Padre Brown osservò che questi passi, pur essendo molto più svelti, erano anche molto più silenziosi, come se l’uomo corresse in punta di piedi; però la sua mente non li associava a un desiderio di segretezza ma a qualcos’altro... qualcosa che non riusciva a ricordare. Era tormentato da una di quelle reminiscenze imprecise che fanno quasi impazzire; era certo di aver già udito in qualche posto quello strano passo affrettato. Improvvisamente balzò in piedi con una nuova idea in testa, e si diresse alla porta. La stanza non dava direttamente nel corridoio, ma da una parte si apriva verso l’ufficio a vetri, e dall’altra verso il guardaroba. Padre Brown tentò la porta dell’ufficio, e la trovò chiusa; guardò quindi la finestra, nel cui vano quadrato si affacciavano le nubi violacee solcate dal livido tramonto, e per un istante sentì l’odore del male, così come un cane sente l’odore dei topi.

La parte razionale del suo spirito (fosse o no la più saggia) riprese il sopravvento. Si ricordò che il proprietario gli aveva detto che avrebbe chiuso la porta e sarebbe venuto più tardi ad aprirgli; si disse che c’era una quantità di cose a cui non aveva pensato che potevano spiegare lo strano rumore, e che gli restava appena la luce sufficiente per finire il suo lavoro. Portate le sue carte vicino alla finestra per godere dell’ultima luce del crepuscolo carico di nubi temporalesche, si immerse di nuovo nella sua relazione quasi ultimata. Scriveva da circa venti minuti, curvandosi sempre di più sulla carta per la crescente oscurità, quando sollevò improvvisamente la testa. Aveva di nuovo sentito gli strani passi.

Questa volta presentavano un’altra stranezza; prima lo sconosciuto aveva camminato, con leggerezza e rapidità, ma aveva camminato: ora invece stava correndo. Si sentivano i balzi rapidi e leggeri avanzare nel corridoio, come le zampe vellutate di una pantera in fuga. Doveva trattarsi di un uomo assai forte e agile, in preda a una silenziosa ma divorante eccitazione. Eppure, quando il passo raggiunse l’ufficio come un turbine, si mutò di nuovo improvvisamente nel lento e oscillante passo di prima.

Padre Brown gettò le carte, e, sapendo che la porta dell’ufficio era chiusa, si diresse subito verso il guardaroba. La persona addettavi era al momento assente, probabilmente perché gli unici ospiti erano a pranzo, e il suo lavoro era una sinecura. Dopo essersi fatto strada a tentoni tra una grigia foresta di soprabiti, vide che l’oscuro guardaroba comunicava con il corridoio illuminato per mezzo di una specie di apertura con un banco, come la maggior parte dei guardaroba dove tutti abbiamo consegnato ombrelli e ricevuto gettoni. Una lampada pendeva proprio sull’arco semicircolare dell’apertura, gettando una scarsa luce su Padre Brown, che si profilava scuro contro l’incerto crepuscolo, ma illuminando in pieno, come alla ribalta di un teatro, l’uomo che stava nel corridoio.

Era un signore elegantemente e semplicemente vestito da sera; era alto, ma non sembrava occupare molto posto: si capiva che avrebbe potuto scivolare via come un’ombra dove molti uomini più piccoli si sarebbero resi evidenti e ingombranti. Il suo viso, rivolto verso la luce, era bruno e vivace, il viso di uno straniero. Aveva bell’aspetto e modi benevoli e disinvolti; un osservatore maligno avrebbe solo potuto notare che il suo abito nero non era all’altezza del suo aspetto e dei suoi modi, e faceva strane borse e rigonfiamenti. Appena egli vide la figura di Padre Brown che si profilava scura contro la luce del tramonto, gli gettò un cartoncino con un numero gridandogli con amabile autorità:

«Datemi il cappello e il soprabito, per favore; devo andar via subito».

Padre Brown prese il cartoncino senza una parola e, obbediente, andò a cercare il soprabito: non era la prima volta in vita sua che faceva un lavoro da subalterno. Lo portò e lo posò sul banco; intanto, il signore straniero che si era tastato nella tasca del panciotto, disse ridendo: «Non ho argento: tenete pure questo». E posò sul banco una mezza sterlina, prendendo il soprabito.

La sagoma di Padre Brown rimase scura e immobile; ma in quell’istante egli perse la testa. La sua testa acquistava sempre il massimo valore quando la perdeva: in quei momenti sommava due più due e otteneva quattro milioni. Spesso la Chiesa cattolica (che è sposata al buon senso) non l’approvava; spesso lui stesso non si approvava. Ma era una vera ispirazione, importante in rare crisi... quando chi perde la testa la salva.

«Io credo, signore», disse cortesemente, «che lei abbia dell’argento.»

Il signore alto lo fissò. «Al diavolo! Se preferisco darle dell’oro, perché si lamenta?»

«Perché l’argento è a volte più prezioso dell’oro», disse il prete con dolcezza, «cioè, quando è in grande quantità.»

Lo straniero lo guardò con interesse. Poi guardò con ancora più interesse il corridoio verso l’ingresso principale; quindi guardò di nuovo Padre Brown, e considerò attentamente, dietro alla testa del sacerdote, la finestra, ancora illuminata dagli ultimi bagliori temporaleschi.

Parve poi prendere una decisione; appoggiò una mano sul banco, lo sorpassò con un volteggio degno di un acrobata, e fu sopra al prete, afferrandogli con mano terribile il colletto.

«Stia fermo», disse, in un sussurro spezzato, «non voglio minacciarla, ma...»

«Io voglio minacciarla», disse Padre Brown con una voce che pareva il rullio di un tamburo, «voglio minacciarla con il verme che rode in eterno, e con il fuoco che non si estingue mai.»

«Lei è uno strano tipo di guardarobiere», disse l’altro.

«Sono un prete, Monsieur Flambeau», disse Brown, «e sono pronto ad ascoltare la sua confessione.» L’altro rimase un momento senza respiro, poi si lasciò cadere sopra una sedia.

Le prime due portate del pranzo dei Dodici Veri Pescatori si erano susseguite tranquillamente; non posseggo una copia del menu, e se anche l’avessi, nessuno ci capirebbe nulla: era scritto in una specie di super-francese usato dai cuochi, ma incomprensibile per i Francesi. Era tradizione del circolo che gli antipasti fossero numerosi e variati in modo pazzesco: vi si dava molta importanza perché erano esplicitamente inutili e superflui, come tutto il pranzo e tutto il circolo. Era anche tradizione che la minestra fosse leggera e senza pretese, una specie di semplice e austera preparazione al festino a base di pesce che doveva seguire. La conversazione aveva quel carattere bizzarramente frivolo che governa l’impero britannico; lo governa segretamente, eppure non illuminerebbe affatto un inglese comune, se anche la potesse sentire. Si alludeva ai ministri di entrambe le correnti politiche con i nomi di battesimo e una specie di annoiata condiscendenza. Il Cancelliere dello Scacchiere, un radicale, esecrato - a quanto si diceva - per le sue estorsioni da tutto il Partito Conservatore, veniva lodato come poeta di secondo piano, o come provetto cacciatore. Si discuteva del capo del Partito Conservatore, odiato come un tiranno da tutti i liberali, e, tutto sommato, lo si lodava... come liberale. Sembrava, per un qualche verso, che gli uomini politici fossero molto importanti; e tuttavia pareva che tutto fosse importante in loro, tranne la loro politica. Il signor Audley, il presidente, era un amabile e maturo gentiluomo, che portava ancora i colletti alla Gladstone, ed era una specie di simbolo di tutta quella fantomatica e pur ben definita società. Lui non aveva mai fatto nulla, neppure nulla di male; non era un gaudente, e non era neppure particolarmente ricco; apparteneva a quel gruppo, e tanto bastava: nessun partito politico poteva ignorarlo, e s’egli lo avesse desiderato, avrebbe certamente potuto far parte del Ministero. Il Duca di Chester, il vice-presidente, era un giovane e promettente uomo politico: era cioè un ragazzo simpatico, con biondi capelli lisci, un viso lentigginoso, una moderata intelligenza, e immense proprietà. In pubblico otteneva sempre successo, e il suo principio era abbastanza semplice: quando gli veniva in mente uno scherzo, lo diceva, e passava per brillante; quando non riusciva a pensarne uno, diceva che non era il momento di scherzare, e passava per uomo capace, In privato, in un contesto della sua classe, era semplicemente e piacevolmente franco e sciocco come uno studentello. Il signor Audley, non avendo mai partecipato alla vita politica, la prendeva un po’ più sul serio; a volte metteva persino in imbarazzo la compagnia con frasi che quasi facevano pensare che ci fosse qualche differenza fra un liberale e un conservatore. Quanto a lui, era conservatore anche nella vita privata. Portava una zazzera grigia rivoltata sul colletto, come certi uomini di stato di una volta e, visto di dietro, sembrava l’uomo di cui l’impero ha bisogno. Visto di fronte, sembrava un innocuo scapolo che non si negava nulla, abitava nel quartiere Albany... e tale egli era.

Come abbiamo già osservato, c’erano ventiquattro posti alla tavola della terrazza, e il circolo contava solamente dodici soci. Essi potevano così disporsi sulla terrazza nel modo più comodo, lungo il lato interno della tavola, godendo senza interruzioni della vista del giardino, i cui colori erano ancora vividi, sebbene la sera fosse un po’ fosca per la stagione. Il presidente sedeva al centro, e il vice-presidente all’estremità destra. Quando i dodici convitati si dirigevano tutti insieme ai loro posti, era d’uso (per qualche misteriosa ragione) che i quindici camerieri si allineassero lungo il muro, come soldati che presentino le armi al re, mentre il grasso proprietario si inchinava ai membri del circolo con raggiante sorpresa, come se non li avesse mai visti prima. Ma, prima che iniziasse il tintinnio dei coltelli e delle forchette, l’esercito dei dipendenti era svanito, e ne restavano soltanto due o tre per cambiare i piatti, e volteggiavano qua e là in un silenzio mortale. Naturalmente il signor Lever, il padrone, era scomparso per primo, tra convulsioni di cortesia. Sarebbe eccessivo e davvero irriverente dire ch’egli comparisse di nuovo; ma, quando veniva servita la portata principale, il piatto del pesce, c’era, come dire? una vivida presenza, una proiezione della sua personalità, che rivelava che si aggirava lì vicino. Il sacro piatto di pesce consisteva (agli occhi del volgo) in una specie di mostruoso pasticcio, pressappoco della forma e della dimensione di una torta nuziale, nel quale un considerevole numero di interessanti pesci aveva definitivamente perduto le forme ricevute da Dio. I Dodici Veri Pescatori brandirono le loro celebri posate da pesce e abbordarono il pasticcio con grande solennità, come se ogni particella di esso costasse quanto la forchetta d’argento con cui veniva mangiata; e così era del resto, per quel che ne so. La portata fu consumata in un compunto e totale silenzio; e soltanto quando il suo piatto fu quasi vuoto, il giovane Duca pronunciò la frase di rito: «Questo piatto non lo sanno fare in nessun altro posto».

«No, in nessun altro posto», disse il signor Audley, con profonda voce di basso, volgendosi verso il Duca, e assentendo più volte col venerabile capo, «in nessun altro posto, certamente. Mi avevano detto che al Café Anglais...»

Qui egli fu interrotto, e anche agitato per un attimo dal cameriere che gli toglieva il piatto, ma riprese tosto il prezioso filo dei suoi pensieri. «Mi avevano detto che sapevano farlo al Café Anglais. Ma non c’è nemmeno da far paragoni», disse, scuotendo la testa senza pietà, come un giudice che pronunci una condanna. «Nulla di simile!»

«È un locale troppo decantato», disse un certo Colonnello Pound, parlando (a giudicare dal suo aspetto) per la prima volta da parecchi mesi.

«Oh, non saprei», disse il Duca di Chester, che era ottimista. «Ha certe cose eccellenti, ed è imbattibile per...»

Un cameriere traversò velocemente la sala e poi si fermò come impietrito. Si fermò silenziosamente come si era mosso, ma tutti quei bravi signori erano così abituati all’assoluta precisione dell’invisibile macchinario che circondava e sorreggeva la loro vita, che un gesto inatteso da parte di un cameriere era per loro una scossa e una stonatura; provavano l’impressione che proveremmo voi e io se il mondo inanimato disobbedisse, se una sedia ci sfuggisse.

Il cameriere rimase fisso e immobile per pochi secondi, mentre su ogni volto intorno alla tavola si accentuava una strana vergogna - un tipico prodotto del nostro tempo - vergogna che nasce dalla combinazione dell’umanitarismo moderno con l’orrendo abisso che separa l’anima del ricco da quella del povero. Un vero aristocratico, secondo la tradizione, avrebbe gettato qualcosa al cameriere, incominciando con le bottiglie vuote, e finendo molto probabilmente con del denaro. Un vero democratico gli avrebbe chiesto, con cameratesca chiarezza, che diavolo stesse facendo. Ma quei moderni plutocrati non potevano tollerare un povero accanto a loro, né come schiavo né come amico. Che alla servitù accadesse qualcosa, era semplicemente un fatto noioso e imbarazzante. Non volevano essere brutali, e temevano di dover essere benevoli; desideravano soltanto che la cosa, qualunque fosse, finisse. Ecco, era finita: il cameriere, dopo essere rimasto per qualche secondo irrigidito come in catalessi, si voltò e si precipitò come un pazzo fuori della stanza.

Quando riapparve nella stanza, o meglio sulla soglia, era in compagnia di un altro cameriere, con il quale mormorava e gesticolava con foga meridionale. Poi il primo cameriere uscì, lasciando l’altro, e ritornò con un terzo; quando un quarto cameriere si unì a quell’affrettato sinodo, il signor Audley giudicò necessario rompere il silenzio per amore dell’atto. Cominciò con un forte colpo di tosse in mancanza del campanello presidenziale e disse: «Sta proprio facendo un meraviglioso lavoro il giovane Moocher in Birmania. Certo, nessun’altra nazione al mondo...».

Un quinto cameriere intanto si era diretto verso di lui come una freccia e gli sussurrò all’orecchio: «Spiacentissimo! È importante! Il padrone potrebbe parlarle?».

Il presidente si voltò sconvolto, e con occhi attoniti vide il signor Lever che avanzava con il suo passo pesante ma rapido. L’andatura del brav’uomo era la sua solita, ma il viso non era affatto il solito; invece del consueto allegro color rame, aveva ora una tonalità giallo livido.

«Mi scuserà, signor Audley», disse con voce affannosa, «ho gravi timori: i piatti del pesce sono stati portati via, insieme con le posate!»

«Naturalmente!», disse il presidente un po’ secco.

«Lo ha visto?», balbettò l’eccitato albergatore. «Ha visto il cameriere che li ha tolti? Lo conosce?»

«Conoscere il cameriere?», rispose sdegnato il signor Audley. «No di certo!»

Il signor Lever aprì le braccia in un gesto di disperazione.

«Io non l’ho mandato», disse, «né so quando o perché è venuto. Mando il mio cameriere a togliere i piatti e quello trova che non ci sono più.»

Il signor Audley appariva ancora troppo confuso per essere veramente l’uomo di cui l’impero ha bisogno; e nessuno degli altri fu capace di dir qualcosa, a eccezione dell’«uomo di legno», il Colonnello Pound, che parve galvanizzato; si alzò rigidamente dalla sedia, mentre gli altri restavano seduti, si adattò il monocolo all’occhio, e parlò con una specie di rauco sussurro, quasi avesse dimenticato come si fa a parlare. «Volete dire», disse, «che qualcuno ha rubato il nostro servizio da pesce d’argento?»

L’albergatore ripetè il suo gesto con anche maggiore disperazione, e in un lampo tutti furono in piedi.

«Sono tutti qui i vostri camerieri?»

«Sì, ci sono tutti, li ho controllati io stesso», esclamò il giovane Duca, mettendo avanti il suo volto fanciullesco nel cerchio serrato dei visi. «Li conto sempre quando entro: hanno un aspetto così strano tutti lì ritti contro il muro.»

«Ma certo non ci si può ricordare esattamente», cominciò il signor Audley, con grave perplessità.

«Io invece li ricordo esattamente», esclamò il Duca eccitato. «Non ci sono mai stati più di quindici camerieri in questo locale, e non ce n’erano più di quindici questa sera, lo giuro: né uno di più né uno di meno.»

Il padrone si voltò verso di lui, quasi tremando per la sorpresa. «Lei dice... lei dice...», balbettò, «che ha visto tutti i miei quindici camerieri?»

«Come sempre», affermò il Duca, «che c’è?»

«Niente», disse Lever, il cui accento si faceva più spiccato, «soltanto, non può averli visti: infatti uno di essi giace morto di sopra.»

Per un momento ci fu in quella stanza un silenzio impressionante. Può darsi (tanto soprannaturale è la parola morte) che ognuno di quegli uomini oziosi considerasse per un secondo la propria anima, e la trovasse simile a un pisello secco. Uno di essi, il Duca mi pare, disse persino, con l’idiota cortesia del ricco:

«Possiamo fare qualcosa?».

«Ha avuto il prete», disse l’ebreo, non insensibile a quella cortesia.

Poi, come al clangore del Giudizio Universale, si risvegliarono alla realtà della loro situazione. Per pochi secondi allucinati, avevano avuto l’impressione che il quindicesimo cameriere potesse essere lo spettro del morto; erano rimasti muti sotto quell’opprimente pensiero, perché gli spettri li imbarazzavano, come i mendicanti. Ma il ricordo del servizio d’argento spezzò l’incanto di quel mistero, improvvisamente e con una brusca reazione. Il Colonnello spinse via la sedia, e si diresse a grandi passi verso la porta. «Se c’era un quindicesimo uomo, amici miei», disse, «quello era un ladro. Scendiamo subito a chiudere le porte, davanti e dietro la casa, poi parleremo. Val la pena di recuperare le ventiquattro perle del circolo.»

Il signor Audley parve dapprima incerto se convenisse a un gentiluomo affrettarsi tanto, di qualunque cosa si trattasse; ma, vedendo il Duca precipitarsi giù dalle scale con giovanile energia, lo seguì con passo più grave.

Nello stesso momento entrò di corsa un sesto cameriere, che dichiarò di aver trovato la fila dei piatti del pesce su un tavolo, ma senza nessuna traccia delle posate d’argento.

Il gruppo dei convitati e dei camerieri, precipitatosi alla rinfusa nei corridoi, si divise in due gruppi; la maggior parte dei Pescatori seguì il padrone nella stanza d’entrata, per informarsi di chi fosse uscito. Il Colonnello Pound, con il presidente, il vice-presidente e due o tre altri, si slanciò nel corridoio che conduceva alle stanze di servizio, come la più probabile via di fuga; passarono così accanto all’oscuro antro del guardaroba, e videro una piccola figura vestita di nero, probabilmente un inserviente, in piedi, nell’ombra.

«Olà, voi!», gridò il Duca. «Avete visto passare qualcuno?»

L’ometto non rispose direttamente alla domanda, ma disse semplicemente: «Forse ho quello che loro cercano, signori».

Si fermarono, incerti e stupiti, mentre quello andava tranquillamente in fondo allo stanzino, e ne riemergeva con entrambe le mani colme d’argento scintillante, che posò sul banco con la calma d’un venditore.

«Voi... voi...», balbettò il Colonnello, ormai del tutto sconcertato. Poi guardò nello stanzino scuro, e osservò due cose: in primo luogo, che il piccolo uomo dall’abito nero vestiva come un prete, e poi che la finestra della stanza dietro di lui era rotta, come se qualcuno ne fosse uscito violentemente.

«Cose troppo preziose per essere depositate in un guardaroba, non è vero?», disse il prete con serena compostezza.

«Avete... le avete rubate voi?», balbettò il signor Audley, con gli occhi fuori delle orbite.

«Se le ho rubate», disse il prete gaiamente, «almeno le riporto.»

«Ma non siete stato voi», disse il Colonnello.

«Per dir la verità, non sono stato io», rispose l’altro, e si sedette con gravità su uno sgabello.

«Ma sapete chi è stato», disse il colonnello.

«Non so il suo vero nome», disse il prete con calma, «ma so qualcosa della sua forza fisica, e molto dei suoi problemi spirituali; mi sono fatto un’idea della prima quando ha cercato di strangolarmi, e della seconda quando si è pentito.»

«Oh, suvvia... pentito!», esclamò il giovane Chester, con una risata gracchiante.

Padre Brown si levò in piedi, con le mani dietro la schiena. «Strano, non è vero», disse, «che un ladro e un vagabondo si penta, quando tante persone ricche e tranquille restano dure e frivole, e senza frutto né per Dio né per gli uomini? Ma qui, mi permettano, s’invade un po’ il mio campo. Se dubitano del pentimento come di un fatto pratico, qui ci sono le loro posate. Loro sono Dodici Veri Pescatori, ed ecco qui i loro pesci d’argento. Ma Egli mi ha fatto pescatore d’uomini.»

«Avete preso quell’uomo?», chiese il Colonnello, aggrottando le sopracciglia.

Padre Brown guardò fisso il suo volto accigliato. «Sì», disse, «l’ho preso, con un amo invisibile e un’invisibile lenza, abbastanza lunga per lasciarlo vagare fino ai confini della terra, e tuttavia riportarlo indietro con uno strappo del filo.»

Ci fu un lungo silenzio; tutti gli altri andarono a portare ai compagni il servizio riconquistato, o a consultarsi col padrone circa la strana situazione; ma l’arcigno Colonnello restò seduto di traverso sul banco, facendo ciondolare le lunghe gambe magre e mordendosi i baffi neri.

Alla fine disse al prete con voce tranquilla: «Dev’essere stato un tipo in gamba, ma io credo di conoscerne uno più abile».

«È un uomo intelligente», rispose l’altro, «ma non so a chi altro lei voglia alludere.»

«Intendo lei», disse il Colonnello, con una risatina, «non voglio farla mettere in prigione, stia tranquillo; ma darei parecchie forchette d’argento per sapere esattamente come sia entrato in questa faccenda, e come abbia fatto a togliergli la refurtiva. Penso che sia il tipo più svelto di tutti quanti i presenti.»

A Padre Brown sembrava non dispiacesse la cupa franchezza del militare. «Bene», disse sorridendo, «non devo dire nulla sull’identità di quell’uomo, o della sua storia, s’intende; ma non c’è nessuna ragione perché non debba raccontare il semplice fatto, così come l’ho scoperto da me.»

Saltò oltre il banco con inaspettata agilità e si sedette accanto al Colonnello Pound, facendo dondolare le corte gambe, come un ragazzino appollaiato su un cancello; e cominciò a raccontare la storia, semplicemente, come se stesse conversando con un vecchio amico presso il fuoco, la sera di Natale.

«Exco, Colonnello», egli disse, «ero rinchiuso in quello stanzino a scrivere, quando udii un paio di piedi accennare in questo corridoio una danza strana come la danza della morte. Dapprima si sentivano dei piccoli passi svelti e singolari, come quelli di un uomo che cammini in punta di piedi per una scommessa; poi seguivano dei passi lenti, incuranti, scricchiolanti, come quelli di un grosso signore che passeggi fumando un sigaro. Ma erano gli stessi piedi, l’avrei giurato, e i due diversi passi si alternavano: prima quelli rapidi, poi quelli lenti, poi ancora quelli rapidi. Mi domandai dapprima vagamente, poi con ansia, quale ragione potesse mai avere un uomo per rappresentare quelle due parti. Uno dei due passi mi era noto: era proprio come il suo, Colonnello; il passo d’un signore ben pasciuto che aspetti qualcosa, e intanto gironzoli, più per disposizione fisica, che per irrequietezza mentale. Ero certo di conoscere anche l’altro, ma non riuscivo a ricordare di chi fosse; quale creatura selvaggia avevo incontrato nei miei viaggi, che si affrettava in punta di piedi in quel modo straordinario? Poi udii un tintinnio di piatti, e la risposta mi comparve davanti, chiara come quella di San Pietro. Era il passo di un cameriere, quel passo con il corpo inclinato in avanti, gli occhi al suolo, la punta dei piedi che spinge via il terreno, le falde della giacca e il tovagliolo svolazzanti. Pensai ancora per un minuto e mezzo, e credo di aver visto lo svolgersi del furto, chiaramente come se fossi io stesso a compierlo.»

Il Colonnello Pound lo fissò con occhi penetranti, ma i miti occhi grigi del prete guardavano il soffitto con espressione assorta e quasi astratta.

«Un delitto», disse lentamente, «è come ogni altra opera d’arte. Non si sorprenda: i delitti non sono affatto le sole opere d’arte che provengano da un’officina infernale. Ma ogni opera d’arte, sia essa divina o diabolica, ha un’impronta inevitabile, voglio dire che l’idea centrale è semplice, per quanto l’adempimento possa essere complicato. Così, in Amleto, per esempio, la grottesca figura del becchino, i fiori della fanciulla pazza, i fantastici arabeschi di Osric, il pallore del fantasma e il ghigno del teschio, sono una sorta di complicata ghirlanda di bizzarrie intorno alla semplice tragica figura di un uomo vestito di nero. Ebbene, anche questa», disse, scendendo lentamente dal suo sedile, con un sorriso, «anche questa è la semplice tragedia d’un uomo vestito di nero. Sì», aggiunse, vedendo che il Colonnello alzava gli occhi al quanto meravigliato, «tutta questa storia è imperniata su un vestito nero. Anche qui, come in Amleto, ci sono le escrescenze barocche... lei, per esempio; c’è il cameriere morto, che avrebbe potuto non esserci; c’è la mano invisibile che ha portato via il servizio d’argento dalla vostra tavola, per poi sparire nell’aria. Ma ogni delitto intelligente è fondato su un unico e semplice punto, un punto che in se stesso non è misterioso; la mistificazione sta nel ricoprirlo, nell’allontanarne i pensieri della gente. Questo grande e abile e - se si fosse svolto normalmente - assai proficuo furto, era costruito sulla base di questo semplice fatto: che l’abito da sera di un signore è uguale a quello di un cameriere. Tutto il resto era commedia, straordinariamente ben recitata.»

«Tuttavia», disse il Colonnello alzandosi e guardandosi accigliato le scarpe, «non capisco ancora bene.»

«Colonnello», disse Padre Brown, «io le dico che quest’arcangelo impudente che rubò le vostre posate camminò su e giù per questo corridoio una ventina di volte, nella piena luce delle lampade, sotto il fuoco di tutti gli occhi. Non andò a nascondersi in angoli oscuri, dove avrebbe destato sospetti, ma si mosse continuamente per i corridoi illuminati e, dovunque andasse, pareva esserci per diritto. Non mi chieda che aspetto aveva; lei stesso l’ha visto sei o sette volte questa sera. Aspettava, con le altre persone importanti, nella sala in fondo a quel corridoio, oltre a cui c’è subito la terrazza; quando compariva là tra i signori era nello stile fulmineo di un cameriere, testa piegata, tovagliolo svolazzante e piedi veloci. Si lanciava nella terrazza, sistemava la tovaglia, poi si precipitava di nuovo verso le cucine e i quartieri di servizio. Quando giungeva in vista dell’impiegato dell’ufficio e dei camerieri, era già un uomo diverso in ogni centimetro del suo corpo, in ogni gesto istintivo; passeggiava tra i servitori con quella distratta insolenza che hanno tutti osservato nei loro padroni; non era una cosa nuova per loro vedere un elegantone del pranzo misurare a lunghi passi tutta la casa, come un animale del giardino zoologico; essi sanno che la caratteristica più spiccata delle persone del Gran Mondo è l’abitudine di andare dove vogliono. Quando era stanco di camminare nella sua magnificenza per quel corridoio, si voltava e ritornava verso l’ufficio; all’ombra di quell’arco era trasformato da un soffio di magia, e si affrettava di nuovo tra i Dodici Pescatori, come un servitore ossequioso. Perché i signori avrebbero dovuto osservare un cameriere? Perché i camerieri avrebbero dovuto sospettare di un distinto signore che passeggiava? Una o due volte si permise i tiri più audaci: nelle stanze private chiese allegramente un sifone di seltz, dicendo di aver sete; poi disse giovialmente che lo avrebbe portato lui stesso, e così fece: lo portò con rapidità e correttezza in mezzo a voi, come un cameriere che disimpegni una naturalissima mansione. Naturalmente, il trucco non avrebbe potuto sostenersi a lungo, ma bastava che durasse fin dopo la portata del pesce.

Il momento più difficile fu quando i camerieri si misero in fila; ma anche allora fece in modo di appoggiarsi al muro proprio sull’angolo, cosicché, in quel momento importante, i camerieri lo credettero un signore, e i signori un cameriere. Il resto fu semplicissimo. Se qualche cameriere lo incontrò lontano dalla tavola, incontrò un annoiato aristocratico. Calcolò il momento, e due minuti prima che venissero a togliere i piatti del pesce, divenne un rapido cameriere, e li portò via egli stesso; posò i piatti su un tavolo, si ficcò le posate nella tasca del panciotto, che assunse un aspetto rigonfio, e corse come una lepre (io lo sentii venire) finché giunse al guardaroba. Lì non aveva che da ridiventare un plutocrate, un plutocrate richiamato da qualche affare importante; aveva solo da consegnare il gettone al guardarobiere, e uscirsene di nuovo elegantemente, come era venuto. Solo... solo il caso volle che fossi io il guardarobiere.»

«Che cosa gli ha fatto?», esclamò il Colonnello, con insolito calore. «Che cosa le ha detto?»

«Chiedo scusa», disse il prete, irremovibile, «ma qui la storia finisce.»

«E incomincia la storia più interessante», borbottò Pound. «Credo di capire il trucco del ladro; ma non mi pare di aver afferrato il suo.»

«Io devo andare», disse Padre Brown.

Si diressero insieme lungo il corridoio verso l’ingresso, dove videro il volto fresco e lentigginoso del Duca di Chester, il quale saltellava allegramente verso di loro.

«Vieni, Pound», esclamò, senza fiato, «ti ho cercato dappertutto. Il pranzo è ripreso magnificamente, e il vecchio Audley deve fare un discorso in onore delle posate recuperate. Vogliamo inaugurare qualche nuova cerimonia, sai, per commemorare il fatto. Di’, tu che le hai ritrovate, che cosa suggerisci?»

«Ebbene», disse il Colonnello, dandogli una certa occhiata d’approvazione sardonica, «suggerirei di portare d’ora innanzi abiti verdi invece che neri. Non si sa mai che sbagli possono verificarsi, quando si somiglia tanto a un cameriere.»

«Oh, ma fa’ il piacere!», disse il giovane. «Un signore non somiglia mai a un cameriere.»

«Né un cameriere a un signore, suppongo», disse il Colonnello Pound, con lo stesso sorriso dubbioso. «Reverendo, il suo amico dev’essere stato molto abile per fare la parte del signore.»

Padre Brown si abbottonò fino al collo il modesto soprabito, perché la sera era burrascosa, e prese il suo modesto ombrello.

«Sì», disse, «dev’essere molto faticoso fare il signore; ma, sa, a volte ho pensato che sia quasi altrettanto faticoso fare il cameriere.»

E, dopo aver detto: «Buona sera», aprì la pesante porta di quel palazzo di piaceri. I cancelli dorati gli si richiusero alle spalle, ed egli se ne andò di buon passo per le strade umide e scure in cerca di un autobus da due soldi.



 

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