mercoledì 1 luglio 2026

David Ely - Il sopravvissuto

 


Si stava facendo sera quando entrò nel Parco. Si diresse subito verso la zona più buia, lontano dai lampioni che illuminavano i vialetti. Non vide nessun altro passante, ma ciononostante continuò a procedere spedito, non volendo correre inutili rischi.
Quando raggiunse il riparo dei primi alberi, si fermò e si voltò all’indietro verso la strada principale, pur essendo perfettamente consapevole che la macchina non sarebbe stata più lì. Quelli se n’erano andati non appena lo avevano scaricato. Gli avevano dato una pacca sulla spalla – come si fa con i paracadutisti in procinto di saltar giù dall’apparecchio – e uno di loro aveva detto “In bocca al lupo, Maggiore”, dopodiché lui era saltato fuori, tirandosi dietro il peso della tuta di volo.
Buona fortuna, maggiore. Se avesse avuto davvero fortuna, quelle sarebbero state le ultime parole che gli sarebbero state rivolte per quattro settimane.
Si ritrasse di colpo, turbato. Qualcuno gli era defilato a fianco, forse a meno di un metro, un uomo o un ragazzo che correva di buona lena e con passo agile in direzione della Fifth Avenue.
Il cuore del Maggiore batteva all’impazzata, le pulsazioni erano alle stelle. Quell’avvenimento lo aveva scosso, di qualsiasi cosa si fosse trattato – forse qualche atleta che si allenava per la competizione, oppure un fanatico dilettante oppure un borsaiolo, e in questo caso ci sarebbero stati i poliziotti alle calcagna. Erano proprio i poliziotti a fargli più paura. L’Agenzia aveva messo in chiaro le cose con il Commissariato e tutti i responsabili dei distretti limitrofi erano stati debitamente informati affinché non fosse fatta alcuna forma di pubblicità nell’eventualità che fosse catturato, ma naturalmente i normali agenti erano all’oscuro di tutto. Sarebbe bastata la torcia elettrica di un semplice sergente di pattuglia a mandare all’aria tutto il progetto.
Doveva evitare le luci. Non immaginava neppure lontanamente che ce ne sarebbero state così tante, non solo quelle posizionate lungo i vialetti, ma anche quelle delle auto che attraversavano il Parco, nonché le insegne luminose dei grandi alberghi e dei complessi residenziali attorno al suo perimetro.
Continuò a muoversi acquattandosi contro gli alberi, cercando di recuperare un po’ di fiducia attraverso l’attività fisica. La prima notte sarebbe stata la più dura. Quello lo sapeva. Ma se fosse riuscito a superare questa giornata e quella successiva, probabilmente tutto sarebbe andato per il meglio. Doveva scegliersi un nascondiglio lontano da dove normalmente andava la gente – lontano dallo zoo, dal lago, dai
campi gioco. Sarebbe stato meglio essere sorpreso da un poliziotto piuttosto che da ragazzini scatenati che giocavano a pallone. Se uno di loro lo avesse scorto, anche di sfuggita, altri mocciosi sarebbero arrivati a frotte e avrebbero cominciato a farsi beffe di lui e a dargli la caccia gridando “Guardate, guardate, guardategli la testa!”
La testa... quella era la garanzia che aveva voluto l’Agenzia. La garanzia della sua onestà. Non poteva barare, non con quella testa. Quando glielo avevano detto, non aveva posto alcuna obiezione. Sapeva che avevano ragione. Lo psicologo incaricato del progetto gli aveva parlato a lungo in proposito. Lo scopo era quello di misurare lo stress psicologico su un uomo nascosto in mezzo a una popolazione ostile. Se fossero riusciti nell’intento, sarebbero stati in grado di approntare un programma di recupero atto a salvare quel pilota su venti che malauguratamente fosse stato abbattuto ma non catturato, e che comunque fosse riuscito a nascondersi da qualche parte – in un campo, in un edificio semidiroccato dai bombardamenti, in un appartamento abbandonato, qualsiasi cosa gli fosse capitata a tiro.
— Lei sarà quel ventesimo pilota, Maggiore — gli aveva detto lo psicologo. La porteremo fino al Parco e lì dovrà nascondersi finché non verranno a cercarla. Tenga presente che è isolato dalle persone che la circondano soprattutto a causa dell’unico dato di fatto che non può cambiare: non conosce la lingua di quella gente. Be’, ai fini dell’esperimento che ci interessa, siamo in grado di simulare tutto ma non questo. Niente, se vi fosse costretto, potrebbe impedirle di nascondere la tuta da pilota e di portar via un paio di pantaloni a qualche barbone del Parco. Poi sarebbe un giochetto raggiungere la panchina più vicina e trascorrere una giornata tranquilla a leggere i giornali senza dar nell’occhio ad anima viva, e qualora qualche poliziotto si avvicinasse, non ci sarebbe nulla di strano a scambiare quattro chiacchiere sul più e sul meno.
“Oh, sappiamo che lei non ha simili intenzioni, Maggiore. Sappiamo che intende comportarsi lealmente ma sappiamo anche che quando un uomo si trova in una situazione di stress, anche se simulata, può fare cose che normalmente non farebbe. Alla luce di quanto sopra capisce che dobbiamo proteggere il nostro progetto penalizzandolo con un handicap che più o meno equivalga all’impossibilità di comunicazione. La renderemo assolutamente particolare e lei non potrà far niente per ovviare alla situazione.
E così gli rasarono la testa e la dipinsero di verde, un bel verdolino chiaro, tenero come l’erbetta appena spuntata.
Il Maggiore trovò una fenditura fra due massi alla base di un piccolo fosso. Era larga quanto bastava per contenere di misura il suo corpo. Per diverse ore scavò allo scopo di ricavare un’ulteriore cavità nella terra. Si era tolto la tuta e l’aveva sistemata in modo da contenere il terriccio che andava via via smuovendo. Quando riteneva che la quantità fosse sufficiente, prendeva la tuta, risaliva e la scuoteva in modo da disperderne il contenuto. Poi dalla tasca tirò fuori un piccolo contenitore – un repellente per i cani – e spruzzò con meticolosità l’ingresso del rifugio.
La notte di primavera era rigida, ma perlomeno non pioveva. Se ci fosse stata pioggia, avrebbe lasciato impronte e tracce ovunque. Fortunatamente si era a metà settimana e, durante il giorno, nel Parco si aggirava poca gente. Erano i fine settimana che attiravano le folle e per quell’epoca avrebbe dovuto migliorare il suo rifugio oppure trovarne uno migliore.
La notte stava per finire. Si annunciava l’alba. Osservò il cielo che si rischiarava e gli alberi e i cespugli che prendevano forma. Una nebbiolina impalpabile si alzava dai prati umidi di brina. In lontananza i grattacieli sfavillavano di fuoco mentre il sole si posava sulla loro corona. Il Maggiore si sporse dall’orifizio della fossa al fine d’esaminarne l’accesso per l’ultima volta. Non c’erano tracce del suo lavoro. Il terreno era appiattito in corrispondenza a dove aveva steso la tuta ma presto si sarebbe spontaneamente risollevato e inoltre il Parco era pieno di chiazze similari, laddove i ragazzini avevano giocato o le coppiette avevano steso i loro plaid.
Poi, a un paio di metri di distanza, notò il piccolo piccone in bella mostra. Strisciando pancia a terra lo recuperò, tornò indietro e si calò all’interno della trincea, cercando di riprendersi dallo spavento. Non si era trattato di semplice incuria, ma di qualcosa di molto più grave. Lo psicologo lo aveva avvertito che proprio lui sarebbe stato il peggior nemico di se stesso e già altre volte la paura gli aveva giocato dei brutti scherzi, momenti nei quali non aveva avuto la forza di far fronte a una determinata situazione. Imprecò contro se stesso e sputò nella polvere. Supponiamo che non avesse visto lo strumento e lo avesse lasciato lì? Tipico, rifletté amaramente. Aveva sempre dimenticato qualcosa, era costantemente scivolato su una buccia di banana. Aveva cercato di qualificarsi per il programma spaziale ma l’avevano scartato, non giudicandolo sufficientemente idoneo.
Tuttavia, a onor del vero, neppure lo psicologo ce l’aveva fatta, silurato da altri colleghi che in quel momento erano maggiormente sulla cresta dell’onda. Sì, pensò il Maggiore, lui e lo psicologo erano delle scartine. Il programma spaziale sarebbe rimasto soltanto nei loro sogni. Troppo scarsi.
E forse anche quel progetto non era migliore di loro. Questa considerazione gli era già frullata per la mente. In realtà sulla carta non sembrava troppo male. Ma supponendo pure che un uomo fosse riuscito a sopravvivere per quattro settimane nel cuore di Manhattan senza essere individuato, sarebbe stato davvero in grado di fornire informazioni valide per un programma di sopravvivenza-e-soccorso? O si trattava semplicemente di un’alzata d’ingegno da parte di qualche ambizioso tenentino che aspirava a mettersi in luce?
Be’, criticare il progetto non era affar suo. Lui doveva soltanto pensare a farlo funzionare – e l’inizio non era stato dei più felici. Quella trincea non era sufficientemente spaziosa e l’esiguità dello spazio lo costringeva a restarsene rattrappito. Avvertiva già fastidiosi crampi alle gambe. Cominciò a massaggiarsele. Poi subentrò la stanchezza, e la fame. Era dal pomeriggio che non mandava giù un boccone. Aprì un barattolo delle razioni che gli erano state assegnate, mangiò con le dita, poi lo sotterrò nel terriccio molle e si mise sulla faccia la mascherina per dormire, badando bene a coprire anche la bocca in modo che nessuno lo sentisse qualora si fosse messo a russare. E così si accinse ad aspettare la fine del giorno.
Al tramonto si sentiva uno straccio. Le gambe lo tormentavano. La maschera gli aveva provocato un principio di soffocamento. Di tanto in tanto ricadeva in una specie di torpore animale che però non gli impediva di anelare all’aria e alla luce per sfuggire al senso di oppressione che stava diventando insopportabile e ai crampi
sempre più devastanti.
Si sarebbe detto che tutta la popolazione di New York si fosse data appuntamento sulla sua testa. Sentiva voci, rumore di passi, grida, risate. A volte piedi invisibili facevano cadere nuvolette di polvere. Che prendesse un accidente a tutta quella gente. La odiava, gli faceva paura. Avrebbe dovuto ricordarsi di raccontarlo allo psicologo. Dalle voci riusciva a inquadrarne l’identità: ragazzini stupidi e madri pettegole, vecchi inaciditi e giovanotti sfaccendati i quali, durante il giorno, non avevano niente di meglio da fare che bighellonare per il Parco. E lui era loro prigioniero. Da un momento all’altro avrebbero potuto trovarlo e trascinarlo al sole, come una talpa. Serrò maggiormente le ginocchia e cominciò a dondolarsi, digrignando i denti per impedirsi di urlare per il dolore e la rabbia.
Quando l’oscurità fu totale, finalmente arrischiò di tirar fuori la testa e le spalle dalla trincea, comunque protetto dall’angusto spazio fra i due massi. Dormì fino a mezzanotte finché non si svegliò in preda al panico, realizzando che i raggi della luna stavano illuminando la sua faccia rivolta verso il cielo. A quel punto riprese a scavare, nel tentativo di rendere la sua sistemazione almeno un po’ più confortevole, dopodiché strisciò all’esterno e cominciò a raccogliere involucri di caramelle, mozziconi, sacchetti di carta – perché lo facesse, non lo sapeva. Forse per eliminare ogni traccia della gente che lo aveva tormentato per tutto il giorno.
Facendosi quasi violenza, decise di spingersi oltre, pur sempre acquattandosi dietro gli alberi. Aveva bisogno di restare lontano dal suo rifugio fino all’alba. Lo psicologo gli aveva detto che sicuramente avrebbe avuto la tentazione di rimanere nei paraggi per non correre rischi, finché a un certo punto quella fobia lo avrebbe portato alla decisione di restarsene rintanato sia di giorno che di notte.
Sapeva comunque che avrebbe dovuto muoversi con prudenza. Era sottoposto a una pressione inconsueta: solo, atterrito dalla prospettiva d’imbattersi in qualsiasi presenza umana – qualsiasi voce, qualsiasi movimento, qualsiasi rumore – e paventando soprattutto la luce del giorno. Certo, si trattava di una situazione simulata. In qualsiasi momento avrebbe potuto decidere di smetterla. Ma ciò sarebbe stato umiliante per l’orgoglio ed estremamente compromettente per la carriera. E poi era un volontario. Lo aveva chiesto lui.
Da una delle tasche tirò fuori una radiolina non più grande di un pacchetto di sigarette. Poteva trasmettere tre semplici segnali. Il primo significava: sono qui. Si sedette accanto a un albero, la radiolina in mano, e cominciò ad analizzare le ombre che si allungavano al riverbero dei lampioni lungo i vialetti. A intervalli di cinque minuti ripeteva: sono qui, sono qui. Da qualche parte qualcuno stava ascoltando. Era in contatto con un altro essere umano. Ma poi si rese conto che era improbabile che l’Agenzia pagasse un tecnico per starsene seduto notte dopo notte semplicemente per monitorizzare i suoi segnali. Senz’altro quei furbastri avrebbero utilizzato un registratore. E sarebbe stato il registratore a rispondergli – sì, eccolo lì, un segnale di ritorno, a malapena udibile.
Il segnale di ritorno significava: la sentiamo. Quindi lo sentivano, ma si trattava soltanto di una macchina e non certo prima dell’indomani dei tecnici autentici avrebbero controllato che il loro uomo nel Parco si era fatto vivo.
Si chiese se qualcuno avesse parlato in giro della sua testa verde. Probabilmente.
Era un pettegolezzo troppo ghiotto e divertente per indurre quelli di Houston a tenere la bocca chiusa. “Vi ricordate quell’imbranato di Maggiore che non ce l’aveva fatta a qualificarsi per il programma spaziale? Be’, indovinate dov’è adesso. E indovinate anche di che colore ha la testa... Sì, avete capito bene, ho proprio detto la testa.”
Inviò di nuovo il segnale – sono qui – soltanto per sentire la macchina che gli rispondeva di rimando: la sentiamo, la sentiamo. Quattro settimane di quella solfa. Gli aveva detto che tale lasso di tempo era necessario in una situazione reale, innanzitutto per avvertire l’agente infiltrato più vicino che un pilota abbattuto si trovava in difficoltà, poi per consentirgli di localizzare il segnale e, infine, per elaborare un piano di salvataggio.
Inviò il secondo segnale, una variazione del primo. Voleva dire: Vi ricevo. E la macchina rispondeva debitamente: Ci riceviamo entrambi. Quello era tutto. Sporadiche pulsazioni attraverso l’etere, avanti e indietro, assolutamente prive di significato per qualsiasi sistema di monitoraggio nemico, e poi un giorno il la sentiamo sarebbe diventato più frequente, e ciò avrebbe significato che l’agente stava arrivando a cercarlo.
C’era anche un terzo segnale. Emergenza. E ciò avrebbe voluto dire che stava male o che era stato catturato o che non ce la faceva più e si accingeva a rinunciare.
Sono qui.
Vi ricevo.
Emergenza.
Questo era il suo vocabolario, tutto ciò che possedeva. Era soltanto un uomo con la testa verde in una tuta da pilota sporca di fango, seduto in un parco cittadino nel cuore della notte, impegnato a parlare senza parola a una macchina che non aveva mai visto.
Con il trascorrere dei giorni rese la sua trincea più larga e profonda, e anche più confortevole, più sicura, meglio mimetizzata. Di notte esplorava il Parco, studiandone ogni metro con la massima cura prima di avventurarsi oltre. Ogniqualvolta passava in prossimità dello zoo, gli animali ne avvertivano l’odore e si agitavano. Forse perché, in un certo senso, era un loro simile – una creatura in gabbia, infastidita dall’odore dell’uomo.
Talvolta, nottetempo, s’imbatteva in qualcuno. Allora si nascondeva laddove le ombre erano più fitte. Sapeva che non sarebbe stato da solo. Quelli dell’Agenzia lo avevano avvertito più volte che si sarebbe trovato in mezzo alla feccia di New York – sbandati, ubriaconi, vagabondi, pazzi, tutti disposti a tutto. Be’, avrebbe saputo aver cura di se stesso. Anche se fossero stati in due o in tre, lui non se la cavava mica male con lo judo e il coltello. Inoltre chiunque avesse dato un’occhiata alla sua testa, se la sarebbe data a gambe, poiché era ancora più diverso di loro, e ancora più solo. Ma lui sarebbe andato avanti a quel modo soltanto per quattro settimane mentre loro erano in trappola per quello che restava della loro vita. E ciò comportava una differenza: una notevole differenza.
Quelli avevano paura, e anche lui. Quelli avevano fame – e anche lui aveva fame. Non disponeva di razioni sufficienti per quattro settimane. I cervelloni di Houston gli avevano detto che avrebbe dovuto tenersi lontano dalla cosiddetta “civiltà”, il che in
parole povere significava che gli era concesso soltanto di rovistare fra i rifiuti alla ricerca di bucce di mele e di rimasugli di panini andati a male. Se proprio si fosse verificata un’emergenza, avrebbe sempre potuto mangiucchiare erba, cipolle selvatiche, margherite, cortecce di arboscelli. Comunque con un po’ di accortezza sarebbe riuscito a far durare le razioni un po’ più a lungo. Ormai aveva già trascorso nove giorni nel Parco. Quindi ne rimanevano diciannove. Non era difficile calcolare quanto avrebbe potuto permettersi ogni giorno.
Ma naturalmente un pilota abbattuto non era certo in grado di valutare per quanto tempo avrebbe dovuto tirare avanti. E pertanto non avrebbe potuto farlo neppure il Maggiore. Certamente quelli dell’Agenzia ci avevano pensato e altrettanto sicuramente avevano escogitato qualcosa per simulare le incertezze di una situazione reale.
Il Maggiore cominciò a rifletterci sopra. La cosa lo preoccupava. Si chiese se quelli dell’Agenzia avessero veramente l’intenzione di prolungare l’esperimento. Era molto probabile. Nessuno sarebbe venuto a cercarlo la ventottesima sera. Lo avrebbero fatto sudare ancora per qualche giorno, magari addirittura per una settimana. Oppure gli avrebbero giocato qualche altro scherzetto. Magari avevano riempito qualche lattina di provviste soltanto di acqua oppure di sabbia. Niente di strano. Magari lui si sarebbe stremato per razionare al meglio la dotazione di viveri per poi ritrovarsi con due o tre barattoli inutilizzabili.
Decise pertanto di esaminare ogni contenitore, di scuoterlo vicino all’orecchio, ma non ci fu alcun modo di appurarne il contenuto. Doveva aspettare. Assolutamente impensabile aprire quei dannati barattoli prima del tempo debito.
Certamente i cervelloni dell’Agenzia sapevano che si sarebbe arrovellato le meningi con simili dubbi. Anzi, lo avevano studiato di proposito. Faceva arte dell’esperimento. La tensione, lo stress. La sublimazione della tensione, la sublimazione della paura. Gli avevano mentito – mentito per garantire la buona riuscita dell’esperimento, naturalmente. Ma mentire non era leale. Non si mente ai propri amici. Così si dice, non è vero? Si mente soltanto al nemico.
Il silenzio del Parco fu lacerato dal sibilo di una sirena che attraversava la città. Il Maggiore, turbato, si guardò attorno nelle tenebre: qualcosa in quel suono disarmonico gli aveva fatto venir voglia di mettersi a gridare – a bestemmiare, a pregare, qualsiasi cosa, pur di sentire la propria voce. Ma questa prospettiva lo atterriva, lo paralizzava.
Era attanagliato dai morsi della fame. Non solo i muscoli gli dolevano, ma gli facevano male persino gli occhi. La spossatezza lo stava quasi facendo impazzire. A volte si preoccupava di non essere più in grado di ricordare le cose. Ad esempio, quando aveva riempito la borraccia con l’acqua del laghetto, si era ricordato d’inserire il depurante? La paura dominava tutti i suoi sensi, acuendone alcuni, intorpidendone altri. Aveva perso la cognizione esatta dei giorni – ne erano passati sedici o diciassette? – ma aveva acquisito una maggiore consapevolezza della forma e del tatto delle cose.
Viveva nel buio. Erano secoli che non vedeva più il sole. Di giorno se ne stava nel suo buco, sudando copiosamente nell’aria umida e rarefatta, ascoltando
sporadicamente le voci di persone che non poteva vedere. Sognava di essere catturato, di morire. Quando arrivava la notte, scivolava fuori, il corpo irrigidito, le ossa dolenti, per affrontare i pericoli delle tenebre.
Una sera vide un vecchio che si trascinava lungo un vialetto a pochi metri di distanza e già sapeva che cosa sarebbe successo ancor prima che la tragedia si verificasse, come se la scena si fosse già concretizzata nei suoi sogni. Due sagome spuntarono dal buio e immediatamente il vecchio cadde a terra sotto i loro colpi. Gli sconosciuti gli strapparono gli abiti, alla ricerca di qualcosa di valore. Il Maggiore se ne restò acquattato là dove si trovava, il coltello già pronto a colpire, pur sapendo che mai avrebbe trovato il coraggio d’intervenire. Altrimenti il progetto sarebbe saltato in aria.
Inoltre gli aggressori si muovevano con l’agilità dei giovani. Indebolito com’era, mai avrebbe potuto aver la meglio. I predatori della notte non trovarono nulla e, infuriati per il colpo andato male, cominciarono a prendere a calci la loro vittima e, prima di svignarsela, gli maciullarono anche la faccia con una scarpata. Forse quel poveretto era morto o stava per morire, ma il Maggiore non poteva farci niente e così si allontanò, furioso per aver assistito all’aggressione, lui così temporaneamente impotente, mentre gli altri che avrebbero potuto essere d’aiuto se ne stavano beatamente a dormire nei loro soffici letti – quegli esseri privilegiati per i quali il Parco era stato creato, per i quali era tenuto pulito e sorvegliato, per i quali erano stati catturati gli incolpevoli animali dello zoo. Il mattino successivo qualcuno avrebbe trovato il cadavere e lo avrebbe fatto portar via. Capitolo chiuso. Si trattava di un incidente così comune che a stento si sarebbe guadagnato un trafiletto su uno dei tanti quotidiani della metropoli. Già a mezzogiorno passanti ridanciani avrebbero calpestato il punto esatto in cui si era consumata la tragedia.
Nel corso di altre notti il Maggiore vide altre cose... un cane ucciso a sassate, una donna violentata, uno storpio bastonato con la sua stessa stampella. A un barbone diedero fuoco ai giornali in cui dormiva e venne costretto a mettersi a ballare in mezzo alle fiamme.
Adesso la rabbia se n’era andata. Ora guardava il mondo con gli occhi di un animale, pronto a battere in ritirata e a nascondersi. Le persone che circolavano di giorno avevano perso i loro attributi di essere umani. Erano soltanto voci e rumori di passi. Non riusciva più a immaginare i loro volti. Quelli che apparivano di notte erano poco più di ombre; eppure gli sembravano maggiormente reali. Spesso pensava a loro, chiedendosi se questi miserabili, feroci reietti dell’umanità abitassero il Parco come lui, nascondendosi di giorno, aggirandosi furtivi di notte. Non ne era sicuro, non era in grado di formulare un giudizio. Ma voleva credere che fossero almeno in un discreto numero. Così si sentiva meno solo.
Per diversi giorni piovve a dirotto. Il suo rifugio si era trasformato in un maleodorante pantano. Lui stesso era coperto di fango da tutte le parti. Le mani avevano assunto una colorazione più scura. Forse era successo lo stesso anche alla faccia, poiché il sudiciume e la polvere del Parco si erano annidati in ogni sua cellula. Avvertiva al tatto i capelli appena spuntati e l’ispidità della barba e si chiese quale poteva essere il suo aspetto ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a visualizzare l’immagine in maniera soddisfacente.
Pensava che fosse trascorso l’intero periodo previsto per l’esperimento, ma non ne era sicuro. In qualsiasi caso aveva superato la prova: era sopravvissuto. Ma non è che volesse dire poi tanto. Aveva tirato avanti solo per poche settimane. Gli altri – quelli che costituivano la popolazione notturna del Parco – avevano sopravvissuto per anni. E per tutto quel lasso di tempo nessuno era venuto a salvarli. Nessuno aveva pensato a elaborare il loro piano di fuga.
Il Maggiore prese la radio e inviò il segnale. Sono qui, sono qui. E la risposta arrivò come sempre. La sentiamo. La sentiamo. Ma in quel momento si chiese — lo sentivano veramente, lo stavano davvero ascoltando?
Poi per un certo periodo non si sentì affatto bene. Non riusciva a realizzare il trascorrere del tempo. Giorno e notte se ne stava rintanato nel suo buco, tremante di febbre. Incontrava una certa difficoltà nel ricordare perché era lì e si arrovellava le meningi finché non arrivava la risposta – oh, certo... il progetto. Ma aveva l’impressione che il progetto non costituisse un motivo valido per farlo restare lì sepolto a quel modo: solo, dolorante e ammalato. Doveva esserci un’altra ragione, assolutamente più importante. Ma proprio gli sfuggiva.
La febbre diminuì, ciononostante rimase nascosto. Non gli andava di lasciare la sua tana, anche se forse in quel momento quelli dell’Agenzia magari lo stavano cercando. Sarebbero venuti di notte con i cani e le torce. Ma se non fossero riusciti a trovarlo? Se si fosse nascosto troppo bene? Forse quella volta era stato capace di realizzare qualcosa di assolutamente inconsueto per lui: un successo su tutta la linea... ma ciò avrebbe significato la fine. Quelli dell’Agenzia si sarebbero certamente infastiditi, pensando magari che lui avesse sabotato il progetto di proposito, svanendo nella terra a quel modo. Oppure non sarebbero venuti affatto. Magari non passava loro neppure per l’anticamera del cervello di mettersi a cercarlo. Non erano mai venuti a cercare gli altri – quelli che vivevano nelle tenebre. Derelitti che non interessavano a nessuno. E forse anche lui sarebbe stato abbandonato.
Strisciò fino al lago. Era troppo debole per reggersi in piedi. Arrivato sul ciglio, si chinò a testa in giù e cominciò a bere le luci riflesse delle edifici come se, bevendo, avesse potuto spegnerle. Mandò giù quell’acqua putrida che già lo aveva avvelenato, ma le luci rimasero in superficie e quando con la mano increspò la superficie tremolante, le luci cominciarono a muoversi in una sorta di sarabanda, come se si beffassero di lui.
Adesso le giornate erano calde, le notti umide. Ovunque c’era odore di materia fatiscente. La pioggia scivolava come unto. L’erba imputridita non era più commestibile né poteva masticare la corteccia degli arbusti poiché, chissà come, aveva smarrito il coltello. Qualcosa riuscì comunque a rimediare grattando con le unghie e scegliendo le foglie non completamente marce.
Capiva adesso di non aver afferrato nella maniera dovuta il significato di quella prova. La finalità non era la sopravvivenza. Un uomo che vuole sopravvivere non si nasconde nella terra, non si ammala per la solitudine e la paura.
No, no – un uomo che si comporta in quella maniera vi è stato indotto con l’inganno. Buona fortuna, maggiore. L’avevano imbarcato in quell’allucinante impresa per liberarsi di lui. Non era abbastanza in gamba per le loro necessità e così, con le lusinghe di Giuda, avevano fatto in modo che andasse a seppellirsi assieme
agli altri derelitti perla buona riuscita del progetto. E ciò equivaleva alla morte.
Si aspettavano che tirasse le cuoia. Adesso lo aveva capito. Certamente quegli assassini potenziali sapevano benissimo che un pilota abbattuto non poteva essere salvato. I rischi erano troppo esagerati. Nessun agente – ammesso che agenti ci fossero – avrebbe rischiato la pelle in un’impresa così disperata. Così contavano di convincere il disgraziato a trovarsi un nascondiglio e aspettare che qualcuno arrivasse a salvarlo, cosa che non si sarebbe mai verificata. Però sarebbe sopraggiunta la morte a risolvere tutti i problemi.
La radio costituiva la parte più subdola e intelligente dell’inganno. Un individuo disperato avrebbe creduto alle sue menzogne fino alla fine, ma non c’era nessuno ad ascoltare, neppure una macchina, poiché sicuramente era lo stesso apparecchio a fornire risposte automatiche, come se arrivassero da lontano: La sentiamo. Il parossismo del tradimento, uccidere un uomo con la speranza.
Era condannato a morire, come quei derelitti che vagavano nella notte, senza più speranza, troppo deboli per opporsi ai nemici che avevano promesso loro di salvarli ma non erano venuti, che avevano dato loro solo una manciata di provviste suggerendo però di sfamarsi con l’erba e i rifiuti, che li avevano umiliati inducendoli a nascondersi come lombrichi. E i poveri disgraziati, il corpo e la mente ormai irrimediabilmente minali, avevano accettato tutto questo, proprio come lui. Senza più ombra di razionalità, volevano che il progetto riuscisse – e se talvolta le risate e la spensieratezza del mondo sopra di loro li inducevano alla violenza, l’unica cosa che erano ormai capaci di fare era azzannarsi e uccidersi l’un l’altro.
Il progetto significava morte. Erano tutti destinati a morire. Benissimo, pensò, ma che almeno muoiano davanti ai loro aguzzini, che muoiano all’aria aperta, sotto il sole.
Lasciò il suo rifugio a mezzogiorno, quando il Parco era al massimo dell’affollamento. All’inizio faticava a distinguere gli individui in mezzo ai quali si muoveva barcollando, le mani protese in avanti, gridando agli altri reietti come lui di venir fuori, di farsi vedere, ma il suo invito non aveva risposta.
Qualche curioso cominciò ad avvicinarsi, poi arrivarono anche dei ragazzini che presero a ridere di lui. Le giovani donne prendevano in braccio i più piccini per far godere anche a loro lo spettacolo, muscolosi atleti abbandonavano la partita ansiosi di vedere più da vicino quello squilibrato con la testa verde e il corpo imbrattato di fango – sì, tutti noti volevano perdersi il divertimento perché presto sarebbero arrivati quelli della polizia a portarlo via.

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