La prima volta che ho comprato un color book si pagava ancora in lire. Era dedicato al Giappone ed è entrato nella mia vita durante una giornata assolutamente normale, senza ricorrenze, programmi speciali o avvenimenti che facessero pensare a un cambiamento importante. Eppure, proprio quel pomeriggio qualunque, ho incontrato una passione che negli anni mi avrebbe aiutata ad affrontare lo stress e a ritagliarmi uno spazio personale. All’epoca facevo la praticante legale e trascorrevo parecchio tempo tra il tribunale, le cancellerie e le incombenze che mi affidava il mio dominus. Quel giorno avevo terminato il lavoro prima del previsto. Probabilmente avrei potuto tornare subito a casa o dedicarmi a qualche altra commissione, ma mi sono trovata davanti a una libreria e ho deciso di entrare.
Non stavo cercando un libro preciso. Non avevo annotato titoli da acquistare e non sentivo nemmeno il bisogno di portare a casa qualcosa. Volevo soltanto curiosare tra gli scaffali, come si fa quando si dispone improvvisamente di un po’ di tempo libero e non si ha fretta di riempirlo con un impegno.
Su un banchetto ho notato un libro da colorare a tema giapponese. Era lì da solo e ha attirato immediatamente la mia attenzione. Non ricordo ogni particolare della copertina, ma ricordo bene la sensazione provata nel guardarlo: mi piaceva e desideravo averlo. La cosa potrebbe sembrare normale, ma per me non lo era affatto.
Quel color book ha rappresentato una delle rare eccezioni. Non ho passato ore a chiedermi se fosse davvero necessario, se ne avrei trovato uno più bello altrove o se avrei finito per lasciarlo inutilizzato. Mi ha colpita e l’ho comprato. Un gesto rapido, quasi estraneo al mio carattere, che ancora oggi ricordo proprio perché non mi somigliava.
Dopo essere uscita dalla libreria, ho attraversato la strada e sono entrata in una cartoleria per acquistare le matite colorate. A quel punto non avevo ancora idea di quanto spazio avrebbe occupato il colore nella mia vita. Stavo semplicemente completando un acquisto nato pochi minuti prima, seguendo una curiosità che chiedeva di essere assecondata.
Non ricordo di aver pensato che quel passatempo mi avrebbe cambiata. Nessuno, mentre compra un libro e una scatola di matite, immagina necessariamente di trovarsi all’inizio di qualcosa di duraturo. Alcune passioni arrivano senza presentarsi e si fanno conoscere poco alla volta, attraverso il piacere di un gesto che si desidera ripetere.
Colorare mi ha offerto una forma di concentrazione diversa da quella richiesta dal lavoro. Tra pratiche, documenti e scadenze, l’attenzione serviva a evitare errori e rispettare responsabilità precise. Davanti a una figura da riempire, invece, potevo scegliere liberamente una tonalità, cambiare abbinamento e procedere seguendo il mio gusto. Le mani erano impegnate, mentre la mente trovava finalmente un ritmo meno affollato.
Quel libro non ha risolto ogni problema e non ha trasformato la mia esistenza in una favola. Il mio handicap è rimasto, insieme alle difficoltà reali che comportava e che comporta ancora. Sarebbe falso raccontare il colore come una cura miracolosa o attribuirgli poteri che non possiede. Una passione non cancella gli ostacoli, non modifica il corpo e non rende improvvisamente semplice ciò che semplice non è mai stato.
Mi ha dato, però, qualcosa di concreto: un’attività capace di assorbirmi, rilassarmi e alleggerire almeno in parte la tensione. Quando coloravo, potevo spostare l’attenzione dalle preoccupazioni alla scelta delle sfumature, dai pensieri insistenti ai piccoli dettagli di un’immagine. Non fuggivo dalla realtà, ma trovavo un modo più gentile per restarci dentro.
Con il passare del tempo, il colore è diventato molto più di un passatempo occasionale. Ho continuato a sperimentare, prima manualmente e poi anche attraverso gli strumenti digitali. Ho scoperto tecniche, materiali e possibilità creative che quel primo acquisto non lasciava ancora immaginare. Tutto è cominciato, però, con quel volume dedicato al Giappone, trovato per caso dopo una mattinata trascorsa in tribunale.
Ripensandoci, mi colpisce il contrasto tra la semplicità del momento e ciò che ne è seguito. Non avevo organizzato quella visita in libreria e non cercavo una nuova passione. Avevo soltanto concluso in anticipo alcune faccende e deciso di concedermi un giro tra i libri. Una scelta minima ha aperto una strada che continuo a percorrere ancora oggi.
Forse ricordiamo alcuni giorni non per ciò che è accaduto all’esterno, ma per quello che hanno messo in movimento dentro di noi. Quella giornata non mi ha resa una persona diversa da un momento all’altro. Mi ha consegnato un interesse, uno strumento contro lo stress e una parte di me che non conoscevo ancora.
Ogni volta che prendo in mano delle matite o apro un disegno sullo schermo, torno idealmente davanti a quel banchetto. Rivedo una praticante legale uscita prima dal tribunale, entrata in libreria senza voler comprare nulla e uscita poco dopo con l’inizio inconsapevole di una lunga storia fatta di immagini, sfumature e tempo dedicato a sé stessa.


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