martedì 14 luglio 2026

Philip MacDonald - Una moglie premurosa

   


Carl Borden uscì dalla libreria Seaman nell’accecante bagliore del piccolo corso di El Morro Beach. Si guardò attorno per vedere se c’era la moglie e, non vedendola, si avviò verso il bar Eagles ed entrò. Era un uomo ben messo, l’aspetto vagamente da vagabondo, i capelli biondi disordinati, un volto insignificante nobilitato però dagli occhi grandi, azzurri e incredibilmente vivaci. Era uno scrittore di un certo talento, a detta di molti critici, ma i suoi libri si vendevano poco.
Si mise a sedere su uno sgabello e salutò con un cenno del capo il signor Dockweiler, attualmente agente immobiliare, un tempo mediocre attore di Hollywood; Dariev, l’artista russo che disegnava murales e poi un paio di altre persone. Non abbozzò l’ombra di un sorriso, neppure alla volta del barista a cui ordinò una birra e Dockweiler disse al vecchio Parry, seduto al suo fianco: — Guarda quel Borden... chissà che diavolo...
Il barista, da sempre chiamato Hiho per dei motivi che ormai nessuno più ricordava, depose la bibita davanti a Carl, lo guardò e disse: — Allora, signor Borden, come va?
L’interpellato rispose: — Bene, direi... grazie, Hiho... — Si concesse una lunga sorsata dal bicchiere ghiacciato.
Hiho riprese: — E come sta la signora Borden. Bene?
— Benissimo! — rispose Carl, dopodiché aggiunse: — Benissimo! — Mise una banconota da un dollaro sul bancone, Hiho la prese e tornò dietro il registratore di cassa.
Carl appoggiò i gomiti sul banco e lasciò cadere il viso fra le mani; poi si ricompose subito mentre Hiho tornava con il resto. Lo scrittore se lo mise in tasca, trangugiò il resto della birra, si alzò, fece un cenno di commiato al barista senza aprir bocca e uscì nuovamente in strada.
Sua moglie aspettava accanto alla macchina con le braccia piene di pacchetti. Lui disse: — Salve, Annette... arrivo! — e accelerò il passo.
La donna gli sorrise. Dotata di un fisico snello e di un bel portamento, appariva scattante e dinamica come sempre. Bionda, sulla trentina, era sposata con Carl da nove anni. Da tutti quelli che non li conoscevano bene, erano considerati una “coppia
ideale”. Ma ultimamente i pochi amici più intimi cominciavano a dubitarne.
Carl aprì la portiera dell’auto, prese i pacchetti dalle braccia di Annette e li sistemò nel bagagliaio. La moglie disse: — Grazie, Carlo — e si accomodò accanto a lui che si era messo al volante. Poi aggiunse: — Per favore, passiamo da Beatons. Ho lasciato un pacco che era troppo ingombrante da portar via subito.
Lui imboccò Las Ondas Road e parcheggiò contromano all’esterno di un piccolo edificio circondato da una recinzione bianca sormontata dalla scritta Beaton And Son – tutto per il giardinaggio.
Entrò e la commessa gli porse un gigantesco sacchetto di carta, pieno di merce. Lui lo prese – il fondo cedette e una miscellanea di oggetti rovinò a terra.
Carl imprecò sottovoce e la ragazza esclamò “Oh, mi dispiace” e si precipitò ad aiutarlo. Lui cominciò a mettere gli oggetti che aveva salvato sul bancone. Poi, chinatosi, recuperò un opuscolo intitolato Manuale per la coltivazione delle rose e una scatola etichettata Pesticida con la raffigurazione di un teschio e due ossa incrociate.
Nel frattempo la ragazza aveva recuperato il resto. Continuando a sciorinare una marea di scuse, sistemò il tutto in due sacchetti nuovi. Carl se li sistemò uno per braccio, uscì di nuovo nella strada soleggiata e vide il dottor Wingate che si stava avvicinando alla macchina. — Salve, Tom! — esclamò e fece il suo primo sorriso della giornata mentre l’altro si girava e ricambiava il saluto.
Wingate era un uomo sui quarantacinque anni, sempre vestito con una certa ricercatezza. Vedendo Annette, il medico si tolse il cappello e salutò anche lei, forse con fare un po’ troppo formale. Aprì la portiera a Carl e per un attimo lo sguardo divenne acutamente professionale. Disse: — Come sta andando il libro? — Dopo una certa esitazione Carl rispose: — Bene! Non ancora a pieno ritmo, naturalmente... ma sono fiducioso.
— Allora... — commentò Wingate — dacci dentro. Altrimenti sarebbe un vero peccato.
Carl fece spallucce mentre Annette, con aria impaziente, sbottò: — Dobbiamo sbrigarci a tornare a casa, Carlo — e lui salì in macchina, mise in moto e fece un cenno di commiato alla volta dell’amico.
Attraversò di nuovo la città, poi si addentrò fra le colline e in cinque minuti arrivò alla stradina rapida e scoscesa che conduceva a casa sua, isolata su un cucuzzolo, una costruzione di alquante pretese: vialetti di ghiaia, alti alberi sul retro e davanti un prato circondato da un’aiuola di rose. Vicino al prato c’era un altro sentierino, dai cui lati sbucavano ciuffi di ortiche e altre erbacce che portava fino al garage.
Mentre lo scrittore fermava l’auto, un enorme cane sbucò da dietro la casa e corse verso di loro. Annette uscì per prima, guardò animale, disse “Salve” e protese la mano come se volesse accarezzarlo.
Il cane si ritrasse e rimase a fissarla con aria di sfida. Era uno Schnauzer gigante chiamato G.B. in quanto qualcosa nel muso quadrato e negli occhi sarcastici avevano ricordato a Carl il grande Shaw.
Annette lo guardò di nuovo dopodiché, scuotendo lievemente il capo e rivolgendosi al marito disse con una certa acrimonia: — Chissà perché il cane mi guarda a quel modo!
Carl stava uscendo dalla macchina. — In quale modo? — disse e subito la bestia fu addosso a lui, scodinzolando furiosamente, la bocca spalancata in un una smorfia che voleva essere un sorriso.
— Ciao, G.B.! — e subito la bestia si alzò sulle gambe posteriori, gli mise le zampe anteriori sulle spalle e cercò di leccargli la faccia. La sua testa era quasi al livello di quella di Carl.
Annette commentò: — Davvero strano... sembra che ultimamente non gli vada proprio a genio. — Aveva l’espressione accigliata.
Carl obiettò: — Si tratta soltanto della tua immaginazione. — Il cane si rimise sulle quattro zampe e si allontanò mentre la coppia cominciava a vuotare il bagagliaio.
I pacchetti vennero portati in cucina e lì Annette cominciò a riporre i suoi acquisti. Carl la seguiva con lo sguardo. I grandi occhi azzurri avevano una luce preoccupata, come quelli di un bambino che capisce di essere in pericolo per qualche motivo che ancora non riesce a capire.
Annette stava dirigendosi verso il freezer e lui era sulla traiettoria. Spingendolo con un dito, la moglie gli gridò: — Muoviti! Sei troppo ingombrante per questa cucina!
Ma lui la circondò con quelle sue lunghe braccia e l’attirò a sé. — Annette! Che cosa ti prende, tesoro! Che cos’hai? Che cosa ti ho fatto?
Lei respinse l’abbraccio ma il marito rafforzò la pressione, se la portò ancora più vicino e seppellì il volto nel collo fresco e sodo.
— Carl! — esclamò Annette con palese stupore.
Lui continuò a parlarle, sempre con la bocca contro il suo collo. Si sarebbe detto che nella sua voce ci fossero tracce di lacrime. Disse: — Non dirmi che c’è qualcosa che non va! Dimmi soltanto di che cosa si tratta! Dimmi che cosa ho fatto! Ormai sono settimane che... forse mesi. Da quando sei tornata da quel viaggio. Sei... sei diversa...
La moglie rimase immobile, limitandosi a dire sottovoce: — Ma, Carlo – questo è quanto pensavo sul tuo conto.
Lo scrittore alzò la testa, la guardò e poi disse: — È come se... se sospettassi di me. E io non so a che proposito!
Annette aggrottò la fronte. — Io... — disse — io... — tacque per un lungo istante, poi proseguì: — Sai che cosa penso? Penso che siamo proprio due stupidi. — La tensione stava svanendo dal volto che, a poco a poco, andava riprendendo colore.
— Due stupidi! — ripeté. — Due persone che non sono più così giovani come una volta. Persone che non frequentano abbastanza altra gente – e cominciano a diventare visionarie...
La donna s’interruppe mentre dalla finestra aperta arrivava il rumore di un’auto che, vecchia e male in arnese, stava risalendo la collina. Disse: — Ah! — mise le mani sulle spalle di Carl e lo baciò all’angolo della bocca. Poi aggiunse: — È arrivata la posta... ci penso io! — e uscì velocemente dalla porta di servizio.
Carl non accennò neppure a seguirla. Annette era sempre stata molto gelosa della sua corrispondenza e sembrava diventarlo ancora di più con il passare del tempo. Così rimase dov’era, le ampie spalle leggermente ricurve, il sorriso che svaniva dal
volto. Scosse il capo, tirò un profondo sospiro e, attraverso l’ampio soggiorno, passò nello studio, si mise a sedere davanti alla macchina da scrivere, rimase a fissarla per alcuni minuti, poi cominciò a lavorare – dapprima con lentezza poi con una ispirata, crescente frenesia...
Stava imbrunendo e aveva già acceso la lampada da tavolo quando alle sue spalle avvertì un leggero rumore. Si costrinse a tornare nel mondo da cui si era estraniato, si voltò nella sedia e vide la moglie sulla soglia. Aveva il fisico asciutto di una adolescente, con quella tuta da giardinaggio. Il volto era rimasto in ombra. Forse sorrideva. Disse: — Non intendevo interromperti, Carlo... volevo solo sapere per la cena.
Lo scrittore si alzò e protese le braccia. — Quando vuoi — rispose e poi, mentre la moglie si accingeva a lasciare la stanza, aggiunse: — Aspetta un attimo!
Si avvicinò, la prese per le spalle e abbassò lo sguardo su di lei. Per un attimo la donna rimase rigida, poi all’improvviso gli buttò le braccia al collo, premette il corpo morbido contro di lui e alzò il volto.
Fu un bacio lungo e appassionato, interrotto soltanto da ostinati battiti sulla vetrata.
Con uno scatto Annette si ritrasse dalle braccia del marito e nella sua lingua mormorò qualcosa del tipo “Quell’idiota di un cane...” e uscì precipitosamente tirandosi dietro la porta.
Ad eccezione della macchia di luce sulla scrivania, la stanza adesso era molto buia e, dopo un attimo, Carl accese la lampada del soffitto. Lentamente si avvicinò alla vetrata, l’aprì e fece entrare il grosso cane.
La bestia gli si avvicinò, il muso all’altezza della sua cintola, lui lo accarezzò e gli tirò delicatamente le orecchie. Poi chiuse la vetrata, uscì dallo studio e salì in camera sua al piano di sopra, sempre con l’animale che gli trotterellava dietro. Fece una doccia, si cambiò gli abiti e, quando ebbe terminato, si accorse che la moglie era ancora nella sua stanza. — Vieni, G.B. — disse, ridiscese al piano di sotto e uscì. Mise la macchina in garage, lo chiuse, ed era ancora fuori quando Annette lo chiamò per annunciargli che la cena era pronta.
Si trattava, come nel caso di tutte le cene di Annette, di una vera e propria opera d’arte – e fu resa ancora più piacevole in quanto, per tutta la durata della medesima, la giovane donna sembrava tornata quella di una volta. Brillante, loquace, sorridente – anche se il cane si era piazzato proprio sulla traiettoria della cucina, lei aveva evitato qualsiasi recriminazione, limitandosi ad aggirarlo.
Come al solito, presero il caffè in soggiorno. Dopo la seconda tazzina, Carl si alzò e si stirò. Fece schioccare le dita alla volta di G.B. che subito si appostò con fare di aspettativa davanti alla porta. Stava per dire qualcosa alla moglie quando questa lo fissò con un’espressione improvvisamente preoccupata e disse: — Carlo... non hai proprio una bella cera... lavori troppo! Forse stasera sarebbe meglio che non uscissi...
Ma Carl la tranquillizzò. — Sto benissimo — disse, la baciò sulla fronte, raggiunse la porta e uscì.
Fischiettando e con G.B. che ballonzolava davanti a lui, scese la stradina privata e imboccò le dolci curve di Paseo Street. Aveva percorso meno di duecento metri quando cominciò a barcollare. Avanzò comunque di qualche passo, dopodiché fu costretto a fermarsi. Portandosi una mano alla fronte, si accorse che era copiosamente
sudata. Si spostò sul ciglio della strada, e si mise a sedere sull’erba e nascose la faccia fra le mani. Dall’oscurità emerse una grossa massa nera che lo sfiorò con il nasone umido. Lo scrittore farfugliò qualcosa, si tolse le mani dal viso, se le portò allo stomaco, abbassò la testa fra le ginocchia e cominciò a vomitare...
Il vecchio Parry se ne stava seduto in soggiorno, un libro sulle ginocchia, un bicchiere sul tavolinetto accanto. Sentì un rumore proveniente dalla porta della veranda, poi una serie di latrati imperiosi. Si alzò e andò ad aprire. Chinandosi esclamò: — Quale onore, signor Shaw! — ma subito dovette frenare la risatina accorgendosi che il bestione gli aveva preso fra i denti i lembi della giacca e cominciava a spingerlo con gentile ma imperiosa urgenza.
— È successo qualcosa, amico? — domandò Parry — imboccando la direzione che gli veniva indicata, e dopo un attimo trovò il padrone dell’animale.
Adesso Carl, che aveva smesso di vomitare, si era seduto in posizione più eretta, ma continuava a tremare ed era estremamente debole. Rispondendo alle incalzanti domande di Parry, farfugliò: — ... adesso sto bene... mi dispiace... davvero... ho soltanto lo stomaco fuori posto... — Cercò di mettersi a ridere: ne venne fuori un suono che aveva del macabro. — Non sono ubriaco — precisò. — Fra un attimo mi sarò completamente ripreso — non preoccuparti...
Ma Parry non si stava preoccupando a vanvera: sul viso di Carl aveva subito notato un pallore verdastro che lo copriva come una pellicola oleosa. In qualche modo riuscì a riportare lo scrittore in posizione eretta, sotto l’attento occhio giallognolo dello Schnauzer, lo pilotò a casa sua e lo adagiò alla meglio su un divano.
— Grazie — mormorò Carl. — Grazie... sto bene... — Si appoggiò ai cuscini e chiuse gli occhi.
— Solo un istante — disse il vecchio Parry prima di raggiungere l’anticamera e parlare con qualcuno al telefono. Dopo un quarto d’ora un automezzo si fermò davanti all’ingresso della villetta e sulla soglia apparve il dottor Thomas Wingate, già con la valigetta in mano.
Carl protestò. Si sentiva molto meglio e ormai il volto era pallido di un pallore normale. Provava una grande vergogna. Benché riconoscente nei confronti del vecchio Parry, era comunque infastidito per tutto quello scalpore. Si mise a sedere compostamente e, con G.B. ai suoi piedi, disse con fermezza: — Stammi a sentire, adesso sto proprio bene! Probabilmente si è trattato solamente di una piccola colica. — Fece scorrere lo sguardo dal padrone di casa al medico. — Davvero gentile da parte tua disturbarsi tanto, Parry. E grazie per esserti scomodato, Tom. Ma...
— Ma un corno! — sbottò Wingate che si mise a sedere accanto a lui, gli prese il polso e cominciò a controllare le pulsazioni. — Che cosa hai mangiato?
Carl fece una smorfia. — Una cenetta con i fiocchi — rispose e poi: — Oh, ma avevo pranzato fuori, forse è stato questo! Annette e io siamo andati all’Hickory Nut e io mi sono fatto una doppia porzione di patatine fritte! Penso di aver esagerato, Tom!
Wingate gli lasciò andare il polso. — Potrebbe darsi — commentò. Diede di nuovo un’occhiata al volto di Carl e si alzò. — Comunque non hai certo una buona cera. — E rivolgendosi a Parry aggiunse: — Per il momento mi limiterò a riaccompagnarlo a casa.
Anche Carl si alzò. Ringraziò di nuovo Parry e seguì Wingate alla macchina. Sistemarono G.B. sul sedile posteriore e lui si accucciò immediatamente dietro al padrone, soffiandogli dietro al collo con fare di protezione.
Quando raggiunsero la biforcazione che portava alla villa dello scrittore, il dottor Wingate, il quale stava procedendo quasi a passo d’uomo, sbottò: — Stammi a sentire, ti conosco abbastanza bene – non solo come paziente – e ti dico che questo – diciamo “attacco” – è probabile che non sia stata affatto causato da del cibo avariato. O comunque questo è stato solo un fattore aggiuntivo. In altre parole, amico, è quasi certo che l’origine sia da far risalire a un problema di nervi. — Una volta raggiunto il vialetto d’accesso, il medico fermò la macchina ma non accennò a uscire. Guardando il volto dello scrittore nella penombra, disse: — Come medico, Carl, posso chiederti se hai avuto delle preoccupazioni ultimamente? — Breve pausa, ma Carl non rispose. — Sono almeno due settimane che non sembri nemmeno più la stessa persona...
Carl aprì la portiera dalla sua parte. — Non capisco proprio dove vorresti arrivare — sbottò con una punta di risentimento.
Mentre usciva dalla macchina, la porta d’ingresso della villa si aprì, Annette uscì sulla veranda, scorse la macchina ferma e domandò: — Chi c’è? — La voce era palesemente alterata.
— Sono io, cara — rispose Carl. — Tom Wingate mi ha accompagnato a casa. — Aprì l’altra portiera. G.B. schizzò fuori e poi accompagnò il suo padrone e Wingate su per i gradini della veranda.
Mentre entravano, Annette si era ritirata oltre la soglia. Aveva il volto nell’ombra, ma sembrava pallida. Ricambiò il saluto formale del dottor Wingate con l’abbozzo di un inchino mentre Carl appariva decisamente a disagio. Lo scrittore cercò d’impedire a Wingate di riferire che cos’era accaduto, ma non ci riuscì. Così Annette venne a conoscenza di tutta la storia, corredata da ogni particolare – e le vennero pure impartite istruzioni specifiche.
La donna, palesemente sconvolta, disse che anche lei aveva avuto l’impressione che il marito non stesse troppo bene dopo cena e che lo aveva pregato di non uscire. Fu estremamente gentile nei confronti del dottor Wingate, ripeté con diligenza le istruzioni ricevute e più volte volle essere rassicurata che quell’attacco non era stato nulla di serio. Ma dietro tutto ciò trapelava una palese freddezza. Solo quando, poco dopo, Wingate se ne fu andato, si lasciò andare. Con tenerezza accompagnò il marito al piano di sopra, lo spogliò, cominciò a coccolarlo. E quando lo ebbe messo a letto, lo baciò con la tenerezza di un tempo.
— Carlo, mon pauvre! — sussurrò dolcemente e poi: — Temo di non essere stata gentile con il dottore, cheri. Ma... eh bien, sai che quella persona non mi va proprio a genio.
Lui le diede un buffetto sulla spalla, si baciarono di nuovo e poi si addormentò subito.
Dieci giorni dopo i dolori tornarono, sempre alla sera, ma stavolta era più tardi. Si trovava nello studio a lavorare. Era l’una passata e Annette si era coricata prima di mezzanotte.
E furono decisamente peggiori, quasi insopportabili. Iniziarono con lancinanti
crampi all’altezza delle cosce e, quando lo scrittore fece per alzarsi alla ricerca di sollievo, fu attanagliato da un terribile bruciore alla bocca dello stomaco, poi fu pervaso da una grande debolezza e si lasciò cadere contro lo schienale. Gocce di sudore gelato gli imperlavano il collo e la testa. Cominciò ad avvertire conati di vomito. Con la forza della disperazione, sistemò la poltrona girevole in modo che il capo ciondolante venisse a trovarsi sul capiente cestino metallico per la cartastraccia. Vomitò a lungo, un’apparente eternità...
Finalmente, almeno momentaneamente, le convulsioni cessarono. Cercò di sollevare il capo e tutto nella camera prese a roteargli davanti agli occhi. All’esterno G.B. grattava contro la porta a vetri, mentre un lamento preoccupato gli usciva dalla gola. Carl si passò le dita davanti alla bocca e le ritrasse sporche di sangue. Appoggiò la testa sul ripiano della scrivania, con uno sforzo tremendo cercò di raggiungere il telefono e tirarlo verso di lui...
Esattamente dieci minuti dopo una vettura si fermò nel vialetto con grande stridore di freni – il dottor Wingate uscì a catapulta e si precipitò su per i gradini. L’ingresso principale non era chiuso a chiave e lui stava già attraversando il soggiorno quando Annette comparve in cima alle scale. Indossava una lunga camicia da notte e si stava impegnando a infilare le braccia nella vestaglia. — Che cosa succede? — domandò in tono acuto.
Wingate non si prese neppure la briga di risponderle e chiese: — Dov’è suo marito? — e poi, avvertendo un rumore proveniente dallo studio, si precipitò da quella parte.
Carl, carponi vicino alla porta del bagno, alzò una faccia spettrale verso Wingate e fece per parlare. La stanza era sottosopra e accanto al padrone c’era G.B. il quale, chissà come, era riuscito a sgattaiolare attraverso la congiunzione della vetrata.
Carl cercò di alzarsi in piedi ma non ci riuscì. — Non sforzarti — gli ordinò il medico facendo in modo di sistemarlo su un divano e cominciando subito la visita. Annette entrò nella stanza e si sistemò alle sue spalle. Aveva i capelli raccolti in una severa treccia e la pelle del viso era lucida a causa della maschera da notte. Aveva gli occhi innaturalmente grandi, le pupille dilatate. Uno strano rumore – forse un urlo strozzato sul nascere – era uscito dalla sua bocca ma adesso sembrava aver ripreso un controllo totale della sua persona, sebbene le tremassero le mani. Fece per parlare ma Wingate la zittì quasi brutalmente.
— Acqua bollente — ordinò. — Asciugamani. Un bicchiere.
La donna uscì dalla stanza e subito dopo tornò con l’occorrente richiesto dal medico; poi rimase ad aiutarlo mentre lui si prodigava per oltre un’ora.
Alle tre, sebbene debolissimo e di un pallore spettrale, Carl era tornato se stesso e se ne stava compostamente adagiato nel suo letto. Con palese gratitudine, sorrise a Wingate, che stava richiudendo la borsa.
— Grazie, Tom... — disse — mi rincresce averti causato tanto disturbo.
— Adesso è tutto a posto — Wingate gli ricambiò il sorriso con gli occhi stanchi, prima di rivolgersi ad Annette.
— Se ne torni a letto, signora Borden — disse. — Suo marito si addormenterà presto. È assolutamente esausto. — Si accostò alla porta poi si bloccò, le dita già sulla maniglia. — Passerò domattina alle otto e trenta. Se vuole qualcosa – non gli dia
niente.
Annette fece per avvicinarsi ma lui la bloccò. — Non si preoccupi — conosco la strada — disse.
A passi lenti Annette tornò verso il letto, si fermò al capezzale e fissò il volto del marito. La maschera di bellezza si era crepata formando delle chiazze lucenti che si alternavano a punti secchi in cui la pelle appariva di color grigiastro.
Carl stese il braccio e le prese una mano dicendo: — Ti ho spaventata, cara? Oh, mi rincresce talmente!
Con una certa rigidità, la donna si chinò sopra di lui e lo baciò. — Cerca di dormire — gli disse. — Domani ti sentirai in perfetta forma...
E difatti così fu, a parte un fastidioso senso di spossatezza e un persistente dolore al livello dello stomaco. Si era appena svegliato quando Wingate era arrivato alle otto e mezza, come aveva preannunciato, ed era ripiombato ancora nel sonno nell’istante stesso in cui se n’era andato, cinque minuti dopo.
A mezzogiorno, come un bambino che vuole stupire i genitori, si alzò, si lavò e si vestì. Quando ebbe finito si sentiva alquanto stanco, ma meno di quanto non si fosse aspettato. Senza far rumore aprì la porta e, sempre senza far rumore, scese al piano di sotto. Stava raggiungendo lo studio quando Annette ne uscì, con secchio e spazzolone e i consueti abiti da casa. Sotto il fazzoletto sgargiante che portava legato alla testa, il volto appariva stranamente sottile e spigoloso.
Vedendoselo davanti, non riuscì a trattenere un gridolino di sorpresa. — Carlo, non dovresti essere alzato! — esclamò. — Avresti dovuto chiamarmi!
Lui le sorrise con tenerezza e le schioccò un bacio sulla guancia. — Sto bene — dichiarò. — Un po’ di male alla bocca delle stomaco – ma non è nulla. — Le fece scivolare il braccio attorno alla vita e assieme entrarono nello studio. Lei lo stava facendo accomodare nella poltrona dietro la scrivania quando il telefono squillò.
Carl sollevò il ricevitore e disse: — Pronto? ... Oh, salve, Tom...
— Così ti sei alzato, eh? — disse la voce del medico dall’altra parte del filo. — Come ti senti?
— Bene — rispose Carl. — E affamato...
— Hai già mangiato? — domandò allarmato il dottore.
— No. Ma vorrei...
— Bene. Non lo fare. Se non dopo avermi visto. Voglio sottoporti a un paio di esami a stomaco vuoto. Puoi passare qui allo studio? Sarebbe meglio. O preferisci che venga io? — Adesso la voce del medico era più pacata, anzi addirittura più pacata del solito.
— Certo che posso venire da te. Quando?
— Subito. Ti aspetto.
Carl riattaccò. Guardò sua moglie e abbozzò un sorriso. — Non posso ancora mangiare — annunciò. — Prima Tom Wingate vuole visitarmi. — Appoggiò le mani sui braccioli della poltrona e si alzò in piedi.
— Ti accompagnerò io con la macchina — disse Annette.
— Non ti preoccupare! — la tranquillizzò Carl. — E poi so come ti irrita interrompere a metà i lavori di casa. — Le diede un buffetto sulla spalla. — E comunque mi sento benissimo, tesoro. Davvero! Non credi che ho già causato
abbastanza disturbo?
— Oh, Carlo, non fare lo sciocco! — Il volto della donna era pallidissimo e dal fremito della bocca si sarebbe detto che fosse sul punto di scoppiare a piangere.
Carl le mise un braccio attorno alle spalle. — Dovresti riposare un po’ tesoro — disse.
— Sto benissimo — lo zittì la moglie. — Non sono assolutamente stanca. — Poi, con uno sforzo, riuscì a sorridere. — O forse sì — si contraddisse. — Ma non pensare a me. Va’ piuttosto dal tuo dottor Wingate...
Annette lo scortò alla porta e lo salutò con un bacio.
— Riguardati, Carlo — disse. — E torna presto.
Mentre lo scrittore entrava in garage, G.B. arrivò caracollando e, nel momento stesso in cui Carl aprì la portiera della macchina, si sistemò con un balzo sul sedile posteriore, la lingua a penzoloni.
Carl scoppiò a ridere ma dovette trattenersi perché ciò acuiva il dolore allo stomaco. — Sei proprio un ficcanaso, amico — scherzò prima di mettersi al volante e fare marcia indietro.
Pur guidando lentamente, dopo pochi minuti si ritrovò a parcheggiare davanti allo studio del dottor Wingate. Lasciò G.B. a custodia dell’auto e raggiunse l’ingresso posteriore, riservato a pochi intimi.
Wingate era seduto alla scrivania, la luce alle spalle, ragion per cui lo scrittore non riusciva a vederlo bene in faccia, ma sembrava più vecchio del solito, e stanco. Persino la barbetta ispida sembrava più grigia. Fece cenno a Carl di accomodarsi, poi gli si avvicinò, gli tastò il polso, gli disse di tirar fuori la lingua e cominciò a scrutarla con attenzione. Carl fece una smorfia. — Dannatamente professionale stamattina — commentò.
Ma Wingate sembrò non cogliere la battuta. Si rimise a sedere sulla poltroncina girevole, fissò l’amico e disse: — Ieri sera stavi proprio male, amico mio — e dopo che Carl lo ebbe interrotto con uno scherzoso “Sembrava proprio anche a me!”, aggiunse serissimo. — Ritieniti fortunato a non averci lasciato le penne.
Sul volto di Carl comparve una smorfia.
Era rimasto di stucco. — Che cosa?
— Hai sentito che cosa ho detto. — Wingate aveva preso a giocherellare con una matita e teneva gli occhi abbassati. Poi aggiunse: — A proposito, qui c’è qualcosa di tuo — e additò con la matita un voluminoso pacchetto cilindrico, approssimativamente avvolto in una carta scura. — Te lo vuoi portare via?
Carl sembrò sconcertato. — Che cosa...? — Proprio non gli riusciva di capire. — A cosa ti riferisci?
— Questo è il tuo cestino delle cartastraccia. — Wingate non aveva ancora alzato gli occhi dalla matita. — Quello dello studio. Ieri sera me lo sono portato via.
— Perché?... Oh, immagino non per svuotarlo. — Carl aveva la faccia in fiamme. — Insomma, dove vuoi andare a parare, Tom?
Wingate alzò lo sguardo e si concesse un lungo sospiro. Poi, quasi sottovoce, disse: — Lo scoprirai molto presto. Dove hai mangiato ieri?
— A casa, naturalmente... perché?
— Sta’ calmo un attimo. Così hai mangiato a casa? Che cosa hai ingerito per
ultimo? Probabilmente verso mezzanotte.
— Nulla... però, aspetta un attimo, me n’ero dimenticato. Una tazza di zuppa. Zuppa di cipolle, una specialità di Annette. Me l’ha portata prima di andare a letto. Ma non è possibile che...
— Aspetta! Così hai sorbito la zuppa verso le dodici. E all’incirca un’ora dopo hai cominciato ad avvertire crampi alle gambe e allo stomaco, debolezza, nausea e dolore agli intestini. E hai vomitato copiosamente. Gran parte di questo vomito è finito nel cestino della cartastraccia. E dall’analisi che ho fatto eseguire risulta chiaramente che devi aver inghiottito almeno un granulo o due di arsenico...
Seguì un silenzio carico di tensione. Poi il medico si piazzò davanti a Carl, il quale era a sua volta scattato in piedi, gli mise un braccio sulla spalla e lo costrinse a rimettersi a sedere. — Adesso datti una calmata!
Carl, sempre più pallido, obbedì, si passò una mano tremante sulla fronte e cercò di sorridere. — Me la sono vista brutta, non è vero? — sussurrò. — Un granulo o due, esatto? Neanche poco.
— Una dose che avrebbe potuto risultare fatale — commentò Wingate. — E forse non è la prima volta.
Carl domandò: — Dove diavolo pensi che lo abbia rimediato? — Non stava guardando Wingate, ma oltre la sua persona. — In qualche verdura o roba simile. Adesso stanno calcando un po’ troppo la mano con quegli insetticidi, non ti pare?
— Non in quella misura — Wingate si rimise a sua volta a sedere. — E dieci giorni fa ti è capitata una crisi analoga. Dello stesso tipo ma non così violenta. — La voce del medico era assolutamente piatta. — E avevi mangiato a casa, entrambe le volte.
Carl schizzò ancora dalla sedia, la faccia in fiamme, gli occhi minacciosi.
— Per l’amor del Cielo — gridò. — Sei uscito di senno? A cosa alludi?
— Non sto alludendo a nulla. — La voce di Wingate era ancora priva di tono. — Sto affermando qualcosa. Durante gli ultimi dieci giorni sei stato avvelenato due volte con l’arsenico. La seconda volta senza ombra di dubbio, ne ho avute le prove.
Carl si rimise di nuovo a sedere, fece per dire qualcosa ma dalla bocca uscì soltanto un grugnito senza senso. Wingate proseguì: — Non mi sto divertendo proprio a dirti queste cose, amico ma devi guardare in faccia alla realtà. Qualcuno ti sta somministrando dell’arsenico. Le probabilità che si tratti di episodi casuali sono di due milioni a uno.
Carl strinse i braccioli della poltroncina fino a sbiancarsi le nocche. Poi disse con voce roca. — Se non ti conoscessi così bene, ti spezzerei l’osso del collo! — Il tono della voce era palesemente alterato. — Non capisci che dev’essere stato tutto un allucinante, terribile equivoco! Non capisci che quello che hai in mente è assolutamente impossibile! — Si arrestò di colpo, ansimando, come se avesse corso.
Wingate non si scompose e riprese a parlare come se Carl non lo avesse mai interrotto.
— Non è difficile procurarsi dell’arsenico — spiegò. — Soprattutto per chi si dedica al giardinaggio – lo si ritrova nei diserbanti, nei pesticidi, nei prodotti contro i pidocchi che infestano le rose...
— Va’ al diavolo! — Carl diede un pugno al bracciolo della poltrona. — In effetti
in casa c’è un diserbante, ma sono stato io a dirle di acquistarlo!
Si alzò in piedi e troneggiò sopra Wingate. — Adesso me ne vado e non tornerò mai più. Non credo che tu stia mentendo per quanto riguarda l’arsenico, ma so che ti stai sbagliando in modo macroscopico su come sia finito nella mia pancia... mai avrei pensato che un uomo della tua levatura potesse prendere un simile abbaglio!
Wingate non batté ciglio mentre lo scrittore si avvicinava alla porta e usciva dalla stanza. Quando risalì in macchina era pallidissimo e a corto di fiato. G.B. cominciò a leccargli un orecchio e alcune signore che passavano con la spesa si fermarono per seguire con curiosità la scenetta.
Irritato, Carl mise immediatamente in moto, puntando verso casa. Annette sentì il rumore del motore, corse alla porta e, mentre lui saliva i gradini, gli domandò di getto: — Che cosa ti ha detto, Carlo? Ha capito che cosa ti è successo? — Aveva gli occhi cerchiati da profonde occhiaie.
Carl la fissò a lungo, poi scosse il capo e si lasciò cadere in poltrona. — No... non credo che sia venuto a capo di niente... Mio Dio, come sono stanco... vieni a darmi un bacio, tesoro.
La donna si appollaiò sul bracciolo, lo baciò e cominciò ad accarezzargli i capelli. Lui non poteva guardarla in faccia mentre parlava.
— Ma, cheri — obiettò — deve pur sospettare qualcosa.
Carl sospirò: — Oh, certo, ha usato un sacco di termini medici — tutti che cominciavano con gastro... ma credo che in realtà non ne sappia molto più di me e cioè che ho un problema di carattere nervoso a carico dello stomaco. — Si appoggiò allo schienale e fissò la moglie negli occhi. — Sai che cosa ti dico? Forse hai ragione sul conto di Tom Wingate. Non di certo come uomo, ma come medico. Credo che, se mi dovesse capitare un altro attacco, sarà meglio che consulti quel nuovo...
Annette balzò in piedi. — Adesso basta parlare di medici — ordinò. — Io so solo che il mio povero maritino se ne sta qui, tutto pallido e debole perché muore di fame! Aspetta solo un attimo, Carlo...
Si precipitò in cucina, e sembrava tornata la donna scattante e dinamica di sempre.
Carl se ne restò dov’era, lo sguardo fisso nel vuoto.
Annette tornò poco dopo con un vassoietto su cui c’era un cucchiaio, un tovagliolo e una zuppiera fumante.
Disse: — Voilà — gli appoggiò il vassoio sulle ginocchia, gli mise il cucchiaio in mano e si ritrasse per contemplare l’opera.
Lui ricambiò l’occhiata senza dir nulla e quando lei disse: — Adesso sbrigati e manda giù la zuppa! — sembrò quasi che non la sentisse.
Poi, all’improvviso, esplose: — Annette, mi ami?
Dopo un attimo di sconcerto, lei rispose: — Ma certo, Carlo!
Poi scoppiò a ridere e aggiunse: — Non fare il bambino! Forza con quella minestra... sta diventando fredda.
Lo scrittore diede un’occhiata al cucchiaio che aveva in mano e rimase sorpreso di trovarcelo lì. Poi fissò la moglie. — Santé — disse, si portò la tazza alla bocca e cominciò a mandar giù abbondanti sorsate...
Quella notte non avvertì alcun dolore.
Trascorse una settimana e ancora niente – una settimana durante la quale non aveva né parlato, né visto, né avuto notizie del dottor Thomas Wingate.
Quella sera erano da poco passate le undici e stava affrontando con G.B. l’ultima rampa di Pasco Street. Dietro di lui la voce del vecchio Parry gli augurò per l’ultima volta la buona notte e lui ricambiò con un cenno della mano. Stava tornando da un giro più lungo del solito, aveva incrociato Parry davanti alla buca delle lettere, e dall’incontro era scaturito un invito ad andare a bere qualcosa a casa di Parry e una lunga chiacchierata sull’argomento preferito da quest’ultimo, e cioè il progressivo avanzamento del genere umano verso la pazzia collettiva.
Lo scrittore raggiunse la stradina che portava alla villa, si preparò ad affrontare la salita e fece un fischio a G.B. che subito si mise a trotterellare al suo fianco.
Aprì la porta d’ingresso un po’ ansimante, fece passare il cane, varcò la soglia, poi esclamò: — Oh, mio Dio!
Rimase immobile per un istante che avrebbe potuto essere un secolo. Annette era riversa sul pavimento, il corpo contorto dagli spasmi. Carl si lasciò cadere in ginocchio accanto alla moglie. Le sollevò la testa e la cullò fra le sue braccia. La donna aveva gli occhi chiusi, la bocca imbrattata e spalancata. Respirava ancora, ma molto debolmente e il polso sembrava quasi inesistente.
In qualche modo lo scrittore riuscì a raggiungere il telefono dello studio. Quasi automaticamente le dita tremanti formarono un numero...
Rispose il dottor Wingate. — Tom! — gli disse in tono concitato. — Tom! Sono Carl. Vieni subito! Presto!
Rimise a posto il ricevitore e passò di nuovo nel soggiorno. Ancora una volta si chinò e ancora una volta prese la moglie fra le braccia...
Era ancora in quella posizione quando arrivò Wingate.
Il medico esaminò la donna e scosse il capo. Aiutò Carl a rialzarsi, lo scortò nello studio, poi gli disse: — Devi farti coraggio, Carl... tua moglie è morta.
Lo scrittore era tutto un tremito – le mani, il corpo, la testa, l’intera sua persona.
Wingate proseguì: — Mettiti e sedere e non muoverti! — e tornò in soggiorno.
Diede un’occhiata alla morta e allo stato pietoso in cui era ridotto il locale. Stava osservando le due tazzine di caffè appoggiate al pianoforte quando G.B. uscì dalla cucina, passò nello studio e scomparve.
Wingate sollevò le tazzine, una dopo l’altra. Erano piccole e in fondo a ognuna erano rimasti gli scuri e densi fondi del caffè alla turca. Il medico immerse il dito in ciascuna di esse e ogni volta se lo passò sulla lingua. La seconda prova gli fornì la reazione che si aspettava, e con l’espressione più tranquilla ritornò nello studio.
Carl non si era mosso ma tremava ancora di più. Il cane si era posizionato accanto a lui.
Wingate appoggiò una mano sulla spalla dello scrittore, il quale fece per dire qualcosa ma cominciò a battere i denti e non riuscì a spiccicar parola.
Il medico disse: — Sai, ci ha riprovato... non mi avevi permesso di pensare a te, ma ci ha pensato il Destino!
Carl farfugliò: — Non... non capisco...
Wingate proseguì: — Tua moglie era diventata troppo sicura di sé ma qualcosa non ha funzionato per il verso giusto... qualcosa che ha provocato un calo di
attenzione da parte sua. — Si strinse nelle spalle. — Eh... be’, ha preso la tazzina sbagliata.
Carl esclamò: — Mio Dio! — Poi si coprì il volto con le mani, le dita affossate nelle tempie, e aggiunse: — Sai, Tom... vorrei quasi che fosse successo a me!
— Calmati — gli disse Wingate prendendolo per un braccio. — Smettila di tormentarti il cervello e fa’ quello che ti dico!
Aiutò lo scrittore a rialzarsi, lo portò fuori dallo studio, imboccò la scala e lo scortò in camera sua. G.B., che li aveva seguiti passo a passo, osservò attentamente il dottore che faceva coricare il suo padrone e poi gli praticava un’endovena.
— Ecco fatto! — commentò Wingate — fra cinque minuti dormirai come un sasso...
Stava per girare sui tacchi quando Carl allungò un braccio e lo bloccò supplicandolo: — Non andartene... e ti prego, scusami per quanto ti ho detto nello studio...
Il medico non tentò neppure di liberarsi dalla stretta. — Lascia perdere — disse. — L’ho già dimenticato.
E poi cominciò a parlare, e la sua voce era sempre più pacata, suadente, tranquillizzante. — Adesso non devi far altro che farti un buon sonno... penserò io a tutto... fra un po’ ti sembrerà soltanto un brutto incubo... e poi dimenticherai ogni cosa... E non preoccuparli per un eventuale scandalo o cose simili, amico mio... Metterò tutto a tacere... Sai, io ne ero sicuro e, nonostante le tue minacce, avevo parlato con il tenente Nichols... Lui e io spiegheremo tutto al coroner...
Il medico lasciò che la sua voce si spegnesse poco a poco – Carl Borden si era addormentato.
Trascorsero tre settimane prima che Carl consentisse a se stesso di sorridere e in quella circostanza non si trovava a El Moro Beach bensì a San Francisco... e Lorena lo stava aspettando.
Seduto al volante, mentre risaliva Market Street, sorrise a G.B. che si era posizionato tutto impettito al suo fianco.
— Ti confesserò una cosa, amico — sussurrò — la seconda volta forse ho calcato un po’ troppo la mano con quella roba!
Il sorriso si trasformò in una risatina.

Nessun commento:

Posta un commento