mercoledì 8 luglio 2026

Thomas Burke - Il mistero di Bloomsbury

  


1
Mentre quella mattinata di settembre veniva alla luce in un tremulo pulviscolo d’argento e si concretizzava in un alone dorato, uscii in un’imprecazione davvero poco ortodossa.
Mi ero alzato di buon’ora e, ritto davanti alla finestra del bagno del mio appartamento di Bloomsbury, avevo cominciato a radermi. Dapprima mi limitai a “ahii!”, poi aggiunsi qualcosa di più colorito. Il suddetto sfogo era stato motivato dal fatto di essermi procurato un taglio particolarmente doloroso, peculiarità dei rasoi di sicurezza, e la causa di quanto sopra era stato un movimento improvviso del gomito destro, a sua volta provocato da qualcosa che avevo visto attraverso i vetri.
Ammantato in quel fantasmagorico rutilare dorato, che sembrava quasi una presenza vivente scesa a benedire la città di Londra, si muoveva un uomo che conoscevo. Ma l’uomo che conoscevo si era trasformato in un uomo sconosciuto. Non procedeva a passo veloce, com’era suo solito, e neppure camminava normalmente. Era come se veleggiasse. Mai visto un’andatura così da scolaretta in un individuo adulto. E un simile ciondolio del capo.
Non era alto, ma talmente magro, gli indumenti così striminziti da farlo sembrare quasi un gigante. Indossava un cappotto nero a doppio petto, allacciato fin sotto al collo, dei pantaloni parimenti neri e un cappello dalla foggia indescrivibile. Teneva le braccia dietro la schiena, la mano destra stretta attorno al gomito sinistro. Una sagoma appiattita, priva di rotondità. Probabilmente l’avevo sempre visto così e davvero non riuscivo a immaginarmi, e ciò vale fino a oggi, come potesse essere altrimenti.

2
In una società convenzionale, suppongo, Stephen Trink sarebbe stato definito uno strampalato ma nei meandri di Londra vivevano talmente tante creature strampalate, con molte delle quali intrattenevo ottimi rapporti, che Trink mi era sempre sembrato uno dei tanti. Non mi ricordo più in che modo avevamo fatto conoscenza, ma so per certo che da un paio di anni avevamo preso l’abitudine di vederci almeno due volte alla settimana, talvolta anche più spesso. Fra noi si era subito creata una reciproca
simpatia, destinata ad aumentare con il tempo. Sebbene in sua compagnia non mi sentissi mai perfettamente a mio agio, cercavo tutti i pretesti per incontrarlo. Quell’individuo mi affascinava, soprattutto per la sua innata malinconia, ed ora che cerco di ricordarmi di lui, mi accorgo che questo è l’unico particolare che mi torna vivido alla memoria. Era una di quelle persone che nessuno riesce a conoscere veramente fino in fondo. Con quell’aspetto insignificante, il volto aguzzo e la struttura fragile, sarebbe potuto passare per un impiegatuccio di infimo rango, se non fosse stato per certi strani atteggiamenti da ragazzina timida – le mani dietro la schiena, un piede appoggiato sull’altro, gli occhi costantemente abbassati, che però, quando gli rivolgevate la parola, si alzavano rispettosamente verso di voi, come se foste stato il suo preside. Aveva un sorriso del tutto particolare, probabilmente derivato dalla sagoma della bocca dagli angoli abbassati e dalla mascella ritratta all’indietro. I capelli biondastri erano radi e appiccicaticci, la voce chioccia, gli occhi, dietro le spesse lenti, acquosi e celestini. Solo quando si toglieva gli occhiali, era percepibile la profondità e la sensibilità dello sguardo.
Ovunque si trovasse, non dava mai l’impressione di essere interamente lì. Come se fosse intento ad ascoltare qualche rumore proveniente da chissà dove. A volte il suo atteggiamento ricordava quello del “Pensatore” di Rodin ma, se lo si scrutava più attentamente, avresti detto che la sua espressione era totalmente vacua. Non pensava, meditava. Negli ambienti chiusi si muoveva quasi come un sonnambulo, all’aria aperta camminava come uno schizzato. E comunque la sua presenza generava in tutti una sorta d’inspiegabile disagio.
Quale fosse il suo problema – sempre che quella sua aria triste e malinconica derivasse da un problema circostanziato – non me lo disse mai. Quando a volte, lo invitavo a “tirarsi su con la vita”, lui mi accennava a un Terribile Fardello, ma questo era tutto.
Disponeva di un reddito grazie a cui avrebbe potuto vivere con una certa agiatezza, ma sembrava perfettamente appagato dal suo appartamentino di tre vani alla congiunzione fra Bloomsbury e Marylebone, peraltro sorprendentemente accoglienti rispetto allo squallore del quartiere. Era membro di un paio di club d’indubbio decoro ma ci metteva piede magari una sola volta all’anno. Viveva da intellettuale, anzi da bohémien. Lo si vedeva dovunque, ma a volta era come se non ci fosse, come se si trovasse lontano anni luce da un ambiente che non gli andava a genio.
Sebbene non fisicamente prestante, era dotato di un’immensa vitalità, che sfoggiava nel corso di lunghissime camminate notturne per tutta Londra. Questa era un’abitudine che avevamo in comune e che, iniziata in giovane età, mi aveva dato la possibilità di conoscere questa città tentacolare come le mie tasche. Presumo che fu proprio nel corso di una queste scorribande notturne che avvenne il nostro primo incontro. Sapendo che avevo l’abitudine di alzarmi presto, a volte Trink, al termine di una delle sue scorribande, mi bussava alle sette e mezza per fare colazione assieme, dopodiché si metteva a dormire sul mio divano. Benché la sua compagnia mi facesse sempre un estremo piacere, era un ospite difficile, forse per quel suo concetto di tempo, assolutamente particolare. A volta la sua “capatina” significava una sosta di quattro o cinque ore mentre un appuntamento per la cena o un proseguimento di serata spesso si limitava a una fugace visita di passaggio, dopodiché quell’individuo
ineffabile scompariva senza neppure l’accenno di una scusa. Nonostante il vernacolo costellato da imprecazioni non proprio da collegiale, era un individuo educato, pronto a prestarsi, se non per tutti, per pochi eletti. Ma in questo caso la sua dedizione era veramente totale. Dava mostra di un animo così generoso che sovente ero portato a pensare che la sua melanconica tristezza nascesse da un fortissimo desiderio di amare ed essere amato. Eppure, a volte, ti dava l’impressione di essere l’individuo più egocentrico e individualista del mondo.
E questo, ritengo, è tutto quanto posso dirvi sul suo conto. Mi elude sulla carta come mi eludeva nella vita. Così, dopo questa lunga prefazione, passerò al cuore della vicenda e comincerò a parlarvi dei suoi amici, i Roake; perché, proprio attraverso là sua amicizia con loro, mi sono ritrovato a contatto con l’orrore.
Un altro dei nostri punti in comune era un’ampia cerchia di amicizie, amici che stringevamo ovunque ci trovassimo, il più delle volte in posti assolutamente impensabili. A quell’epoca uno dei miei amici più stretti era uno studioso, antico seguace di Madame Blavatsky, il quale dedicava il tempo libero alle ricerche sul perduto regno d’Atlantide mentre quello di Trink era un bottegaio, un tale che gestiva una specie di emporio in fondo a Great Talleyrand Street. Nonostante l’eterogeneità delle mie amicizie, non ero mai riuscito a capire questa amicizia, poiché il suddetto individuo era del tutto privo di personalità e non poteva certo definirsi un brillante conversatore. Eppure, quando quei due erano assieme, era percepibile un’aura di reciproca devozione e, se tale sentimento doveva essere più marcato da una parte, ciò valeva per l’intellettuale strampalato e genialoide piuttosto che per il bottegaio, perennemente stanco e palesemente ottuso. Ho avuto modo di trascorrere molte serate in loro compagnia o nell’appartamento di Trink o nel retro della bottega e più volte ebbi modo di notare di come fossero appagati dal solo fatto di star seduti e fumare assieme. Trink sembrava più felice nel modesto quartierino di Roake che da qualsiasi altra parte. Il perché costituiva uno dei suoi misteri.
L’emporio del signor Roake, come ho già avuto modo di dire, si trovava alla fine di Great Talleyrand Street, fra Woburn Piace e Gray’s Inn Road, in uno squallido quartiere di case fatiscenti, che a onor del vero aveva conosciuto tempi migliori mentre all’epoca della nostra storia era soltanto un formicaio di strade e abitazione dove tutto sembrava di seconda mano – negozi di seconda mano, merci di seconda mano, alloggi di seconda mano arredati con mobili di seconda mano, abitati da gente di seconda mano che respirava aria di seconda mano.
Quando Roake decise di avviare la sua attività in quel contesto, senza volerlo scelse quello più adatto a lui e alla sua famiglia. Appartenevano a quel posto, caratteristici esemplari di migliaia di famiglie oneste ma statiche, così tipiche di tante nostre metropoli. Per quattro generazioni la famiglia Roarke non aveva fatto nessun progresso nella scala sociale. Forse un piccolo desiderio c’era stato, ma qualsiasi tipo di elevazione implica una certa percentuale di avventura e le persone della loro risma odiavano l’avventura. Lo stesso Roake, ad esempio, aveva istinti di aristocratico celati dietro abitudini da popolano. Una delle tante stranezze della vita. Aveva i lineamenti delicati e lo sguardo limpido di quella progenie, ma sebbene avesse l’aspetto di un cosiddetto signore, nessuno mai lo avrebbe scambiato per tale. A onor del vero, denotava comunque una certa molteplicità d’interessi e una certa dose di
cultura, benché allo stato embrionale, frutto delle letture più disparate.
Sua moglie era più o meno dello stesso stampo, ma mancava totalmente di cultura. La sua era stata una vita di dolore e tribolazioni, e non le aveva insegnato niente. Il volto dai lineamenti grossolani era privo di espressione, come se le migliaia d’esperienze dell’esistenza non le avessero lasciato la minima traccia.
Poi c’erano due ragazzi e una ragazza, la quale aveva preso qualcosa dell’apparente raffinatezza del padre. Aveva il volto e i capelli così belli che la gente, vedendola passare per strada, si voltava invariabilmente. I modi e la voce erano invece assolutamente orribili. Spesso reagiva a quegli sguardi ammirati facendo le boccacce. Era del tutto inconsapevole della propria avvenenza, e ciò non perché fosse meno vanitosa delle altre esponenti del gentil sesso, ma perché tale bellezza non incontrava il suo gusto. Ammirava e invidiava le coetanee dal colorito rubizzo, i capelli arricciati e le fossette – grandi divoratrici di cioccolato – e pertanto quel dono prezioso che le era piovuto dal cielo valeva come la biada per gli asini. E così le morbide chiome scure e i profondi occhi da Madonna, associati alle maniere sguaiate e alla voce quasi gutturale, facevano venire i brividi.
Per quanto riguardava poi i due maschi, si sarebbe potuto dire che consideravano l’esistenza nulla di più di giornate sempre uguali nel corso delle quali ci si alzava, si andava a lavorare, si lavorava, si mangiava, ci si coricava. Erano letteralmente dei gonzi.
Quelle erano le persone che Trink aveva scelto come amici e da tutti loro era, non adorato, in quanto esseri incapaci di un simile sentimento, ma comunque messo in cima alla scala delle loro predi lezioni. Si sentivano onorati quando lui andava a trovarli e il mio amico, dal canto suo, li ricambiava con affetto e rispetto. I due ragazzi lavoravano assieme in un calzaturificio mentre l’emporio era mandato avanti dal signor Roake, dalla moglie e dalla figlia Olive, la quale, nonostante la giovane età, aveva già la malizia della commerciante e con gli avventori non lesinava sorrisi e battute.
Questi empori – spesso definiti “piccole miniere d’oro” – di solito erano situati, come questo, in stradine laterali. In effetti prosperano proprio grazie alla loro posizione isolata. Le strade principali non costituiscono il loro territorio e un negozio di quel genere sicuramente fallirebbe in un corso di grande percorrenza, già gremito di Grandi Magazzini ed esercizi specializzati in singole branchie di attività. L’emporio sul tipo di quello del signor Roake, allora, sceglie una collocazione il più possibile lontana dalla concorrenza, ma nel cuore di un gruppo di case e così può approfittare dei vuoti di memoria della casalinga tipo la quale, arrivata a casa dopo aver fatto spese sul corso, scopre di aver dimenticato il sale o la mostarda oppure il lardo e così, per risparmiarsi un’altra camminata, spedisce uno dei figli all’emporio. Succede in tal modo che negozi di questo genere, centesimo su centesimo, a fine settimana possono contare su un incasso veramente ragguardevole.
Gli affari dei Roake andavano bene e avrebbero potuto prosperare ulteriormente se non fosse stata per la loro totale mancanza d’iniziativa. Non sarebbe stato esatto definire “disadorno” l’appartamento in cui abitavano. La radio funzionava, ma non era mai sintonizzata nel modo giusto. Il caminetto del soggiorno diffondeva un piacevole tepore, ma soltanto dopo estenuanti tentativi di accensione da parte di chi
ne conosceva i “trucchi”. L’acqua calda in bagno non era mai veramente calda. I fiori nel giardinetto sul retro non finivano mai con lo sbocciare del tutto. La porta d’ingresso si chiudeva, ma almeno dopo tre spintonate, l’ultima delle quali non proprio delicata. I Roarke amavano gli orologi costosi, con tanto di garanzia, ma mai che fossero “esatti”. I mobili del salottino venivano rinnovati con una certa frequenza, ma la stanza non dava mai l’impressione di essere arredata completamente. Se vedevate la casa, potevate immaginare la famiglia; se incontravate la famiglia, potevate immaginare la casa.
Non si poteva comunque definire una nucleo familiare su cui incombesse la tragedia, eppure fu proprio su quelle persone scipite, quasi più simili a delle amebe che a degli essere umani, che inaspettatamente infierì una furia cieca, proveniente da chissà dove, facendo sì che per lunghissimo tempo si parlasse della Strage di Talleyrand Street.
Ciò si verificò più o meno all’epoca in cui certe bande di teppisti stavano diventando troppo sfacciatamente sicuri della loro invulnerabilità e cominciarono a prendersela non solo con le bande rivali e gli uffici postali ma anche con pacifici e ignari cittadini. Da tutta Londra arrivavano notizie di aggressioni a piccoli negozi isolati. L’esordio era più o meno “Sgancia l’incasso oppure ti sfasciamo la baracca” e così il bottegaio era costretto a pagare. E fu così che Stephen Trink perse il suo amico più intimo. In effetti l’esercente avrebbe potuto rifiutare e farsi spaccare tutto e magari essere così fortunato da recarsi per tempo alla polizia in modo da far acciuffare un paio di delinquentelli che si sarebbero beccati dai sei ai dodici mesi. Ma questo a loro non avrebbe fatto né caldo né freddo mentre il bottegaio si sarebbe ritrovato con il negozio sfasciato, le merci inutilizzabili, la perdita di tre o quattro giorni di lavoro per i necessari restauri e nessuna speranza di un qualsiasi rimborso da parte di chicchessia. Così, seguendo il buonsenso, prima pagava e poi riferiva l’accaduto alla polizia; e i cittadini seri facevano proprio il suo risentimento e scrivevano ai giornali chiedendo come mai le forze dell’ordine non si decidevano a... bla bla bla.
Poi, a coronamento di una lunga serie di rapine del genere suddetto, si perpetrò la strage dei Roake.

3
Meravigliosa e impenetrabile è la potenza delle parole, così come lo è quella dei concetti, soprattutto se associati in un certo modo. Esemplificazione di quanto sopra è il termine crimine.
In linea di massima siamo portati ad associare nella nostra mente il crimine con la mezzanotte o, quantomeno, con il buio e ciò rafforza ulteriormente il raccapriccio. Ma esistono peraltro delle azioni talmente turpi da sfuggire a qualsiasi valutazione. La violenza sulle donne è spaventosa ma comprensibile, mentre lo stesso non si può dire se sono coinvolti dei minori. Un delitto a mezzanotte, sebbene turbi come sempre è successo nel corso dei secoli, genera un turbamento nel suo contesto legittimo. Ma un delitto perpetrato alla luce del sole è un pensiero che ti fa gelare il sangue nelle
vene, che provoca in noi il satanico brivido del sangue sulle primule.
Recepito quanto sopra, il lettore sarà in grado di percepire l’amaro sapore di un certo momento di un pomeriggio assolato in Great Talleyrand Street. Dal canto mio, dopo aver ascoltato le poche parole incoerenti di un vicino, posso ricostruire tutta la scena.

4
Erano appena passate le tre di un pomeriggio di settembre, un settembre insolitamente caldo, più caldo di quanto non lo fosse stata tutta l’estate. Il calore formava una specie di sudario sopra la città e nelle vie secondarie la vita era come fermata, invischiata in una ragnatela di umidità e polvere. In Great Talleyrand Street carri e carretti sostavano fuori dai negozi e dalle case come se non avessero dovuto muoversi mai più. Persino le botteghe avevano chiuso a metà i loro occhi. Di tanto in tanto si vedeva qualche monello o qualche pigro operaio alla ricerca di ombra. In tutta la sua lunghezza, dalla Gray’s Inn alle ultime case dalle parti di San Pancrazio, la strada vibrava in un’illusione d’infinito. Il vivace carrettino dei gelati, trainato da un italiano, e la carriola piena di crisantemi di un donnone biondo costituivano piacevoli macchie di colori contro il grigiore della via.
Poi, all’improvviso, dal fondo della strada arrivò un grido, espresso in un’unica parola, le cui sillabe attraversarono la calura e la polvere colpendo le orecchie come una sferzata. La via non tornò lentamente alla vita, esplose. I più vicini si accostarono urlando: “Dove? Dove?” “Laggiù, laggiù, altre nove due”. E l’uomo continuava a correre verso Tenderden Street urlando: — Una strage, hanno commesso una strage! — E tutti si precipitavano verso il numero 392.
L’emporio, con i suoi acri odori di lardo, formaggio, paraffina, spezie, biscotti, pane, cetrioli, era vuoto. Lo sguardo dei sopravvenuti si spinse oltre, verso la porticina che portava al retrobottega. La metà superiore dell’uscio era di vetro, e questa metà era schermata da una sudicia tendina di pizzo. Lo scopo era quello di proteggere l’intimità dei padroni i quali, fra un cliente e l’altro, andavano a godersi un po’ di riposo e nel frattempo, grazie alla luce più intensa dell’ambiente esterno, vedere chi entrava. Tuttavia, con l’usura del tempo e i reiterati lavaggi, nella suddetta tendina si erano formati oramai così tanti buchi che lo scopo risultava vanificato. Attraverso quei buchi gli avventori vedevano chiaramente l’interno del retrobottega, il tavolinetto ingombro di fatture e di quaderni con i conti, e spesso anche la scatola metallica in cui veniva riposto l’incasso. E fu proprio attraverso quei buchi che l’avanguardia dei curiosi poté sbirciare ciò che era venuta a vedere.
Il sole al tramonto, filtrando attraverso la finestra che dava sul giardinetto, faceva danzare i suoi raggi sul tappeto consunto vicino al tavolinetto e il corpo sanguinante di Horace Roake con la testa sfondata. Vicino alla porta del corridoio era riverso il cadavere della signora Roake, le mani alzate, come se pregasse. Qualcuno le aveva spezzato l’osso del collo. Dei due ragazzi, che stavano trascorrendo a casa l’ultimo dei giorni di ferie, il più giovane, Bert, era in un angolo, in un atteggiamento quasi identico, la testa macabramente ripiegata da una parte, un segno scuro sotto
l’orecchio sinistro. Poi qualcuno gridò: — La ragazza! — e i curiosi spinsero l’uscio che portava alla cucina. Sul pavimento c’era il corpo scomposto di Olive Roake, anche lei con il collo spezzato e dei segni bluastri tutt’attorno. Evidentemente erano venuti in tre: uno aveva ucciso con il coltello, l’altro con la pressione delle dita e il terzo aveva strangolato la vittima con le sue stesse mani.
Per qualche istante le persone che erano riuscite a portarsi all’interno non ce la fecero a parlare; ma mentre nella bottega cominciavano a riversarsi anche quelli di fuori, uno di loro trovò il fiato per dire: “Perché... perché... tutte queste brave persone... massacrate per una manciata di sterline... È... è inutile!”
Aveva ragione, e ciò emerse ancora più evidentemente quando ci si accorse che quell’infamia non era stata perpetrata per una manciata di sterline. Il tiretto della scrivania era ancora chiuso a chiave mentre la scatola dell’incasso e i due registratori erano intatti. Palesemente non si era trattato di una rapina degenerata in strage. Nella scena c’era un che di grottesco che faceva pensare a qualcosa di molto più allucinante, addirittura diabolico. Queste persone, che avevano condotto la loro ignobile ma decorosa esistenza in un’ignobile strada secondaria, erano rese ancora più ignobili dalla morte. La testa sfasciata del signor Roake, la flaccida massa inerte di sua moglie, la macabra offesa a una delicata bellezza ancora in sboccio, erano più che morte. Non solo quegli esseri umani erano trapassati, ma quella pace che restituisce dignità anche ai più brutti e più perfidi, l’unico momento di maestà che finalmente viene accordato a ciascuno di noi, a loro fu negato.
La piccola folla continuò a fissare attonita la scena fino all’arrivo della polizia. Che cosa aveva spinto la mano degli assassini? Perché avevano agito in pieno giorno e in un luogo pubblico? Come avevano fatto a scappare?
Poi qualcuno che conosceva la famiglia gridò: “Dov’è Artie?”
E qualcuno salì al piano di sopra ed entrò nel giardinetto. Ma tutto quello che si riuscì a vedere fu una finestra aperta in camera da letto. Nessuna traccia di Artie.

5
Fu proprio fra le tre e le tre e mezza del giorno in cui mi ero fatto quel brutto taglio che Trink fece una delle sue visite “a sorpresa”, alle quali ero peraltro ormai abituato. Di solito il mio amico entrava, gironzolava nella stanza, sfogliava dei libri o delle riviste a caso, faceva alcuni commenti insulsi, rovinava comunque l’atmosfera, come se emanasse un’aurea di negatività, dopodiché se ne andava. Ma quel pomeriggio non rovinò l’atmosfera. Sembrava più allegro e pimpante del solito, anche se era pallido e sembrava affaticato, presumibilmente in seguito a un vagabondare che era durato tutta la notte. La mia era una mera supposizione, ma comunque dalla sua persona aleggiava una serenità che era nel contempo nuova e piacevole. Forse per la prima volta mi sentii pienamente a mio agio in sua compagnia, non più consapevole di quella sfumatura di disagio a cui non ero ancora riuscito a dare un nome. In quel quarto d’ora ebbi l’impressione di essergli più vicino e di conoscerlo meglio di quanto non l’avessi mai conosciuto. Per dirla con crudo eufemismo, sembrava più umano. Rimase poco, ma per tutto il tempo fu completamente rilassato, compiaciuto da quella sorta di svuotamento che subentra dopo un appagante esercizio fisico. Ciò mi fece una notevole impressione e glielo dissi. Gli raccontai che dalla finestra lo avevo visto saltellare per la piazza e sottolineai altresì che quel saltellare e l’umore attuale stavano a dimostrare che un massiccio esercizio fisico era proprio ciò che faceva al caso suo e che probabilmente avrebbe scoperto, così come era successo a un tale George Borrow, che si trattava di un potente fattore per aver la meglio sull’accidia – o, aggiunsi – sui disturbi di fegato. Trink sorrise, scartò la diagnosi del suo problema e poco dopo se ne andò, o meglio svanì, e quando ripresi a lavorare quasi dubitavo che fosse veramente venuto.
All’incirca un’ora dopo mi resi conto che qualcosa mi disturbava e solo dopo qualche minuto, mentre ancora continuavo a lavorare, capii che si trattava di qualcosa che arrivava dalla strada: il tipico grido di un giovane strillone quando ha per le mani. una notizia eclatante.
Poiché il mio appartamento è ubicato al terzo piano (niente ascensore) non me la sentii di scendere ad acquistare il giornale, però telefonai a un amico dell’Evening Mercury e gli chiesi che cosa era successo. Fui così ragguagliato con grande dovizia di particolari.
Superato il primo momento di ovvio sbalordimento, il mio primo pensiero fu che cosa avrebbe potuto significare per Trink. Per quanto ritenessi terribile il destino di quella povera famiglia, i Roarke rappresentavano poco per me e nei loro confronti riuscivo a provare soltanto la tipica pietà che ci coglie all’annuncio di qualche disgrazia. Perché senz’altro vi sarete accorti che, quale caratteristica comune dell’indole umana, nessuno viene intenerito più di tanto dalla figura della vittima. Tutto il nostro interesse – proprio così – e una quasi perversa e colpevole compartecipazione vanno all’assassino. Ma per Trink, il loro migliore amico, sarebbe stato un colpo terribile, ancor più tale in quanto gli capitava proprio in quel momento di umore felice ed euforico. Si sarebbe detto che avesse trovato un temporaneo sollievo alla consueta malinconia solo per precipitare in un abisso ancora più cupo e doloroso. Dapprima pensai di andare a trovarlo, poi ritenni che sarebbe stato meglio di no. Certamente non avrebbe gradito la vista di estranei.
Nel frattempo i giornali uscivano con roboanti edizioni speciali e, poiché la notizia mi aveva distolto dal lavoro e ormai non me la sentivo più di rimettermi all’opera, uscii ad acquistare le tre testate della sera e mi sedetti in un bar a leggere.
Senza dubbio l’accaduto, dopo la risonanza che avevano provocato le rapine malavitose dei mesi precedenti, aveva scatenato la stampa e allarmato ulteriormente l’opinione pubblica. Me ne accorsi dai volti dei passanti che tornavano a casa e lo colsi nelle voci degli avventori del locale. Per tutta la sera e la notte la notizia aleggiò su tutte le strade e i vicoli e ovunque lasciava un opprimente senso d’inquietudine. Per quanto gli abitanti di Londra fossero ormai vaccinati, i dettagli di questa strage li turbarono particolarmente in quanto era palese che il movente non era stato un accecante scatto d’ira o una perversa vendetta e neanche un tentativo di rapina. A chi mai avrebbero potuto recare offesa quei poveracci e in che modo? Chi avrebbe voluto eliminarli? Se fosse stata opera di qualche banda di balordi, la prossima volta sarebbe potuto capitare a chiunque. Se invece non era stata opera loro, sosteneva la stampa, allora quella cosa mostruosa era da attribuirsi a dei pazzi a piede libero, dotati della forza e della ferocia di gorilla. E se erano a piede libero, nessuno sarebbe stato al sicuro. Case private e ignari passanti sarebbero stati completamente alla mercé di quelle creature senza pietà. Anche in quel momento, forse, seduti accanto a voi in treno o sull’autobus, stavano progettando di far irruzione a casa vostra o nel vostro negozio. Erano a piede libero e, in tale condizione d’impunità, propagavano la loro sconvolgente influenza come mai nessun artista o poeta potrebbe sperare di diffondere la propria. Decine di madri che abitavano dalle partì di Talleyrand Street, dopo aver sentito la notizia della strage e colpite dalla possibilità che poteva essere stata l’opera di qualche belva sciolta vagante, si precipitavano alle scuole del quartiere per recuperare i loro figli. I giornali, dopo aver dato la notizia, continuavano a rivoltare il coltello nella piaga, raccomandando ai cittadini di chiudere accuratamente porte e finestre. Non si parlava di altro e ogni quotidiano riportava la testimonianza di qualche vicino delle vittime o di qualche passante che si era ritrovato a passare dalle parti della bottega quando era stata scoperta la carneficina. Sul finir della sera, i giornali raccontavano la vicenda in questi termini.
Non c’era voluto molto a trovare Artie Roake e a interrogarlo. Il ragazzo spiegò francamente la sua assenza con il deplorevole fatto di essersela data a gambe. Fu tuttavia in grado di fornire alcune informazioni, ma nessuna determinante alla ricerca degli assassini.
Il giovane raccontò che, essendo quella la sua ultima giornata di ferie, aveva deciso di prendersela comoda e, dopo aver pranzato, aveva deciso di salire al piano di sopra per distendersi un po’. Aveva lasciato il fratello in giardino. Suo padre e la sorella erano nel retro e la madre in negozio. Dalle due alle cinque del pomeriggio le vendite andavano a rilento. La maggior parte dei clienti arrivava prima di mezzogiorno oppure dalla cinque all’orario di chiusura. Il giovanotto ricordava solo di essersi buttato sul letto, dopo aver tolto giacca e gilet e poi di essersi risvegliato all’improvviso, madido di sudore. Saltato giù dalla brandina, era rimasto in piedi per qualche istante, pensando di stare poco bene, e ciò avrebbe potuto benissimo essere considerata l’ombra della morte che si stava allungando su quella piccola casa. Il malore era da attribuirsi a nient’altro che a una cupa premonizione. Quel brusco risveglio era rapportabile più a quanto sopra che non a un grido o a un colpo, poiché il ragazzo ricordava che, mentre si stava rimettendo in piedi, aveva sentito la madre che diceva qualcosa in un tono del tutto normale. Solo qualche minuto dopo il sudore gli si gelò addosso, quando sentì la voce del padre che farfugliava “Oh... mio... Dio! “, e poi un rumore simile a quello che produce il carbonaio quando fa cadere un sacco di antracite sul pavimento. E poi, quasi contemporaneamente, aveva percepito un gridolino che sfociava in un gorgoglio e successivamente lo stupito “Oh” del fratello seguito da atterriti “No – no – no!”. E poi ancora silenzio. E successivamente due tonfi secchi, come l’aprirsi e il richiudersi di una porta; successivamente un attimo di pausa e poi passi veloci sulle scale. Se avesse avuto il coraggio di precipitarsi di sotto al primo grido del padre, presumibilmente tale coraggio sarebbe andato sprecato. C’erano delle mani assassine ad attenderlo e anche la sua vita si sarebbe spenta in un gorgoglio. Ma se avesse avuto il coraggio di aspettare prima di darsela a gambe attraverso la finestra, forse avrebbe potuto vedere qualcosa di determinante ai fini delle indagini. Invece non aspettò. Schizzò via. Né si giustificò dicendo che lo aveva
fatto per andare a cercare aiuto. Con estrema franchezza il ragazzo ammise che quei rumori e la sorta di oppressione che gravava sulla casa, quasi una presenza invisibile e maligna, aveva fatto sì che non pensasse più a niente e a nessuno: soltanto a fuggire. Sbirciando dall’uscio gli riusciva di vedere parte della scala, su cui cominciavano a stagliarsi i contorni di un’ombra, o forse due. Non volle vedere altro. In quell’ombra gli era parso di captare qualcosa di più di un semplice assassino: un’entità diabolica. E così si era allontanato da quella casa di morte per raggiungere un mondo fatto di cielo, di negozi e di persone. Saltato giù dalla finestra, aveva attraversato il giardinetto e non si era fermato se non dopo aver superato quattro isolati. Poi qualcuno lo aveva bloccato.
L’unico superstite dei Roarke fornì la sua versione dei fatti con tristezza ma senza vergogna. Si era reso conto, dichiarò, che tutto era finito, che il suo intervento non sarebbe servito a niente, che loro erano tutti morti. Ma quando gli chiesero in che modo se n’era reso conto, lui cadde in una specie di stato confusionale e continuò a ripetere meccanicamente: — Non lo so, non lo so, ma l’avevo capito. Quelli della polizia lo trattennero per ulteriori interrogatori e, come emerse più tardi, non esitarono a calcare la mano. Ma sebbene all’inizio gravassero sul ragazzo forti sospetti, alla fine gli inquirenti si persuasero della sua innocenza e gli consentirono di riparare a casa di uno zio.
Non vennero trovate impronte digitali, né armi di sorta. Nessun personaggio sospetto era stato visto aggirarsi nei paraggi, o quantomeno nessuno ritenuto tale nel quartiere. Né nessun squilibrato mentale risultava scappato dagli ospedali dei dintorni.
A un certo punto anche un famoso giornalista che si piccava d’intendersene di psicologia, volle dire la sua. Horace Roake aveva cinquantacinque anni e, secondo le teorie più recenti, essendo quella l’età del climaterio maschile, sovente certi individui che fino a quel momento avevano condotto un’esistenza tranquilla – tipo quella di Roake – deragliano dai binari e cambiano completamente indole. Non era il caso d’indagare sull’andamento degli affari della vittima, poiché qualora si fosse scoperto qualcosa di poco chiaro... Ma una testata rivale, in un numero successivo, lo sbugiardò pubblicando la situazione bancaria del defunto commerciante, assolutamente solida. Inoltre venne resa pubblica anche la dichiarazione del medico della scientifica secondo cui né Roake né nessun’altra delle vittime poteva essere morta suicida.
Le indagini si susseguivano alle indagini, ma nulla faceva presagire un arresto imminente. Era comunque opinione diffusa che si trattasse di uno scempio perpetrato da una banda di balordi di passaggio. Una tale si presentò alla centrale e riferì che era stata nell’emporio dieci minuti dopo le tre ed era stata servita dalla signora Roake. Non c’era nessun altro cliente. Dopo essere uscita, la donna proseguì lungo alcuni isolati per lasciare un messaggio a un’amica, dopodiché ripassò davanti al negozio e vide un tale che si era avvicinato al bancone e stava chiedendo: “C’è qualcuno?”. L’abitazione della signora distava pochi metri. Aveva appena fatto a tempo ad aprire e a chiudere l’uscio d’ingresso quando sentì il grido d’allarme. Subito dopo l’orologio batté le tre e un quarto, il che significava che erano trascorsi tre minuti da quando era stata servita dalla signora Roake e un minuto da quando aveva visto lo sconosciuto.
Un’altra dichiarazione arrivò da un manovale la cui abitazione sorgeva dirimpetto al retro di quella dei Roake. Quel giorno doveva fare il turno di notte al porto, turno che cominciava alle quattro pomeridiane. Ormai, dopo tanti anni, sapeva esattamente quanto gli ci sarebbe voluto per presentarsi puntuale sul posto di lavoro: cinquanta minuti esatti. Così uscì regolarmente di casa alle tre e dieci e si stava infilando le soprascarpe quando, per caso, gli capitò di alzare gli occhi e di vedere, attraverso la finestra del retrobottega, il signore e la signora Roake che – be’, lo disse chiaramente, senza tante perifrasi – stavano facendo l’amore. Forse, ricordandosi proprio in quel momento di essere esposti a sguardi indiscreti, i due erano sgattaiolati verso la parte più buia del locale. Alle quattro e mezza al porto arrivò il giornale della sera e l’operaio lesse che quattro componenti di quella famiglia erano stati ritrovati morti cinque minuti dopo la sua involontaria irruzione nella loro intimità.
Uno dei giornali del mattino suscitò in me una particolare irritazione. C’era un saccente giovanotto di nome Osbert Freyne (recentemente uscito da Cambridge) il quale aveva preso l’irritante abitudine di presentarsi a casa mia negli orari più strani, sebbene io non mi mostrassi mai troppo cordiale nei suoi confronti. Non so proprio perché continuasse a venire, perché lo trattavo nel modo più gelido con cui avessi mai trattato qualcuno; ma lui andava avanti imperterrito e una volta ebbe modo d’incontrare Trink e così di venire a conoscenza dell’intimità di quest’ultimo con i Roake.
Be’, il suddetto giornale pubblicò un elzeviro sulla strage di Talleyrand Street firmato dal bellimbusto in questione, il quale ovviamente intendeva spillare un po’ di soldi all’editore con qualche rivelazione a suo dire sensazionale. Pare così che si fosse messo in contatto con Trink e avesse successivamente venduto al giornale “le rivelazioni di un intimo amico della sventurata famiglia”. Il risultato fu che quelli della polizia si erano presentati da Trink e lo avevano interrogato a lungo, e altri giornalisti ficcanaso li avevano seguiti e il resto ve lo lascio immaginare.
Sapevo che cosa stesse provando in quelle ore il povero Trink, poiché anch’io ero rimasto fortemente turbato dalla vicenda. Difatti, pur non nutrendo alcun interesse nei confronti di quelle persone, ogniqualvolta ripensavo alla carneficina, un gelido brivido mi correva lungo la schiena, un brivido illogico ma inarrestabile.
Fra i primi a essere interrogati furono gli avventori che si trovavano nella strada quando venne dato l’allarme. Anche da ciò non emerse niente di utile, anzi... a confusione si aggiunse confusione. A diciassette persone che erano nei paraggi venne chiesto: “Chi era l’uomo che era uscito dal negozio dando l’allarme?” Nessuno di loro lo conosceva. A quel punto venne chiesto loro: “Che tipo di uomo era?” Nessuno fu in grado di fornire una risposta chiara. Undici dichiararono di essere rimasti così attoniti che neppure l’avevano guardato. Gli altri sei che sostennero di averlo visto – forse per non ammettersi colpevoli della suddetta leggerezza – fornirono sei descrizione diverse. Uno parlò di un uomo alto e robusto con un gran faccione. Un altro di un piccoletto con l’impermeabile. Un altro ancora descrisse un tale in maniche di camicia – evidentemente confondendo l’assassino con Artie, il ragazzo che scappava. Un quarto accennò a un individuo grasso con la bombetta. A un quinto sembrò di ricordare un ufficiale di marina. Un sesto parlò addirittura di un negro.
Comunque sembrava pressoché sicuro che colui che aveva dato l’allarme non
poteva essere stato l’assassino, poiché ben due testimoni avevano visto dei membri della famiglia soltanto due minuti prima dell’eccidio, e nessuno avrebbe potuto macchiarsi di una simile carneficina in un lasso così limitato di tempo. L’individuo che era uscito doveva essere la persona che la donna aveva visto entrare nell’emporio e chiedere “c’è qualcuno?” e, poiché ciò si era verificato soltanto un minuto prima dell’allarme, chiaramente lui non poteva essere stato l’assassino. E, se non si era trattenuto, forse ciò era spiegabile con l’ipotesi che si trattava di una persona nervosa ed impressionabile, che aveva ricevuto uno shock così grande da quanto aveva visto da voler evitare qualsiasi coinvolgimento. Oppure il contrario: un individuo talmente apatico e timido da aborrire qualsiasi tipo di sensazionalismo. Dopo aver dato l’allarme, consapevole di non avere alcuna informazione utile da riferire, forse aveva ritenuto di aver già compiuto il suo dovere.
In linea di massima, la gente aveva la sensazione che doveva essere stata l’opera di una banda – o una banda di rapinatori i quali erano stati disturbati da qualcosa prima di raggiungere la cassa oppure di negri ubriachi o addirittura drogati – e avrebbero dovuto aver fatto irruzione dal retro, altrimenti qualcuno li avrebbe notati. Fra le due, quella che andava per la maggiore era l’ipotesi di una banda di persone di colore soprattutto perché offriva la pietosa opportunità di delegare a dei non-inglesi un crimine che assolutamente inglese non poteva essere. Se i comuni cittadini fossero stati al posto della polizia, loro sì che avrebbero saputo che cosa fare.
I giornali della sera pubblicarono altri particolari, ma nessuno determinante ai fini della soluzione dell’enigma. Furono fermati molti personaggi sospetti della periferia di Londra e due di essi – un militare a Sheerness e un barbone di Gerard Cross – si addossarono la responsabilità del delitto, soltanto per essere scacciati un’ora dopo. A quel punto la gente della zona cominciò ricordare strani ma significativi avvenimenti collegati con i Roake, episodi che non erano venuti loro in mente il giorno prima. Visite strane, corrispondenza più frequente che d’abitudine, uscite improvvise, rientri a sera inoltrata – avvenimenti che si verificano comunemente in tutte le famiglie del mondo ma che, qualora isolati e ingranditi dalla tragedia e dalla pubblicità, assumono un alone sinistro e portentoso. Se il giorno prima la signora Roarke fosse uscita con un cappellino nuovo, magari anche quello sarebbe stato considerato un indizio illuminante.
A un certo punto quelli della polizia si misero a seguire una pista addirittura a Bristol. Dietro un lavandino della stazione era stata rinvenuta una pompa di bicicletta macchiata di sangue ma gli esperti della scientifica esclusero qualsiasi collegamento con la strage e parimenti scartate furono una decina di altre piste che all’inizio delle indagini a pettine sembravano più che promettenti.
Poi i giornali della domenica riferirono che degli alti funzionari avevano raggiunto Nottingham e che, nel volgere di brevissimo tempo, avrebbero comunicato i risultati della loro spedizione alla stampa. Stavolta c’era sotto qualcosa di veramente grosso. Ma dopo due giorni, ancora nessuna notizia in merito alla spedizione suddetta. Nottingham esisteva ancora sulla carta d’Inghilterra ma non sui giornali. Né se ne parlò alla radio. Da qualche parte, fra Londra e Nottingham, il mistero della strage di Great Talleyrand Street era svanito, scivolato nel vallone dei crimini insoluti, e misteriosamente morto come era morta la famiglia Roake.
Pertanto l’interesse del pubblico e della stampa cominciò a declinare. Gli articoli a tutta pagina si ridussero a modesti trafiletti e, nel giro di tre settimane, più nulla. Il mistero che aveva tenuto banco in tutti gli uffici, negozi, treni, ristoranti e abitazioni, fu dimenticato. Ci avevano lavorato sopra i migliori cervelli e non avevano tirato fuori un ragno da un buco. E benché io, come una miriade di altri dilettanti, avessi le mie teorie in merito, alla lunga ognuna di queste mostrava il suo punto debole.
Oggi conosco la soluzione, ma non ci sono arrivato attraverso le mie elucubrazioni o su quelle degli addetti ai lavori. Noi tutti cercavamo dei pazzi o, se escludevamo dei pazzi, allora un possibile movente; e nel ricercare i moventi prendevano in considerazioni quelli che maggiormente ricorrono nella casistica di episodi similari. A nessuno di noi passò per la testa di ricercare una motivazione nuova; ed era lì che stava la soluzione. Non furono gli esperti ma Stephen Trink, quel dilettante schizzato, che m’indicò dove guardare; che distolse i miei occhi da una banca; che mi fece capire come tutto quello scempio avrebbe potuto essere l’opera di sole due mani appartenenti a un unico uomo. E mi disse anche chi era.

6
Il clamore suscitato dall’eccidio della famiglia Roake era scemato da circa un mese quando, fra la posta del mattino, trovai una lettera da parte di Trink il quale mi scriveva da un albergo del New Forest. Sì trattava di una lettera inconsuetamente lunga da parte di una persona che di norma si limitava a qualche sporadica cartolina. E una lettera davvero sconcertante. L’avevo letta mentre ero ancora a letto e per molte tempo – un’ora, direi – non riuscii ad alzarmi e ad affrontare la giornata. Quando alla ime mi feci violenza, trovai però praticamente impossibile mettermi al lavoro. E ogni volta che la mente tornava a quelle righe, avvertivo nell’aria una presenza malefica, implacabile, contro cui era inutile lottare. E capivo cosa aveva tentato di dire il giovane Artie.
Così mi limiterò a riferire il testo, nudo e crudo.

Caro T.B.,
dal momento che non ci vediamo da un pezzo, pensavo ti avrebbe fatto piacere avere notizie da Stephen Trink. Ormai sono qui da una settimana, alla ricerca di un po’ di aria frizzante per massaggiare i miei nervi aggrovigliati. Certamente capirai. Non è stato davvero bello e pertanto non desideravo vedere nessuno, soprattutto amici. Sono qui e non faccio nulla, non vedo nulla – mi limito a respirare e a riflettere.
«Suppongo che non abbiano fatto nessun passo avanti. Strano che quelli della polizia, così in gamba nel risolvere casi molto più complicati e sconcertanti, a volte si perdano davanti a cose molto più semplici. Ma tu, in quanto artista, sai benissimo come a volte un’opera perfettamente riuscita, che il pubblico immagina frutto di chissà quanti e quali processi delicati e laboriosi, sia stata realizzata con la massima disinvoltura; e come al contrario qualcosa di apparentemente semplicissimo abbia richiesto lunga fatica e continui sforzi. Non so come la pensi tu in proposito, ma ho
proprio l’impressione che, sin dall’inizio, siano partiti con il piede sbagliato, dando per scontato che un lasso di tempo così breve necessariamente avrebbe comportato l’azione di una banda. E perché mai? Quattro delitti utilizzando modalità diverse possono benissimo essere perpetrati in poco più di un minuto. Tu e io sappiamo che certi uomini sono in grado di concepire quanto altri non lo sono. Io ero stato capace di concepire che poteva essere l’operato di un unico individuo e ora so per certo di aver visto giusto. E ora ti illustrerò come quell’individuo è riuscito nel suo intento e abbia potuto dileguarsi senza problemi. A questo proposito, ovviamente lui si è messo a correre. Se tu obietterai che un simile comportamento nel contesto della scena avrebbe attirato l’attenzione dei passanti... be’, era proprio questo che lui voleva: attirare l’attenzione dell’intera strada sulla propria persona. Sapeva che le sue urla avrebbero attirato ma anche accecato tutti. Forse lo stavano guardando, ma non lo vedevano... tutti i loro sensi erano impegnati a rinforzare quello dell’udito. Non appena svoltato l’angolo, si sarebbe infilato il berretto in tasca e si sarebbe messo in testa un altro copricapo. Nulla s’incide più profondamente sulla memoria o cambia con maggior efficacia l’aspetto di un uomo quanto un cappello. A quel punto bastava sistemarsi il cappotto sul braccio, tornare sui propri passi e unirsi alla folla.
«Come sappiamo, una parte dell’opinione pubblica ritenne che si trattasse dell’operato di una banda di esperti, che seguivano un piano prestabilito. Altri pensarono invece che la colpa dovesse essere attribuita a dei pazzi vaneggianti, colti da un improvviso quanto crudele raptus di follia. Mentre invece non si trattò né di un piano prestabilito né c’era di mezzo alcuna banda. Ad agire fu un unico uomo al quale momentaneamente non interessavano i risultati. E proprio per questo, essendo indifferente a tutto, non commise errori. Come spesso succede lui, l’inesperto, realizzò casualmente qualcosa a cui menti più addestrate arrivano passo a passo.
«Adesso veniamo al come. Davvero semplicissimo. Il cuore dell’enigma è il seguente: si trattava di un individuo dotato di un’incredibile agilità sia fisica che mentale. Questo è tutto.
«A quanto pare la gente non si rende conto che prendersi una vita umana è estremamente semplice. Forse credono che ciò implichi molta preparazione e fatica. Niente di tutto ciò. È facile come uccidere un coniglio – molto più facile che uccidere una gallina. Una pressione con due dita su un certo punto, o un colpo ben assestato in fondo al collo, e tutto è sistemato. Fa parte dell’ironia dei genere umano: il collo, che sostiene la parte più nobile di una persona, potrebbe essere la sua parte più debole. Quanto sopra si può realizzare senza tanto scalpore all’interno di un club, o su un autobus, oppure alla Camera dei Lord o a teatro, oppure ancora a casa vostra o in casa della vittima. Ti ricordi quella mattina in cui mi mostrasti la tua collezione di armi orientali? Fra queste c’era un astuccio di freccette avvelenate provenienti dal Borneo. Le hai tirate fuori dal cilindro per farmele vedere più da vicino. Io avevo appoggiato le mani sulla scrivania e tu te le rigiravi fra il medio e il pollice. Un impercettibile movimento di un muscolo del medio e Trink sarebbe volato in un altro mondo. Supponiamo che in quel momento tu non ti sentissi troppo bene – qualche problema di bile, ad esempio – e il mio volto o la mia voce t’avessero irritato fino a ridurti all’esasperazione. Un’opportunità meravigliosa. Incidenti siffatti sono più ricorrenti di quanto non si creda. Magari tu avresti colto la suddetta opportunità. Se questo fosse stato il caso, solo una buona indole avrebbe potuto trattenerti – qualora il mio comportamento t’avesse innervosito – poiché, ad esempio, nient’altro se non la mia buona indole m’impedisce di prendere a sberle una testa pelata quando mi capita di averla davanti a teatro. Un secondo sarebbe stato sufficiente, laddove pistole e coltelli non solo implicano tempo ma di solito generano un sacco di scompiglio. La pressione di un solo dito, guidato da un polso solido, raggiunse lo scopo con molta più discrezione. Molte persone vengono uccise da quattro o cinque fendenti, oppure da una pallottola fuoriuscita da uno strumento che dev’essere caricato e il cui grilletto dev’essere premuto, provocando uno scoppio fastidioso. Non necessario e magari inutile. Perché non è possibile ottenere alcun risultato a meno che la pallottola raggiunga un certo punto. E non c’è nulla che quel pezzo di piombo può fare che non possano fare quattro dita. A te potrebbe capitare di avere nello studio sei amici chini sui tuoi ricordi di viaggio, e basterebbe un movimento irrisorio del braccio, associato a una di quelle freccette, a trasformare il tuo accogliente locale in un sepolcro. Eppure la gente comune continua a pensare agli omicidi come a qualcosa che implica rivoltelle, coltelli, arsenico mentre gli strangolatori continuano a impiegare cinque minuti d’impegnativo sforzo quando con un colpo ben assestato all’altezza della nuca se la caverebbero in due secondi. È a causa di quanto sopra che le menti grezze continuano a concepire l’omicidio come qualcosa che comporta un grande dispendio d’energia e che si lascia dietro delle tracce ovvie. Tutto sbagliato. Poiché sono sicuro che per ogni omicidio riconosciuto come tale, almeno altre sei persone, che ufficialmente sono trapassate per cause accidentali o annegamento, sono invece state assassinate.
«Quell’uomo, che come ho già detto era più agile e veloce della maggior parte di noi, è entrato nel negozio e dopo aver domandato se c’era qualcuno, si è infilato nel retrobottega. Lì ha incontrato Roake. Una mossa. Nel frattempo la signora Roake si era girata. Un’altra mossa. La ragazza stava sbucando dalla porta del corridoio. Due gradini e un’altra mossa. Il ragazzo arrivò dal giardino. Quarta mossa. Un movimento con il coltello all’altezza della nuca di Roake. Una pressione con il pollice sulla signora Roake. Un movimento eseguito con entrambe le mani sulla ragazza. Uno più secco sul collo del ragazzo. E tutto finito nel giro di pochi secondi. Qualcosa si muove al piano di sopra. È l’altro ragazzo. Lui aspetta che scenda, ma quello non arriva. Dallo scalpiccio dei passi capisce che si è dato alla fuga. A quel punto decide di mettersi a correre anche lui e di dare l’allarme.
«Questo è tutto.
«A questo punto, temo di averti dato l’impressione di star scrivendo con una certa superficialità. Ma non è così. Sto soltanto analizzando la situazione e il prototipo di un comportamento umano. In verità la cosa in sé è talmente spaventosa da impedirmi di trattarla con la dovuta partecipazione o, per esprimermi meglio, nel tentare di trattarla come un problema, ho dimenticato che quei poveretti erano miei amici.
“Adesso, la disamina del motivo per cui un individuo non criminale per natura e neppure pazzo avesse deciso di perpetrare una simile atrocità – be’, non sarà facile. Vengo a trovarmi su un terreno molto pericoloso e delicato, e prima di esporti quella che a mio avviso sembra una spiegazione ragionevole, devo chiederti di sgombrare la tua mente dalla trita zavorra di concetti sulla natura umana. Non si dovrebbe mai dire che “la gente non fa queste cose che questo o quel comportamento è contrario alla natura umana” poiché, nell’ambito della sfera comportamentale, gli uomini possono far di tutto e anche il contrario di tutto. Dovresti afferrare il suddetto concetto con la stessa chiarezza con cui si comprende una nuova idea scientifica – senza riferimenti a concetti o credenze del passato. Significa valicare il proibito, e a mio parere tu hai già violato con occhiate furtive i più segreti angoli della mente. O forse non ce n’è neppure stato bisogno.
«Torniamo al punto. L’individuo in questione aveva un movente per questo eccidio immotivato. Ma non un movente compatibile con la comprensione comune. Né l’odio né la bramosia né la mitomania morbosa che talvolta induce la gente stupida a macchiarsi di crimini inenarrabili. Niente del genere. E neppure si trattava di un pazzo incolpevole delle sue azioni. Sapeva benissimo che cosa stava facendo e lo ha fatto deliberatamente. Ha commesso qualcosa di più di un crimine; ha commesso un peccato. E di proposito. La maggior parte, degli uomini pensa che il peccato sia il baratro più smisurato in fondo al quale l’uomo sprofonda lontano dal suo Dio; ma quest’uomo non è sprofondato. E risorto, grazie al peccato, da qualcosa di più osceno del peccato stesso. Quel qualcosa è lo spirito del male inespresso, potenziale; qualcosa che corrode non solo l’anima dell’uomo in cui dimora ma le anime degli uomini vicino a lui e il bel mondo che lo circonda. Il male non alberga sempre – anzi, soltanto di rado – in quelle che definiamo persone malvagie. Lo si trova quasi sempre nelle persone buone. In confronto a questi ultimi, i malvagi sono degli angioletti. Poiché questa gente, i portatori di germi, sono più pericolosi all’anima dell’uomo di un milione di criminali o migliaia di peccatori. Sono in grado di penetrare dovunque. Non abbiamo armatura contro i loro miasmi. Non fanno male, ma sono alveari di male. Proprio come una persona può diffondere un’infezione senza rimanere personalmente contagiata, così questi “buoni” possono, senza peccare, diffondere fra gli innocenti l’infezione del peccato. Conducono vite integerrime. Mai una parola fuori posto. Eppure, ovunque vadano, lasciano una traccia grigia che inquina tutto ciò che è nobile e onesto. Diffondono il male come fanno alcune località esotiche – di per sé bellissime. Senz’altro avrai già avuto modo d’incontrare gente di questa risma – gente buona – ed essere stato debolmente consapevole, dopo un’ora in loro compagnia, di qualche emanazione che ti fa desiderare di aprire delle finestre spirituali. Ben per loro, povere creature, se prima di morire riescono a dimostrarsi per quello che sono. Ad alcuni riesce. Ma per coloro che non ci riescono, che scoprono il marciume delle loro anime soltanto dopo la morte, Dio sa che cosa li aspetta.
«C’è qualcosa di particolare in queste persone. Una specie di macabra essenza dei primordi del mondo. Un certo tipo di possessione che può essere diretta in un unico senso. Quando comincia, impossibile dirlo. Forse strani peccati, proiettati nei gelidi cuori di persone scomparse da secoli, proiettati ma mai resi sostanziali, come l’essenza di un fantasma che attraversa i cuori degli uomini resi simili ad arnie infernali. E così vagano da cuore a cuore, avvelenando ogni cosa al loro passaggio, finché alla fine vengono alla vita concretizzandosi in un peccato vero e proprio e pertanto, essendo vissuti, possono morire. Nessuno lo sa per certo. Ma questa è la mia spiegazione: le persone suddette sono possedute. Possedute da un’essenza radioattiva del male, e prima di poter essere salvati, devono peccare. Proprio come il veleno è necessario ad alcune creature che, senza di esso, muoiono, così il peccato può essere necessario a queste nature spirituali. Le persone possedute devono esprimere e lasciar libero il male che è in loro, da cui non possono essere purificati prima di tale espressione proprio come un malato non può essere curato dalla febbre prima che questa non abbia raggiunto la sua punta massima. Solo allora si può agire, perdonare o punire; ma contro il male astratto non si può far nulla. Persino Dio non può conquistare Satana. Non c’è nulla da conquistare. Satana vive in quei milioni di frammenti erranti di male potenziale e finché quel male non viene cristallizzato in un atto, tutti i poteri di Dio sono inefficaci. Supponiamo che quell’uomo fosse uno di questi, consapevolmente posseduto da questa intangibile essenza di male, consapevole di questa come di un’ombra che grava su di lui e su quelli che gli stanno attorno; da essa torturato come un uomo che ha una serpe in seno e per anni combatte il desiderio di liberarsene finché la lotta diventa insostenibile. Esiste soltanto una via d’uscita – per lui – peccare e peccare profondamente. Sempre è ossessionato dalla tentazione di peccare. Tutta la sua esistenza è stata ottenebrata da allettanti visioni di peccati innominabili e da estenuanti tentativi di sfuggire loro. Di continuo combatte questa tentazione e in tal modo, provvedendo rifugio al male, gli dà tempo di crescere e di rendere le sue emanazioni sempre più forti. Mentre invece la sua unica possibilità di conquistarlo è dargli la vita.
«E alla fine cede. Arriva, un giorno, il vorticoso momento della tentazioni, più forte di qualsiasi altro abbia mai conosciuto. Tutte le sue facoltà di resistenza precipitano come una valanga. Con un sospiro di sollievo cede. E all’improvviso, con la scomparsa della resistenza, e la determinazione a peccare, eccolo trovare, o almeno così credo, la serenità della rassegnazione che riempie tutto il suo essere e lo rimette in sintonia con l’umanità. A quel punto camminerà per le strade con il passo leggero di un bambino. Tutte le sue tentazioni erano concentrate verso il peggior peccato concepibile, la più inqualificabile ignominia; e alla fine è proprio questo peccato che commette. Può darsi che il nostro uomo si sia spinto oltre a quanto avrebbe voluto. Forse intendeva compiere soltanto un omicidio ma, nel farlo, il male che covava in lui gli prese totalmente la mano trascinandolo nelle spire della strage. Ecco ciò che penso. Ma comunque era fatta, il peccato commesso e, in quel momento satanico, il nostro uomo si libera per sempre dal suo persecutore, non bloccandolo, bensì lasciandolo andare. Come un corpo imbalsamato da molto tempo che viene esposto all’aria, ha un minuto di vita, poi sì sbriciola ed è libero.
«Questa è la mia teoria. Il nostro uomo, senza peccato, sarebbe morto qui e nell’aldilà perché la sua anima non gli apparteneva. Per la precisione, era un uomo senza anima. Adesso è un uomo con l’anima macchiata che può essere purificata. Ha visto se stesso come è veramente, su questa terra, in tempo a prepararsi per la prossima fase. Grazie a quel peccato adesso può, come un’anima realizzata ed errante, scontare la sua pena e raggiungere la redenzione.
«Credo di aver detto abbastanza. Se desideri, puoi considerare le suddette dichiarazioni come il parto di una mente malata. Ma non è affatto così. Potresti obiettare che nessun uomo, anche sotto l’impulso della più travolgente delle tentazioni, riuscirebbe a uccidere, non un nemico, ma un amico; oppure, se lo avesse fatto, sopportare il fardello della colpa. Non me la sento di mettermi a disquisire con te su quanto un uomo può o non può fare. Vedo solo la realtà. È inutile raccontarmi che non sarebbe mai potuto succedere. Posso soltanto dire che è successo.
«Qualsiasi cosa possa sapere per quanto riguarda le reazioni dell’umanità... a questa o quella situazione, io so che, dopo anni di tormento, adesso sono, per la prima volte, in pace.
Tuo “S.T.”

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