La cena era stata abbastanza noiosa e ora che gli altri due ospiti se n’erano andati
accompagnati dall’Aiutante, per prendere il loro aereo, il Governatore e Bond sedevano sul
divano in chintz nel grande soggiorno del Ministero dei Lavori Pubblici, cercando di fare
conversazione. Bond aveva un acuto senso del ridicolo. Non si sentiva mai a suo agio
sprofondato in morbidi cuscini. Preferiva sedere eretto su una solida sedia a braccioli,
imbottita, con i piedi saldamente a terra. Si sentiva fuori posto seduto in compagnia di un
anziano scapolo su quel divano di chintz rosa a guardare il caffè e i liquori sul basso tavolino
tra i loro piedi. C’era qualcosa di domestico, intimo, quasi un po’ femminile in quella scena;
ambienti di questo genere non gli erano graditi.
A Bond non piaceva Nassau. Tutti erano troppo ricchi. I turisti invernali e i residenti che
possedevano una casa sull’isola parlavano solo del loro denaro, delle loro malattie e dei loro
problemi con la servitù. Non sapevano neppure fare dei bei pettegolezzi. Non c’era nulla di cui
sparlare. Le persone che si trovavano là in inverno erano tutte troppo anziane per avere
relazioni amorose e, come la maggior parte dei ricchi, troppo prudenti per dire qualche
malignità sul conto dei propri conoscenti. Gli Harvey Miller, la coppia che se n’era andata poco
prima, erano esemplari tipici: un piacevole milionario canadese, un po’ noioso, che molti anni
prima era entrato nella Natural Gas e lì si era fermato, e la sua graziosa moglie tutta
chiacchiere, inglese, a quanto pareva. Era stata seduta vicino a Bond ciarlando allegramente a
proposito degli «ultimi spettacoli che lui aveva visto in città» e «non pensava anche lui che il
Savoy Grill fosse un posto simpaticissimo per andarci a cena? Si vedevano tante persone
interessanti… attrici e gente del genere». Bond aveva fatto del suo meglio, ma siccome da due
anni non andava a uno spettacolo, e anche in quelle occasioni solo perché l’uomo che lui
doveva pedinare, a Vienna, vi si era recato, aveva dovuto appellarsi ad alquanto polverosi
ricordi circa la vita notturna londinese, che non parevano coincidere esattamente con
l’esperienza di Mrs. Harvey Miller.
Bond sapeva che il Governatore lo aveva invitato a quella cena solo per dovere, e forse perché
gli desse una mano con gli Harvey Miller. Bond si trovava da una settimana nella Colonia e il
giorno seguente sarebbe partito per Miami. Si era trattato di un normale lavoro di
investigazioni.
Ai ribelli di Castro, a Cuba, stavano arrivando armi da tutti i territori vicini. Principalmente
provenivano da Miami e dal Golfo del Messico, ma quando la polizia costiera degli Stati Uniti
aveva bloccato due carichi, i sostenitori di Castro avevano adocchiato la Giamaica e le Bahama
come basi possibili, e Bond era stato inviato da Londra a por fine alla cosa. Quell’incarico non
gli era andato a genio. Caso mai le sue simpatie andavano ai ribelli, ma il Governo aveva un
grosso programma d’esportazione con Cuba con l’acquisto, da parte sua, di una quantità di
zucchero cubano superiore al fabbisogno, e una delle condizioni di quest’accordo era che la
che due grossi yacht stavano facendo un carico di quella mercanzia e invece di compiere
qualche arresto al momento della partenza, provocando così un incidente, aveva approfittato
di una notte molto buia per accostarsi silenziosamente alle imbarcazioni in una lancia della
polizia. Dal ponte non illuminato di quella scialuppa aveva lanciato un bomba di termite
attraverso gli oblò aperti di ciascuno yacht. Quindi si era allontanalo a tutta velocità per
assistere da lontano a quei fuochi d’artificio. Brutto affare per le compagnie d’assicurazione,
naturalmente, ma non c’erano state perdite umane e l’ordine di M era stato eseguito con
rapidità ed efficienza.
Per quanto ne sapeva Bond, nessuno alla Colonia, a parte il Capo della Polizia e due dei suoi
ufficiali, sapevano che aveva provocato quelle due spettacolari e — per quelli al corrente della
faccenda — tempestive esplosioni sulla rada. Bond aveva mandato un rapporto a M, a Londra.
Non aveva voluto mettere negli impicci il Governatore, che gli pareva tipo piuttosto
vulnerabile, e in realtà avrebbe potuto essere poco saggio metterlo a conoscenza di un reato
che avrebbe facilmente potuto essere oggetto di una interrogazione al Consiglio Legislativo.
Ma il Governatore non era uno sciocco. Era al corrente dello scopo della visita di Bond nella
Colonia e, quella sera, quando Bond gli aveva stretto la mano, la ripugnanza dell’uomo
pacifico per la violenza gli venne comunicata da un che di forzato e di circospetto
nell’atteggiamento del Governatore.
Questo non aveva giovato alla cena, e c’erano volute tutte le chiacchiere e l’esuberanza di un
Aiutante pieno di buona volontà per dare alla serata quella parvenza di vita che si era
ottenuta.
E. adesso erano solo le nove e mezzo: il Governatore e Bond avevano dinanzi a loro un’altra
ora, per non mancar alla cortesia, prima di potersene andare a letto, grati e sollevati all’idea di
non doversi più incontrare. Non che Bond avesse qualcosa contro il Governatore: apparteneva
a un genere comune che Bond aveva incontrato spesso nei suoi viaggi per il mondo. Solido,
leale, competente, equilibrato e giusto: il tipo migliore del Funzionario Coloniale. Solido,
competente, leale, per trent’anni doveva avere occupato cariche minori mentre l’Impero si
sgretolava attorno a lui; e ora, appena in tempo, a furia di star ben attaccato ad ogni gradino
della scala e di evitare i serpenti, era arrivato in cima. Entro un paio d’anni gli sarebbe arrivato
il GCB e se ne sarebbe andato: a Godalming o a Cheltenham o a Tunbridge Wells con una
pensione e un piccolo bagaglio di ricordi di posti come il Trucial Oman, le Isole Leeward o la
Guiana Britannica, di cui nessuno al circolo del golf ne sapeva nulla o gliene importava
qualcosa. Eppure, aveva riflettuto Bond quella sera, di quanti piccoli drammi, come la
questione dei ribelli di Castro, il Governatore. doveva essere stato testimone o avere avuto
conoscenza. Come doveva conoscere bene la scacchiera dei piccoli intrallazzi politici, gli
scandali delle piccole comunità all’estero, i segreti nascosti negli schedari dei Governatorati di
tutto il mondo. Ma come si poteva far scoccare una scintilla da quella mente rigida e
riservata? Come poteva lui, James Bond, che chiaramente il Governatore considerava un
individuo pericoloso e una possibile fonte di pericolo per la propria carriera, tirarne fuori
qualcosa d’interessante perché quella serata non finisse in un inutile spreco di tempo?
L’osservazione superficiale e vagamente menzognera di Bond circa lo sposare una hostess era
stata fatta al termine di una distratta conversazione che era seguita, noiosa e inevitabile, alla
partenza degli Harvey Miller che dovevano prendere l’aereo per Montreal. Il Governatore
aveva detto che la BOAC stava facendo la parte del leone nel traffico aereo americano a
Nassau perché, sebbene i loro apparecchi ci mettessero una mezz’ora di più da Idlewild, il
servizio a bordo era superbo. Bond, disgustandosi per la propria banalità, aveva commentato
che preferiva un volo lento e comodo a uno veloce ma privo di una tenera assistenza. Era
stato a quel punto che aveva accennato alle hostess.
«Davvero?» mormorò il Governatore con quella voce educata e controllata che Bond voleva
solo sentir più distesa e umana. «Perché?»
«Oh, non saprei. Simpatico aver sempre a portata di mano una bella ragazza che ti rimbocca, ti
porta da bere e da mangiare e ti chiede se hai tutto quel che desideri. Poi sono sempre
sorridenti e pronte a fare il possibile. E se non potrò sposare una hostess allora non mi
rimarrà che sposare una giapponese. Pare che anche loro abbiano sani concetti a questo
proposito.» Bond non aveva intenzione di sposare nessuno. Se l’avesse fatto, di certo non si
sarebbe preso un’insipida schiava. Sperava solo di divertire il Governatore o di scandalizzarlo
provocando una discussione su qualche argomento umano.
«Quanto alle giapponesi, non so, ma immagino vi rendiate conto che per le hostess essere
gentili e compiacenti fa parte del lavoro, e che potrebbero rivelarsi molto diverse una volta
fuori servizio, per così dire.» La voce del Governatore era ragionevole, piena di buon senso.
«Siccome non m’interessa gran che sposarmi, non mi sono mai preso la briga di fare indagini.»
Ci fu una pausa. Il sigaro del Governatore era spento. Dedicò qualche istante a riaccenderlo.
Quando riprese a parlare, a Bond parve che in quella voce piana si fosse insinuato un barlume
di vita, di interesse. Il Governatore disse: «Una volta conoscevo un tale che doveva pensarla
più o meno come voi. Si era innamorato di una hostess e l’aveva sposata. Una storia piuttosto
interessante, a dire la verità. Immagino,» il Governatore lanciò un’occhiata di sottecchi a Bond
con una risatina deprecatoria, «che di faccende spinose voi ne vediate già molte. Questa storia
potrebbe sembrarvi un po’ piatta. Ma vi interesserebbe sentirla?»
«Moltissimo.» Bond mise entusiasmo nella propria voce. Dubitava che il concetto di «faccende
spinose» del Governatore fosse lo stesso che aveva lui, ma almeno si sarebbe risparmiato di
continuare in quelle conversazioni asinine. Ora per allontanarsi da quel maledetto divano
nauseante disse: «Potrei prendere un altro brandy?» Si alzò, versò due dita di brandy nel
proprio bicchiere e, invece di tornare al divano, avvicinò una sedia, sedendosi quasi di fronte
al Governatore, dall’altra parte del tavolino.
Il Governatore studiò la punta del suo sigaro, trasse una breve boccata e tenne il sigaro dritto
in modo che la cenere ormai lunga non cadesse. Mentre raccontava continuò a fissare
attentamente la cenere e parlando sembrava che si rivolgesse al sottile filo di fumo azzurrino
che saliva e spariva rapidamente nell’aria calda e umida.
Attaccò con precisione: «Questo tipo, lo chiamerò Masters. Philip Masters, era quasi mio
coetaneo nella carriera di funzionario. Io ero un anno avanti a lui. Era andato a Fettes
guadagnandosi una borsa di studio per Oxford, il nome del college non ha importanza, poi
aveva fatto domanda per il Servizio Coloniale. Non era un ragazzo particolarmente brillante,
ma era di quegli uomini capaci, grandi lavoratori che fanno un’ottima impressione al colloquio
per l’iscrizione. Fu ammesso nel Servizio. Il suo primo incarico fu in Nigeria. Se la cavò molto
bene. Gli indigeni gli piacevano e ci sapeva fare con loro. Era un uomo di idee liberali e,
sebbene non fraternizzasse nel vero senso della parola, cosa che,» il Governatore ebbe un
sorrisetto acido, «lo avrebbe messo nei guai con i suoi superiori a quei tempi, era indulgente e
umano nei confronti dei nigeriani. Rappresentò una vera sorpresa per loro.» Il Governatore
fece una pausa e aspirò una boccata dal suo sigaro. La cenere stava per cadere ed egli si chino
cautamente sul tavolinetto e poso la cenere che si spense sibilando nella sua tazzina da caffè.
Si raddrizzò e per la prima volta lanciò un’occhiata a Bond. Proseguì: «Oserei dire che l’affetto
che quel giovanotto provava per gli indigeni sostituiva l’affetto che i giovanotti di quell’età
con una vita diversa provano per l’altro sesso. Sfortunatamente Philip Masters era un giovane
piuttosto timido e goffo che non aveva mai avuto il minimo successo in quella direzione.
Precedentemente, quando non studiava per passare i vari esami, giocava a hockey per il suo
college e faceva parte della terza squadra di canottaggio. Durante le vacanze stava presso una
zia nel Galles e faceva delle escursioni con il locale circolo alpinistico. I suoi genitori, a
proposito, si erano separati quando lui frequentava le scuole medie e, sebbene fosse l’unico
figlio, non si erano più preoccupati di lui una volta che fu al sicuro a Oxford con la sua borsa
di studio e un piccolo assegno per arrivare al diploma. Così lui aveva ben poco tempo per le
ragazze e ben poche cose che lo raccomandassero alle poche che incontrava. La sua vita
emotiva seguiva quelle linee frustrate e malsane che fanno parte dell’eredità avuta dai nostri
nonni vittoriani. Sapendo come stavano per lui le cose ritengo che i suoi rapporti amichevoli
con la gente di colore della Nigeria fosse quella che si definisce compensazione ricercata da
un temperamento fondamentalmente caldo e appassionato che aveva profondamente
risentito di una mancanza di affetto e che ora lo trovava in quelle nature semplici e
generose.»
Bond interruppe quella narrazione un po’ troppo solenne. «L’unico guaio con quelle bellissime
negre è che non sanno niente del controllo delle nascite. Spero che sia riuscito a tenersi fuori
da guai del genere.»
Il Governatore sollevò una mano. Nella sua voce c’era una sfumatura di disgusto per la
brutalità di Bond. «No, no. Mi avete frainteso. Non parlavo del sesso. A quel giovanotto non
sarebbe mai capitato di avere una relazione con una ragazza di colore. In realtà era
tristemente inesperto in fatto di rapporti sessuali. Cosa non rara anche oggi tra i giovani in
Inghilterra, ma molto comune a quei tempi, e, immagino che siate d’accordo, è la causa di
molti, moltissimi matrimoni disastrosi e altre tragedie.» Bond annuì. «No. Voglio solo spiegarvi
bene quale fosse il carattere di questo giovanotto per farvi capire come gli avvenimenti
successivi ricadessero su un giovane ingenuo e frustrato, con un cuore e un corpo caldi ma
inconsapevoli, e con una goffaggine nei suoi rapporti sociali che lo spingeva a ricercare
compagnia e affetto tra i negri invece che nel suo ambiente. Si trattava, in breve, di una
persona non integrata ed eccessivamente sensibile, fisicamente poco interessante, ma sotto
tutti gli altri aspetti un individuo sano, capace e perfettamente a posto.»
Bond prese un sorso di brandy e allungò le gambe. La storia cominciava a piacergli.
Il Governatore la stava raccontando in uno stile narrativo un po’ antiquato, che le dava un
tono di verità.
Il Governatore proseguì: «L’incarico in Nigeria del giovane Masters coincise con il primo
Governo laburista. Se ricordate, una delle prime cose fatte da questo Governo fu una riforma
delle amministrazioni estere. La Nigeria ebbe un nuovo Governatore con vedute avanzate
circa i problemi degli indigeni che fu gradevolmente sorpreso nello scoprire che nel suo
personale c’era un giovane elemento che, pur nella sua modesta sfera, stava già mettendo in
atto alcuni dei suoi stessi propositi. Incoraggiò Philip Masters dandogli incarichi superiori alle
sue mansioni e a suo tempo, quando Masters dovette essere trasferito, fece su di lui un
rapporto così entusiastico che Masters salì di grado e venne trasferito alle Bermude come
Assistente Segretario del Governo.»
Il Governatore fissò Bond attraverso il fumo del suo sigaro. «Spero di non annoiarvi troppo
con tutti questi preamboli» mormorò in tono di scusa. e Tra poco vengo al punto.»
«La cosa mi interessa davvero molto. Credo di essermi fatto un’idea dell’individuo. Dovete
averlo conosciuto bene.»
Il Governatore esitò. «L’ho conosciuto ancora meglio alle Bermude,» disse. «Ero il suo
superiore e lui lavorava direttamente alle mie dipendenze. Comunque non siamo ancora
arrivati alle Bermude. Erano i primi tempi dei servizi aerei con l’Africa e, per qualche ragione,
Philip Masters decise di recarsi a Londra in volo in modo da trascorrere più tempo in patria,
che non se avesse preso una nave da Freetown. Andò in treno a Nairobi e prese l’aereo, che
faceva servizio settimanale, delle Imperial Airways, le precorritrici della BOAC. Non aveva mai
volato prima d’allora ed era incuriosito ma un po’ nervoso quando decollarono, dopo che la
hostess, molto graziosa come lui aveva notato, gli. aveva dato una caramella da succhiare e gli
aveva insegnato ad allacciarsi la cintura di sicurezza. Dopo che l’aereo ebbe preso quota e lui
ebbe visto che volare era una faccenda più pacifica di quel che si era sospettato, la hostess
torno verso di lui, lungo il passaggio dell’aereo quasi vuoto. Gli sorrise. “Potete slacciare la
cintura, ora”. Masters cincischiò con la fibbia e lei si chinò a slacciargliela. Era un piccolo gesto
intimo. In vita sua Masters non era mai stato così vicino a una donna più o meno della sua
stessa età. Arrossì sentendosi terribilmente confuso. La ringraziò. Lei sorrise del suo imbarazzo
in un modo provocante, e sedette sul bracciolo del sedile vuoto dell’altra fila e gli chiese da
dove veniva e dove andava. Lui glielo spiegò, e a sua volta le fece varie domande sull’aereo, a
quale velocità volavano e dove si sarebbero fermati e così via. Lui scoprì che era molto facile
chiacchierare con quella ragazza oltre tutto incredibilmente carina. Era stupito della sua
disinvoltura e del suo apparente interesse su quanto lui poteva raccontarle dell’Africa.
Sembrava pensare che lui avesse condotto una vita molto più emozionante e brillante di
quella che, a parer suo, era stata. Lo faceva sentire importante. Quando lei si allontanò per
aiutare i due steward a preparare la colazione, rimase lì a ripensare a lei, eccitatissimo da quei
pensieri. Quando cercò di leggere, non riuscì a mettere a fuoco la pagina. Non poteva fare a
meno di alzare lo sguardo per cercare di scorgerla. Una volta lei incrociò il suo sguardo e gli
rivolse quello che gli parve un sorriso complice. Noi siamo gli unici giovani sull’aereo, pareva
dire. Noi ci capiamo. Ci interessano le medesime cose.
«Philip Masters guardò fuori dal finestrino, vedendo l’immagine di lei in quel mare di nubi
bianche sotto di lui. Mentalmente la esaminò con cura meticolosa, meravigliandosi della sua
perfezione. Era piccola, snella, con una carnagione di latte e rose, e capelli biondi raccolti in
uno chignon. (Soprattutto gli piaceva quello chignon. Gli faceva pensare che non fosse una
ragazza “allegra”.) Aveva labbra color ciliegia, sorridenti, e occhi azzurri scintillanti di malizia.
Conoscendo il Galles, pensò che dovesse avere sangue gallese, e ne ebbe conferma dal suo
nome, Rhoda Llewellyn, che, quando andò a lavarsi le mani prima di colazione, vide scritto in
fondo alla lista dell’equipaggio sopra il portariviste, di fianco alla porta della toilette. Pensò
intensamente a lei. Sarebbero rimasti vicini per quasi due giorni, ma come avrebbe potuto
rivederla? Doveva avere centinaia di ammiratori. Poteva anche essere sposata. Era sempre in
volo? Quanti giorni di riposo aveva tra un viaggio e l’altro? Gli avrebbe riso in faccia se
l’avesse invitata a cena e a teatro? O forse si sarebbe lamentata presso il capitano
dell’equipaggio dicendo che uno dei passeggeri stava diventando sfacciato? Masters ebbe la
subitanea visione di se stesso buttato fuori dall’aereo a Aden: una lagnanza presso l’Ufficio
Coloniale; la sua carriera rovinata.
«Venne la colazione, e una maggior sicurezza. Quando la ragazza aggancio il vassoio davanti a
lui, i suoi capelli sfiorarono la guancia di Masters, che ebbe la sensazione di essere stato
toccato da un cavo elettrico. Lei gli spiegò come si aprivano tutti quei pacchettini di
cellophane, come si toglieva il coperchio di plastica al tubetto dell’olio. Gli assicurò che il
dolce era particolarmente buono: una torta farcita. In poche parole lo coprì di premure e
Masters non ricordava che gli fosse mai accaduto niente di simile, neppure quando sua madre
si occupava di lui, da bambino. Al termine di quel viaggio, quando Masters, madido di sudore,
raccolto tutto il suo coraggio, la invitò a cena fuori, fu quasi una sorpresa spiacevole quando
lei accetto prontamente. Un mese dopo lei si dimise dalle Imperial Airways e si sposarono. Un
mese più tardi ebbe termine il congedo di Masters, e presero una nave per le Bermude.»
«Temo già il peggio,» commentò Bond. «Lei lo aveva sposato perché la sua vita le era parsa
emozionante e “grandiosa”. Le piaceva l’idea di essere il personaggio d’attrazione ai tè del
Governatorato. Immagino che Masters alla fine abbia dovuto farla fuori.»
«No,» ribatté calmo il Governatore. «Ma oserei dire che avete ragione circa il perché l’avesse
sposato; per quello e perché era stanca del tran tran e dei pericoli del volo. Forse aveva
davvero tutte le intenzioni di far riuscir bene il matrimonio, e certamente quando i due
giovani arrivarono e si sistemarono nella loro villetta alla periferia di Hamilton tutti
restammo favorevolmente impressionati dalla sua vivacità, dal suo viso grazioso e dal suo
modo di rendersi simpatica a tutti. E. naturalmente, Masters era completamente trasformato.
La vita era diventata per lui una favola. Ripensandoci ora. faceva quasi pena vedere come si
prendeva cura del proprio aspetto in modo da essere all’altezza di lei. Badava alla propria
eleganza, si metteva sui capelli una spaventosa brillantina e. si fece persino crescere dei
baffetti militareschi, probabilmente perché gli parevano una cosa distinta. E al termine della
giornata tornava di corsa alla villetta ed era sempre Rhoda di qui e Rhoda di là e quando
credi che Lady Burford, che era la moglie del Governatore, inviterà Rhoda a colazione?
«Ma lavorava sodo e tutti avevano in simpatia quella giovane coppia, e le cose andarono
avanti tutto rose e fiori per sei mesi circa. Poi, e ora sono solo mie supposizioni, piccole frasi
occasionali cominciarono a cadere come acido corrosivo in quella villetta felice. Ci si può
immaginare il genere di osservazioni: “Perché la moglie del Segretario Coloniale non mi
chiede mai di andare a far compere con lei? Quanto dobbiamo aspettare prima di offrire un
altro cocktail? Sai bene che non possiamo permetterci un bambino. Quando avrai una
promozione? È una noia spaventosa starsene qui tutto il giorno senza aver nulla da fare.
Compera tu qualcosa per la cena, stasera. Io proprio non ne ho voglia. Tu hai un’attività così
interessante. Per te va tutto benissimo…” e così avanti e avanti. E naturalmente tutte le moine
sparirono rapidamente. Ora era Masters, e naturalmente lui era felicissimo di farlo, che
portava la colazione a letto alla hostess prima di andarsene al lavoro. Era Masters che
rimetteva in ordine la casa quando tornava la sera e trovava cenere di sigarette e stagnole di
cioccolatini dappertutto. A lui tocco rinunciare al fumo e al bicchierino ogni tanto per
comperarle abiti nuovi in modo che lei potesse essere all’altezza delle altre mogli. Qualcosa
trapelò, o almeno io che conoscevo bene Masters, lo notai, al Segretariato. Le rughe di
preoccupazione, le telefonate occasionali, enigmatiche e troppo sollecite durante le ore
d’ufficio. I dieci minuti rubati all’orario di lavoro per poter portare Rhoda al cinema e,
naturalmente, le domande semischerzose che faceva ogni tanto sul matrimonio in generale:
cosa fanno le altre mogli durante la giornata? Tutte le donne trovano che faccia un po’ caldo
qui? Credo che le donne (e quasi aggiungeva “che Dio le benedica”) si agitino molto più
facilmente degli uomini. E via dicendo. Il guaio, o almeno uno dei guai, era che Masters era
rinstupidito. Lei era il suo sole e la sua luna e se lei era infelice o irrequieta era tutta colpa
sua. Cercò disperatamente qualcosa che potesse occuparla e renderla serena, e alla fine, tra
tutte le possibilità, decise, o meglio, decisero, per il golf. Il golf è la cosa ideale alle Bermude.
Ci sono parecchi ritrovi eleganti, compreso il famoso club Mid-Ocean dove tutta la gente
perbene va a giocare e dopo si raduna nel circolo per chiacchierare e bere qualcosa. Era
esattamente quel che lei desiderava: un’occupazione raffinata e alta società. Sa Dio come
Masters riuscì a mettere da parte abbastanza per iscriverla, comperarle le mazze, pagarle le
lezioni e tutto il resto, ma in qualche modo ce la fece e fu un successo strepitoso. Rhoda
cominciò a trascorrere l’intera giornata al Mid-Ocean. Fece fruttare le lezioni, le venne
assegnato un handicap e cominciò a conoscere gente grazie alle piccole gare e alle medaglie
mensili, e in capo a sei mesi non solo giocava a golf in modo più che rispettabile ma era
diventata la beniamina dei soci. Non mi stupii. Ricordo di averla vista ogni tanto, una figurina
deliziosa, abbronzata, con calzoncini cortissimi e un berrettino a visiera bianco e verde, che
eseguiva colpi precisi ed eleganti, e posso assicurarvi,» il Governatore gli rivolse una breve
strizzatina d’occhio, «che era l’elemento più grazioso che mai avessi contemplato su un campo
da golf. Naturalmente le conseguenze non si fecero attendere molto. Venne indetta una gara a
quattro, mista. Come partner le venne assegnato il maggiore dei Tattersall, i più grossi
commercianti di Hamilton e praticamente la famiglia più importante della società delle
Bermude. Era un giovane leone, con un fisico fantastico, ottimo nuotatore, e perfetto giocatore
di golf, con una MG aperta, un fuoribordo e tutto il resto. Sapete il tipo. Aveva tutte le ragazze
che voleva e, se quelle non andavano a letto con lui alla svelta, non avevano modo di godersi
la MG né il Chriscraft né le serate nei locali notturni. Dopo una lotta accanita nelle finali. la
coppia vinse la gara e Philip Masters era tra la folla mondana raccolta attorno alla
diciottesima buca per applaudire la loro vittoria. Fu l’ultima volta che Masters fu allegro, per
molto, molto tempo, forse per tutta la sua vita. Quasi immediatamente lei cominciò ad
“andare” con il giovane Tattersall, e una volta cominciato andò come un fulmine. E credete, Mr.
Bond,» il Governatore strinse il pugno lasciandolo cadere piano sul bordo del tavolino, «era
una cosa terribile. Non faceva il minimo sforzo per attutire il colpo o tenere nascosta la
relazione. Si mise con il giovane Tattersall, semplicemente, buttando la cosa in faccia a
Masters in tutti i modi possibili. Tornava a casa quando le pareva, aveva insistito perché
Masters andasse a dormire nella camera degli ospiti, con il pretesto che faceva troppo caldo
per dormire insieme, e se mai riordinava la casa o gli preparava da mangiare era solo per
salvare un briciolo di apparenze. Naturalmente in capo a un mese la cosa era risaputa da tutti
e il povero Masters portava il più grosso paio di corna che mai si fosse visto alla Colonia. Alla
fine intervenne Lady Burford che fece una ramanzina a Rhoda Masters, dicendole che stava
rovinando la carriera di suo marito e così via. Ma il fatto era che Lady Burford trovava Masters
parecchio noioso, e avendo forse fatto lei stessa un paio di scappatelle in gioventù — era
ancora una bella donna con una scintilla maliziosa nello sguardo — probabilmente fu un po’
troppo indulgente con la ragazza. Naturalmente Masters da parte sua, come mi raccontò più
tardi, passò la solita odiosa trafila: rimostranze, aspri litigi, rabbia furiosa, violenza (mi disse
che una sera per poco non l’aveva strozzata), e, alla fine, freddo allontanamento e cupa
infelicità.» Il Governatore fece una pausa. «Non so se avete mai visto un cuore che viene
spezzato, Mr. Bond, spezzato lentamente e deliberatamente. Be’, è quanto vidi accadere a
Philip Masters, ed era una cosa spaventosa a vedersi. Eccolo lì, un uomo che un tempo aveva
avuto il Paradiso in volto e che, nel giro di un anno dal suo arrivo alle Bermude, portava
l’inferno sul suo viso. Naturalmente feci del mio meglio, tutti noi lo facemmo in un modo o
nell’altro, ma una volta accaduto, a quella diciottesima buca al Mid-Ocean, non c’era proprio
più nulla da fare se non cercare di raccogliere i cocci. Ma Masters era come un cane ferito. Si
allontanava da noi rintanandosi in un angolo e ringhiava quando qualcuno cercava di
avvicinarglisi. Io arrivai fino a scrivergli un paio di lettere. Più tardi mi disse di averle
stracciate senza neppure leggerle. Un giorno un gruppo di noi si riunì e lo invitammo a una
riunione di soli uomini nella mia villetta. Cercammo di farlo ubriacare. E ci riuscimmo a
meraviglia. Poco dopo sentimmo uno schianto proveniente dal bagno. Masters. aveva cercato
di tagliarsi i polsi con il mio rasoio. La cosa ci allarmò moltissimo e io fui incaricato di andare
a parlare al Governatore di tutta la faccenda. Il Governatore, si capisce, era al corrente ma
sperava di non dover intervenire. Ora si trattava addirittura di decidere se Masters poteva
continuare a rimanere nel Servizio. Il suo lavoro era un disastro. Sua moglie un pubblico
scandalo. Lui era un uomo rovinato. Avremmo potuto rimettere insieme i cocci? Il Governatore
era una persona in gamba. Costretto ad agire, era deciso a fare almeno un ultimo sforzo per
ritardare il quasi inevitabile rapporto a Whitehall che avrebbe mandato in briciole quanto
restava di Masters. E qui intervenne la Provvidenza a dare una mano. Proprio il giorno dopo il
mio colloquio con il Governatore, giunse un messaggio dal Ministero delle Colonie in cui si
diceva che ci sarebbe stata una riunione a Washington per stabilire le zone di pesca in alto
mare e che le Bermude e le Bahama erano invitate a mandare dei rappresentanti dei loro
governi. Il Governatore convocò Masters, gli parlò come un padre, gli disse che doveva recarsi
a Washington e che avrebbe dovuto definire in un modo o nell’altro le sue questioni
domestiche entro sei mesi; quindi lo fece partire. Masters se ne andò una settimana dopo e
rimase a Washington per cinque mesi a discutere di pesca, tutti noi tirammo un sospiro di
sollievo e fummo scortesi con Rhoda Masters tutte le volte che se ne presentava l’occasione.»
Il Governatore interruppe il racconto e il silenzio regnò nel grande soggiorno vivamente
illuminato. Trasse di tasca il fazzoletto e se lo passò sul viso. I ricordi lo avevano eccitato e i
suoi occhi erano lucenti nel volto arrossato. Si. alzò per versare un whisky a Bond e uno per sé.
«Che razza di pasticcio,» disse Bond. «Immagino che prima o poi dovesse succedere qualcosa
del genere, ma è stata una sfortuna per Masters che accadesse così presto. Doveva essere una
donnina senza cuore. Dimostrava mai in qualche modo di pentirsi di ciò che aveva fatto?»
Il Governatore aveva terminato di accendersi un altro sigaro. Ne fissò la punta incandescente
e aspirò una boccata. Rispose: «Oh, no. Si stava divertendo pazzamente. Doveva sapere che
non sarebbe durato in eterno, ma era quello che aveva sempre sognato, quello che sognano le
lettrici di riviste femminili e lei aveva una tipica mentalità di quel genere. Aveva tutto: il
miglior partito dell’isola, amore sulla spiaggia sotto le palme, divertimenti in città e al Mid-
Ocean, gite in auto e in fuoribordo tutti gli orpelli del romanticismo a buon mercato. E, a
proteggere le spalle, un marito completamente soggiogato, ben lontano da casa, e una villa in
cui poter fare il bagno, cambiarsi d’abito e dormire un poco. E sapeva di potersi riprendere
Philip Masters. Era così infatuato di lei. Non ci sarebbe stata alcuna difficoltà. Poi avrebbe
potuto fare il giro delle conoscenze, scusarsi con tutti e ricominciare ad essere affascinante; e
tutti l’avrebbero perdonata. Tutto sarebbe andato benissimo. E in caso contrario, c’era
un’infinità di uomini al mondo oltre a Philip Masters, e anche più attraenti quanto a quello.
Guarda un po’ tutti gli uomini del circolo di golf! Avrebbe potuto scegliere uno qualsiasi di
quelli, come niente fosse. No, la vita era magnifica, e se qualcuno si comportava da persona
maligna, dopotutto si trattava solo del modo in cui moltissime persone si comportano.
Bastava guardare come andavano le cose per i divi di Hollywood.
«Be’, presto venne messa alla prova. Tattersall cominciò a stancarsi di lei e, grazie alla moglie
del Governatore, la famiglia Tattersall cominciò a fare il diavolo a quattro. Questo fornì al
giovane un’ottima scusa per troncare la relazione senza fare troppe scene. Ed era estate e
l’isola era invasa da graziose americane. Era ora di trovarsi qualcosa di nuovo. Così mollo
Rhoda Masters. Così. Le disse semplicemente che era finita. Che i suoi genitori volevano così
altrimenti gli avrebbero tagliato i viveri. Questo due settimane prima della data del ritorno di
Philip Masters da Washington, e devo dire che lei la prese bene. Era forte e sapeva che prima
o poi sarebbe giunto quel momento. Non fece tragedie. Quanto a questo, non c’era nessuno
con cui fare tragedie. Andò semplicemente da Lady Burford e le disse che le spiaceva e che
d’ora in poi sarebbe stata una buona moglie per Philip Masters, poi si mise al lavoro in casa, la ripulì da cima a fondo e mise tutto in perfetto ordine per la grande scena della riconciliazione.
La necessità di arrivare a questa riconciliazione le venne dimostrata dall’atteggiamento dei
suoi vecchi amici del Mid-Ocean. Di punto in bianco era diventata mal vista. Sapete come
succedono queste cose, anche in un posto cordiale come un circolo privato dei Tropici. Non
solo quelli del Governatorato ma anche l’ambiente dei commercianti di Hamilton la guardava
male. Improvvisamente era divenuta una merce scadente, usata e scartata. Si sforzò di tornare a essere l’allegra farfallina di un tempo, ma non funzionava più. Un paio di volte venne
snobbata rudemente e smise di andare al club. Ora era vitale tornare a una base sicura e
ricominciare lentamente a risalire la china. Se ne stette in casa e si impegno con buona
volontà; provando e riprovando la scena che avrebbe messo in atto: le lacrime, le premure da
hostess, le scuse e le spiegazioni, sincere, dilungate, il letto matrimoniale.
«Poi Philip Masters tornò.»
Il Governatore si interruppe fissando Bond pensosamente. Disse: «Voi non siete sposato, ma
credo che sia la stessa cosa in tutte le relazioni tra un uomo e una donna. Possono resistere a
qualsiasi cosa finché tra i due esiste un rapporto di una certa umanità. Ma quando ogni
dolcezza è scomparsa, quando a uno dei due chiaramente e sinceramente non importa più che l’altro sia vivo o morto, allora non c’è più nulla da fare. Questo insulto all’io, peggio, all’istinto di autoconservazione, non potrà mai essere perdonato. L’ho visto in centinaia di matrimoni.
Ho visto infedeltà flagranti dimenticate, ho visto crimini e perfino omicidi perdonati dall’altro
coniuge, per non parlare dei fallimenti e di qualsiasi altra forma di reati sociali. Malattie
incurabili, cecità, rovina… tutte cose che possono essere superate. Ma mai la morte della
comune umanità in uno dei due. Ho riflettuto su questo fatto e ho inventato una definizione
un po’ altisonante per questo fattore fondamentale nei rapporti umani. L’ho chiamato la legge
del “quantum di sicurezza”.»
«Un’ottima definizione,» osservò Bond. «Certo fa colpo. Capisco naturalmente cosa intendete
dire. Mi sembra che abbiate perfettamente ragione. Un “quantum di sicurezza”. Sì, immagino si possa affermare che ogni affetto e amicizia si basino in fondo su di esso. Gli esseri umani
sono molto insicuri. Quando l’altra persona non solo ti fa sentire insicuro ma dimostra di
volerti effettivamente distruggere, è chiaro che è la fine. Il “quantum di sicurezza” è ridotto a
zero. Bisogna allontanarsi per potersi salvare. E Masters capì questo?»
Il Governatore non rispose alla domanda. Disse: «Rhoda Masters avrebbe dovuto intuire
qualcosa quando suo marito varcò la porta della villetta. Non tanto per quello che poteva
vedere dall’esterno, per quanto i balletti fossero scomparsi e i capelli di Masters fossero
tornati a essere il ciuffo scompigliato del loro primo incontro, ma per occhi, la bocca, il mento
deciso. Rhoda Masters aveva indossato il suo abito più tranquillo, eliminato quasi il trucco e si
era accomodata su una poltrona in modo che la luce della finestra lasciasse il suo viso in
penombra illuminando le pagine del libro sul suo grembo. Aveva deciso che, quando lui
avesse varcato la soglia, avrebbe alzato gli occhi dal libro, docilmente, sottomessa, aspettando che parlasse lui.
Poi si sarebbe alzata, gli si sarebbe accostata in silenzio fermandosi di fronte a lui a capo chino. Gli avrebbe detto tutto lasciando scorrere le lacrime, c lui l’avrebbe presa tra le braccia e lei avrebbe fatto promesse su promesse. Aveva rifatto più volte la scena finché era stata soddisfatta.
«Dunque alzò debitamente lo sguardo dal libro. Masters poso a terra la valigia,
tranquillamente, si avvicinò a passo lento al caminetto e rimase in piedi fissandola
distrattamente. I suoi occhi erano freddi, impersonali e privi di interesse. Infilò una mano nella
tasca interna e ne trasse un foglio. Con la voce impersonale dell’agente immobiliare cominciò:
“Qui c’è una pianta della casa. L’ho divisa in due. Le tue stanze sono la cucina e la tua camera
da letto. Le mie, questa stanza e l’altra camera. Potrai usare il bagno quando non me ne
servirò io.”. Si chinò per lasciar cadere il foglio sulle pagine del libro aperto. “Non dovrai
entrare nelle mie stanze se non quando riceveremo amici.”. Rhoda Masters apri la bocca per
parlare. Lui alzò una mano. “Questa è l’ultima volta che ti parlo in privato. Se mi rivolgerai la
parola, non ti risponderò. Se vuoi comunicarmi qualcosa, puoi lasciare un biglietto nel bagno.
Mi aspetto che i pasti vengano preparati puntualmente e serviti nella sala da pranzo, che
potrai usare quando io avrò finito. Ti darò venti sterline al mese per le spese di casa, somma
che ti verrà spedita dai miei avvocati al primo di ogni mese. I miei legali stanno preparando i
documenti per il divorzio. Divorzio che chiedo io e tu non ti opporrai perché non ne hai la
possibilità. Un investigatore privato mi ha fornito ampie prove contro di te. La causa avrà
luogo tra un anno, quando il mio incarico alle Bermude sarà finito. Nel frattempo, in pubblico,
ci comporteremo come una normale coppia di coniugi.”
«Masters si infilo le mani in tasca e la fissò educatamente. Il viso della ragazza era inondato
di lacrime. Aveva un’espressione atterrita, come se qualcuno l’avesse picchiata. In tono
indifferente Masters continuò: “C’è altro che vuoi sapere? Allora sarà meglio che raccolga le
cose che ti appartengono e ti trasferisca in cucina.”. Guardo l’orologio. “Desidererei cenare ogni sera alle otto. E adesso sono le sette e mezzo.”»
Il Governatore fece una pausa e prese un sorso di whisky. Riprese: «Ho messo insieme tutto
questo da quel poco che mi disse Masters e da più ampi particolari che Rhoda Masters diede
a Lady Burford. A quanto sembra Rhoda Masters fece di tutto per smuoverlo: discussioni,
suppliche, crisi isteriche. Lui rimase inflessibile. Non riusciva a toccarlo, semplicemente. Era
come se lui se ne fosse andato e avesse mandato qualcun altro in casa a rappresentarlo in
quell’incredibile colloquio. Alla fine lei dovette acconsentire. Non disponeva di denaro. Non
poteva assolutamente comperarsi un biglietto di ritorno per l’Inghilterra. Per avere cibo e
alloggio doveva fare come voleva lui. E così fu. Per un anno vissero in quel modo, cortesi l’uno verso l’altro in pubblico, ma perfettamente silenziosi e divisi quando erano soli. Naturalmente tutti noi restammo sbalorditi da quel cambiamento. Nessuno dei due parlò mai dell’accordo.
Lei si sarebbe vergognata troppo, e Masters non aveva ragione di farlo. A noi parve un poco
più riservato del solito, ma svolgeva un lavoro di prim’ordine e tutti tirammo un sospiro di
sollievo concludendo che un miracolo aveva salvato quel matrimonio. Tutti e due
guadagnarono grande credito da quel fatto, e tornarono a essere una coppia ben accetta, tutto
perdonato e dimenticato.
«L’anno trascorse e venne il momento in cui Masters doveva partire. Annunciò che Rhoda si
sarebbe trattenuta per chiudere la casa e parteciparono ai soliti ricevimenti d’addio. Fummo
un poco sorpresi che lei non si recasse a salutarlo alla nave, ma lui spiegò che Rhoda non
stava bene. Così rimasero le cose fino a che, un paio di settimane più tardi, cominciarono ad
arrivare dall’Inghilterra le voci del divorzio. Allora Rhoda Masters si presentò al Governatorato
ed ebbe un lungo colloquio con Lady Burford, e a poco a poco tutta la storia, compreso il
terribile capitolo che doveva concluderla, prese a diffondersi.»
Il Governatore terminò il suo whisky. Il ghiaccio tintinnò leggermente quando egli depose il
bicchiere. Continuò: «A quanto pare il giorno prima della partenza Masters trovò in bagno un
biglietto di sua moglie in cui lei gli spiegava che doveva assolutamente vederlo un’ultima
volta prima che lui partisse per sempre. C’erano già stati biglietti del genere in precedenza e
Masters li aveva sempre stracciati lasciandone i frammenti sulla mensola sopra il lavabo.
Questa volta scribacchiò un biglietto dandole appuntamento per quella sera alle sette nel
soggiorno. Giunta l’ora. Rhoda Masters entro buona buona dalla cucina. Da tempo aveva
smesso di abbandonarsi a scene emotive o di cercare di muoverlo a pietà. Ora se ne rimase in piedi spiegando che le restavano solo venti sterline dell’appannaggio di quel mese e che non aveva altro. Quando lui fosse partito lei non avrebbe avuto più un soldo.
«“Hai i gioielli che ti ho regalato, e la stola di pelliccia.”
«“Sarò fortunata se ne caverò cinquanta sterline.”
«“Dovrai trovarti un lavoro.”
«“Mi ci vorrà tempo per trovare qualcosa. Dovrò pur vivere da qualche parte. Tra quindici
giorni dovrò lasciare questa casa. Non vuoi darmi proprio nulla? Morirò di fame.”
«Masters la guardò spassionatamente. “Sei carina. Non morirai mai di fame.”
«“Ma devi aiutarmi, Philip. Devi. Non gioverà alla tua carriera se sarò costretta a chiedere aiuto al Governatorato.”
«In quella casa nulla era di loro proprietà tranne pochi ammennicoli. L’avevano presa
ammobiliata. Il proprietario era venuto la settimana prima e aveva controllato l’inventario.
Restava solo l’auto, una Morris che Masters aveva acquistato di seconda mano, e un
radiogrammofono che aveva comperato come ultimo tentativo per cercare di distrarre sua
moglie prima che questa cominciasse a giocare a golf.
«Philip Masters la guardò per l’ultima volta. Non l’avrebbe mai più rivista. Disse: “D’accordo.
Puoi tenere l’auto e il grammofono. È tutto. Devo fare le valigie. Addio.” E uscì per salire in
camera sua.»
Il Governatore lanciò un’occhiata a Bond. «Almeno un ultimo gesto gentile, no?»
Sorrise acido. «Dopo che se ne fu andato e Rhoda rimase sola, lei prese l’auto, l’anello di
fidanzamento e i pochi gioielli oltre alla stola di volpe, si reco ad Hamilton e fece il giro dei
negozi di oggetti usati. Alla fine riuscì a ottenere quaranta sterline per i gioielli e sette per la
pelliccia. Poi andò dal rivenditore di auto di cui c’era la targhetta con il nome, sul cruscotto, e
chiese del direttore. Quando gli domandò quanto le poteva dare per la Morris lui credette che
scherzasse. “Ma signora, Mr. Masters ha comperato quest’auto a rate ed è molto in arretrato
con i pagamenti. Vi avrà senz’altro detto che abbiamo dovuto mandargli la lettera del nostro
legale proprio una settimana fa. Avevamo saputo che era di partenza. E lui ci ha risposto che
sareste venuta voi per i provvedimenti necessari. Vediamo,” prese il registro e cominciò a
sfogliarlo. “Sì, ci sono ancora esattamente duecento sterline da pagare.”
«Be’, naturalmente Rhoda Masters scoppiò in lacrime e alla fine il direttore acconsentì a
riprendersi l’auto, sebbene ormai non valesse duecento sterline, ma volle assolutamente che
la lasciasse lì subito, benzina nel serbatoio e tutto. Rhoda Masters non poté far altro che
accettare, essergli grata perché non le faceva causa, quindi uscì dal garage incamminandosi
lungo la strada piena di sole, immaginando già cosa le avrebbero detto al negozio di
elettrodomestici. E non si sbagliava. La medesima storia, solo che questa volta dovette
sborsare dieci sterline per convincere l’uomo a riprendersi il radiogrammofono. Riuscì a
trovare un passaggio che la portò abbastanza vicino alla villetta, e una volta a casa si buttò
sul letto e pianse per il resto della giornata. Già era una donna sconfitta. Ora Philip Masters
l’aveva presa a calci quando già era a terra.»
Il Governatore fece una pausa. «Incredibile, effettivamente. Un uomo come Masters, generoso, sensibile, che normalmente non avrebbe fatto male a una mosca. E ora aveva fatto una delle cose più crudeli che possa ricordare in tutta la mia esperienza. Era il frutto della mia legge,» il Governatore ebbe un breve sorriso. «Quali colpe potesse commettere, se gli avesse offerto quel famoso “quantum di sicurezza” lui non si sarebbe mai comportato con lei in quel modo.
Così invece, lei aveva svegliato in lui una crudeltà feroce, una crudeltà che forse giace
profondamente nascosta in noi tutti e che solo una minaccia alla nostra esistenza può portare
in superficie. Masters voleva far soffrire quella ragazza, non quanto aveva sofferto lui perché
quello era impossibile, ma almeno quanto gli poteva riuscire. E quel falso gesto di generosità
con l’auto e il grammofono era un esempio diabolicamente astuto di azione ritardata per
ricordarle, anche quando lui fosse partito, quanto la odiava, e quanto ancora desiderava farle
del male.»
«Dev’essere stata un’esperienza rovinosa. È incredibile come la gente riesca a ferirsi. Comincio a provare una certa compassione per quella ragazza. Che ne è stato di lei alla fine… e di lui, anche?»
Il Governatore si alzò in piedi e guardò il proprio orologio. «Santo cielo, è quasi mezzanotte. E
ho tenuto alzata la servitù fino a quest’ora,» sorrise, «oltre che voi.» Si diresse al caminetto e
suonò un campanello. Si presentò un maggiordomo negro. Il Governatore si scuso per averlo
tenuto alzato e gli disse di chiudere la casa e spegnere le luci. Bond si era alzato. Il
Governatore si volse verso Bond. «Venite, vi racconterò il resto. Vi accompagno fino al cancello così la sentinella vi farà uscire.»
Attraversarono lentamente le grandi sale, scendendo poi gli ampi gradini che portavano in
giardino. Era una splendida serata, con una luna piena che risplendeva sopra di loro attraverso alte nubi sottili.
Il Governatore riprese il racconto: «Masters continuò la sua carriera nell’Amministrazione
statale, ma per un qualche motivo non fu più all’altezza del suo ottimo inizio. Dopo l’episodio
delle Bermude pareva che qualcosa di lui fosse scomparso. Una parte di lui era stata uccisa.
Era come mutilato. Per lo più la colpa era di lei, naturalmente, ma credo che quanto lui le
aveva poi fatto gli fosse rimasto dentro e forse lo tormentasse. Era in gamba nel suo lavoro,
ma aveva perso il calore umano e a poco a poco si inaridì. Naturalmente non si risposò mai e
alla fine venne sbattuto ad occuparsi di un certo programma agricolo, e quando quello si
dimostrò un fallimento lui si ritirò e andò a vivere in Nigeria, tornando dalle uniche persone
al mondo che gli avessero mai offerto amicizia, tornando nel luogo da cui tutto aveva avuto
inizio. Abbastanza tragico, a dire il vero, ricordando com’era da giovane.»
«E la ragazza?»
«Oh, passò un periodo piuttosto difficile. Facemmo qualche colletta per lei che si arrabattava
con vari lavoretti che le si offrivano più o meno come carità. Cercò di riprendere l’attività di
hostess, ma il modo in cui aveva rotto il contratto con le Imperial Airways la squalificava. A
quei tempi non c’erano molte linee aeree e non mancavano le candidate per i pochi posti di
hostess che si offrivano. I Burford vennero trasferiti in Giamaica quello stesso anno e così le
venne meno l’appoggio più importante. Come dicevo, Lady Burford aveva sempre avuto un
debole per lei. Rhoda Masters era praticamente senza un soldo. Era ancora molto attraente e
molti uomini se l’erano tenuta per qualche tempo; ma non si può passare da uno all’altro, per
molto, in un posto piccolo come le Bermude, e lei era molto vicina a diventare una prostituta
e ad avere fastidi con la polizia, quando ancora una volta intervenne la Provvidenza, che
decise che aveva sofferto abbastanza. Le arrivò una lettera da Lady Burford cui era accluso il
denaro per andare in Giamaica; le annunciava di averle trovato un posto di receptionist al
Blue Hills Hotel, uno dei migliori alberghi di Kingston. Così lei partì, e immagino — ormai io
ero stato trasferito in Rhodesia — che tutti alle Bermude si sentissero profondamente sollevati
vedendola partire.»
Il Governatore e Bond erano giunti all’ampia cancellata del Governatorato. Al di là riluceva,
bianco, nero e rosa sotto la luna, l’intrico di stradine e di graziose case di legno con frontoni e
terrazze pesantemente decorate che è Nassau. Con un rumoroso batter di tacchi la sentinella
si irrigidì sull’attenti facendo il presentat’arm. Il Governatore sollevò una mano. «Va bene.
Riposo.» La sentinella sferragliò di nuovo per qualche istante, poi silenzio.
«E questa è la fine della storia,» concluse il Governatore, «a parte un ultimo tocco del destino.
Un bel giorno un milionario canadese arrivò al Blue Hills Hotel e vi si trattenne per tutto
l’inverno. Al termine del suo soggiorno si portò Rhoda Masters in Canada e la sposò. Da allora
lei visse su un letto di rose.»
«Santo cielo. Un bel colpo di fortuna. Quasi non se lo meritava.»
«Immagino di no. Non si può dire. La vita è una strana cosa. Forse, nonostante tutto il male
che aveva fatto a Masters il destino decise che aveva pagato abbastanza. Forse i veri colpevoli erano il padre e la madre di Masters, che fecero di lui un individuo destinato a essere vittima.
Inevitabilmente lui subì la catastrofe emotiva cui era destinato e per la quale loro l’avevano
condizionato. Il fato aveva prescelto Rhoda come strumento. E ora la ricompensava dei suoi
servigi. Difficile giudicare queste cose. Comunque lei rese molto felice il suo milionario
canadese. Mi sembra che tutti e due avessero un’aria molto soddisfatta questa sera.»
Bond scoppiò a ridere. Improvvisamente tutte le violenze e i drammi della sua vita gli parvero
molto vuoti. La faccenda dei ribelli di Castro e gli yacht incendiati furono solo l’argomento per
un fatto di cronaca su un giornale popolare. Era rimasto seduto vicino a una donna noiosa, a
una cena noiosa, e un’osservazione casuale aveva aperto davanti a lui il libro della vera
violenza, della Comédie Humaine in cui le passioni umane sono crude e reali, in cui il destino
gioca tiri più autentici di qualsiasi cospirazione di Servizio Segreto progettata dai Governi.
Bond si volse verso il Governatore e gli tese la mano. «Grazie del racconto» disse. «E vi devo
delle scuse. Avevo trovato molto noiosa Mrs. Harvey Miller. Grazie a voi non la dimenticherò
mai. Devo prestare più attenzione alla gente. Voi mi avete dato una lezione.»
Si strinsero la mano. Il Governatore sorrise. «Sono lieto che la storia vi abbia interessato.
Temevo che potesse annoiarvi. Voi avete una vita molto emozionante. A dirvi la verità, non
sapevo proprio di che cosa avremmo potuto parlare dopo cena. Nel Servizio Coloniale la vita è molto monotona.»
Si augurarono la buonanotte e Bond si avviò lungo la tranquilla strada che conduceva al
porto e al British Colonial Hotel. Penso all’incontro che la mattina dopo avrebbe avuto con la
Polizia Costiera e l’FBI a Miami. La prospettiva, che prima lo interessava e perfino lo
emozionava, ora aveva un che di noia e di futilità.
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