Joan Ashby uscì dalla sua stanza e si soffermò un attimo sul pianerottolo, davanti alla porta. Stava voltandosi, come per tornare dentro, quando udì suonare il gong al piano di sotto.
Si affrettò così precipitosamente che in cima alla scalinata andò a sbattere contro un giovane che veniva dalla direzione opposta.
«Ciao, Joan! Perché tanta fretta?»
«Scusami, Harry. Non ti avevo visto.»
«Ovvio» replicò seccamente Harry Dalehouse. «Ma, come stavo dicendo, perché tanta fretta?»
«È suonato il gong.»
«Sì, ma è solo la prima volta.»
«No, la seconda.»
«La prima.»
«La seconda.»
Continuarono a discutere mentre scendevano le scale. Nell’atrio il maggiordomo, riposto il martelletto del gong, avanzava verso di loro con passo lento e solenne.
«Era la seconda volta» insistette Joan. «Ne sono certa. Vedi che ore sono?»
Harry Dalehouse diede un’occhiata alla pendola.
«Sono le otto e dodici minuti» disse. «Credo che tu abbia ragione, Joan, ma la prima volta non l’ho sentito suonare. Digby,» continuò rivolto al maggiordomo «il gong è suonato una volta o due?»
«Una volta sola, signore.»
«Alle otto e dodici? Digby, qualcuno verrà licenziato per questo.»
Per un attimo sulle labbra del maggiordomo spuntò un debole sorriso.
«Stasera la cena verrà servita dieci minuti più tardi, signore. Ordine del padrone.»
«Incredibile!» esclamò Harry. «Ahi ahi! Per come la vedo io, qua le cose si mettono male. Le sorprese non finiscono mai. Cosa può aver trattenuto il mio riverito zio?»
«Il treno delle diciannove, signore, aveva mezz’ora di ritardo, perciò…» Si udì un suono simile a uno schiocco di frusta e il maggiordomo tacque di colpo.
«Cos’è successo?» disse Harry. «Sembrava uno sparo.»
Un bell’uomo bruno, sui trentacinque anni, sbucò dal salotto alla loro sinistra.
«Che cos’è stato?» domandò. «Sembrava proprio uno sparo.»
«Probabilmente il ritorno di fiamma di un motore, signore» rispose il maggiordomo. «La strada corre vicino alla casa, da questo lato, e le finestre del piano di sopra sono aperte.»
«Può darsi,» commentò Joan con aria scettica «ma il rumore non proveniva da lì.» E indicò a destra. «Veniva da lì» precisò, indicando un punto a sinistra.
Il nuovo arrivato scosse la testa.
«Non credo proprio. Io ero in salotto. Sono uscito perché mi sembrava che il rumore venisse da qui.» Indicò con la testa la direzione del gong e della porta d’ingresso.
«Est, ovest e sud, eh?» disse Harry, incontenibile. «Allora, Keene, io dico nord per completare l’opera. Secondo me il rumore proveniva da dietro. Cosa può essere stato?»
«Forse un omicidio» ipotizzò Geoffrey Keene con un sorriso. «Vi chiedo scusa, signorina Ashby.»
«È stato solo un brivido» replicò Joan. «Dev’essere passata la morte, almeno così si dice.»
«L’idea dell’omicidio potrebbe essere giusta,» osservò Harry «ma andiamo, nessun gemito, niente sangue. Forse era soltanto un cacciatore di frodo che sparava a una lepre.»
«Mi sembra improbabile, ma forse è proprio così» convenne l’altro. «Però il botto sembrava vicinissimo. Comunque sia, accomodiamoci in salotto.»
«Meno male che non siamo in ritardo» disse Joan con fervore. «Mi sono precipitata giù per le scale credendo che fosse il secondo gong.»
Risero tutti e andarono nel salotto.
Lytcham Close era una delle antiche dimore più famose d’Inghilterra. Il proprietario, Hubert
Lytcham Roche, era l’ultimo discendente di una lunga dinastia, e i suoi lontani parenti dicevano di lui: «Il vecchio Hubert dovrebbe essere internato. È completamente folle, pazzo da legare».Al di là della naturale esagerazione di amici e parenti, l’affermazione non era priva di fondamento. Hubert Lytcham Roche era sicuramente un eccentrico. Eccellente musicista, aveva però un carattere impossibile e un’altissima considerazione di sé. Tutti i suoi ospiti dovevano adeguarsi alle sue manie, altrimenti non sarebbero stati invitati una seconda volta.
Una delle sue fissazioni era la musica. Se suonava qualcosa per gli ospiti, come capitava spesso la sera, tutti dovevano stare in religioso silenzio. Bastava un bisbiglio, il fruscio di un abito, un movimento appena percettibile perché lui si voltasse imbestialito, e addio alla speranza del malcapitato ospite di essere invitato un’altra volta.
Un’altra delle sue manie era l’assoluta puntualità a cena. La prima colazione non era importante. Si poteva scendere anche a mezzogiorno, se si voleva. Stessa cosa per il pranzo, che consisteva in un piatto di carne fredda e frutta cotta. La cena invece era un rito, quasi una festa, preparata da un cordon bleu di un grande albergo che Lytcham Roche era riuscito ad accaparrarsi in cambio di uno stipendio favoloso.
Un primo gong suonava alle otto e cinque. Alle otto e un quarto di udiva un secondo gong, subito si spalancavano le porte, veniva annunciato che la cena era servita e gli ospiti si dirigevano in corteo verso la sala da pranzo. Chiunque avesse avuto la temerarietà di arrivare in ritardo al suono del secondo gong veniva scomunicato all’istante e non avrebbe mai più potuto metter piede a Lytcham Close.
Questo spiegava il nervosismo di Joan Ashby e lo stupore di Harry Dalehouse nell’apprendere che quella sera la solenne funzione sarebbe stata rimandata di dieci minuti. Benché non fosse in grande confidenza con lo zio, era stato ospite a Lytcham Close abbastanza spesso per sapere che quello era un evento eccezionale.
Anche Geoffrey Keene, il segretario di Lytcham Roche, era sbigottito.
«Incredibile» commentò. «Non è mai accaduta una cosa del genere. Siete sicuri?»
«L’ha detto Digby.»
«Pare che il treno sia in ritardo» soggiunse Joan. «O almeno così mi sembra di aver capito.»
«Stranissimo» disse Keene pensieroso. «Tra poco sapremo come stanno le cose, suppongo. Comunque è davvero singolare.»
I due uomini rimasero un momento in silenzio, guardando la giovane donna. Joan Ashby era una ragazza incantevole, con gli occhi azzurri, i capelli biondi e un sorriso malizioso. Era la prima volta che veniva a Lytcham Close su invito di Harry.
La porta si aprì e Diana Cleves, figlia adottiva dei Lytcham Roche, entrò nella stanza.
Dotata di una grazia audace, Diana aveva una luce maligna negli occhi scuri e la lingua tagliente. Quasi tutti gli uomini ne restavano affascinati e lei gioiva delle proprie conquiste. Era una strana creatura, che sembrava piena di calore ed era invece di una freddezza assoluta.
«Per una volta batto il Vecchio sul tempo» esordì. «Non mi capitava da settimane. Di solito lo trovo già qui che guarda l’orologio e cammina avanti e indietro, irrequieto come una tigre all’ora del pasto.»
I due giovani si precipitarono verso di lei. Diana donò a entrambi un sorriso radioso, poi si rivolse a Harry. Geoffrey Keene arrossì e fece un passo indietro.
Tuttavia si riprese subito, vedendo entrare la signora Lytcham Roche. Alta e bruna, con l’aria perennemente trasognata, indossava un abito fluttuante di un verde indefinito. Al suo fianco c’era Gregory Barling, un uomo di mezza età dal naso adunco e il mento risoluto. Era un personaggio di spicco nel mondo della finanza, di buona famiglia per parte di madre, e da diversi anni intimo amico di Hubert Lytcham Roche.
Gong!
Il gong suonò per la seconda volta, imponente. L’eco non si era ancora spenta quando la porta si aprì e Digby annunciò: «La cena è servita».
Poi, pur essendo un maggiordomo inappuntabile, un’espressione sbigottita comparve sul suo volto impassibile. A quanto ricordava, non era mai accaduto che il padrone fosse in ritardo.
Gli altri non erano meno stupiti di lui. La signora Lytcham Roche rise nervosamente.
«È incredibile» commentò. «Non so come regolarmi.»
Tutti erano sconcertati, essendo la prima volta che la tradizione di Lytcham Close non veniva rispettata. Cosa poteva essere accaduto? La conversazione si interruppe in un generale senso d’attesa.
Quando la porta si aprì di nuovo, si levò un sospiro di sollievo, seppure attenuato da una certa ansia per come affrontare la situazione. Bisognava guardarsi bene dal sottolineare il fatto che proprio l’ospite avesse trasgredito alla regola più ferrea della casa.
Ma il nuovo venuto non era Lytcham Roche. Invece dell’uomo barbuto, alto e imponente come un vichingo, l’uomo che entrò nella sala, certamente uno straniero, era di bassa statura, con la testa a forma d’uovo, baffi stravaganti e l’abito impeccabile.
Con gli occhietti scintillanti, l’uomo avanzò verso la signora Lytcham Roche.
«Vi chiedo scusa, signora. Temo di essere in ritardo di qualche minuto.»
«Ah, non importa» rispose distrattamente la padrona di casa. «Non preoccupatevi, signor…»
«Poirot, signora. Hercule Poirot.»
«Oh!» mormorò qualcuno alle sue spalle. Un’esclamazione quasi impercettibile, ma Poirot ne fu lusingato.
«Eravate al corrente del mio arrivo, n’est-ce pas, madame?» disse con gentilezza. «Vostro marito vi aveva avvertito.»
«Oh, sì» rispose la signora Lytcham Roche con un tono assai poco convincente. «Mi pare di sì. Sono una tale pasticciona, signor Poirot. Dimentico sempre tutto, ma per fortuna c’è Digby che provvede.»
«Purtroppo il mio treno era in ritardo» riprese Poirot «a causa di un incidente sulla linea ferroviaria.»
«Ah, ecco perché la cena è stata rimandata» esclamò Joan.
Poirot le rivolse uno sguardo straordinariamente penetrante.
«Dev’essere una cosa insolita, vero?» domandò.
«Proprio non mi spiego…» cominciò la signora Lytcham Roche, lasciando la frase in sospeso. «Intendo dire» proseguì confusamente «che è davvero strano. Hubert non è mai…»
Poirot si guardò rapidamente attorno.
«Il signor Lytcham Roche non è ancora sceso?»
«No, è molto strano» rispose la signora, guardando Geoffrey Keene nella speranza che le venisse in aiuto.
«Il signor Lytcham Roche è la puntualità in persona» precisò Keene. «A quanto ricordo, non è mai capitato che sia arrivato in ritardo.»
Agli occhi di un forestiero i volti turbati dei presenti e la generale costernazione dovevano sembrare ridicoli.
«Bene,» disse la padrona di casa con l’aria di chi ha tutta l’intenzione di risolvere un problema «chiamo subito Digby.»
Suonò il campanello e il maggiordomo si materializzò all’istante.
«Digby, il padrone è…»
Com’era sua abitudine, la signora Lytcham Roche non terminò la frase, né il maggiordomo si aspettava che lo facesse.
«Il signor Lytcham Roche è arrivato alle otto meno cinque ed è andato nel suo studio, signora» rispose prontamente assecondandola.
«Oh, avrà sentito suonare il gong?»
«Credo proprio di sì, dato che è subito fuori dalla porta dello studio.»
«Sì, certo» convenne la signora Lytcham Roche in tono vago.
«Signora, devo annunciargli che la cena è servita?»
«Oh, grazie, Digby. Sì, penso… Sì, sì, certo.»
«Non so proprio come farei senza di lui» disse la signora ai suoi ospiti dopo che il maggiordomo si fu allontanato.
Seguì una pausa, poi Digby ricomparve con il respiro un po’ affannoso, cosa alquanto sconveniente per un maggiordomo.
«Scusate, signora. Lo studio è chiuso a chiave.»
A quel punto Hercule Poirot prese la situazione in pugno.
«Credo che sia meglio andare a vedere» disse.
S’incamminò e gli altri, lungi dal mettere in discussione la sua autorità, gli si accodarono con la massima naturalezza. Non lo vedevano più come un ometto buffo, ma come una persona che sapeva il fatto suo.
Giunti nell’atrio, oltrepassarono la scalinata, il grande orologio a pendolo e il vano in cui si trovava il gong. Proprio di fronte c’era una porta chiusa.
Poirot bussò dapprima in modo discreto, poi con maggior decisione. Non rispose nessuno, allora si mise in ginocchio e guardò dal buco della serratura. Si alzò e si guardò intorno.
«Messieurs, dobbiamo forzare la porta» disse. «Subito.»
Neppure stavolta la sua autorevolezza fu messa in discussione. Seguendo le sue istruzioni Geoffrey Keene e Gregory Barling, i due uomini più robusti, si avventarono sulla porta. Non era un’impresa facile. Le porte di Lytcham Close erano solide, non vi era nulla di moderno e fragile in quella casa. L’uscio si oppose fieramente a ogni attacco, ma alla fine cedette sotto gli sforzi congiunti dei due uomini.
Gli ospiti rimasero esitanti sulla soglia; poi videro ciò che inconsciamente avevano temuto. Di fronte a loro c’era la finestra. A sinistra, tra quella e la porta, una grande scrivania. Seduto, non alla scrivania ma di fianco a essa, giaceva di traverso sulla sedia un uomo di corporatura imponente. Dava loro le spalle, ma la sua posizione non lasciava adito a dubbi. Aveva la mano destra abbandonata lungo il fianco. Sotto, sul tappeto, c’era una piccola pistola luccicante.
«Allontanate la signora Lytcham Roche e le altre due signore» disse Poirot, rivolgendosi a Gregory Barling in tono autoritario.
L’uomo annuì e mise una mano sul braccio tremante della padrona di casa.
«Si è sparato» mormorò lei. «Che cosa terribile!» e, ancora tremante, si lasciò condurre via. Le due signorine fecero altrettanto.
Seguito dai due giovani, Poirot entrò nello studio.
S’inginocchiò accanto al corpo, facendo loro segno di stare un po’ indietro.
Vide il foro del proiettile sulla tempia destra. La pallottola aveva attraversato la testa ed evidentemente si era conficcata nello specchio sulla parete di sinistra, che infatti era incrinato. Sulla scrivania c’era un foglio di carta su cui era stata scritta con mano incerta una sola parola: “Scusatemi”.
Poirot tornò a guardare la porta.
«La chiave non è nella serratura» disse. «Mi chiedo…»
Infilò una mano nella tasca del morto. «Eccola qui. Perlomeno credo che sia quella giusta. Volete avere la gentilezza di controllare, monsieur?»
Geoffrey Keene prese la chiave e la infilò nella serratura.
«Sì, è questa» confermò.
«E la finestra?»
Harry Dalehouse andò a vedere.
«Chiusa.»
Poirot avanzò rapidamente e lo raggiunse. «Permettete?» Era una portafinestra. L’aprì, rimase qualche istante a guardare l’erba del giardino, poi la richiuse.
«Amici, dobbiamo telefonare alla polizia» disse. «Finché non saranno venuti e non avranno appurato che si tratta di suicidio non dobbiamo toccare nulla. Il decesso dev’essere avvenuto circa un quarto d’ora fa.»
«Infatti si è sentito lo sparo» confermò Harry con voce rauca.
«Comment? Come avete detto?»
Harry, con l’aiuto di Geoffrey Keene, gli spiegò l’accaduto. Stava terminando il resoconto quando tornò Barling.
Poirot ripeté ciò che aveva detto poco prima e, mentre Keene andava a telefonare, Poirot chiese a Barling di poter parlare pochi minuti con lui in privato.
Si trasferirono in un salottino, lasciando Digby di guardia davanti alla porta dello studio mentre Harry andava a cercare le signore.
«A quanto mi pare di capire, eravate intimo amico del signor Lytcham Roche» cominciò Poirot «ed è per questo che preferisco iniziare da voi. Le buone maniere m’imporrebbero di parlare prima con la signora Lytcham Roche, ma al momento lo ritengo poco pratique.»
Fece una pausa.
«Dovete sapere che mi trovo in una situazione delicata. Vi dirò esattamente come stanno le cose. Il fatto è che sono un investigatore privato.»
Il finanziere accennò un sorriso.
«Non era necessario che me lo diceste, monsieur Poirot. Il vostro nome è noto a chiunque.»
«Troppo gentile» ribatté Poirot, abbozzando un inchino. «E ora proseguiamo. Ho ricevuto al mio indirizzo londinese una lettera di questo signor Lytcham Roche, in cui diceva che aveva ragione di credere che gli venissero sottratte grosse somme di denaro. Per ragioni di famiglia, così mi disse, preferiva evitare di rivolgersi alla polizia, ma mi pregava di venire a indagare sulla faccenda. Ho accettato e sono venuto. Non tanto presto quanto avrebbe desiderato perché avevo altri affari da sbrigare; e poi il signor Lytcham Roche non è il re d’Inghilterra, anche se forse così credeva.»
Barling fece un sorriso beffardo.
«Aveva di sé proprio quell’opinione.»
«Esattamente. Vedete, dalla lettera si intuiva che doveva essere un eccentrico. Non certo un pazzo, ma forse un po’ fuori di testa, n’est-ce pas?»
«Ciò che ha appena fatto lo dimostra.»
«Oh, monsieur, il suicidio non è sempre indice di squilibrio mentale. Lo si dice quando qualcuno si toglie la vita, ma solo per consolare parenti e amici.»
«Hubert non era una persona normale» insistette Barling. «Oltre ad avere improvvisi scatti d’ira, aveva la fissazione dell’onore della famiglia e mille altre manie, ma era comunque un uomo avveduto.»
«Infatti. Quanto bastava per capire che qualcuno lo stava derubando.»
«Vi pare possibile che un uomo si uccida perché si accorge di essere derubato?»
«Certo che no. È ridicolo pensarlo. Questo mi induce a riflettere sull’urgenza manifestata dal signor Lytcham Roche di risolvere il problema. Ragioni di famiglia, diceva la lettera. Eh bien, monsieur, da uomo di mondo quale voi siete, saprete sicuramente che è proprio per questi motivi, per ragioni di famiglia, che un uomo arriva a togliersi la vita.»
«Che intendete dire?»
«Sembra, alla luce degli eventi, che ce pauvre monsieur avesse scoperto qualcosa che non riusciva a mandar giù. Come potete capire, avendo accettato l’incarico, ora ho il dovere di occuparmi del caso. Per “motivi di famiglia” il defunto voleva evitare di ricorrere alla polizia, perciò devo sbrigarmi a scoprire la verità.»
«E quando l’avrete scoperta?»
«Prenderò una decisione. Farò quel che posso.»
«Capisco» mormorò Barling. Fumò per qualche istante in silenzio, poi disse: «Temo di non potervi essere d’aiuto. Hubert non si è mai confidato con me. Non so niente».
«Ma ditemi, monsieur, secondo voi chi potrebbe averlo derubato?»
«Difficile a dirsi. Forse l’amministratore della tenuta. È uno nuovo.»
«L’amministratore?»
«Si chiama Marshall, capitano Marshall. Un tipo simpatico. Ha perso un braccio in guerra. È arrivato qui un anno fa. A Hubert piaceva. Si fidava di lui.»
«Se fosse stato il capitano Marshall a derubarlo, il signor Lytcham Roche non avrebbe avuto motivi di famiglia per tacere.»
«Già» replicò Barling con una lieve esitazione che non sfuggì a Poirot.
«Parlate, signore. Parlate liberamente, vi prego.»
«Potrebbero essere pettegolezzi.»
«Vi supplico di parlare.»
«Bene, allora lo farò. Avete notato una giovane donna molto attraente in salotto?»
«Veramente ne ho viste due.»
«Ah, sì, la signorina Ashby è molto graziosa. È la prima volta che viene qui. Harry Dalehouse ha chiesto alla signora Lytcham Roche d’invitarla. Comunque mi riferivo alla ragazza bruna, Diana Cleves.»
«L’ho notata» disse Poirot «come qualunque altro uomo avrebbe fatto al mio posto, immagino.»
«È un piccolo demonio» sbottò Barling. «Ha fatto la civetta con tutti gli uomini nel raggio di trenta chilometri. Finirà ammazzata, un giorno o l’altro.»
Si asciugò la fronte con un fazzoletto, incurante dell’acuto interesse con cui Poirot lo osservava.
«E questa giovane donna sarebbe…»
«La figlia adottiva di Lytcham Roche. Per lui e la moglie fu una grossa delusione non avere figli, perciò adottarono Diana Cleves, una lontana cugina. Hubert le era molto devoto, anzi l’adorava.»
«Immagino che fosse contrario a un suo eventuale matrimonio» suggerì Poirot.
«No, se avesse sposato la persona giusta.»
«E la persona giusta eravate voi, monsieur?»
Barling arrossì.
«Non ho detto questo.»
«Mais non, mais non, non l’avete detto, ma è così, vero?»
«Mi ero innamorato di lei. Lytcham Roche ne era contento perché coincideva con le sue aspettative.»
«E la signorina?»
«Ve l’ho detto, è il diavolo personificato.»
«Capisco. Lei aveva solo voglia di divertirsi. Ma cosa c’entra il capitano Marshall con questa storia?»
«Diana l’ha frequentato per un bel po’ e la gente spettegolava. Escluderei che ci sia stato qualcosa tra i due. Un’altra preda, ecco tutto.»
Poirot annuì.
«Supponendo che invece ci fosse qualcosa di vero, questo spiegherebbe il motivo per cui Lytcham Roche voleva procedere con cautela.»
«Non c’è uno straccio di motivo per sospettare che Marshall abbia rubato il denaro, lo capite, vero?»
«Oh, parfaitement, parfaitement! Potrebbe esserci di mezzo un assegno con la firma falsa emesso da qualcuno della famiglia. Chi è il signor Dalehouse?»
«Un nipote.»
«E anche erede?»
«È il figlio di una sorella. Probabilmente assumerà il nome Lytcham Roche, non essendoci altri discendenti.»
«Capisco.»
«La proprietà non è assoggettata a vincoli ereditari, comunque è sempre passata di padre in figlio. Ero convinto che Lytcham Roche l’avrebbe lasciata alla moglie finché fosse rimasta in vita e in seguito forse a Diana, sempre che ne approvasse il matrimonio, perché il marito avrebbe potuto prendere il cognome di famiglia.»
«Certo» convenne Poirot. «Mi siete stato molto utile, monsieur. Ora vi chiedo un ultimo favore: potreste riferire alla signora Lytcham Roche ciò che vi ho detto e pregarla di concedermi qualche minuto?»
La porta si aprì molto prima di quanto Poirot si aspettasse. La signora Lytcham Roche entrò e fluttuò fino a raggiungere una sedia.
«Il signor Barling mi ha spiegato tutto» disse. «Non vogliamo scandali, ovviamente. Era destino che finisse così. Per via dello specchio, intendo.»
«Comment? Quale specchio?»
«Non appena l’ho visto ho pensato che fosse un segno del destino. Quello di Hubert! Una maledizione, sapete? Penso che spesso sulle vecchie famiglie pesi una maledizione. Hubert è sempre stato un po’ strambo e ultimamente era peggiorato.»
«Scusate se ve lo domando, signora, ma siete rimasta a corto di denaro?»
«Denaro? È una cosa a cui non penso mai.»
«Sapete che cosa si dice, signora? Le persone che non pensano mai ai soldi ne hanno un gran bisogno.»
Poirot azzardò una risatina. La signora Lytcham Roche non replicò. Aveva lo sguardo assente.
«Vi ringrazio, signora» disse Poirot, ponendo fine alla conversazione.
Suonò il campanello e apparve Digby.
«Vi chiedo di rispondere a qualche domanda» attaccò Poirot. «Sono un investigatore privato e prima di morire il vostro padrone mi aveva mandato a chiamare.»
«Un investigatore privato?» esclamò sorpreso il maggiordomo. «A che scopo?»
«Rispondete alle mie domande, per favore. Parlatemi di quando si è udito lo sparo.»
Ascoltò le spiegazioni del maggiordomo.
«Quindi eravate in quattro nell’atrio?»
«Sì, signore. Il signor Dalehouse e la signorina Ashby arrivavano dalle scale, il signor Keene dal salotto.»
«E gli altri dov’erano?»
«Gli altri, signore?»
«Sì, la signora Lytcham Roche, la signorina Cleves e il signor Barling.»
«La signora Lytcham Roche e il signor Barling sono arrivati dopo.»
«E la signorina Cleves?»
«Mi pare che fosse già in salotto, signore.»
Poirot gli rivolse ancora qualche domanda, poi lo congedò con la preghiera di mandare da lui la signorina Cleves.
La giovane donna arrivò immediatamente. Poirot la osservò con grande attenzione per via di ciò che gli aveva detto Barling. Era davvero molto avvenente nel suo abito di raso bianco con un bocciolo di rosa sulla spalla.
Spiando la sua reazione, Poirot le spiegò il motivo che lo aveva condotto a Lytcham Close. La giovane donna pareva sorpresa, ma non dava segno d’imbarazzo. Parlò di Marshall con un certo distacco e solo quando il discorso si spostò su Barling iniziò ad accalorarsi.
«Quell’uomo è un imbroglione» disse bruscamente. «L’ho fatto presente al Vecchio, ma non mi dava retta e continuava a investire denaro nei suoi sporchi affari.»
«Signorina, la morte di vostro padre vi rattrista?»
Diana Cleves lo fissò.
«Certo» rispose. «Sono una ragazza moderna, signor Poirot, perciò non mi sciolgo in lacrime, ma volevo molto bene al Vecchio. Comunque per lui è stato meglio così.»
«Meglio così?»
«Certo. Uno di questi giorni l’avrebbero rinchiuso. Era sempre più forte in lui la convinzione che l’ultimo discendente dei Lytcham Roche di Lytcham Close fosse onnipotente.»
Poirot annuì pensieroso.
«Capisco. Chiari segni di squilibrio mentale. A proposito, posso dare un’occhiata alla vostra borsetta? È davvero graziosa, con quei boccioli di rosa in seta. Cosa stavo per dire? Ah già, avete sentito lo sparo?»
«Oh, sì, ma credevo che fosse il ritorno di fiamma di un motore, oppure un cacciatore di frodo.»
«Eravate nel salotto?»
«No, in giardino.»
«Bene. Vi ringrazio, signorina. Ora vorrei parlare con il signor Keene.»
«Geoffrey? Ve lo mando subito.»
Keene entrò poco dopo, attento e interessato.
«Il signor Barling mi ha spiegato il motivo della vostra presenza. Non so se avrò qualcosa di utile da dirvi, ma se posso…»
«Ho una sola domanda da farvi, monsieur Keene» l’interruppe Poirot. «Che cosa vi siete chinato a raccogliere questa sera, poco prima che arrivassimo alla porta dello studio?»
«Io…» balbettò Keene, alzandosi di scatto e tornando subito a sedersi «non capisco cosa vogliate dire.»
«Io invece credo proprio di sì, monsieur. Eravate dietro di me, ma un mio amico sostiene che io abbia gli occhi anche dietro la testa. Infatti vi ho visto raccogliere qualcosa e infilarlo nella tasca destra della giacca.»
Seguì una pausa. Il bel volto di Keene lasciò trasparire chiaramente la sua incertezza. Infine si decise.
«Potete controllare con i vostri occhi, monsieur Poirot» disse, rivoltando la tasca. Conteneva un bocchino, un fazzoletto, una minuscola rosa di seta e un portafiammiferi d’oro.
«Veramente mi era caduto questo» disse Keene dopo un momento di silenzio, indicando il portafiammiferi. «Devo averlo perso un po’ prima.»
«Non credo proprio» replicò Poirot.
«Che intendete dire?»
«Sono una persona ordinata, metodica. Se avessi visto un portafiammiferi a terra, mi sarei chinato a raccoglierlo e un oggetto di queste dimensioni non mi sarebbe sfuggito. No, monsieur, credo che si trattasse di qualcosa di più minuscolo, come questa per esempio» concluse, prendendo la rosellina di seta. «Dev’essersi staccata dalla borsetta della signorina Cleves.»
Vi fu un’altra pausa, poi Keene ammise con un sorriso: «È vero. Me l’ha data ieri sera».
«Capisco» disse Poirot. In quel momento la porta si aprì e un uomo alto, con i capelli biondi e ben vestito entrò a grandi passi nella stanza.
«Che succede, Keene? Lytcham Roche si è sparato? Diamine, non posso crederci. Non è possibile.»
«Permettete che vi presenti a monsieur Hercule Poirot» disse Keene. «Lui vi dirà tutto.» E uscì, sbattendo la porta.
«Monsieur Poirot, sono davvero lieto di fare la vostra conoscenza» lo salutò John Marshall con impeto. «È una vera fortuna che siate qui. Lytcham Roche non mi ha informato del vostro arrivo. Sono un vostro grande ammiratore.»
Un giovane dal sorriso disarmante, pensò Poirot. Be’, forse non tanto giovane, dato che aveva le tempie brizzolate e qualche ruga sulla fronte. Erano la voce e il modo di fare a dargli l’aria del giovincello.
«La polizia…»
«È arrivata in questo momento, signore. L’ho chiamata non appena ho saputo la notizia. Non sembrano meravigliati dell’accaduto. Certo, Lytcham Roche era matto come un cavallo, ciononostante…»
«Ciononostante non vi aspettavate che si suicidasse?»
«No di certo. A mio modo di vedere, era convinto che il mondo non potesse andare avanti senza di lui.»
«Di recente ha avuto problemi finanziari, a quanto mi risulta.»
Marshall annuì.
«Ha fatto degli investimenti sbagliati per colpa delle pazze idee di Barling.»
«Sarò franco con voi» disse Poirot in tono calmo. «Avete motivo di ritenere che il signor Lytcham Roche vi sospettasse di truccare i suoi conti?»
Marshall lo guardò tra il divertito e l’incredulo, tanto che Poirot non poté fare a meno di sorridere.
«Vedo che la cosa vi sorprende, capitano Marshall.»
«Sì, infatti. È ridicolo pensarlo.»
«Permettetemi un’altra domanda. Il signor Lytcham Roche credeva che voleste portargli via la figlia adottiva?»
«Ah, dunque sapete di me e Diana?» replicò Marshall con una risatina imbarazzata.
«Allora è vero?»
Marshall annuì.
«Ma il Vecchio era all’oscuro di tutto. Diana non voleva che lo sapesse, e probabilmente aveva ragione. Sarebbe andato in bestia, io avrei perso il lavoro e la storia sarebbe finita lì.»
«Invece quali erano i vostri progetti?»
«Non lo so, parola d’onore. Lasciavo fare a Diana. Era sicura di riuscire a sistemare le cose. Io intanto cercavo un altro lavoro. Se l’avessi trovato, mi sarei licenziato.»
«E la signorina vi avrebbe sposato? Molto probabilmente Lytcham Roche avrebbe chiuso i cordoni della borsa e la signorina Diana, a quanto mi pare di capire, non disdegna il denaro.»
Marshall parve piuttosto a disagio.
«Avrei fatto del mio meglio per procurarlo, signore.»
Geoffrey Keene entrò nella stanza. «La polizia sta per andarsene. Desiderano parlarvi, monsieur Poirot.»
«Merci. Vengo subito.»
Nello studio trovò un corpulento ispettore di polizia e il medico legale.
«Signor Poirot?» domandò l’ispettore. «Abbiamo sentito parlare di voi. Sono l’ispettore Reeves.»
«Molto gentile da parte vostra» replicò Poirot, stringendogli la mano. «Non vi occorre il mio aiuto, vero?» aggiunse con un sorriso.
«Direi di no, per questa volta. Non ci sono difficoltà.»
«Quindi il caso è perfettamente chiaro, vero?» domandò Poirot.
«Certamente. La porta e la finestra erano chiuse, e la chiave in tasca al suicida. Si comportava in modo strano in questi ultimi giorni. Non c’è alcun dubbio.»
«Dunque è tutto normale?»
Il dottore emise una sorta di grugnito.
«Doveva essere seduto in una strana angolazione perché la pallottola colpisse lo specchio, ma il suicidio è uno strano affare.»
«Avete trovato la pallottola?»
«Sì» rispose il dottore, mostrandogliela. «Vicino al muro, in corrispondenza dello specchio. La pistola apparteneva al signor Roche. La teneva nel cassetto della scrivania. Dev’esserci sotto qualcosa, ma non scopriremo mai di cosa si tratta.»
Poirot annuì.
Il corpo era stato trasferito in una camera da letto. I poliziotti se ne andarono e Poirot rimase fermo sulla porta a guardarli finché un rumore lo indusse a voltarsi. Harry Dalehouse era dietro di lui.
«Per caso avete una torcia elettrica che faccia molta luce?» domandò Poirot.
«Sì, vado a prenderla.»
Tornò in compagnia di Joan Ashby.
«Potete venire con me, se volete» disse Poirot in tono cortese.
Uscito dalla porta d’ingresso, voltò a destra per poi fermarsi sotto la finestra dello studio. Una striscia di terra larga meno di due metri la separava dal vialetto. Poirot si chinò, puntando la torcia sul terreno, poi si raddrizzò e scosse la testa.
«No, qui no» disse.
Quindi tacque e s’irrigidì. Su entrambi i lati della striscia di terra c’erano delle aiuole fiorite. Poirot concentrò l’attenzione sul lato destro, dove crescevano astri e dalie. Sul terreno molle erano ben visibili delle orme.
«Quattro» bofonchiò. «Due verso la finestra e due dalla parte opposta.»
«Potrebbe averle lasciate il giardiniere» osservò Joan.
«No, mademoiselle, no. Osservatele attentamente. Le scarpe dovevano essere piccole, strette e con il tacco alto. Scarpe da donna. Mademoiselle Diana ha detto di essere uscita in giardino. Sapreste dirmi se è scesa prima di voi?»
Joan scosse la testa.
«Non ricordo. Avevo una fretta terribile perché avevo sentito suonare il gong. Ero convinta che fosse la seconda volta. Mi pare che la sua porta fosse aperta mentre passavo, ma non ne sono sicura. Quella della signora Lytcham Roche invece era chiusa, lo so per certo.»
«Capisco» disse Poirot.
Qualcosa nel suo tono di voce fece alzare la testa di scatto a Harry. Poirot aveva un’espressione accigliata.
Sull’uscio s’imbatterono in Diana Cleves.
«La polizia se n’è andata» disse. «È tutto finito» aggiunse con un profondo sospiro.
«Posso parlarvi un momento, mademoiselle?»
Diana lo precedette nel salottino. Poirot entrò e chiuse la porta.
«Ebbene?» domandò la giovane donna con evidente stupore.
«Una sola domanda, mademoiselle. In qualche momento della serata siete andata nell’aiuola sotto la finestra dello studio?»
«Sì» rispose Diana. «Verso le sette e poi di nuovo poco prima di cena.»
«Non capisco.»
«Non c’è niente da capire» replicò lei freddamente. «Ho colto degli astri per decorare la tavola, come faccio sempre. Erano circa le sette.»
«E più tardi?»
«Mi ero accorta di avere una macchia d’unto sul vestito, qui sulla spalla, proprio mentre stavo per scendere a cena. Non avevo voglia di cambiarmi d’abito. Mi sono ricordata di aver visto un ultimo bocciolo di rosa nell’aiuola, perciò sono andata di corsa a coglierlo e me lo sono appuntato sul vestito. Guardate…» Si avvicinò, alzò il fiore, e Poirot vide una macchiolina sul tessuto. Diana rimase vicino a lui, quasi sfiorandolo con la spalla.
«A che ora è stato?»
«Verso le otto e dieci, credo.»
«Non avete controllato se la portafinestra era aperta?»
«Sì. Ho pensato che avrei fatto più in fretta passando di lì, ma era chiusa.»
«Già.» Poirot sospirò profondamente. «Dov’eravate quando avete udito lo sparo? Ancora fuori in giardino?»
«Oh no, è successo due o tre minuti dopo, mentre stavo rientrando dalla porta laterale.»
«Sapete che cos’è, mademoiselle?»
Poirot tese la mano per mostrarle la rosellina di seta che aveva sul palmo. Diana la guardò senza scomporsi.
«Sembra una rosa della mia borsetta da sera» disse. «Dove l’avete trovata?»
«L’aveva in tasca il signor Keene» rispose Poirot seccamente. «Gliel’avete data voi?»
«È questo che vi ha detto?»
Poirot sorrise.
«Quando gliel’avete donata, mademoiselle?»
«Ieri sera.»
«È stato lui a suggerirvi la risposta?»
«Che intendete dire?» protestò Diana in tono risentito.
Poirot non rispose. Uscì dalla stanza e andò nel salotto, dove trovò Barling, Keene e Marshall.
«Messieurs,» disse brusco «volete seguirmi nello studio?»
Giunto nell’atrio, si rivolse a Joan e a Harry.
«Anche voi, per favore. Qualcuno può chiedere alla signora di raggiungerci? Grazie. Ah, ecco il buon Digby. Ho una domanda da farvi. È importante. La signorina Cleves ha messo degli astri sulla tavola prima di cena?»
Il maggiordomo rimase un attimo perplesso.
«Sì, signore» rispose.
«Ne siete sicuro?»
«Sì, assolutamente.»
«Très bien. Ora venite tutti con me.» Quando furono nello studio, si voltò per guardarli in faccia mentre parlava.
«Vi ho chiesto di venire per un motivo ben preciso. Il caso è chiuso, la polizia è venuta e se n’è andata dopo essere giunta alla conclusione che il signor Lytcham Roche si è suicidato. Secondo loro, la faccenda è chiusa.» Fece una pausa. «Ma io, Hercule Poirot, sostengo che non è così.»
Mentre tutti gli occhi erano fissi su di lui, la porta si aprì e la signora Lytcham Roche fluttuò nella stanza.
«Stavo dicendo, signora, che il caso non è affatto chiuso. È questione di psicologia. Il signor Lytcham Roche aveva la manie de grandeur, si sentiva un re. Le persone come lui non si uccidono. Magari danno di testa, ma non si tolgono la vita. Il signor Lytcham Roche non si è suicidato.» Fece un’altra pausa. «È stato ucciso.»
«Ucciso?» ripeté Marshall con un risolino sarcastico. «Dentro una stanza con la porta e la finestra chiuse?»
«Cionondimeno è stato assassinato» insistette Poirot.
«E dopo essersi sparato un colpo, si sarebbe alzato per andare a chiudere la porta o la finestra?» osservò Diana in tono tagliente.
«Ora vi mostro una cosa» disse Poirot, avvicinandosi alla finestra. Ruotò la maniglia e tirò il battente verso di sé.
«Come vedete, la portafinestra è aperta. La chiuderò, ma senza girare la maniglia. Adesso è accostata, ma non chiusa. E ora…»
Diede un colpetto secco. La maniglia girò da sola e il nottolino scivolò nella serratura.
«Avete visto?» disse Poirot in tono pacato. «Il meccanismo è piuttosto debole. Si può fare la stessa cosa dall’esterno con una certa facilità.»
Si girò di nuovo verso gli altri con fare determinato.
«Al momento dello sparo, alle otto e dodici minuti» riprese «c’erano quattro persone nell’atrio, che quindi hanno un alibi. Dov’erano le altre tre? Voi, signora? Nella vostra stanza. E voi, monsieur Barling? Anche voi in camera vostra?»
«Sì.»
«E voi, mademoiselle, eravate in giardino. Così mi avete detto.»
«Non capisco…»
«Un momento» la interruppe Poirot, rivolgendosi poi alla signora Lytcham Roche. «Ditemi, signora, siete al corrente delle disposizioni testamentarie di vostro marito?»
«Hubert mi aveva letto il suo testamento. Diceva che era giusto mettermi al corrente. Mi ha lasciato tremila sterline all’anno da detrarre dalla rendita della tenuta, oltre a una casetta all’interno della proprietà oppure la casa di campagna, a mia scelta. Il resto sarebbe andato in eredità a Diana, a patto che, se si fosse sposata, il marito assumesse il cognome della famiglia.»
«Ah!»
«Ma poche settimane fa aveva aggiunto un codicillo.»
«Cioè?»
«Lasciava comunque tutto a Diana, ma a condizione che sposasse il signor Barling, altrimenti l’erede sarebbe stato il nipote, Harry Dalehouse.»
«Dato che il codicillo è stato aggiunto di recente, può darsi che la signorina non ne fosse a conoscenza» disse Poirot, facendo un passo avanti con aria minacciosa. «Mademoiselle Diana, voi intendete sposare il capitano Marshall, vero? Oppure il signor Keene?»
Diana attraversò la stanza e prese Marshall sottobraccio.
«Continuate pure» disse.
«Proverò a formulare un’accusa contro di voi, mademoiselle. Voi amavate il capitano Marshall, ma anche il denaro. Vostro padre adottivo non avrebbe mai acconsentito al matrimonio con il capitano ma, se fosse morto, quasi certamente avreste ereditato i suoi beni. Così siete uscita in giardino, avete oltrepassato l’aiuola e, portando con voi la pistola precedentemente prelevata dal cassetto della scrivania, siete entrata nello studio passando dalla portafinestra. Vi siete avvicinata alla vostra vittima conversando amabilmente, poi gli avete sparato e avete fatto cadere la pistola sotto la sua mano dopo aver cancellato le vostre impronte e aver impresso le sue. Quindi siete uscita da dove eravate entrata dando un colpo deciso alla portafinestra in modo che si chiudesse. Poi siete rientrata in casa. È così che sono andate le cose? Rispondete, mademoiselle.»

«No» gridò Diana. «No… No!»
Poirot la guardò e sorrise.
«No, infatti. Per quanto la storia sia verosimile, le cose non possono essere andate in questo modo, e per due motivi. Il primo è che avete colto gli astri alle sette, il secondo si spiega con una certa cosa che mi ha detto questa signorina.» Indicò Joan, che lo guardò senza capire. Lui annuì con fare incoraggiante.
«Ma certo, signorina» proseguì Poirot. «Mi avete detto che vi siete precipitata da basso perché credevate che fosse suonato il secondo gong.» Poirot si guardò attorno. «Non capite cosa significa? Guardate» disse, avvicinandosi alla sedia su cui era seduta la vittima. «Avete notato la posizione del corpo? Non era seduto davanti alla scrivania, ma di traverso, girato verso la finestra. Vi sembra normale per un suicida? Jamais, jamais. Dopo aver scritto “Scusatemi” su un pezzo di carta, apre il cassetto, prende la pistola, se la punta alla tempia e preme il grilletto. Questo è un suicidio. Ora prendiamo in esame l’ipotesi dell’omicidio. La vittima è seduta alla scrivania e vicino a lui c’è l’assassino. Parlano, e mentre stanno conversando parte il colpo. Dove va il proiettile?» Poirot fece una pausa. «Gli attraversa il cranio e, se la porta è aperta, colpisce il gong.
«Ah, vedo che cominciate a capire. Quello è stato il primo gong udito soltanto dalla signorina perché la sua camera è proprio lì sopra. A quel punto cosa fa l’assassino? Chiude la porta, infila la chiave nella tasca della vittima, gira il corpo lateralmente rispetto alla sedia, preme i polpastrelli della mano del morto sulla pistola, getta l’arma sul pavimento e, come tocco finale, rompe lo specchio. In breve, inscena un suicidio. Infine esce dalla portafinestra, fa in modo che si chiuda per bene, poi s’incammina calpestando non il terreno ma le aiuole, così da poter cancellare le proprie impronte e non lasciare alcuna traccia. Rientrato in casa, alle otto e dodici minuti, mentre è solo nel salotto, spara un colpo fuori dalla finestra con la pistola d’ordinanza e infine si precipita nell’atrio. È esattamente ciò che avete fatto, non è vero, signor Geoffrey Keene?»
Sbigottito, il segretario fissava il suo accusatore che gli si faceva sempre più vicino. Poi, con un grido strozzato, si accasciò sul pavimento.
«Penso che questa sia una risposta inequivocabile» continuò Poirot. «Capitano Marshall, potete chiamare la polizia?» Si chinò sull’uomo rimasto immobile sul pavimento. «Suppongo che non avrà ancora ripreso i sensi quando arriveranno.»
«Geoffrey Keene» mormorò Diana. «Quale motivo poteva avere?»
«In qualità di segretario aveva accesso ai conti e al libretto degli assegni. Il signor Lytcham Roche sospettava che lo derubasse e perciò mi aveva mandato a chiamare.»
«Perché si è rivolto a voi invece che alla polizia?»
«Penso, mademoiselle, che possiate rispondere voi stessa alla domanda. Il signor Lytcham Roche pensava che ci fosse del tenero tra voi e questo giovane. Voi, per non fargli capire che eravate interessata al capitano Marshall, flirtavate apertamente con Keene. Via, non negatelo. Quando il signor Keene ha saputo del mio arrivo, è entrato subito in azione. Era essenziale far credere che l’omicidio avesse avuto luogo alle otto e dodici minuti perché a quell’ora avrebbe avuto un alibi. L’unico pericolo era il proiettile, che presumibilmente era finito vicino al gong, ma lui non aveva avuto il tempo di recuperarlo. Mentre ci trasferivamo tutti nello studio si è chinato e l’ha raccolto, ritenendo che in un momento di grande tensione come quello nessuno ci avrebbe fatto caso. Ma io noto sempre tutto. Gli ho domandato che cos’avesse raccolto e lui si è inventato una frottola. Recitando la parte del giovane innamorato che protegge la donna amata, mi ha detto che si trattava di una rosellina di seta che lei gli aveva donato. Be’, è stato scaltro, e se voi non aveste raccolto gli astri…»
«Non capisco cosa c’entrano.»
«Davvero? C’erano solo quattro impronte sulla terra, eppure per cogliere i fiori avreste dovuto lasciarne molte di più. Quindi tra il momento in cui avete colto gli astri e quello in cui siete tornata fuori per prendere il bocciolo di rosa, qualcuno deve aver livellato il terreno. Non certo un giardiniere. Non lavorano mai dopo le sette di sera. Dunque deve averlo fatto il colpevole, ossia l’assassino, e l’omicidio era stato commesso prima che si udisse lo sparo.»
«Ma perché nessuno ha udito il primo sparo?» domandò Harry.
«La pistola aveva il silenziatore. Lo troveranno tra i cespugli, e anche la rivoltella.»
«Ha corso un bel rischio!»
«Non direi. Tutti erano di sopra a prepararsi per la cena. Era il momento perfetto per agire. Il proiettile si è rivelato l’unico imprevisto, ma lui era sicuro di essersela cavata.» Si chinò a raccoglierlo. «L’ha gettato sotto lo specchio mentre io ero intento a esaminare la portafinestra con il signor Dalehouse.»
«Oh,» sospirò Diana, rivolta a Marhsall «sposami, John, e portami via da qui.»
Barling tossicchiò. «Mia cara Diana,» disse «secondo il testamento del mio amico…»
«Non me ne importa niente» protestò Diana. «Ci guadagneremo da vivere disegnando sui marciapiedi.»
«Non sarà necessario» replicò Harry. «Divideremo a metà. Non ho intenzione di intascarmi tutto solo perché lo zio aveva le sue fisime.»
A un tratto qualcuno gridò. La signora Lytcham Roche era scattata in piedi.
«Monsieur Poirot… lo specchio…» farfugliò. «Deve averlo rotto di proposito.»
«Sì, signora.»
«Oh, gli specchi rotti portano sfortuna.»
«Questo ne ha portata di sicuro al signor Geoffrey Keene» disse Poirot allegramente.
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