venerdì 31 luglio 2026

Maurice Leblanc - L'evasione di Arsène Lupin




Nel momento in cui Arsène Lupin, finito di mangiare, traeva dalla tasca un buon
sigaro inanellato d’oro e l’esaminava con compiacimento, la porta della cella si aprì.
Ebbe solo il tempo di gettarlo nel tiretto e di allontanarsi dal tavolo. La guardia entrò,
era l’ora della passeggiata.
«Ti aspettavo, mio caro amico», esclamò Lupin, sempre di buonumore.
Uscirono. Erano appena scomparsi all’angolo del corridoio, che due uomini entrarono
a loro volta nella cella e ne iniziarono l’esame minuzioso. Uno era l’ispettore Dieuzy,
l’altro l’ispettore Folenfant.
Si voleva farla finita. Non c’era alcun dubbio: Arsène Lupin conservava delle intese
con l’esterno e comunicava con i suoi affiliati. Il giorno precedente ancora, il «Grand
Journal» pubblicava queste righe indirizzate al suo collaboratore giudiziario:
Signore,
in un articolo apparso oggi, lei si è espresso nei miei confronti in termini che nulla
potrebbe giustificare. Alcuni giorni prima dell’apertura del mio processo, gliene chiederò
conto.
Distinti saluti,
Arsène Lupin.
La scrittura era proprio quella di Arsène Lupin. Dunque, inviava delle lettere. Dunque
ne riceveva. Dunque, era certo che stava preparando l’evasione da lui annunciata in una
maniera tanto arrogante.
La situazione diventava intollerabile. D’accordo col giudice istruttore, il capo della
Sicurezza, signor Dudouis, si recò lui stesso alla Santé per esporre al direttore della
prigione le misure che conveniva prendere. E, sin dal suo arrivo, mandò due uomini nella
cella del detenuto.
Sollevarono ogni lastra, smontarono il letto, fecero tutto ciò che era abituale fare in
simili casi, e alla fine non scoprirono nulla. Stavano per rinunciare alle loro investigazioni,
quando la guardia accorse in tutta fretta e disse loro:
«Il tiretto... Guardate il tiretto del tavolo. Quando sono entrato, m’è sembrato che lo
spingesse».
Guardarono, e Dieuzy esclamò:
«Per Dio, questa volta lo teniamo, il cliente».
Folenfant lo fermò.
«Altolà, piccolo, il capo farà l’inventario».
«Eppure, questo sigaro di lusso...».
«Lascia l’avana e avvertiamo il capo».
Due minuti dopo, il signor Dudouis esplorava il tiretto. C’erano un fascio di articoli di
giornale tratti dall’«Argus de la Presse» e che concernevano Arsène Lupin, poi un
borsello da tabacco, una pipa, della carta velina, e infine due libri.
Ne lesse il titolo. Erano il Culto degli eroi, di Carlyle, edizione inglese, e un
incantevole Manuale di Epitteto, a rilegatura antica, traduzione tedesca pubblicata a
Leida nel 1634 per i tipi della Elzevir. Dopo averli sfogliati, constatò che tutte le pagine
erano sfregiate, sottolineate, annotate. Erano segni convenzionali, oppure tracce che
mostrano il fervore che si nutre per un libro?
«Vedremo questo in dettaglio», disse il signor Dudouis.
Esplorò il borsello da tabacco, la pipa. Poi, prendendo il famoso sigaro inanellato
d’oro:
«Perdinci, si tratta bene, il nostro amico», esclamò, «un Henri Clay!».
Con un gesto meccanico da fumatore, lo avvicinò all’orecchio e lo fece scricchiolare.
E subito gli scappò un’esclamazione. Il sigaro si era rammollito sotto la pressione delle
sue dita. L’esaminò con maggiore attenzione e non tardò a distinguere qualcosa di
bianco tra le foglie di tabacco. E delicatamente, con l’aiuto di una spilla, tirò fuori un
rotolo di carta sottilissimo, grosso appena come uno stuzzicadenti. Era un biglietto. Lo
svolse e lesse queste parole, vergate con una minuta scrittura femminile:
Il cestino ha preso il posto dell’altro. Otto su dieci sono preparati. Appoggiando con
l’esterno del piede, la lastra si solleva dall’alto in basso. Da dodici a sedici tutti i giorni,
H-P aspetterà. Ma dove? Risposta immediata. Stia tranquillo, la sua amica vigila su di
lei.
Il signor Dudouis rifletté un istante e disse:
«È sufficientemente chiaro. Il cestino... Le otto caselle... Da dodici a sedici, cioè da
mezzogiorno alle quattro...».
«Ma questo H-P, chi aspetterà?».
«H-P nell’occorrenza, deve significare automobile, H-P, horse power, non è così che
in linguaggio sportivo si designa la forza di un motore? Una ventiquattro H-P è
un’automobile a ventiquattro cavalli».
Si alzò e chiese:
«Il detenuto finiva di pranzare?»
«Sì».
«E poiché non ha ancora letto questo messaggio, come prova lo stato del sigaro, è
probabile che l’abbia ricevuto da poco».
«Come?»
«Nei suoi alimenti, in mezzo al pane o a una patata, che so?»
«Impossibile, hanno autorizzato a far venire il cibo per prenderlo in trappola, e non
abbiamo trovato niente».
«Cercheremo questa sera la risposta di Lupin. Per il momento, trattenetelo fuori
dalla cella. Porterò questo al giudice istruttore. Se è del mio avviso, faremo
immediatamente fotografare la lettera, e fra un’ora potrete rimettere nel tiretto, oltre
questi oggetti, un sigaro identico, contenente lo stesso messaggio originale. Bisogna
che il detenuto non dubiti di niente».
Non fu senza una certa curiosità che il signor Dudouis tornò la sera alla cancelleria
della Santé in compagnia dell’ispettore Dieuzy. In un angolo, sulla stufa, vi erano tre
piatti.
«Ha mangiato?»
«Sì», rispose il direttore.
«Dieuzy, la prego di tagliare in pezzi molto sottili questi resti di maccheroni e di aprire
questa polpetta di pane... Niente?»
«No, capo».
Il signor Dudouis esaminò i piatti, forchetta, cucchiaio, poi il coltello, un coltello
regolamentare dalla lama rotonda. Ne fece girare il manico a sinistra, poi a destra. A
destra il manico cedette e si svitò. Il coltello era vuoto e serviva da astuccio a un foglio
di carta.
«Puah!», fece, «non è molto intelligente per un uomo come Arsène. Ma non
perdiamo tempo. Lei, Dieuzy, vada a fare un’ispezione in questo ristorante».
Poi lesse:
Mi rimetto a lei, H-P seguirà da lontano, ogni giorno. Io andrò davanti. A presto, cara
e ammirabile amica.
«Insomma», esclamò il signor Dudouis, sfregandosi le mani, «io credo che la vicenda
sia sulla buona strada. Un ultimo colpetto da parte nostra, e l’evasione riesce...
Abbastanza almeno da permetterci di acciuffare i complici».
«E se Arsène Lupin le scivola tra le dita?», obiettò il direttore.
«Impiegheremo il numero necessario d’uomini. Se tuttavia non ci mettesse troppa
abilità... Insomma, tanto peggio per lui! Quanto alla banda, poiché il capo rifiuta di
parlare, gli altri parleranno».
E, infatti, non parlava molto, Arsène Lupin. Da mesi, il signor Jules Bouvier, il giudice
istruttore, si sforzava invano. Gli interrogatori si riducevano a colloqui sprovvisti
d’interesse tra il giudice e l’avvocato Danval, uno dei principi del foro, che, d’altronde, sul
conto dell’imputato ne sapeva quasi quanto il primo venuto.
Di tanto in tanto, per cortesia, Arsène Lupin diceva:
«Ma sì, signor giudice, siamo d’accordo: il furto del Crédit Lyonnais, il furto di rue de
Babylone, l’emissione dei falsi biglietti di banca, la vicenda delle polizze d’assicurazione,
lo svaligiamento dei castelli d’Armesnil, di Gouret, d’Imblevain, dei Groselliers, del
Malaquis, tutto ciò è del suo servitore».
«Allora, potrebbe spiegarmi...».
«Inutile, confesso tutto in blocco, tutto, e anche dieci volte più di quanto lei
supponga».
Per farla finita, il giudice aveva sospeso quei fastidiosi interrogatori. Li riprese dopo
essere venuto a conoscenza dei due biglietti intercettati. E, regolarmente, a
mezzogiorno, Arsène Lupin fu condotto dalla Santé al carcere mandamentale, in un’auto
penitenziaria, con un certo numero di detenuti. Ne ripartivano verso le tre o le quattro.
Ora, un pomeriggio, il ritorno si effettuò in condizioni particolari. Poiché gli altri
detenuti della Santé non erano stati ancora interrogati, si decise di ricondurre prima
Arsène Lupin. Salì, quindi, da solo in auto.
Queste autovetture penitenziarie, volgarmente chiamate paniers à salade, sono
divise, nella loro lunghezza, da un corridoio centrale, su cui si aprono dieci scomparti:
cinque a destra e cinque a sinistra. Ciascuno di questi scomparti è disposto in tal modo
che occorre starci seduti, e che i cinque prigionieri, oltre a non disporre che di un posto
molto stretto, sono separati gli uni dagli altri da tramezzi paralleli. Una guardia
municipale, posta all’estremità, sorveglia il corridoio.
Arsène fu introdotto nella terza cella di destra, e la pesante auto si mosse. Si rese
conto che si lasciava il quai de l’Horloge e che si passava davanti al Palazzo di Giustizia.
Allora, verso la metà del ponte Saint-Michel, appoggiò il piede destro, come faceva ogni
volta, sulla lastra di lamiera che chiudeva la sua cella. Di colpo, qualcosa scattò, la
lastra di lamiera si scostò impercettibilmente. Poté constatare che si trovava proprio tra
le due ruote.
Attese, con l’occhio vigile. L’auto salì boulevard Saint-Michel. All’incrocio di Saint-
Germain, si fermò. Il cavallo d’un carro si era accasciato. Con la circolazione interrotta,
molto presto si creò un ingorgo di carrozze e di omnibus.
Arsène Lupin infilò la testa. Un’altra vettura penitenziaria stazionava parallela a quella
che occupava. Sollevò ancora di più la testa, mise il piede su uno dei raggi della grande
ruota e saltò a terra.
Un cocchiere lo vide, scoppiò a ridere, poi fece per chiamare. Ma la sua voce si
perdette nel frastuono dei veicoli che scorrevano di nuovo. D’altronde, Arsène Lupin era
già lontano.
Aveva fatto alcuni passi correndo, ma, sul marciapiede di sinistra, si voltò, si guardò
in giro, sembrò sentire il vento, come qualcuno che non sappia ancora bene quale
direzione prenderà. Poi, risoluto, mise le mani in tasca e con l’aria spensierata di chi va
a zonzo, continuò a salire il boulevard.
Il tempo era mite, un tempo tranquillo e leggero d’autunno. I caffè erano pieni. Si
sedette alla terrazza di uno di questi.
Ordinò un boccale di birra e un pacchetto di sigarette. Vuotò il suo bicchiere a piccoli
sorsi, fumò tranquillamente una sigaretta, ne accese una seconda. Infine, alzatosi,
pregò il cameriere di far venire il gestore.
Questi venne, e Arsène Lupin gli disse, a voce abbastanza alta per farsi sentire da
tutti: «Sono desolato, signore; ho dimenticato il mio portamonete. Forse il mio nome le è
abbastanza noto perché mi si consenta un credito di alcuni giorni: Arsène Lupin».
Il gestore lo guardò, credendo a uno scherzo. Ma Arsène Lupin ripeté:
«Lupin, detenuto alla Santé, attualmente in stato d’evasione. Oso credere che
questo nome le ispiri ogni fiducia».
E si allontanò, fra le risa, senza che l’altro pensasse di reclamare.
Traversò rue Soufflot per sbieco e prese rue Saint-Jacques. La seguì
tranquillamente, fermandosi alle vetrine e fumando delle sigarette. Boulevard de Port-
Royal, si orientò, s’informò, e camminò dritto verso rue de la Santé. Le alte mura tetre
della prigione si elevarono subito. Fiancheggiandole, arrivò presso il piantone municipale
che montava la guardia, e, togliendosi il cappello:
«È proprio qui la prigione della Santé?»
«Sì».
«Desidererei tornare nella mia cella. La vettura mi ha lasciato per strada, e non
vorrei abusare...».
Il ragazzo brontolò...
«Dica dunque, uomo, continui per la sua via, e più rapidamente che può!».
«Scusi, scusi! È che la mia via passa da questa porta. E se impedisce ad Arsène
Lupin di superarla, questo potrebbe costarle molto, amico mio!».
«Arsène Lupin! Che bazzecole sono queste?».
«Mi dispiace di non avere la mia carta d’identità», disse Arsène, fingendo di frugarsi
nelle tasche.
La guardia lo squadrò dall’alto in basso, sbalordito. Poi, senza una parola, come suo
malgrado, suonò un campanello. La porta di ferro si socchiuse.
Alcuni minuti dopo, il direttore accorse fino al cancello, gesticolando e simulando una
collera violenta. Arsène sorrise:
«Andiamo, signor direttore, non giochi al più abile con me. Come! Si prende la
precauzione di ricondurmi solo nella vettura, si prepara un buon piccolo ingorgo, e si
immagina che correrò per raggiungere i miei amici! Ebbene! E i venti agenti della
Sûreté, che ci scortavano a piedi, in fiacre e in bicicletta? No, mi avrebbero conciato per
le feste! Non ne sarei uscito vivo. Dica dunque, signor direttore, si contava su questo?».
Alzò le spalle e aggiunse:
«La prego, signor direttore, di non occuparsi di me. Il giorno in cui vorrò fuggire, non
avrò bisogno di nessuno».
Due giorni dopo, «L’Éco de France», che, decisamente, diventava l’informatore
ufficiale delle imprese di Arsène Lupin – si diceva che ne fosse uno dei principali
finanziatori – pubblicava i dettagli più completi su questo tentativo d’evasione. Lo stesso
testo dei biglietti scambiati tra il detenuto e la sua misteriosa amica, i mezzi impiegati
per questa corrispondenza, la complicità della polizia, la passeggiata per boulevard
Saint-Michel, l’incidente del caffè Soufflot, tutto veniva svelato. Si sapeva che le ricerche
dell’ispettore Dieuzy presso alcuni camerieri non avevano dato risultati. E si apprendeva,
in oltre, questa cosa stupefacente, che mostrava l’infinita varietà delle risorse di cui
quest’uomo disponeva: l’auto penitenziaria, nella quale l’avevano trasportato, era un’auto
completamente truccata, che la sua banda aveva sostituita a una delle sei auto abituali
che compongono il servizio delle prigioni.
La prossima evasione di Arsène Lupin non fu messa più in dubbio da nessuno. Lui
stesso, d’altronde, l’annunciava in termini categorici, come provò la sua risposta al
signor Bouvier, il giorno dopo l’incidente. Guardò il giudice che scherniva il suo scacco e
gli disse freddamente:
«Ascolti bene, signore, e mi creda sulla parola: questo tentativo faceva parte del mio
piano d’evasione».
«Non capisco», ridacchiò il giudice.
«È inutile che capisca».
E siccome il giudice, nel corso del suo interrogatorio, che apparve per intero nelle
colonne de «L’Éco de France», tornava alla sua istruttoria, esclamò con aria di
stanchezza:
«Dio mio, Dio mio, a che pro! Tutte queste domande non hanno alcuna importanza».
«Come, nessuna importanza?»
«Ma no, poiché non assisterò al mio processo».
«Lei non assisterà...».
«No, è una fissazione, una decisione irrevocabile. Niente mi farà transigere».
Una tale assicurazione, le indiscrezioni inspiegabili che sfuggivano ogni giorno,
infastidivano e sconcertavano la giustizia. Vi erano segreti che solo Arsène Lupin
conosceva, e la cui divulgazione, di conseguenza, non poteva provenire che da lui. Ma
per quale motivo li svelava? E come?
Si cambiò cella ad Arsène Lupin. Una sera, scese al piano inferiore. Da parte sua, il
giudice chiuse l’istruttoria e rinviò la vicenda alla sezione d’accusa.
Vi fu silenzio per due mesi. Arsène Lupin li passò disteso sul suo letto, col viso quasi
sempre girato contro il muro. Questo cambio di cella sembrava averlo abbattuto. Rifiutò
di ricevere il suo avvocato. Scambiava appena qualche parola con le guardie.
Nella quindicina di giorni prima del processo, parve rianimarsi. Si lamentava della
mancanza di aria. Lo fecero uscire nel cortile, la mattina, di buon’ora, affiancato da due
uomini.
La curiosità pubblica non si era però affievolita. Ogni giorno avevano atteso la notizia
della sua evasione. La sollecitavano quasi, talmente il personaggio piaceva alla folla con
la sua verve, la sua gaiezza, la sua diversità, il suo genio inventivo e il mistero della sua
vita. Arsène Lupin doveva evadere. Era inevitabile, fatale. Ci si stupiva persino che ciò
tardasse così a lungo. Tutte le mattine, il prefetto di polizia chiedeva al suo segretario:
«Ebbene! Non è ancora andato via?»
«No, signor prefetto».
«Sarà dunque per domani».
E la vigilia del processo, un signore si presentò negli uffici del «Grand Journal»,
chiese del redattore giudiziario, gli lanciò il suo biglietto in faccia, e si allontanò
rapidamente. Sul biglietto vi erano queste parole:
«Arsène Lupin mantiene sempre le sue promesse».
In queste condizioni iniziò il dibattito.
L’affluenza fu enorme. Nessuno che non volesse vedere il famoso Lupin e non
assaporasse in anticipo la maniera in cui si sarebbe fatto beffe del presidente. Avvocati
e magistrati, cronisti e uomini di mondo, artisti e donne di mondo, tutta Parigi si
accalcava sui banchi dell’udienza.
Pioveva, fuori la luce era cupa, Arsène Lupin si vide male quando le guardie lo fecero
entrare. Tuttavia, il suo atteggiamento sgraziato, la maniera in cui si lasciò cadere al suo
posto, la sua indifferente e passiva immobilità non giocarono a suo favore. Parecchie
volte il suo avvocato – uno dei segretari dell’avvocato Danval, avendo questi giudicato
indegno di lui quel ruolo – gli rivolse la parola. Ma lui scrollava la testa e taceva.
Il cancelliere lesse l’atto d’accusa, poi il presidente disse:
«Imputato, si alzi. Il suo cognome, nome, età e professione?».
Non ricevendo risposta, ripeté:
«Il suo cognome? Io le chiedo il suo cognome».
Una voce tonante e stanca articolò:
«Baudru, Désiré».
Vi furono dei mormorii. Ma il presidente riprese:
«Baudru, Désiré? Ah! Bene, una nuova metamorfosi! Siccome è quasi l’ottavo nome
che lei pretende di avere, e che senza dubbio è immaginario come gli altri, noi ci
atterremo, se lei vuole, a quello di Arsène Lupin, col quale lei è più vantaggiosamente
conosciuto».
Il presidente consultò le sue note e riprese:
«Poiché, malgrado tutte le ricerche, è stato impossibile ricostruire la sua identità, lei
rappresenta un caso abbastanza originale nella nostra società moderna, in quanto non
ha un passato. Noi non sappiamo chi sia, da dove venga, dove sia trascorsa la sua
infanzia, in breve, niente. Viene fuori a un tratto, tre anni fa, non si sa esattamente da
quale ambiente, per rivelarsi di colpo Arsène Lupin, cioè un composto bizzarro
d’intelligenza e di perversione, d’immoralità e di generosità. I dati che abbiamo su di lei
prima di quest’epoca sono piuttosto delle supposizioni. È probabile che il sunnominato
Rostat che lavorò, otto anni fa, al fianco del prestigiatore Dickson non fosse altro che
Arsène Lupin. È probabile che lo studente russo che frequentò, sei anni fa, il laboratorio
del dottor Altier, all’ospedale Saint-Louis, e che spesso sorprese il maestro con
l’ingegnosità delle sue ipotesi sulla batteriologia e l’audacia dei suoi esperimenti nelle
malattie della pelle, non fosse altro che Arsène Lupin. Arsène Lupin, ugualmente, il
professore di lotta giapponese che si stabilì a Parigi molto prima che si parlasse di
jiujitsu. Arsène Lupin, crediamo, il corridore ciclista che vinse il Gran premio
dell’esposizione, prese i suoi diecimila franchi e non riapparve più. Arsène Lupin forse
anche quello che salvò tante persone dal piccolo lucernario del Bazar de la Charité... E
le rapinò».
E, dopo una pausa, il presidente concluse:
«Tale è quest’epoca, che sembra non essere stata che una preparazione minuziosa
alla lotta che lei ha intrapreso contro la società, un apprendimento metodico in cui
portava al più alto grado la sua forza, la sua energia e la sua destrezza. Riconosce
l’esattezza di questi fatti?».
Durante questo discorso, l’imputato dondolava una gamba sull’altra, il dorso curvo, le
braccia inerti. Sotto la luce più viva, si notarono la sua estrema magrezza, le sue guance
incavate, i suoi zigomi stranamente sporgenti, il suo viso color terra, chiazzato di
placchette rosse, e incorniciato da una barba ineguale e rada. La prigione l’aveva
considerevolmente invecchiato e deturpato. Non si riconoscevano più l’aspetto elegante
e il viso giovane di cui i giornali avevano pubblicato così spesso il simpatico ritratto.
Si sarebbe detto che non avesse sentito la domanda che gli si poneva. Per due volte
gli fu ripetuta. Allora, alzò gli occhi, parve riflettere, poi, facendo uno sforzo violento,
mormorò:
«Baudru, Désiré».
Il presidente si mise a ridere.
«Io non mi rendo esattamente conto del sistema di difesa che ha adottato, Arsène
Lupin. Se si tratta di giocare all’imbecille e all’irresponsabile, faccia lei. Quanto a me,
andrò dritto allo scopo senza preoccuparmi delle sue fantasie».
Poi entrò nel dettaglio dei furti, delle truffe e dei falsi riconducibili a Lupin. Talvolta,
interrogava l’imputato. Questi grugniva o non rispondeva.
La sfilata dei testimoni iniziò. Vi furono parecchie deposizioni insignificanti, altre più
serie, che avevano tutte quel carattere comune di contraddirsi le une con le altre.
Un’oscurità inquietante avvolgeva il dibattito, ma l’ispettore capo Ganimard fu introdotto
e l’interesse si risvegliò.
Sin dall’inizio, il vecchio poliziotto provocò una certa delusione. Aveva l’aria, non
intimorita – ne aveva viste ben altre – ma inquieta, a disagio. Parecchie volte, girò gli
occhi verso l’imputato con un visibile fastidio. Tuttavia, con le mani appoggiate alla
sbarra, raccontava gli incidenti in cui si era trovato immischiato, il suo inseguimento
attraverso l’Europa, il suo arrivo in America. E lo ascoltavano con avidità, come se si
ascoltasse il racconto delle avventure più appassionanti. Ma, verso la fine, avendo fatto
allusione ai suoi colloqui con Arsène Lupin, a due riprese tacque, distratto, indeciso.
Era chiaro che un altro pensiero l’ossessionava. Il presidente gli disse:
«Se lei non si sente bene, sarebbe meglio interrompere la sua testimonianza».
«No, no, soltanto...».
Tacque, guardò l’imputato a lungo, profondamente, poi disse:
«Io chiedo l’autorizzazione di esaminare l’imputato più da vicino, vi è un mistero che
io devo chiarire».
Si avvicinò, lo considerò ancora più a lungo, concentrando tutta la sua attenzione, poi
si avvicinò di nuovo alla sbarra. E da lì, con un tono quasi solenne, pronunciò:
«Signor presidente, io affermo che l’uomo qui presente, di fronte a me, non è Arsène
Lupin».
Un grande silenzio accolse quelle parole. Il presidente sconcertato innanzitutto
esclamò:
«Ah, ora, cosa dice! Lei è pazzo!».
Pacatamente, l’ispettore affermò:
«A prima vista, si può pensare ad una rassomiglianza, che in effetti esiste, lo
confesso, ma è sufficiente fare più attenzione. Il naso, la bocca, i capelli, il colore della
pelle. Insomma, non è Arsène Lupin. E gli occhi, allora! Ha forse mai avuto questi occhi
da alcolista?»
«Vediamo, vediamo, si spieghi. Che cosa pretende, testimone?»
«E che ne so io! Avrà messo al suo posto un povero diavolo che stavano per
condannare. A meno che non sia un complice».
Grida, risate, esclamazioni vennero da ogni lato, nella sala agitata dall’inatteso colpo
di scena. Il presidente fece chiamare il giudice istruttore, il direttore della Santé, le
guardie, infine sospese l’udienza.
Alla ripresa, il signor Bouvier e il direttore, messi di fronte all’imputato, dichiararono
che non vi era tra Arsène Lupin e quest’uomo che una somiglianza di tratti molto vaga.
«Ma allora, affermò il presidente, chi è quest’uomo? Da dove viene? Come si trova
nelle mani della giustizia?».
Vennero fatte entrare le due guardie della Santé. Contraddizione stupefacente,
riconobbero il detenuto che avevano a turno sorvegliato!
Il presidente riprese fiato.
Ma una delle guardie riprese:
«Sì, sì, credo che sia proprio lui».
«Come, lei crede?»
«Perdinci! L’ho visto appena. Me l’hanno consegnato di sera, e da due mesi sta
sempre coricato contro il muro».
«Ma prima di questi due mesi?»
«Ah! Prima, non occupava la cella 24».
Il direttore della prigione precisò questo punto:
«Abbiamo cambiato di cella il detenuto dopo il suo tentativo d’evasione».
«Ma lei, signor direttore, l’ha visto da due mesi in qua?»
«Non ho avuto l’occasione di vederlo, se ne stava tranquillo».
«E quell’uomo non è il detenuto che le è stato consegnato?»
«No».
«Allora, chi è?»
«Non saprei dirlo».
«Siamo quindi in presenza di una sostituzione che si sarebbe effettuata due mesi fa.
Come lo spiega?»
«È impossibile».
«Allora?».
Come ultima risorsa, il presidente si girò verso l’imputato, e con voce invitante:
«Vediamo, imputato, potrebbe spiegarmi come e da quando lei è nelle mani della
giustizia?».
Si sarebbe detto che questo tono benevolo disarmasse la diffidenza o stimolasse
l’intelletto dell’uomo. Egli provò a rispondere. Infine, abilmente e dolcemente interrogato,
riuscì a mettere insieme alcune frasi, da cui si capiva questo: due mesi prima, era stato
condotto al carcere provvisorio. Vi aveva passato una notte e una mattina. In possesso
di una somma di settantacinque centesimi, era stato rilasciato. Ma, mentre attraversava
il cortile, due guardie lo prendevano per il braccio e lo conducevano alla vettura
penitenziaria. Da allora, viveva nella cella 24, non male... Vi si mangia bene... Non vi si
dorme male. Perciò non aveva protestato...
Tutto questo pareva verosimile. Fra le risate e un grande fermento, il presidente
rinviò la vicenda a un’altra sessione per un supplemento d’indagine.
L’inchiesta, subito, stabilì questo fatto consegnato al registro d’immatricolazione: otto
settimane prima, un certo Baudru Désiré aveva dormito nel carcere provvisorio. Liberato
il giorno dopo, lo lasciava alle due del pomeriggio. Ora, quel giorno, alle due, interrogato
per l’ultima volta, Arsène Lupin usciva dal gabinetto del giudice istruttore e ripartiva con
l’auto penitenziaria.
Le guardie avevano commesso un errore? Ingannate dalla somiglianza, avevano, in
un momento di disattenzione, sostituito quest’uomo al loro prigioniero? Bisognava
veramente pensare che fossero compiacenti, cosa che i loro stati di servizio non
permettevano di supporre.
La sostituzione era combinata in anticipo? Se da un lato la disposizione dei luoghi
rendeva la cosa quasi irrealizzabile, dall’altro sarebbe stato necessario in questo caso
che Baudru fosse un complice e che si fosse fatto arrestare con lo scopo preciso di
prendere il posto di Arsène Lupin. Ma allora, per quale miracolo un tale piano,
unicamente fondato su una serie di possibilità inverosimili, di incontri fortuiti e di errori
favolosi, era potuto riuscire?
Si fece passare Désiré Baudru all’ufficio antropometrico: non c’era una scheda
corrispondente ai suoi dati segnaletici. Del resto, si ritrovarono facilmente le sue tracce.
A Courbevoie, a Asnières, a Levallois, era conosciutissimo. Viveva di elemosine e
dormiva in uno di quei tuguri di cenciaioli che si ammassano vicino alla barriera delle
Ternes. Da un anno, tuttavia, era scomparso.
Era stato assunto da Arsène Lupin? Niente autorizzava a crederlo. E quando fosse
stato così, non se ne sarebbe saputo di più sulla fuga del prigioniero. Il prodigio restava
lo stesso. Delle venti ipotesi che tentavano di spiegarlo, nessuna era soddisfacente.
L’evasione sola non poneva un dubbio, e un’evasione incomprensibile, impressionante, in
cui il pubblico, come anche la giustizia, sentiva lo sforzo di una lunga preparazione, un
insieme di atti meravigliosamente concatenati gli uni con gli altri, e il cui scioglimento
giustificava l’orgogliosa predizione di Arsène Lupin: «Io non assisterò al mio processo».
In un mese di ricerche minuziose, l’enigma si presentava con lo stesso carattere
indecifrabile. Non si poteva tuttavia trattenere indefinitivamente questo povero diavolo di
Baudru. Il suo processo sarebbe stato ridicolo: quali indizi si avevano contro di lui? Il suo
rilascio fu firmato dal giudice istruttore. Ma il capo della Sicurezza risolse di stabilire
intorno a lui un’attiva sorveglianza.
L’idea proveniva da Ganimard. Dal suo punto di vista, non vi era né complicità né
caso. Baudru era uno strumento con cui Arsène Lupin aveva giocato con la sua
straordinaria abilità. Con Baudru libero, da lui si sarebbe risaliti fino ad Arsène Lupin o
almeno fino a qualcuno della sua banda.
Si aggiunsero a Ganimard i due ispettori Folenfant e Dieuzy, e, una mattina di
gennaio, con un tempo nebbioso, le porte della prigione si aprirono davanti a Baudru
Désiré.
Parve dapprima imbarazzato, e camminò come un uomo che non abbia idee ben
precise sull’uso del suo tempo. Seguì rue de la Santé e rue Saint-Jacques. Davanti al
negozio di un rigattiere, si tolse la giacca e il gilet, vendette il gilet per qualche soldo, e,
indossando la giacca, se ne andò.
Attraversò la Senna, allo Châtelet un omnibus lo superò. Volle salirvi. Non c’era
posto. Il controllore gli consigliò di prendere un numero ed egli entrò nella sala d’attesa.
In quel momento, Ganimard chiamò i suoi due uomini vicino a lui e, senza perdere di
vista l’ufficio, disse loro in fretta:
«Fermate una macchina, no, due, è più prudente. Verrò con uno di voi e lo
seguiremo».
Gli uomini ubbidirono. Baudru, tuttavia, non si vedeva. Ganimard si avvicinò: nella
sala non c’era nessuno.
«Stupido che sono», mormorò, «dimenticavo la seconda uscita».
L’ufficio comunica, in effetti, tramite un corridoio interno, con quello di rue Saint-
Martin. Ganimard si lanciò e arrivò giusto in tempo per scorgere Baudru sull’imperiale
del Batignolle-Jardin des Plantes che girava all’angolo di rue de Rivoli. Corse e
raggiunse l’omnibus. Ma aveva perso di vista i suoi due agenti. Era solo a continuare
l’inseguimento.
Infuriato, fu sul punto di prenderlo per il bavero senza nessuna formalità. Non era
forse con premeditazione e con una furbizia ingegnosa che questo sedicente imbecille
l’aveva separato dai suoi ausiliari?
Guardò Baudru. Sonnecchiava sul sedile e la sua testa dondolava da destra a
sinistra. La bocca appena semiaperta, la faccia esprimeva un’incredibile stupidità. No,
quello non era un avversario capace d’infinocchiare il vecchio Ganimard. Il caso l’aveva
favorito, ecco tutto.
Al crocevia delle Galeries Lafayette, l’uomo saltò dall’omnibus nel tram della Muette.
Si seguì il boulevard Haussmann, l’avenue Victor Hugo. Baudru non scese che davanti
alla stazione della Muette. E con un passo indolente, si addentrò nel bois de Boulogne.
Passava da un viale all’altro, tornava sui suoi passi, si allontanava. Che cosa
cercava? Aveva uno scopo?
Dopo un’ora di andirivieni, sembrava spossato dalla fatica. Infatti, notando una
panchina, si sedette. Il luogo, situato non lontano da Auteuil, sulla riva d’un laghetto
nascosto tra gli alberi, era assolutamente deserto. Una mezz’ora passò. Spazientito,
Ganimard si convinse a entrare in conversazione.
Si avvicinò e prese posto al fianco di Baudru. Accese una sigaretta, tracciò dei
cerchi sulla sabbia con la punta del bastone, e disse:
«Non fa caldo».
Silenzio. E subito, nel silenzio, una risata echeggiò, ma un riso gioioso, felice, il riso
d’un bambino preso dalla ridarella e che non riesce a smettere. Nettamente, realmente,
Ganimard sentì i suoi capelli drizzarsi sul cuoio capelluto. Quel riso, quel riso infernale
che conosceva tanto bene!...
Con un gesto brusco, afferrò l’uomo per i risvolti della giacca e lo guardò,
profondamente, violentemente, ancora meglio di quanto l’avesse guardato alle assise, e
in verità non si trattava più dell’uomo che vide. Era l’uomo, ma era nello stesso tempo
l’altro, il vero.
Con l’aiuto di una volontà complice, ritrovava la vita ardente degli occhi, completava
la maschera smagrita, scorgeva la carne reale sotto l’epidermide sciupata, la bocca
reale attraverso il ghigno che la deformava. Ed erano gli occhi dell’altro, la bocca
dell’altro, era soprattutto la sua espressione acuta, viva, beffarda, spiritosa, tanto chiara
e giovane.
«Arsène Lupin, Arsène Lupin», balbettò.
E subito, rabbioso, stringendogli la gola, tentò di rovesciarlo. Malgrado i suoi
cinquant’anni, possedeva ancora un vigore non comune, mentre il suo avversario
sembrava in pessime condizioni. E poi, che colpo da maestro se riuscisse a riportarlo!
La lotta fu breve, Arsène Lupin si difese appena, e, così prontamente come l’aveva
attaccato, Ganimard abbandonò la presa. Il suo braccio destro pendeva, inerte,
intorpidito.
«Se vi insegnassero il jiujitsu a quai des Orfèvres», dichiarò Lupin, «sapresti che
questo colpo si chiama udi-shi-ghi in giapponese».
E aggiunse freddamente:
«Ancora un secondo, ti spezzavo il braccio, e non avresti avuto che quello che meriti.
Come, tu, un vecchio amico che stimo, davanti al quale rivelo spontaneamente il mio
incognito, tu abusi della mia fiducia! È male... Ebbene! Cosa, che hai?».
Ganimard taceva. Questa evasione di cui si riteneva responsabile – poiché era lui
che, con la sua deposizione sensazionale, aveva indotto in errore la giustizia –, questa
evasione gli sembrava la vergogna della sua carriera. Una lacrima scivolò verso i suoi
baffi grigi.
«Eh! Mio Dio, Ganimard, non prendertela: se tu non avessi parlato, avrei fatto in
modo che un altro parlasse. Vediamo, potevo ammettere che si condannasse Baudru
Désiré?»
«Allora», mormorò Ganimard, «eri tu lì? Sei tu che sei qui!».
«Io, sempre io, unicamente io».
«È possibile?»
«Oh! Non v’è bisogno di essere stregone. È sufficiente, come ha detto quel bravo
presidente, prepararsi per una dozzina d’anni per essere pronto a ogni eventualità».
«Ma il tuo viso? I tuoi occhi?»
«Tu capisci bene che, se io ho lavorato diciotto mesi al Saint-Louis col dottor Altier,
non è certo per amore dell’arte. Ho pensato che colui che avesse un giorno l’onore di
chiamarsi Arsène Lupin dovesse sottrarsi alle leggi ordinarie dell’aspetto e dell’identità.
L’aspetto? Ma si modifica a proprio piacimento. Tale iniezione ipodermica di paraffina vi
fa gonfiare la pelle, proprio nel punto scelto. L’acido pirogallico vi trasforma in moicano.
Il succo della grande celidonia vi orna di pitiriasi e di tumori del più felice effetto. Tale
procedimento agisce sulla crescita della barba e dei capelli, talaltro sul suono della
voce. Aggiungi a questo due mesi di dieta nella cella n. 24, degli esercizi mille volte
ripetuti per aprire la mia bocca secondo questo ghigno, per portare la mia testa a
questa inclinazione e il mio dorso a questa curva. Infine, cinque gocce d’atropina negli
occhi per renderli stravolti e sfuggenti, e il gioco è fatto».
«Non concepisco che le guardie...».
«La metamorfosi è stata progressiva. Non hanno potuto notare l’evoluzione
quotidiana».
«Ma Baudru Désiré?»
«Baudru esiste. È un povero innocente che ho incontrato l’anno scorso, e che
veramente condivide con me una certa analogia di tratti. In previsione di un arresto
sempre possibile, l’ho messo al sicuro, e mi sono applicato a discernere sin dall’inizio i
punti di dissomiglianza che ci separavano, per attenuarli in me fintantoché si potesse. I
miei amici gli hanno fatto passare una notte nel carcere provvisorio, in modo che ne
uscisse quasi alla mia stessa ora, e che la coincidenza fosse facile da constatare.
Poiché, notalo, bisognava che si ritrovasse la traccia del suo passaggio, senza di che la
giustizia si sarebbe chiesta chi fossi io. Mentre offrendole questo eccellente Baudru, era
inevitabile, tu intendi, si sarebbe accanita su di lui, e malgrado le difficoltà insormontabili
d’una sostituzione, avrebbe preferito credere alla sostituzione piuttosto che confessare
la sua ignoranza».
«Sì, sì, infatti», mormorò Ganimard.
«E poi», esclamò Arsène Lupin, «avevo tra le mani un atout formidabile, una carta da
me ordita sin dall’inizio: l’attesa da parte di tutti della mia evasione. Ed ecco l’errore
grossolano in cui siete caduti, tu e gli altri, in questa partita appassionante in cui la
giustizia e io eravamo impegnati, e la cui posta in gioco era la mia libertà: voi avete
supposto ancora una volta che io agissi da fanfarone, che fossi inebriato dai miei
successi come un pivello. Io, Arsène Lupin, una tale debolezza! E, non più che nell’
affaire Cahorn, non vi siete detti: “Dal momento che Arsène Lupin grida sui tetti che
evaderà, ha delle ragioni che lo obbligano a urlarlo”. Ma, diamine, capisci allora che, per
evadere... Senza evadere, bisognava che ci credessero in anticipo a questa evasione,
che fosse un articolo di fede, una convinzione assoluta, una verità eclatante come il
sole. E avvenne questo, per mia volontà. Arsène Lupin sarebbe evaso, Arsène Lupin
non avrebbe assistito al suo processo. E quando tu ti sei alzato per dire: “Quest’uomo
non è Arsène Lupin”, sarebbe stato sovrannaturale che tutti non credessero
immediatamente che non fossi Arsène Lupin. Che una sola persona dubitasse, che una
sola emettesse questa semplice riserva: “E se fosse Arsène Lupin?”, e nello stesso
minuto ero perduto. Bastava chinarsi verso di me, non con l’idea che io non fossi Arsène
Lupin, come hai fatto tu, e gli altri, ma con l’idea che io potessi essere Arsène Lupin, e
nonostante tutte le mie precauzioni, mi si riconoscesse. Ma io ero tranquillo.
Logicamente, psicologicamente, nessuno poteva avere questa semplice piccola idea».
Prese a un tratto la mano di Ganimard.
«Vediamo, Ganimard, confessa che otto giorni dopo la nostra intervista nella prigione
della Santé, mi hai atteso alle quattro, a casa tua, come ti avevo pregato».
«E la tua auto penitenziaria?», chiese Ganimard, evitando di rispondere.
«Solo bluff! I miei amici hanno rabberciato e sostituito quella vecchia auto fuori uso
per tentare il colpo, ma io lo sapevo impraticabile senza un concorso di circostanze
eccezionali. Solamente, ho trovato utile perfezionare questo tentativo d’evasione e dargli
la più grande pubblicità. Una prima evasione audacemente combinata dava alla seconda
il valore di un fatto compiuto».
«In modo che il sigaro...».
«Incavato da me come pure il coltello».
«E i biglietti?»
«Scritti da me».
«E la misteriosa corrispondente?»
«Io e lei non siamo che uno. Ho tutte le calligrafie a volontà».
Ganimard rifletté un istante e obiettò:
«Su, andiamo!».
«O almeno lei è falsa. È una questione che ho studiato molto. Il sistema Bertillon
comporta in primo luogo i dati segnaletici visivi – e tu vedi che non è infallibile – e poi i
dati segnaletici per misure, misure della testa, delle dita, delle orecchie ecc. Lì, invece,
niente da fare».
«Allora?»
«Allora, si è dovuto pagare. Anche prima del mio ritorno dall’America, uno degli
impiegati del servizio accettava un tanto per scrivere una falsa misura all’inizio della mia
misurazione. È sufficiente perché tutto il sistema si sposti, e che una scheda si orienti
verso una casella diametralmente opposta a quella in cui doveva finire. La scheda
Baudru non doveva coincidere con la scheda Arsène Lupin».
Ci fu ancora un silenzio, poi Ganimard chiese:
«E ora cosa farai?»
«Ora», esclamò Lupin, «mi riposerò, seguirò un regime di sovralimentazione e a
poco a poco ritornerò a essere me stesso. Andava benissimo essere Baudru o qualche
altro, cambiare personalità o camicia e scegliere il suo aspetto, la sua voce, il suo
sguardo, la sua scrittura. Ma accade che non ci si riconosca più in tutto questo e che è
molto triste. Attualmente, provo ciò che doveva provare l’uomo che ha perduto la sua
ombra. Mi ricercherò... E mi ritroverò».
Passeggiò in lungo e in largo. Un po’ di oscurità si mischiava alla luce del giorno. Si
fermò davanti a Ganimard.
«Non abbiamo più niente da dirci, credo».
«Sì», rispose l’ispettore, «vorrei sapere se rivelerai la verità sulla tua evasione...
L’errore che ho commesso...».
«Oh! Nessuno saprà mai che è Arsène Lupin che è stato rilasciato. Sono troppo
interessato ad accumulare intorno a me le tenebre più misteriose per non lasciare a
questa evasione il suo carattere quasi miracoloso. Perciò, non temere niente, mio buon
amico, e addio. Ceno in città questa sera, e ho solo il tempo di vestirmi».
«Ti credevo così desideroso di riposo!».
«Ohimè! Ci sono degli obblighi mondani a cui non ci si può sottrarre. Il riposo
comincerà domani».
«E dove ceni, quindi?».
«All’ambasciata d’Inghilterra».


 

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