Una corrente d’aria investì i biondi capelli di Luanne Carrandine. Visioni d’artigli, immagini di liberazione.
— Vedete? — stava dicendo la commessa. — C’è un buco nel pavimento, signora Carrandine. Per fortuna non c’è caduto dentro nessuno.
Si stava formando una fitta nebbiolina, densa e spessa come ketchup. Un tentacolo di nebbia circondò un polpaccio di Luanne. Lei respirò un po’ di quello roba, e alcune vocine sembrarono uscire da ogni angolo. Luanne scosse la testa e spalancò gli occhi. «Avanti» disse a se stessa «è lunedì mattina, Luanne, è ora di lavorare». I fatti, per favore.
I fatti: c’è un grosso buco circolare nel pavimento dello spogliatoio del negozio d’abbigliamento di Luanne e Garvey Carrandine. Dal buco esce un po’ di fumo. «Maledizione!» Un grigio e piovoso lunedì dopo le vacanze, a Killeville, Virginia, e in più, il dannato negozio che sta andando in pezzi.
La nebbia liberava una carica elettrica ozonizzata. Luanne la respirò e si sentì bene, forte ed eccitata.
— Sono le fondamenta? — chiese la commessa.
— Non ci sono fondamenta — disse Luanne. — Nessuno dei negozi qui nel centro commerciale le ha. C’è solo un lastrone di cemento e nient’altro. Chi ha scoperto il buco? Hai chiamato i pompieri?
— Io... l’ho scoperto io, ma non ho chiamato i pompieri. Non ero sicura di chi... Credete che ci sia stato un furto?
Luanne si allontanò dal buco e si guardò attorno. Pantaloni e gonne, seta e polvere. — Non so proprio cosa avrebbero potuto rubare, Kathy. Non c’è niente qui che valga la pena... Chiedi ai nostri clienti. — Era stufa di gestire il negozio, stufa di guadagnare un dollaro alla volta. La nebbia l’aveva fatta diventare audace.
— Forse tutto il maledetto negozio ci cadrà dentro, ed io e Garvey potremo riscuotere l’assicurazione. Spero proprio che sia così, Kathy, lo spero veramente.
Luanne sottolineò quest’affermazione saltando su e giù sul pavimento. Era una bionda piccola, dagli occhi tondi e penetranti e la bocca vivace, con le labbra dipinte. Aveva già più di trent’anni ma voleva dimostrarne la metà.
Kathy guardò la padrona saltare su e giù. I salti erano sorprendentemente alti. — Cosa devo fare, signora Carrandine?
— Vai pura a casa, cara. Chiamerò io Garvey, la polizia e quelli dell’assicurazione. Staremo chiusi per un paio di giorni e poi faremo una svendita. — Sorridendo, smise di saltare e andò verso il telefono. — Non ti preoccupare, Kathy. Ti pagheremo la giornata di oggi, e domani puoi venire a darmi una mano a correggere i prezzi della roba. — Kathy se ne andò.
Il telefono era dietro il banco, dalla stessa parte del magazzino e dello spogliatoio. C’era la nebbia, e Luanne si sentì di nuovo strana mentre formava il numero.
— Cosa c’è? — chiese la voce di Garvey.
Lui trattava con i fornitori in un ufficio giù in città.
— C’è un grosso buco nel pavimento dello spogliatoio, amore. È largo quanto un tombino.
— Ah, e quant’è profondo? — Garvey non era un tipo facilmente eccitabile.
— Non lo so. Ma... comincio a vedere strane cose. Sbrigati.
Quando Garvey arrivò al negozio, trovò Luanne alla scrivania che disegnava con le matite colorate della loro figlia più piccola. Tutto il pavimento era immerso nella nebbia, un denso tappeto grigio di gas magici. Un po’ di quella roba si alzò a incontrare il naso di Garvey. La respirò e vide il negozio che si riempiva di strane sfere colorate. Era come stare sott’acqua circondato da pesci tropicali.
— Dio mi ama, Garvey. Mi ha inviato una visione. Guarda qui... quest’anatra decorata con le stelle rosse. Riesci a vederla come una camicetta?
— Be’... — Garvey riusciva a vederla, più o meno.
— Certo, Garvey, possiamo farcela. Riscuotiamo l’assicurazione, vendiamo il negozio e lanciamo una nostra linea d’abbigliamento. Le meraviglie di Luanne, cosa te ne pare? — Respirò profondamente e si guardò intorno con occhi luccicanti. — Tutte queste visioni, è fantastico!
Garvey era un uomo alto e magro, dall’aria perennemente distratta. Osservò la moglie per un momento, poi andò a controllare il buco nel pavimento dello spogliatoio. Era difficile guardarci dentro, con la nebbia che continuava a uscirne in quella maniera. Si chiese se fosse pericoloso respirarla, ma decise di no. Si sentiva meravigliosamente bene.
— C’è una torcia, Luanne?
— Vicino al contatore della luce.
Prese la lampada e, dopo averla accesa, ne diresse il fascio di luce verso il buco. Riuscì ad illuminarne le pareti – il buco era largo circa un metro – ma il fondo rimase avvolto nella nebbia. Tornò al banco e prese un pezzo di nastro da pacchi.
Luanne non se ne accorse nemmeno perché era troppo presa dai suoi disegni.
— Adesso mando giù questo nel buco — annunciò Garvey mentre legava un capo del nastro alla torcia. Si sentiva prudere dappertutto e la stanza era piena di colori. Gli sembrava anche di avere sentito alcune voci. — Luanne? Ti senti anche tu un po’ strana?
Lei rise piano mentre finiva di disegnare un modello tutto verde.
— È la nebbia, bello, mi sta dando un sacco di idee. È come avere una rivelazione.
Solo allora Garvey si accorse che nello spogliatoio pioveva. C’era un grosso buco nel soffitto, proprio sopra quello nel pavimento.
— Luanne, credo che sia un meteorite!
— Direttamente dal Paradiso, caro. Le meraviglie casual di Luanne.
Garvey si inginocchiò e sporse la testa sopra il buco. La lampada oscillava di qua e di là, pallida macchia nella nebbia. Un metro, due... il nastro già finito ed ancora non aveva toccato il fondo. Lui respirò profondamente e cominciò a calarsi nel buco, sperando di scoprire quant’era profondo.
Proprio in quel momento un pezzo del pavimento cedette e Garvey cadde a testa in giù.
Passò un po’ di tempo. Lentamente la nebbia si dissolse. Ad un certo punto anche Luanne tornò normale. Guardò i disegni che aveva davanti e si chiese che cosa significassero. Si sentiva come se avesse passato l’ora precedente a fumare marijuana. dell’ottima marijuana. Alcuni disegni erano di vestiti, ma altri no: erano disegni di edifici. Uno di questi edifici era particolarmente impressionante: un grande traliccio conico circondato da due spirali di metallo. All’interno del traliccio c’erano quattro enormi strutture di vetro: un cubo, una piramide, un cilindro e una semisfera.
Ma dov’era Garvey? Non era lì un momento fa? Luanne attraversò velocemente il negozio immerso nel silenzio. Ecco il buco e, ad un metro di profondità, le suole delle scarpe del povero Garvey. Era infilato nel buco a testa in giù. La nebbia l’aveva avvelenato... e lui era morto ed era caduto lì dentro.
Luanne afferrò i piedi di Garvey e tirò. Normalmente non sarebbe riuscita nemmeno a smuoverlo, ma qualcosa le aveva dato una forza eccezionale. Garvey venne fuori come una carota. Luanne lo distese sulla schiena e cominciò a baciarlo sulla bocca senza vita. Lui riprese a respirare, sussultò e aprì gli occhi.
— Garvey? Stai bene?
— Da — disse Garvey con una voce stranamente rauca — Pamiatnik III Internatsionala Prokety Vladimir Tatlin. — Quindi chiuse gli occhi e svenne di nuovo.
Luanne lo sollevò di peso e lo portò lontano da quel terribile buco. Con dita tremanti compose il numero del pronto soccorso.
Garvey fu svegliato dalla voce di sua moglie. Erano ognuno in un letto singolo... letti d’ospedale. Lei era seduta e parlava al telefono.
— ... responsabilità. L’assicurazione non vuole pagare, e dobbiamo pure fare causa a qualcuno. Non c’è un Tribunale Mondiale? La cometa è finita proprio sul nostro negozio, capisci? Adesso siamo in una camera sterile, in quarantena, e vogliono buttare giù tutto il negozio. A cosa diavolo serve un avvocato se no, Sidney? Vedi di fare qualcosa e richiamaci. Ciao.
— Oh, Luanne...
— Garvay, tesoro! Questi idioti pensano che brilliamo al buio e dicono che dobbiamo stare chiusi qua dentro dieci giorni. Il negozio è un disastro e nessuno se ne vuole assumere la responsabilità. Per me la colpa è del Governo... dopo tutto, sono loro che provocano i russi.
— I russi?
— Quegli stupidi russi — si spazientì Luanne. — È stata una sonda spaziale che hanno lanciato per intercettare quella nuova cometa che hanno scoperto. La Cometa di Lenin...? Quegli spastici volevano impiantare una capsula temporale sulla cometa oltre a riportarne indietro una parte.
— Una parte della Cometa di Lenin?
— È quella che è finita nel nostro negozio. La sonda ha fatto esplodere la cometa e il nostro negozio è stato colpito da circa sei tonnellate di cometa congelata. Poi è evaporata, diventando un gas, ed è quello, che ci ha fatto uscire di testa, Garvey, è il gas che ci ha dato quelle visioni.
Per essere in un letto d’ospedale Luanne aveva veramente un ottimo aspetto. Aveva le guance rosse per l’eccitazione e nei suoi occhi tondi brillavano molteplici progetti.
— La televisione ci vuole per intervistarci, Gar, ma i dottori non ci permettono di uscire. Credo che da questa storia ricaveremo un bel po’ di soldi. È una cosa troppo strana. Drogati da un gas spaziale!
— Sono rimasto molto nel buco?
— Ero un po’ sconvolta, tesoro, per cui non ne sono troppo sicura. Forse mezz’ora, non so...
— Io...
Garvey fu interrotto da una voce proveniente dal monitor televisivo che c’era nella camera. Un medico grasso lo stava salutando: — Buongiorno, signor Carrandine, sono lieto di vedervi di nuovo in forma.
— Fateci uscire! — gridò Luanne. — Dove sono i nostri figli?
— Non vi preoccupate, signora Carrandine, se ne occupa una donna poliziotto. Dovete capire che finché non avremo completato tutti gli esami, non possiamo lasciarvi andare. Quello che voi e vostro marito avete respirato non assomiglia a nessun’altra sostanza conosciuta. I miei colleghi pensano che provenga da un’altra galassia dove...
— Al diavolo! — Luanne buttò il lenzuolo sul monitor e sulla telecamera. — Forza, Garvey, aiutami a pensare a come uscire di qui e a come tirare fuori dei quattrini da tutto questo.
— Hai sentito? Metteranno una donna poliziotto in casa nostra. Dio mio! Da quanto tempo siamo qui?
— È solo mezzogiorno. I ragazzi sono ancora a scuola. Ma ti senti bene adesso, tesoro?
Garvay scese dal letto e si stiracchiò. Si sentiva bene, veramente bene. Pensò che gli sarebbe piaciuto mangiare qualcosa. Un bell’hamburger doppio ed un frullato, per esempio.
L’aria davanti al suo petto divenne più densa. Ci fu un tremolio, un leggero ronzio, e... plot, un hamburger doppio ed un frullato si materializzarono a mezz’aria per subito rovesciarsi sul pavimento.
— Oh mio Dio! — Luanne aveva osservato attentamente tutta la scena. — Prova a rifarlo, Gar.
Questa volta lui si tenne più vicino al tavolo e chiese hamburger e frullato per due. Nessun problema. Ronzio, tremolio... eccoli là.
— Dio, Garvey. Ma com’è che io non posso farlo?
— Io ho respirato più gas di te — rispose Garvey mentre mangiava. — Ho sempre saputo che mi sarebbe successa una cosa del genere, Luanne. Sono Superman! Posso fare quello che mi pare. E quello delle tasse può andare dove dico io!
— No, Garvey. Devi stare attento quando esprimi un desiderio. Non sprecare il potere in sciocchezze.
Si sentiva un po’ di trambusto fuori, e di colpo la porta interna della loro camera a tenuta d’aria si spalancò. Apparve un uomo con una larga tuta bianca e la faccia nascosta da una maschera antigas.
— Yrrnd shhhnnddt chuchufff mnnn krrrdnnnn. — La goffa figura bianca avanzò decisa verso il pranzo di Garvay.
— Luanne, credi che...
— Sì, caro. Andiamocene a casa.
La scena intorno a loro cominciò a tremolare, come nei vecchi film quando c’è una dissolvenza e cambiò: era il salotto di casa Carrandine adesso.
— Oh, Garvey! Fai una montagna d’oro, caro, quintali d’oro. Presto, prima cha arrivi la polizia.
Un piccolo lingotto d’oro cadde con un rumore sordo sul pavimento. Poi un altro e un altro ed un altro... la pioggia di metallo durò un intero minuto. Garvey si fermò e osservò le sue ricchezze con aria un po’ insoddisfatta.
— Questo è sufficiente per qualche milione di verdoni, Luanne. Vai a nasconderli e lasciami pensare. Devo fare qualcosa di molto più importante. Non mi rimane molto tempo... sento che i miei poteri stanno cominciando a svanire.
Senza perdere tempo, Luanne andò a prendere la carriola con cui sua figlia Besty giocava e cominciò a metterci dentro i lingotti. C’era un caminetto in casa, con una botola che si poteva sollevare per buttare la cenere. Uno per uno, Luanne sistemò i lingotti nel contenitore della cenere.
Si sentivano sirene in lontananza. Garvey era sdraiato sul divano con gli occhi chiusi. Mentre correva avanti e indietro con la carriola piena di pesanti lingotti, Luanne vide alcune enormi travi che volteggiavano intorno alla casa, pezzi d’acciaio che si alzavano nell’aria come getti di una fontana. Un’immensa torre stava crescendo là fuori, un eterno monumento al potere di Garvey.
Luanne nascose l’ultimo lingotto e andò a sedersi vicino a Garvey.
— Mi senti, amore? — Garvey fece un cenno con la testa. — Sei distrutto? — Un altro cenno. — Posso avere un sandwich di pollo e un bicchiere di vino rosso?
— No — disse Garvey con un lieve sorriso. — Dovrai comprarteli. Luanne. Ho esaurito il mio potere, l’ho usato tutto.
La stanza era buia, oscurata dall’enorme massa che si innalzava all’esterno della casa. — Che cos’è che hai fatto là fuori, amore?
— Una torre. L’ho vista mentre ero nel buco. Non so che cosa significhi, ma dovevo farla. È una specie di orologio gigante. Andiamo a vedere com’è venuta.
La struttura che c’era là fuori era incredibilmente enorme. Starci sotto era come stare sotto la Torre Eiffel. Garvey e Luanne dovettero camminare cinque minuti buoni prima di riuscire ad averne una visione accettabile. Si stava già radunando un bel po’ di gente eccitata, ma per il momento nessuno fermò i Carrandine. Raggiunto un buon punto di osservazione, si bearono della vista della torre.
— L’ho disegnata io — mormorò Luanne. Garvey sorrise in silenzio, felice come mai prima.
La torre era un cono gigantesco circondato da due spirali incrociate. Sostenute da un’enorme e sottile traliccio, le spirali si arrampicavano per centinaia e centinaia di metri. All’interno della gigantesca struttura c’erano quattro grandi gioielli di cristallo, quattro costruzioni sospese una sull’altra: un cubo, una piramide, un cilindro ed una semisfera.
— Ruotano su se stessi — disse Garvey. — Il cubo ci impiega un anno, la piramide un mese, il cilindro una settimana e la semisfera un giorno. Non è mai lo stesso. Un monumento con parti mobili.
— Si può entrare?
— Certo. Guarda! — Garvey indicò un lungo e sottile cilindro che si slanciava obliquo verso l’alto su uno dei lati della torre. Un cilindro alto due volte l’Empire State Building. — Ci sono gli ascensori. Il cubo è un salone per esposizioni, la piramide è un auditorium, il cilindro è per uffici, e la semisfera... la semisfera è per noi.
— Eccoli là — gridò qualcuno. — Ecco Carrandine e sua moglie! Prendeteli!
Il dottore grasso ed alcuni altri raggiunsero di corsa Garvey e Luanne. — Avete costruito voi questa cosa?
— Be’...
— Sicuro che l’ha costruita Garvey. Dovreste mettervi in ginocchio per ringraziarlo.
— Sapete che cos’è questa torre?
— L’idea mi è venuta mentre ero giù in quel buco.
— Non ci meraviglia affatto. Abbiamo trovato la capsula temporale sul fondo del buco. Un artista russo di nome Vladimir Tatlin ha concepito il progetto di questa torre nel 1919. Monumento alla Terza Internazionale. Per fortuna i russi non hanno mai avuto i capitali per costruirla. Ma adesso voi...
— Come parlate difficile — interruppe Luanne. — Che cosa sarebbe la Terza Internazionale?
Nessuno sembrava saperlo. E appena Garvey si impegnò a occuparsi della manutenzione del monumento, nessuno se ne curò più. La grande torre è ancora lì a Killeville... andate a vederla la prossima volta che vi recate nel Sud.
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