Franklin non riusciva a ricordare come gli fosse successo di rimanere separato dagli altri passeggeri del suo volo. Ad un certo momento erano ancora tutti insieme, e un attimo dopo era solo sul lungo marciapiede mobile. Le pareti che lo fiancheggiavano si alzavano ad arco aperto, lontano, sopra la sua testa, e la luce era diffusa, senza una fonte individuabile. Non sentiva vento sulla faccia e niente gli dava il senso del movimento.
Si tolse il cappello di feltro marrone, strinse forte la maniglia della ventiquattr’ore e si mise in ginocchio per esaminare il nastro scorrevole. Era liscio ed elastico, e sembrava fatto di plastica trasparente. Passò il palmo della mano sulla superficie del nastro, e finì per toccare inavvertitamente la parete. Si tirò indietro di colpo trattenendo il respiro per il dolore. La parete era calda! Sul taglio della mano comparve una bruciatura rossa.
Eppure i muri non emanavano calore. Doveva trattarsi dell’attrito, e ciò voleva dire che il nastro si stava muovendo a una velocità spaventosa. Davanti a lui il corridoio si allungava fino a sparire all’infinito. Si voltò e guardò dietro di sé. La stessa cosa. Lui era una piccola macchia su un nastro senza fine, che stava correndo verso una destinazione ignota.
Franklin era un uomo pratico, un venditore di pompe idrauliche. Spaventarsi non gli sarebbe servito a niente, quindi non si spaventò. Preferì ripercorrere mentalmente, passo per passo, le ultime ore, per vedere se non fosse andato a dormire e se per caso non stava sognando.
L’aereo... ricordò di essere sceso sopra la giungla e di avere guardato la lunga pista dell’Aeroporto Internazionale del Fangia. Cerise, la sua segretaria, aveva allungato un braccio e gli aveva stretto la mano, dicendo: — Credo che sia il passaggio dall’aria alla terra. Tutte le volte che vengo giù soffro il trauma della nascita. — Ricordò la mano fresca della ragazza, il suo profumo, i suoi delicati lineamenti di bionda inglese e la peluria quasi bianca tra le sopracciglia. Ed anche la hostess ferma in cima alla scaletta, con un sorriso professionale e il seno prosperoso che l’aveva costretto ad uscire camminando di traverso. Lui e Cerise, nello scendere la breve rampa di gradini sotto il cocente sole africano, erano quasi morti di caldo. In quel momento l’americana di Sedalia, Missouri, che durante il volo aveva informato tutti di avere un figlio ingegnere impiegato nell’impresa che costruiva dighe alla quale Franklin
sperava di vendere le sue pompe RRASP, si era girata e lo aveva afferrato per una manica, dicendo: — Andate avanti voi. Queste cose mi rendono nervosa.
Aveva fatto un passo avanti, e la velocità del marciapiede mobile gli aveva quasi fatto perdere l’equilibrio. Aveva provato un violento fastidio, cui era seguito l’appunto mentale di non criticare troppo i fangiani, dato che, in fondo, avevano abbandonato da poco la pratica del cannibalismo...
Poi si era voltato.
E dietro aveva il nulla.
Decise di fumare. Riempì la pipa e tirò fuori un fiammifero di legno (marca “Ohio Bluetip”, dato che in quei giorni era d’obbligo per tutti i dirigenti mostrare un briciolo di personalità). Lo tolse dal taschino dell’orologio e lo appoggiò alla parete. Si accese di colpo. Lo avvicinò alla pipa e provò un certo disappunto nell’accorgersi che il caldo fumo aromatico non riusciva a cancellare il freddo che aveva nello stomaco.
Non poteva essere “vero”.
Vide un’apertura nella parete davanti a sé. Ebbe appena il tempo di scorgerla che le fu di fronte. L’arresto fu tanto rapido da costringerlo a fare un passo avanti per non cadere. Lesse la scritta luminosa sopra la porta e rise. Ma la risata era una specie di tosse rauca per liberarsi del terrore provato fino ad un attimo prima.
— Dogana. — Mormorò la parola passando sotto l’insegna e avviandosi su per una breve rampa di scale. Provava un’involontaria ammirazione per la scienza fangiana. A volte gli ultimi ritrovati della tecnica arrivavano prima nelle nazioni arretrate che nelle altre, forse perché le prime non erano legate a tradizioni storiche. Probabilmente il più grande merito degli europei era stato quello di distruggere totalmente le antiche culture indigene, dando ai popoli sottosviluppati la possibilità di costruire partendo da zero. Si perse col pensiero nella visione di un fantastico edificio in vetro e acciaio in cui ospitare la succursale fangiana della RRASP Inc. E poi della sua foto su Fortune e di una carica onoraria in qualche consolato...
E di un bacio da sua moglie. Scartò subito quest’ultimo pensiero. Stringendo sempre la valigetta, infilò la mano libera nella tasca interna della giacca. Passaporto. Scontrini dei bagaglio. Portafoglio con i traveller’s checks. Aprì la porta.
Il terminal era una grande cupola sostenuta da una rete di travature dorate, illuminata da una luce perlacea che scendeva fino a rischiarare un pavimento di... marmo, pensò, anche se aveva la netta sensazione di camminare sulla superficie levigata di una nuvola. Guardò contrariato la lunga fila di persone davanti al banco... ah, l’ispettore gli stava facendo cenno di avvicinarsi. Aveva larghe spalline di cordone dorato, e sopra la visiera nera del berretto c’erano scritte, sempre in oro, le parole “Ispettore Doganale”. Nel complesso la divisa somigliava a un costume da operetta.
Dirigendosi in fretta verso il banco, Franklin si disse che i doganieri volevano essere trattati con... non rispetto, ma stima per quel loro lavoro da tutti considerato come un’indispensabile calamità. Franklin era orgoglioso di avere sempre trattato i portieri, i fattorini e i poliziotti come esseri umani.
— Avete qualcosa da dichiarare, signore?
La perfetta pronuncia inglese lo sorprese. — Ma... ecco... il mio bagaglio...
— Cominciamo con questa, signore?
L’ispettore allungò un braccio per prendere la ventiquattr’ore. Franklin, leggermente contrariato, la posò sul banco.
— Ci sono dentro contratti, documenti, stampati pubblicitari, progetti, niente che valga la pena di controllare...
— Apritela, per favore.
Franklin l’aprì e fece un balzo indietro, quasi come una rana. Mio Dio! Dentro c’era una fionda da ragazzini, quella fatta con un rametto biforcuto e un pezzo di gomma nera, che prima del Black Power chiamavano “negro che balla”. C’erano anche palline d’ogni tipo, pezzi di spago, chiodi arrugginiti e... Franklin sentì una vampata di rossore salirgli alle guance: aveva riconosciuto le foto pornografiche logore e spiegazzate che da giovane teneva sempre nel portafoglio. Come diavolo facevano a essere lì? Ricordò anche la fionda. L’aveva intagliata con molta attenzione da un ramo di noce, e allora gli era sembrata un’opera d’arte fatta e finita, ma adesso... era un lavoro veramente grossolano.
— Signore, non posso lasciar passare queste cose.
— No, certo... non è quello che io... penso che sia uno scherzo di mia moglie... — S’interruppe a guardare l’ispettore che gettava il contenuto della valigetta in un’apertura ad imbuto da cui uscivano fiamme. Franklin guardò i ricordi della sua gioventù sparire in una nuvola di vapore bianco. Pffffft! Prima che lui potesse intervenire, anche la ventiquattr’ore, di vero marocchino e con il suo nome stampato in oro, subì la stessa sorte. Fece solo un pfffft più forte.
— Imbecille! Era un regalo dei miei impiegati.
— È il regolamento, signore. Avete altro da dichiarare?
— No... un momento. Cosa ne avete fatto del mio bagaglio?
— Le vostre valigie sono già state incenerite, signore.
A quelle parole un brivido di paura gli passò per tutto il corpo. Senza più capire niente ripescò gli scontrini dalla tasca.
— Ma non potevate. Questi sono i miei... e quelli della mia segretaria. — Si girò di scatto a guardare la fila di persone dietro di lui. La paura si trasformò nella perplessità più assoluta. Nessuno di quei passeggeri poteva essere salito ad Heathrow con lui, né poteva essere arrivato da uno qualsiasi degli stati che lui conosceva. Molti avevano l’aspetto europeo, ma i vestiti... be’, lui non conosceva alcun paese nel mondo in cui a una donna fosse permesso portare una gonna del genere, con una fascia di stoffa trasparente alta trenta centimetri tra il fianco e la coscia, e nient’altro sotto.
Si rivolse di nuovo all’ispettore, ma aveva le labbra intorpidite. La mia segretaria dovrebbe arrivare...
— Come si chiama?
— Cerise... Holden.
L’ispettore sollevò il bavero della giacca e mosse le labbra. Evidentemente parlava in un microfono. Dopo una risposta che Franklin non riuscì a sentire, l’uomo gli fece un cenno. — Sala d’attesa ventiquattro, signore. Da quella parte.
Franklin si avviò nella direzione indicata, con le gambe stranamente irrigidite. Nel grande terminal c’era un insolito silenzio. Tese l’orecchio: avrebbe dovuto sentire almeno le chiamate dei voli, invece niente. E non vide nemmeno le lunghe file delle
biglietterie, né i facchini che trasportavano bagagli. C’erano soltanto lunghe colonne di persone vestite con abiti diversi, ma tutte con la sua stessa espressione in faccia. Occhi spalancati, stupore, totale sbalordimento, Alcuni uomini in uniforme bianca camminavano avanti e indietro, in apparenza senza fare niente, come comparse che vagassero sullo sfondo di una scena in un teatro di posa.
La sala d’attesa era una miniatura del grande atrio. Forma a cupola e luce che usciva dalle pareti perlacee. C’erano porte da tutte le parti. Immaginò che ci fosse un numero infinito di sale come quella, tutte collegate tra loro come le celle di un alveare.
Non vide nessuno che somigliasse a Cerise... no, mi correggo. Vide una donna che le “somigliava”, in piedi, immobile con un pollice infilato sotto la cinghia della borsa appesa alla spalla. Di profilo, con la luce che le illuminava la parte anteriore del viso e che metteva in evidenza il lungo naso diritto e il mento sfuggente, era molto simile a Cerise. Fece per parlarle, poi si rese conto che non poteva essere la sua segretaria. Quella donna era sui quarant’anni, e aveva sul volto le rughe di chi ha vissuto intensamente.
Lei lo vide. Spalancò gli occhi poi li socchiuse.
— Scusate, Pensavo...
Pronunciarono le stesse parole nel medesimo istante, ma fu lei a completare la frase interrotta.
— Pensavo foste una persona che conoscevo, ma è impossibile. È morta tanti anni fa.
Franklin si sentì rizzare i capelli sulla nuca e pensò: «Ecco la verità, se hai occhi per vederla». Ma rimandò la logica conclusione fino a quando non fosse davvero inevitabile.
— Vi chiamate...?
— Cerise. Cerise Greenwalt. Sono divorziata... ma uso il nome di mio marito.
La guardò chiaramente stupito. Lei sembrava molto invecchiata, vecchia insomma. Il tempo e le avversità avevano lasciato i segni sul suo corpo. Il seno era afflosciato, almeno dieci centimetri più basso di quanto lui ricordava. Le spalle erano piegate in avanti, formando un incavo nel petto, le scapole le sporgevano dalle spalle come piccole ali piegate e lo stomaco leggermente gonfio tendeva la cintura del vestito. Gli occhi erano stanchi e cerchiati. Solo le labbra erano ben tese, ma lo sforzo continuo per tenerle ferme dava alla bocca della donna un’ espressione crudele. Non c’era più niente in lei che gli ricordasse le rotondità dì pesca matura che aveva toccato soltanto un’ora prima. Mio Dio...
Lei cominciò a chiacchierare, come fanno le donne di una certa età e carattere, per attirare gli sguardi distratti della gente.
— È il posto più orribile che abbia mai visto. Ho perso il bagaglio, e voi sapete che una ragazza deve portarsi dietro un guardaroba completo ovunque vada. Specialmente quando è invitata... quando si aspetta di essere invitata in locali di lusso. Naturalmente ho preso la nave, perché è quasi altrettanto veloce. Sapete, in questi ultimi anni hanno fatto delle cose meravigliose con gli hovercraft. E poi, con la guerra che va come va, gli unici a volare sono i militari e quelli del Governo. La cosa peggiore è che non riesco a ricordare come ho fatto a lasciare la nave, C’è stato
l’allarme, e hanno dovuto spegnere i motori. Così la barca si è messa a galleggiare sull’acqua. Noi eravamo nel salone, e ci riempivano i bicchieri. Naturalmente non ci si ricorda mai quanto si beve. Poi c’erano persone spaventose, di ogni genere, che giravano attorno nei buio, ed io penso di essere svenuta... ed eccomi qua.
Lo guardò, socchiudendo i grandi occhi azzurri, come se aspettasse da lui un cenno di simpatia o di comprensione. Lui invece provava la sensazione che un lungo periodo di tempo fosse stato strappato alla sua vita, mentre quella di lei era andata avanti...
— Come... — La domanda che si era mentalmente preparata gli aveva reso la bocca secca, e fu costretto a inumidirsi le labbra. — Com’è morto l’uomo che voi pensate mi somigli?
— Oh, è successo tanto tempo fa... — Lo guardò attentamente, e per un attimo la fiammella di un ricordo le accese lo sguardo. Ma subito la parte cosciente di lei, quella che lo conosceva, sprofondò sotto la crosta dei pensieri superficiali. — È strano, veramente... — Socchiuse di nuovo gli occhi, poi scosse la testa come per scacciare un insetto molesto. — Sapete, mi ricordo ancora tutto benissimo. Eravamo appena scesi dall’aereo ed entravamo nel terminal... in quel periodo stavo lavorando per lui... dovevamo aprire una succursale della ditta in Fangia. Naturalmente non l’hanno più aperta... dopo la morte del signor Poole... L’hanno data a uno che aveva già una sua agenzia lì e naturalmente non c’era posto per me. È stato un peccato, davvero, perché i suoi progetti sono andati in fumo, dato che quell’altro ha ingarbugliato tutto l’affare. È anche arrivata sua moglie... c’erano le solite difficoltà burocratiche per il corpo, capite, il riconoscimento e tutta quella sfilza di documenti. È arrivata, e loro l’hanno drogata con qualcosa. In seguito, ci siamo scritte regolarmente per diversi anni, e so che non è più riuscita a disintossicarsi. Suo figlio si è suicidato e la figlia si è sposata tre volte, poi è scomparsa nella libera...
— Gesù!
Aveva deciso che era una pazza, anche per il modo in cui roteava gli occhi. Sembravano due palline dentro una tazzina. Ma come aveva potuto desiderare di avere una relazione con lei? D’ accordo che allora era molto più giovane... e forse era stata proprio la sua morte ad avviarla a una vecchiaia precoce.
— Come... — S’interruppe per cancellare il turbinio che aveva nella mente. — Com’è morto il signor Poole?
— Oh... sì. Avevamo appena sceso la scala che portava dentro il terminal, e il signor Poole... lo ricordo perfettamente, era sempre in moto, attivo ed efficiente. Stavamo aspettando, e c’era un trenino porta-bagagli che veniva verso la fila di gente, uno di quei piccoli trattori che trascinano un mucchio di carrelli, e io credo che lui non l’abbia visto. Comunque, lui gli è finito proprio contro, e... — La sua voce si alzò di un’ottava e divenne stridula e monotona. Le parole le uscivano di bocca come se quella storia l’avesse ormai raccontata moltissime volte, senza mai cambiare una virgola. — C’erano delle donne che gridavano, e mi pare che il guidatore del trenino sia quasi svenuto. Comunque, ha schiacciato il freno solo dopo che cinque o sei carrelli erano passati sul corpo del signor Poole. Ricordo ancora che era tutto contorto e maciullato, e che la sua ventiquattr’ore si era aperta sparpagliando per terra tutte quelle carte che lui aveva preparato con tanta fatica. La cosa più strana, però, è che
quando lo hanno tirato fuori da sotto i carrelli, lui stringeva ancora la maniglia della valigetta, anche se aveva il petto schiacciato e il collo rotto.
Franklin si girò, con il cuore che gli batteva. La donna gli aveva raccontato la sua morte. Eppure... il suo cuore stava ancora battendo. La morte doveva invece essere la fine di tutto, la fine dei battiti del cuore, la fine dei pensieri. Non devo lasciarmi prendere dall’emozione, pensò. I fatti sono questi: io sono qui, in una specie di sala d’attesa. Una donna che meno di un’ora fa sembrava giovane è qui con me. Adesso è diventata una bisbetica, o peggio, di mezza età. Lei è convinta di avermi visto morire. Ma io sono qui, e fino a che ci sono, la distruzione del corpo che va sotto il nome di Franklin Poole deve essere considerato un problema ancora da risolvere. Quindi... procedendo con ordine, la prima cosa da fare è quella di passare oltre gli ispettori.
— Avete detto di avere avuto dei problemi con la dogana?
— Sì, gli ho detto che non sarei andata via senza bagagli e i miei bei vestiti. Così loro mi hanno detto di aspettare.
— Non vi hanno precisato per quanto tempo?
— No. E non ho neanche la minima idea di quanto ne è passato. Non sono riuscita a vedere neanche un orologio. Pensavo che nei terminal ce ne fossero, per comodità dei passeggeri.
— Venite con me. — Le mise una mano sulla spalla e la spinse fuori dalla piccola sala. Si fermò al centro della grande cupola e indicò alla donna il banco del controllo doganale. — Sentite, vedete quella porta dietro l’ispettore? Io cercherò di distrarlo andandogli a parlare, voi intanto scivolate lungo la parete e uscite da quella porta. Se nessuno vi ferma, troverò poi il modo di seguirvi.
Cerise, per non affaticare la sua mente ottusa, era sempre pronta a usare il cervello di qualcun altro. È sleale, pensò Franklin, ma devo. Le strinse con più forza la spalla e le sorrise. Lei lo guardò con occhi annebbiati e si avviò. Preso fiato, Franklin raggiunse il banco.
— Posso disturbarvi per un’informazione?
— Siamo qui per servirvi, signore.
— Ecco... questo confine che voi controllate, è quello di una specie di mutamento dimensionale?
— Non capisco la domanda, signore.
Cerise, che stava avanzando lungo la parete, si fermò fingendo di cercare qualcosa nella borsetta, e lanciò un’occhiata a destra e a sinistra.
— Vi rifaccio la domanda in altro modo — disse Franklin. — Questa è una specie di linea di demarcazione tra il materiale e il non materiale?
— Questo dipende dal vostro punto di vista, signore.
Cerise era arrivata davanti alla porta. Si fermò per guardare Franklin da sopra le spalle, e lui la incitò rabbiosamente col pensiero. «Va’ avanti, stupida!» Mantenendo un tono calmo, si rivolse di nuovo all’ispettore.
— Allora la potremmo chiamare, una linea tra il piano astrale e...
Cerise entrò nel vano della porta e scomparve con un pfffft! improvviso. Di lei rimasero soltanto una nebbiolina evanescente ed alcuni indumenti che caddero a terra senza rumore. Franklin, che osservava la scena con una specie di distaccato interesse,
notò la mancanza di biancheria intima. Il che confermava il sospetto che aveva sempre avuto riguardo a Cerise.
L’ispettore sollevò il bavero della giacca e parlò a bassa voce. — Cerise Greenwalt, nata nel 1957, morta nel 1999, indice adempimento punti ventitré.
Franklin serrò con forza gli occhi e disse tra sé: «Svegliati, svegliati, Franklin, non ti piace questo sogno, cercane un altro, un altro qualsiasi...».
Quando tornò alla realtà, l’ispettore gli era sempre davanti. Si guardò attorno alla ricerca di qualche angolo d’ombra, di qualche trasparenza nebbiosa che gli permettesse di confermare che era tutto un’illusione. Non ce n’erano. Ogni cosa era di una realtà così netta e splendente da bucargli il cervello. Non mi rimane altro che accettare il suggerimento dell’ispettore, si disse, e fingere che tutto ciò che accade rientri nella normalità quotidiana. Uno passa da una porta, svanisce dal piano dell’esistenza, come uno spruzzo di spray...
Si appoggiò al banco e cercò di continuare la conversazione con tono indifferente. — Vi piacerebbe dirmi cosa significa indice di adempimento?
— Ma le pare! È il rapporto tra potenziale-vita e realizzazione-vita.
— Ventitré? Avrei detto che Cerise ha fatto tutto al meglio delle sue possibilità.
— Abbiamo un nostro particolare criterio di misura, signore.
— Sì, capisco... — Cominciava ad afferrare l’idea. — Immagino che teniate il conto dei peccati e altre cose, vero?
— Ci sono demeriti per certe azioni ed inazioni. Però non conosco i dettagli. È un calcolo di competenza del reparto stime.
Avrei dovuto immaginarlo, pensò Franklin. Le idee che ci sono state inculcate sugli angeli che brandiscono spade fiammeggianti risalgono ai tempi in cui tutti quanti giravano normalmente con una spada al fianco. Con il progresso dell’umanità si sono trovati modi migliori per separare le masse dai capi. Oggi non esistono barriere più impenetrabili di quelle della società moderna con la sua immensa burocrazia piena d’impiegati cortesi e indifferenti.
— Sentite... Si piegò sul banco e cominciò a parlare con tono confidenziale. — Non credo di essere pronto a fare il viaggio. Il vecchio indice di adempimento necessita di qualche piccola modifica. Potete dirmi se c’è una via d’uscita?
— Volete cancellare la prenotazione?
— Sì, voglio tornare indietro.
— Da quella porta, allora.
L’ispettore mise una mano sotto il banco. Alla sua destra, su una parete fino a quel momento liscia e compatta, comparve una scritta luminosa. Diceva: CANCELLAZIONI.
Gentili, pensò Franklin, mentre si dirigeva verso la porta. Mi domando perché nessuna delle persone che conoscevo abbia mai fatto la cancellazione. Fred Turner, per esempio, che era morto in un incidente di caccia. Forse non sapeva che c’era questa possibilità. Io stesso non lo avrei saputo, se non domandavo...
La porta dava accesso a un ufficio arredato con tendaggi e un folto tappeto rosso cupo. Franklin si sentì improvvisamente a suo agio, soprattutto nel vedere un uomo sorridente alzarsi da dietro la scrivania e tendergli la mano. — Buongiorno, sono l’addetto ai passeggeri in ritorno.
— Mi chiamo Franklin Poole. — La mano dell’uomo aveva un calore rassicurante e umano. — Non ho capito bene il vostro nome.
— Non ne usiamo. Volete un sigaro? — L’uomo si mise a sedere e intrecciò le dita. — Dovete sapere che nella nostra organizzazione siamo l’ultima ruota del carro. Non vedono di buon occhio i viaggi di ritorno, perché danno una cattiva immagine della ditta. Perciò le mie possibilità sono limitate, molto limitate, per quanto concerne il mezzo di trasporto che vi posso offrire. Abbiamo attualmente solo tre veicoli pronti a partire, e nessuno può essere veramente definito di prima classe.
— Prenderò qualsiasi cosa mi porti indietro.
— Bene. Adesso ho l’obbligo di informarvi che qui vi è data l’ultima possibilità di ritornare sulla vostra decisione. Volete fare qualche domanda?
— Sì. Quando riapparirò?
— Vi uniremo qualche microsecondo prima della vostra morte precedente.
— E non sarò invalido? Zoppo, paralizzato?
— Il corpo sarà in condizioni perfette.
— Allora non ho altro da chiedere.
— Perfetto. Da questa parte. Una mano posata saldamente sulla sua spalla lo spinse con gentilezza al di là di un tendaggio luccicante. Passando dall’apertura vide di sfuggita una scritta che si era appena accesa: CAMERA DI REINCARNAZIONE.
Quando distinse bene quello che l’altra stanza conteneva, urlò e cercò di riattraversare la tenda. Ma essa faceva ora corpo unico con la parete d’acciaio scintillante. Non gli restava altro che girarsi e affrontare...
Un rospo, un ragno, e un serpente a sonagli.
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