giovedì 9 aprile 2026

Coleman Brax: Il cancello dei Rosfo


Mentre attraversava la strada, Louie faceva dondolare una castagna d’India appesa a una stringa di cuoio. Quel giorno la castagna si era comportata bene spaccando, con tre colpi ben assestati, altrettante castagne manovrate dai suoi compagni di scuola. Era un’“ammazza-sei” ora, la miglior castagna che avesse trovato quell’anno.
Ma quand’ebbe raggiunto il marciapiedi coperto di foglie cadute, Louie non pensava più alle castagne d’India. Stava avvicinandosi al cancello della Città dei Rosfo, davanti al quale da un po’ di tempo passava tutti i giorni tornando da scuola. Gli altri anni seguiva una strada più breve. Ma dopo la riapertura delle scuole, quell’autunno, Louie aveva preferito seguire l’itinerario che passava davanti al cancello. Forse l’aveva deciso dopo aver visto un programma sui Rosfo alla TV. Durante l’ondata di caldo, in agosto, si era buscato un raffreddore fuori stagione. Sua madre aveva accompagnato il fratellino minore in piscina, e Louie era rimasto in casa solo. I programmi che seguì quel giorno non avrebbero incontrato l’approvazione della mamma. Specialmente quello sui Rosfo. «Se fai il cattivo i Rosfo ti porteranno via» gli diceva a volte la mamma con l’intenzione di impaurirlo. Questo poteva andar bene per il piccolo Joey, ma Louie aveva ormai undici anni. Sapeva che i Rosfo erano brutti, ma dubitava che potessero far del male alle persone.
Si diceva che erano malati, così malati che per sopravvivere avevano dovuto trasferirsi su un altro pianeta. Sulla Terra stavano meglio, ma mai proprio bene. Louie si chiedeva se avevano davvero la forza di fare quello che la gente attribuiva loro.
L’uomo della TV aveva detto che i Rosfo erano privi di mascelle. Senza mascelle come facevano a mangiare le persone? si era chiesto Louie. Le voci che correvano erano assurde. Aveva rivolto la domanda ai suoi amici. — Mai sentito parlare di tritacarne? — aveva ribattuto uno. La risposta aveva lasciato Louie a bocca aperta, ma non l’aveva convinto.
Fu così che cambiò itinerario. Tutti i giorni si fermava al cancello a guardare la città dove vivevano. Di solito il cancello era aperto e lui era tanto audace da allungare un piede nella città dei Rosfo. Nessuno gli aveva proibito di farlo.
Ogni tanto vedeva qualche Rosfo, ma sempre in distanza. Però li aveva visti bene in fotografia. Avevano la pelle bruno-verdastra come vecchio rame. La testa aveva l’aspetto di una grossa pera grinzosa capovolta, gli occhi erano dei dischi chiari,
molto infossati. Sì, i Rosfo erano brutti, ma non poi così orrendi. Secondo lui, la gente avrebbe dovuto abituarsi alla loro presenza.
Ma il telecronista aveva detto che avevano qualcosa di diverso. Louie conosceva alcune delle cose di cui aveva parlato l’uomo. Aveva studiato un po’ di teoria degli assiemi e di algebra Booleana, nonché di logica dei simboli. Ma l’uomo aveva detto che gli alieni pensavano in modo diverso dagli esseri umani. Solo pochissimi esperti molto addestrati erano in grado di comunicare con loro. C’erano voluti anni per concludere gli accordi sulla costruzione e sistemazione delle Città Rosfo.
Questa era la parte del programma che aveva più interessato Louie: la scena in cui si vedeva una “conversazione” tra un uomo ed un Rosfo. Alle loro spalle c’era un grande pannello luminoso e, oltre a suoni e gesti, i due formavano schemi di luci. Louie si chiese quanti anni ci sarebbero voluti per imparare a fare quello che stava facendo quell’uomo.
Era una domanda che non aveva osato rivolgere né ai genitori né agli insegnanti. Sapeva che avevano paura dei Rosfo, e contemporaneamente li disprezzavano. Solo quando parlavano di come le forniture di metalli provenienti dal pianeta dei Rosfo contribuissero a mantenere basse le imposte non trovavano da ridire sulla presenza dei Rosfo.
Louie rimuginava su tutto questo mentre sostava davanti al cancello aperto. Sarebbe stato così facile entrare! Esteriormente la città dei Rosfo non aveva niente di diverso dal resto della città. C’era una fila di casette in mattoni divise in appartamenti, molto simili a quella dove abitava lui. I marciapiedi erano ombreggiati dallo stesso tipo di alberi che si trovavano nel resto del la città. Ippocastani. Ippocastani con qualche castagna. Le foglie di quegli alberi erano di un bel rosso autunnale. Non c’erano foglie per terra.
Louie finse che il cancello non esistesse e che lui stesse osservando una strada qualunque. Per qualche istante la finzione divenne realtà. Louie s’incamminò lungo il marciapiedi e superò un intero isolato all’interno del cancello. Poi vide una cosa che gli paralizzò le gambe. Sul marciapiedi c’erano dei segni tracciati col gesso, dei segni strani: una serie di linee brevi che non s’incrociavano né si toccavano.
Sembrava privo di senso, come se ne mancasse una parte.
Senza sapere perché, Louie si accorse di tremare. Alzò gli occhi alle finestre della casa aspettandosi di vedere centinaia di facce aliene che l’osservavano, ma i vetri riflettevano soltanto le case di fronte. Poi senti un rumore alle sue spalle e si voltò col cuore in gola.
Rimase a fissare a bocca aperta il Rosfo. Era piccolo, alto pressappoco come lui. Le gambe con due ginocchia erano più corte e grosse di quelle dei Rosfo che aveva visto in fotografia. E anche l’abito era diverso: una specie di tunichetta lucida che gli lasciava scoperte le gambe. Il Rosfo stringeva un pezzetto di gesso all’estremità del braccio sinuoso che gli usciva dal centro del petto. Possibile che fosse un bambino Rosfo?
Sebbene gli battesse il cuore all’impazzata, Louie non si mosse. Se quello era un bambino, pensava, forse sapeva giocare. Allungò la mano e fece dondolare come un pendolo la castagna appesa alla stringa di cuoio. Poi la tese verso il Rosfo.
Questi si avvicinò cauto. Il braccio infilò il gesso nell’abito, poi si protese verso la stringa. Louie vide il piccolo ammasso di dita all’estremità del braccio afferrare la preziosa castagna e accostarla agli occhi. — Castagna — disse Louie. — Castagna. Castagna. — Poi eseguì una pantomima per mostrare come uno dei due contendenti tiene sospesa la sua castagna mentre l’altro fa oscillare la sua per colpire il bersaglio immobile.
L’altro non reagì, ma aprì la bocca emettendo dei suoni. Al terzo tentativo, Louie capì quello che voleva dire.
— Sì! — gridò eccitato. — Castagna!
— Ccsstana — disse il Rosfo. Poi s’infilò nell’abito l’“ammazza-sei” e sparì di corsa in un portone.
— Ehi, torna indietro! — gridò Louie. Si guardò nervosamente intorno, ma non c’erano altri Rosfo in vista. — È mia! — gridò ancora e si avvicinò alla porta verde in cui era sparito il Rosfo, senza però aver il coraggio di entrare. Rimase lì un po’, chiedendosi come poteva fare per riavere la sua preziosa castagna.
Ad un tratto la porta si aprì e ricomparve il Rosfo. Louie era sicuro che fosse lo stesso di prima, anche se non avrebbe saputo dire perché. Il Rosfo si sedette sul marciapiedi su cui erano tracciati i segni col gesso e cominciò a estrarre alcuni oggetti dall’abito. Erano sei palline colorate delle dimensioni di grosse biglie, e le depose tra i segni. Poi cominciò a parlare.
Dopo un po’ Louie capì che continuava a ripetere gli stessi suoni. Forse si trattava del nome degli oggetti o del gioco, ma qualsiasi cosa fosse, Louie sentiva che le sue corde vocali non sarebbero mai state in grado di ripetere quei suoni. Alla fine serrò le labbra sporgendole ed emise un rumore molto maleducato che la mamma gli aveva proibito. Poi lo fece seguire da tre colpi di tosse. L’alieno ripeté i rumori con enfasi aprendo la bocca priva di labbra. Louie sperò che volesse dimostrargli che aveva capito bene.
Dopo di che, il Rosfo tornò alle sue palline e Louie rimase a osservarlo mentre ripeteva i suoni con crescente intensità. Dava l’idea di star giocando un’eccitante partita a biglie, ma Louie non capiva il perché di tanta eccitazione dal momento che le palline restavano sempre allo stesso posto. Era un gioco statico, del tutto incomprensibile per lui.
Quando tornò a casa, quel giorno, non aveva più la sua castagna. Al suo posto aveva una pallina rossa regalatagli dal Rosfo. Louie non sapeva cosa farsene. Anche se fosse riuscito a perforarla e a infilarci un laccio, non avrebbe mai potuto sostituire una castagna. E, sebbene tonda, non somigliava ad una biglia per ché era opaca e ruvida.
Dopo cena, Louie uscì di soppiatto ed arrivò fino a un angolo buio dove si fermò a guardare le stelle. Aveva in tasca la pallina, un oggetto che veniva di lassù. Chissà se in quel momento stava guardando proprio verso il punto dove si trovava il pianeta dei Rosfo. Nessuno sapeva di dove venivano né com’era il loro mondo, e nemmeno come funzionavano le loro astronavi. Si sapeva molto poco sul conto dei Rosfo.
Louie non mostrò a nessuno la pallina rossa. La nascose sotto il cuscino, quella notte, e il mattino dopo la portò con sé a scuola. Quel giorno fece molta fatica a seguire le spiegazioni dell’insegnante. Il suo sguardo continuava a spostarsi verso la
finestra da dove si vedevano le foglie rosse e gialle degli alberi. Quando l’insegnante gli chiese la derivata di un’a elevata alla potenza x, commise l’errore di dire la derivata di x elevata alla potenza a. Il compagno seduto dietro di lui sghignazzò e Louie ricadde a sedere sul banco. Non riusciva a togliersi dalla testa la Città dei Rosfo.
Nell’intervallo, in cortile, evitò di avvicinarsi ai ragazzi che giocavano con le castagne. Ma Johnny Wheeler, che voleva una rivincita dopo la sconfitta del giorno prima, lo raggiunse mentre Stava esercitandosi alle sbarre.
— Cosa ti piglia, Louie? Hai fifa? — Johnny mostrò una castagna reduce da molte battaglie e gliela mise sotto il naso. — Questa è un’“ammazza-dieci” — dichiarò. —Credi che riuscirai a batterla? — Louie non rispose e si issò sulle sbarre. Di lassù vedeva tutto il cortile e i suoi compagni di classe intenti a svariati giochi a lui ben noti. Chissà come avrebbero giudicato il gioco dei Rosfo.
— Allora, hai fifa, Louie? Dov’è la tua ammazza-sei? — insisté Johnny.
— L’ho persa — si affrettò a rispondere Louie.
— L’hai persa? Bugiardo! — disse Johnny. — È che hai paura di perdere. — E gli pestò una mano facendolo saltare a terra.
Nonostante il dolore, Louie non gridò e non pianse. Johnny era un fanfarone, ma quando si trattava di fare a botte le prendeva sempre. Louie sapeva che avrebbe potuto batterlo facilmente, ma dopo aver esitato un attimo si allontanò senza dire niente. La punizione per quelli che si picchiavano durante l’intervallo era un’ora di scuola in più dopo la fine delle lezioni, e Louie non voleva correre quel rischio.
Quando suonò la campana, fu il primo a precipitarsi fuori e fece di corsa tutta la strada fino al cancello dei Rosfo. Lì si soffermò, ripreso dalle antiche paure. La strada al di là del cancello, era immutata, e finalmente lui ritrovò il coraggio di entrare.
Non c’era nessun Rosfo in giro. Louie camminò fino al portoncino verde dove era entrato il piccolo Rosfo e aspettò qualche minuto, ma non comparve nessuno. Allora si provò a ripetere i suoni che aveva imparato: «prrrr ha ha ha». Dopo svariati tentativi, ripetuti sempre più forte, la porta si aprì ed uscì il suo “amico”. Louie fu certo di riconoscere la grinzosa testa a pera con la bocca senza labbra.
Il Rosfo portava un sacchetto dello stesso tessuto azzurro dell’abito. Si diresse verso un punto del marciapiedi dove non c’erano i segni col gesso e si sedette. Louie frugò in tasca e ne trasse alcuni oggetti che aveva portato: una matita, un sasso, un cracker salato, un pezzo di elastico. Si mise a sedere davanti al Rosfo e depose gli oggetti fra loro.
Il Rosfo posò il suo sacchetto in disparte e si mise ad esaminare gli oggetti di Louie. Li prese tutti, uno per volta, con cura, con il suo grappolo di dita, e via via che li prendeva, Louie ne diceva il nome.
L’alieno non reagì. Dopo un po’ raccolse gli oggetti uno per uno, li mise in disparte, prese il sacchetto e cominciò ad estrarne il contenuto. Si trattava di una dozzina di piccoli oggetti: alcuni parevano castagne, una era quella di Louie, un’altra era forata ma senza stringa, e poi c’erano altre cose di forma irregolare.
Louie prese una castagna dall’aria un po’ strana. Schiacciandola, ebbe l’impressione che fosse di gomma.
L’alieno cominciò a disporre gli oggetti secondo uno schema preciso. Per primo depose la castagna di Louie e intorno, in cerchi concentrici, gli altri. Da ultimo sistemò l’elastico, il sasso e il cracker.
Quindi prese la matita, la lasciò cadere in grembo a Louie e, col braccio, indicò gli altri oggetti. Louie capì che l’invitava a sistemare la matita nello schema, ma non sapeva dove metterla. Mentre se ne stava lì incerto, il Rosfo cominciò a parlottare. Sembrava che dicesse “castagna” insieme ad altre parole incomprensibili, e intanto indicava gli oggetti. Louie capì che doveva decidersi a far qualcosa e lasciò cadere la matita ai margini dello schema. La sua mossa eccitò il Rosfo, che la raccolse e la esaminò come volesse trovarci qualcosa che prima gli era sfuggito. Quindi tornò a deporla, ma non nel posto dove l’aveva lasciata cadere Louie. Guardandolo, Louie ripensava a quello che aveva detto l’uomo della TV. Gli alieni avevano un processo mentale diverso da quello umano, e anche i loro sensi erano diversi. Forse era un’impresa inutile e disperata cercare di fare amicizia coi Rosfo.
Per quanto si sforzasse, Louie non riusciva a capire il senso dello schema. Gli tornò alla mente quella volta quando gli avevano insegnato un difficile gioco con le carte. Dopo molti tentativi aveva gettato via le carte, sconfitto. Adesso aveva voglia di sparpagliare a calci gli oggetti, per non doverli più guardare.
— Non capisco! — gridò. — Non capisco! — e chinò la testa sulle ginocchia sollevate, chiudendo gli occhi.
Quando li riaprì, il Rosfo Stava ancora parlottando. Lui si alzò, deciso a tornarsene a casa. Ripensò agli esperti col pannello luminoso... doveva ancora finire le medie, e poi frequentare le superiori e l’università, e poi, forse... forse ne avrebbe saputo abbastanza per comunicare con loro. Ma ci sarebbero voluti anni.
Louie si chinò a raccogliere la castagna al centro dello schema, e poi tre altri oggetti e li sistemò in un canto. Poi depose la castagna in un nuovo centro e porse gli altri oggetti al Rosfo. Pensava che forse, cominciando con uno schema più semplice, avrebbe finito col capirci qualcosa.
Il Rosfo prese una castagna di metallo e si spostò per sedersi vicino a Louie. Prese l’elastico e lo mise da parte, quindi dispose gli altri oggetti in linea retta. — Ccsstana — disse, indicando la castagna di Louie, la prima della fila. — Iccsstana — continuò, indicando quella forata ma senza stringa. — Uccsstana — ed indicò quella di metallo, ultima della fila.
Louie, incoraggiato, pensò di scambiare le posizioni degli ultimi due oggetti. Il Rosfo gorgogliò alcune volte e li rimise al posto di prima. Evidentemente l’ordine della disposizione aveva molta importanza. Louie cominciò a intuire che gli oggetti si susseguivano a seconda della somiglianza con la castagna vera.
Ma perché il Rosfo aveva messo quella di gomma più vicina di quella di metallo? La prese in mano. Era un’imitazione perfetta come forma e colore, ma era cedevole. Prese quella di metallo. Anch’essa a prima vista sembrava una castagna vera, ma era troppo pesante, e troppo fredda al tatto. Ne conseguiva che quella di metallo era diversa per un doppio motivo da quella originale. Bene. Finora la disposizione aveva un senso.
Adesso il Rosfo gli porse il sasso. Louie pensò che, se aveva capito giusto, non sarebbe stato difficile sistemarlo. Colore, peso e sensazione al tatto differivano
completamente dalle caratteristiche della vera castagna. Di conseguenza lo mise dopo quella di metallo. Ma mentre così face va sentì un borbottio che gli parve di disapprovazione. L’alieno gli scostò la mano con un rapido movimento del braccio. Louie capì. Il Rosfo aveva ragione: il sasso non aveva alcuna somiglianza con la castagna. Quindi bisognava metterlo a capo di un’altra fila, al centro del cerchio.
Louie spostò la mano, e l’alieno lo incitò con piccoli colpi di tosse. Sì, pensava Louie, devo spostarlo, ma dove? A che angolo? Il sasso non aveva niente a che fare con la castagna, ma era arrotondato ed aveva pressappoco la stessa grandezza, quindi non doveva metterlo troppo lontano. Lo sistemò ad un angolo di circa trenta gradi in senso orario dalla castagna di metallo. Il Rosfo allungò il braccio e lo spostò, ma di pochissimo.
— Sssctun! — disse. — Rrrkst-fzzkt-ccstana — e Louie batté le mani dalla gioia.
Dopo quel primo successo, le cose migliorarono rapidamente. Nel giro di un’ora Louie aveva imparato una dozzina di prefissi Rosfo, e la posizione di tutti gli oggetti, salvo tre. C’erano due palline marroni che sembravano identiche, ma che il Rosfo aveva sistemato ben lontane fra loro. Forse lui sentiva qualcosa che non era percepibile ai sensi umani. Dopo un dialogo concitato, il Rosfo mise da parte una delle palline.
Poi sorse il problema delle castagne di metallo di una sfumatura leggermente diversa. In questo caso, Louie pensò di essere lui a saper distinguere meglio, in quanto il Rosfo insisteva a mettere le due castagne insieme.
Continuarono per un po’, con Louie che le separava e l’altro che le riuniva ma alla fine il Rosfo cedette, gesto che Louie apprezzò molto.
Continuarono così finché le ombre del crepuscolo non cominciarono ad allungarsi sul marciapiede. Louie era talmente immerso nel gioco che non si era accorto di quanto fosse tardi. Molto tardi. La mamma l’avrebbe sgridato e gli avrebbe chiesto cosa aveva fatto tutte quelle ore.
— Ciao — disse, alzandosi, e gli venne fatto di pensare che lui e il Rosfo non si erano detti come si chiamavano. Ma probabilmente per il Rosfo i nomi non avevano la stessa importanza che gli dava lui. Se il gioco che aveva imparato quel giorno era indicativo, il nome dell’alieno aveva una serie di prefissi che servivano a paragonarlo ai suoi simili. Ci sarebbe voluto del tempo per impararlo.
— Sssciao — disse il Rosfo. Louie si chiese se avesse capito il senso di quella parola.
— Tornerò — aggiunse. Sapeva che sarebbe tornato. Doveva chiedere un mucchio di cose al suo amico.
 

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