lunedì 20 aprile 2026

Cristiano Tassinari - Ultima fermata non prevista


La partenza L’aria condizionata del mezzo aveva due sole impostazioni: Artico o Spento. Quella sera, l’autista aveva scelto Artico. 
Elena si strinse nella felpa oversize, cercando di trovare una posizione comoda sul sedile 11B. Era impossibile. Le ginocchia premevano contro lo schienale davanti e il tipo seduto accanto a lei, un uomo che odorava di tabacco stantio e mentine, stava già russando prima ancora che il bus uscisse dal parcheggio di Milano-Lampugnano, in una notte intrappolata in una nebbia d’altri tempi. 

«Benvenuti a bordo della linea N402 diretta a Parigi Bercy, con fermata a Lione» gracchiò la voce dell’autista all’interfono. «Le soste sono previste solo per emergenze. Il bagno è in fondo a destra. Se lo intasate, chiudo a chiave» aggiunse con il suo accento inconfondibilmente slavo.

Il motore diesel ruggì e il gigante verde lime si immise goffamente nel caotico traffico della tangenziale. 
Erano le 23:45. Elena sospirò, infilandosi le cuffie. Sarebbe stata una lunga notte.
Davanti a lei, al posto 12A (il sedile Premium con più spazio per le gambe), c’era un uomo che stonava con tutto il resto. Indossava un completo grigio di sartoria, scarpe lucide e digitava freneticamente su un tablet. Elena aveva notato il suo orologio mentre salivano: un Patek Philippe. 
“Che diavolo ci fa uno con un orologio da trentamila euro su un pullman da venti euro?” si era chiesta. 
Il viaggio proseguì monotono. Le luci della Pianura Padana scorrevano fuori dal finestrino come un nastro sfuocato. Verso le due di notte, poco prima del traforo del Monte Bianco, il bus affrontò una curva stretta. Una valigia cadde dalla cappelliera con un tonfo sordo, svegliando metà dei passeggeri. 
«Ehi! Attenzione!» gridò qualcuno dal fondo.
L’uomo elegante del 12A, però, non si mosse. La sua testa ciondolava in modo innaturale verso il corridoio, ritmicamente, seguendo le vibrazioni del motore. Elena si tolse le cuffie. C’era qualcosa di strano nella posizione di quel braccio, abbandonato lungo il fianco. Si sporse leggermente in avanti, nello spazio tra i sedili. 
«Signore?» sussurrò. «Le è caduto il tablet». 
Nessuna risposta. Il tablet era scivolato a terra, lo schermo ancora acceso su una mail a metà. Elena allungò una mano per toccargli la spalla, un gesto istintivo. Al tatto la giacca era umida, calda, appiccicosa. Elena ritrasse la mano come se avesse toccato una piastra rovente. Guardò le sue dita alla luce fioca dei led blu del corridoio. Erano macchiate di scuro. 
«Autista!» gridò, la voce che le si spezzava in gola, sovrastando il ronzio del motore. «Fermi il bus!». 
Dragan, l’autista, inchiodò, facendo sbandare il mezzo sulla corsia di emergenza. «Che succede? Ho detto niente soste!».
«È morto» disse Elena, con una calma gelida che non sapeva di possedere, mentre i passeggeri iniziavano a mormorare e accendere le torce dei telefoni. «Qualcuno ha accoltellato l’uomo al 12A». 
Il silenzio che seguì fu più pesante del rumore del motore. Erano chiusi in una scatola di metallo lanciata a cento all’ora. Fuori c’era solo il buio delle Alpi. E dentro, da qualche parte tra la fila 1 e la fila 50, c’era un assassino con un coltello sporco di sangue.

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