venerdì 13 marzo 2026

Ronald Anthony Cross: Il negozio di campagna

 

Quando c’è silenzio. A notte tarda. D’estate. Col caldo. La calma. Puoi sentire il grano crescere. Muoversi. Steli torcersi lentamente. Allungarsi verso il cielo buio, sempre più in alto. Frusciando. La scintilla di magia che è la vita scorre su per gli steli per esplodere nella spiga. Il grande mistero. La Madre è qui.
Così lontano dalla Terra? Su quest’asteroide, con la delicata atmosfera protetta e trattenuta dentro una cupola, come una di quelle scene rurali, in miniatura, incastonate nel vetro: se le rovesci, nevica. Così lontano dalla Terra.
— Come posso essere lontana dalla Terra, piccola mia? Tu sei la Terra. Tu puoi essere solo la Terra. Perciò, dovunque tu vada, deve diventare la Terra. E io sarò lì. Capisci?
— Ho sonno.
— Bene. Dormi, piccola mia.
E Selena scivolò fra i morbidi sospiri e il frusciare del grano fuori dalla sua finestra, che divenne un sussurro, che lei quasi riusciva a comprendere. Che lei...
— Forza, Sparky. Sbrigati.
Sparky abbaiava, saltava, faceva capriole. Cercava di sbrigarsi in tutti i modi possibili. E in realtà non era che si muovesse in fretta quanto Lena, ma tutte le sue parti si muovevano troppo in fretta e in troppe direzioni. Compresa la sua mente, quale che fosse. Correva dietro a tutto quello che gli attraversava la strada, saltava in alto per il puro gusto di farlo, e si fermava ad abbaiare a ciascun oggetto di meraviglia. Sprecava anche una quantità di energia agitando il didietro sulla punta della coda. In breve, si comportava come si comportano tutti i cagnolini quando uno ha fretta di andare da qualche parte.
Selena, peraltro, era ansiosa di raggiungere il negozio di Pop Cramer. Papà andava in città ogni morte di papa (chiunque questi fosse), e non sempre la portava con sé. Quello era il primo giorno in cui le affidava la spesa, mentre lui si occupava di certi altri affari. Selena sospettava che una parte di questi affari consistesse nel farsi un paio di birre con gli amici al Black Cat Bar and Grill. Be’, tanto meglio.
Comunque, doveva fare le spese e aspettarlo da Pop. Per quanto tempo?
— Per tutto il tempo che ci vorrà.
— Accidenti!
Fra le tante persone che Selena conosceva (e che anche se a noi potrebbero sembrare poche, per lei erano tante) Pop Cramer era quello che le piaceva di più. In parte era per Pop stesso, in parte per il negozio, anche se Selena non l’avrebbe pensata in questo modo. Lei non separava Pop dal suo negozio. Pop era il negozio. E il vecchio esisteva solo in relazione ad esso. Era sempre lì, a spolverare questo e a lucidare quello, prendendo o indicando quei magici oggetti luccicanti che uno poteva comprare.
— Aspetta un momento. Non devi entrare come un elefante in un negozio di porcellana. — (Qualunque cosa fosse. Selena si immaginava una città esotica, dove piccole persone, bellissime e dalla pelle gialla, sedevano in pigiama di seta colorati, bevendo tè da delicate tazze. Ed ecco che arriva il signor Elefante e cerca di sedersi al loro tavolo. Immaginate l’espressione sulle loro facce!) — Sto lavando il pavimento. Aspetta un minuto. Mettiti lì buona. Passa di qui, dov’è asciutto. E stai attenta. Ho lavorato come un negro tutta mattina, e adesso arrivi tu... — Il vecchio sarebbe andato avanti per un bel pezzo, parlando a se stesso più che agli altri. Parlava sempre fra sé.
Era questo che a Selena piaceva più di tutto, di Pop. Era una di quelle bambine sensibili e intelligenti che tendono a preferire le persone più vecchie. E amava immaginarsi Pop tutto da solo, che si dava da fare, spostando le cose di qua e di là, e parlando da solo al suo negozio.
— Forse il negozio gli parla, Sparky. — Selena provò a farlo con il suo cane, in uno dei suoi momenti di riposo. Il metodo normale di locomozione di Selena consisteva nel correre il più in fretta possibile, finché aveva fiato, per poi fermarsi a riposare. Quindi ripartire di nuovo il più velocemente possibile.
Sparky la guardò perplesso. Ma quella era la sua espressione abituale. Poi, proprio nel momento in cui sembrava sul punto di cambiarla, Selena ripartì di corsa.
— Muoviti muoviti muoviti.
Alla fine arrivò, ed eccolo, uguale a sempre, eterno: il negozio di campagna. Un miracolo. Familiare eppure misterioso. Era così piccolo, eppure, meraviglia delle meraviglie, ci si poteva trovare quasi tutto.
— C’è un guanto da baseball?
— Sicuro, corsia 5-A, finta pelle genuina. Importato dalla Terra. Corea, per la precisione.
— Ce li hai i tortiglioni?
— Io questi nomi strani non li conosco, signorina Saputella, ma lì nella corsia 5-B (dall’altra parte dei guanti da baseball, naturalmente), ho tutti i generi di genuina pasta italiana. C’è quella piccola a forma di arco, le ruote di carrozza, le conchiglie. Basta chiedere, e io ce l’ho. — Ed era vero.
— Non hai...
— Ce l’ho. Basta chiedere, e io ce l’ho!
Quel giorno, quando Selena arrivò (senza fiato, come sempre), tenendo orgogliosamente davanti a sé la carta di credito di papà («Non è proprio una carta di credito, cara; più che altro è un sistema per sapere cosa e quanto ciascuno di noi usa. Vedi, il Re della Tempesta dà a tutti noi, e tutto ci appartiene»), le parve che il vecchio Pop le prestasse più attenzione delle altre volte. Forse perché era l’unica nel
negozio, e perché aveva già fatto tutto ciò che uno può fare in un negozio, come ai solito, e gli restava solo da spolverare degli scaffali dove la polvere non poteva mai accumularsi.
La seguì in giro per il negozio, e prendeva le cose per lei, e le regalava una breve dissertazione sulla loro storia e il loro uso prima di metterle nel carrello.
Alla fine, quand’ebbero finito, lei intuì che Pop aveva atteso quel momento per dirle qualcos’altro.
— E adesso — disse — ho una cosa nuova e meravigliosa da farti vedere. È arrivata la settimana scorsa. Dal Giappone. Una fata. Sai cosa sono le fate? Certo che lo sai. Certo che lo sai. Be’, vengono dalla Terra, ma ci sono anche da queste parti, puoi scommetterci. È arrivata in gabbia, ma noi la lasceremo libera.
Tolse la copertura da una gabbia d’oro, fatta più o meno come una gabbia di uccelli, e la sollevò davanti a Serena. Qualcosa si muoveva velocemente all’interno, sfrecciando nell’aria.
Selena trattenne il fiato. Era un giocattolo stupendo. Una figurina delicata, che lanciava di tanto in tanto un trillo acuto, come un colibrì.
— È attivata dalla luce, vedi. Basta togliere la copertura della gabbietta, e comincia a svolazzare e a cantare. All’inizio adagio, poi sempre più velocemente. Vieni, portiamola fuori.
Fuori, il cielo cosparso di nuvolette cremose stava cominciando a scurirsi. Sparky, che Pop aveva obbligato ad aspettare fuori, si mise a fare capriole e a saltare e ad abbaiare alla gabbietta, finché Selena non lo prese in braccio e gli disse severamente: — Zitto, brutto cagnaccio.
— È il crepuscolo — disse Pop. — È l’ideale per liberare le fate. Vedi — aggiunse Pop — ci sono delle istruzioni accluse. Non liberatela mai, dicono, perché non riuscirete più a riprenderla.
Ed aprì la gabbia. Con un gridolino acuto, la deliziosa creatura schizzò fuori dalla porticina e si lanciò nel cielo. Svolazzò di qua e di là, strillò in un’estasi meccanica, e sparì.
Per un lungo tempo, nessuno disse nulla. Il cielo si stava gradualmente scurendo. Ma era ancora luminoso. Con una gran quantità di rosa che traboccava dalle nubi.
— Cumuli — disse Pop. — Sembra che debba piovere.
Selena cercò di trovare la fata con gli occhi. Ma era sparita. — Cosa farà?
— Probabilmente volerà sempre più veloce verso la luce, finché non andrà a pezzi e ricadrà a terra.
— Ma è un giocattolo, Pop. È meccanica. Dovresti venderle.
Pop non disse nulla, guardò le nuvole, e rientrò nel suo negozio.
Selena rimase sulla veranda. Poco dopo sentì aspre grida rauche: corvi, o pirati, o bambini, pensò.
Era Owen Baxter, seguito dal fratellino Joshua. Anche se Joshua aveva l’età di Selena, lei lo considerava sempre il fratellino di Owen. Quell’antipatico di Owen, come lo chiamava dentro di sé.
— Vuoi vedere una cosa?
— Non ne ho voglia — disse Selena. — Dov’è tuo padre?
— Insieme al tuo, che si ubriaca al Black Cat. Mamma lo sbatterà contro il muro come una palla, quando lo vede.
Il piccolo Josh saltò su e giù tutto eccitato. — Sì, sì — disse. — Probabilmente lo prenderà a calci come un pallone... oppure, oppure lo butterà in un cesto come un pallone da basket... oppure, oppure...
— Zitto, Josh... Vuoi vedere una cosa?
— Che cosa?
— Qualcosa di veramente divertente.
— Sì, molto, molto divertente — disse Josh.
Impotente, e con un oscuro presentimento, Selena li seguì all’interno.
Pop Cramer stava spolverando alcune scatole di frutta sciroppata, che poi rimetteva negli scaffali. I due ragazzi si misero uno da una parte e uno dall’altra.
— Ciao, Pop.
— Ciao, ragazzi.
— Bel tempo, vero Pop? — disse Owen.
Secondo me pioverà — disse Pop.
— Bel tempo, Pop — disse il piccolo Josh. Pop si voltò di scatto.
— Secondo me pioverà.
— Bel tempo.
Pop si girò freneticamente. — A me sembra che...
— Bel tempo.
— Bel tempo.
Selena guardò con angoscia Pop Cramer girarsi da una parte e dall’altra, ripetendo sempre la stessa frase, finché non si mise le mani sulle orecchie per escludere quella voce.
Ma poteva sempre vederlo girarsi inutilmente di qua e di là, attivato, si rese conto, dalle voci dei ragazzi come la fata era stata attivata dalla luce. Reagendo (perché Pop era un robot e poteva solo reagire, e continuare a reagire), finché non fosse caduto a terra a pezzi.
E chi l’avrebbe mai liberato del suo perfetto negozio?
Era già buio da un pezzo, quando papà arrivò con passo incerto a prenderla.
Sull’automobile, tornando a casa, gli chiese: — Quei tali con cui bevi, al Black Cat... sono robot come Pop?
— Te ne sei accorta, di Pop? Non avevo il coraggio di dirtelo. Tua madre ed io pensavamo che forse saresti stata più felice se... Sì. Per la maggior parte sono robot. A parte il papà del piccolo Josh, Willard. Chi ti ha detto di Pop?
E quella notte, nella sua camera, due immagini le rimasero fisse davanti agli occhi: una, luminosa e felice, di Pop che lasciava libera la fata dalla sua gabbia; e una oscura e crudele di Pop che si girava da una parte e dall’altra, da una parte e dall’altra, intrappolato in una rete di reazioni.
Cosa ti rende così certa di essere diversa? Una voce dentro di lei. Quando era più piccola, l’aveva creduta la voce di una donna.
Come faccio a scegliere fra queste due immagini?, le chiese.
Non puoi, disse la voce. Non c’è niente che tu possa fare.
E per un attimo le parve di vedere una faccia formarsi nel buio, insieme misteriosa e familiare. Era quasi addormentata, adesso, ma si risvegliò. Doveva ancora fare qualcosa.
— Vieni qui, Sparky — disse.
La mattina seguente, quando sua madre entrò in camera per svegliarla, trovò Sparky smontato sul pavimento. Per un momento sentì un’ondata di dolore. È solo una macchina, si disse. Poi si rese conto che Selena la guardava dal letto. Perfettamente sveglia. Sorrideva. Ma era il sorriso di una donna più vecchia. Un sorriso antico. Triste. Onnisciente. La Madre.
— Voglio solo ciò che è reale — disse.

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