venerdì 27 marzo 2026

Marco e Dida Paggi: L’ultimo piacere di Andrea Sperelli


L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma.
Le stanze di palazzo Zuccari andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino: i fiori entro quella prigione diafana parean quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’ amore. Il legno di ginepro ardea nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettativa lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. I tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora di intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumular gran pezzi di legno sugli alari. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, parea sorridere da tutte le giunture, da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della. metamorfosi favoleggiata.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le imagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona,
togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato.
Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
«Quale atto io farò accogliendola? Quali parole io le dirò?» Egli si smarriva mentre i minuti fuggivano. Egli non sapeva già con quali disposizioni Elena sarebbe venuta.
Mancavano due o tre minuti all’ora. L’ansia dell’aspettante crebbe a tal punto ch’egli credeva di soffocare. Andò alla finestra, di nuovo, e guardò verso le scale della Trinità. Elena, un tempo, saliva per quelle scale ai convegni. Mettendo il piede sull’ultimo gradino, si soffermava un istante; poi traversava rapida quel tratto di piazza ch’è d’innanzi alla casa dei Casteldelfino. Si udiva il suo passo un poco ondeggiante risuonare sul lastrico, se la piazza era silenziosa.
L’orologio batté le quattro. L’aria diveniva rigida, come più s’appressava il tramonto. La città, in fondo, si tingeva d’oro, contro un cielo pallidissimo sul quale già i cipressi di Monte Mario si disegnavan neri.
Andrea trasalì. Vide un’ombra apparire in cima alla piccola scala che costeggia la casa dei Casteldeffino e discende sulla piazzetta Mignanelli. Non era Elena.
S’ella non venisse? dubitò, ritraendosi dalla finestra. E, nel ritirarsi dall’aria fredda, sentì più molle il tepore della stanza, più acuto il profumo del ginepro e delle rose, più misteriosa l’ombra delle tende e delle portiere. Pareva che in quel momento la stanza fosse tutta pronta ad accogliere la donna desiderata.
Allora cominciò nell’aspettante una nuova tortura. Gli spiriti acuiti dalla consuetudine della contemplazione fantastica e del sogno, poetico danno alle cose un’anima sensibile e immutabile come l’anima umana.
Andrea vide nell’aspetto delle cose riflessa l’ansietà sua. Pareva all’amante che ogni forma, che ogni colore, che ogni profumo rendesse il più delicato fiore della sua essenza, in quell’attimo. Ed ella non veniva! Ed ella non veniva!
Eran quasi le cinque meno un quarto.
Dopo un poco, egli udì su per le scale un passo, un fruscìo di vesti, un respiro affaticato. Certo, una donna saliva. Tutto il sangue gli si mosse con tal veemenza, che, snervato dalla lunga aspettazione, egli credeva di smarrire le forze e di cadere. Ma pure udì il suono del piede femminile sugli ultimi gradini, un respiro più lungo, il passo sul pianerottolo, su la soglia.
Ella stava in piedi su la soglia, ansando ancora sotto il velo nero.
— Elena! — chiamò a voce bassa, non potendo più vincere la struggente passione che gli gonfiava il cuore. Le nudo il polso, insinuò le dita nella manica... Mio Dio! I suoi nervi dovean essere così estenuati che certamente secondavano ogni disordine della fantasia: non era Elena!
Non potea esser d’Elena quella pelle scagliosa ed irta, che, cangiando, prendeva qua e là un diffuso luccicore metallico, un color pallido d’argento misto del colore verdiccio d’un limone maturo, facendosi indi cinerina come per corruzione.
Non potea esser Elena quella creatura dai lunghi occhi rosseggianti segnati d’una trama di vene glauche, quasi pavonazzi contro il rossor fosco delle scaglie. Le troppe membra della creatura si agitavano convulse, sinistre come le insegne della morte.
— Elena! Tu sei dunque così mutata?
Dalla bocca ambigua, enigmatica, sibillina, la bocca delle infaticabili ed inesorabili bevitrici d’uomini, uscì una voce dal timbro singolare, un po’ stridula, mista a vapori sanguigni e maligni.
— Molto mutata! Io non son più tua; io non potrò essere tua più mai. Bisogna ch’io vada.
— No, ascoltami...
— Taci! Taci! Io non debbo più ascoltarti. Non voglio. Hai inteso?
Andrea non si mosse. Ella prendendo le tempie di lui fra le sue mani gli sollevò la fronte, lo costrinse a guardarla negli occhi. L’ambiguità suscita l’inquietudine nello spinto che si compiace delle cose oscure. Dinanzi a quella donna a cui un tempo l’aveva stretto mia così alta passione, in quel luogo dov’essi avean vissuto la loro vita più ardente, Andrea sentiva a poco a poco tutti i suoi pensieri vacillare, dissolversi, dileguarsi.
Tutte le memorie dell’amor passato risorgevano nel suo spirito, ma senza chiarezza, e gli davano un’impressione incerta ch’egli non sapeva se fosse un piacere o un dolore.
Parvegli ch’ella, nonostante tutto, portasse in sé l’ultimo alito de’ ricordi già spirati, l’ultima traccia delle goe già scomparse, l’ultimo risentimento della felicità già morta; qualche cosa di simile a un vapor dubbio da cui emergessero imagini senza nome, senza con- torno, interrotte. E sentì un’onda ineffabile attraversarlo da capo a piedi.
— Io ti desidero come non mai!
Si ritrovarono l’uno di fronte all’altra, pallidi, ansanti, scossi da un terribile tremito, guardandosi negli occhi mutati, avendo negli orecchi il rombo del loro sangue, credendo di soffocare.
Ella mormorò, con voce un po’ roca, senza sorridere: — Moriremo.
E nel tempo medesimo, con impeto concorde, si strinsero, si baciarono.
Lo stupendo mostro l’allacciava, lo teneva tutto palpitante, simile a una preda.
E mentre i tentacoli di lei, materia viscida e, fredda, aderivano come vischio tenace al suo cuore; mentre tutto il suo passato, tutto il suo presente, si dissolveano; mentre sentiva l’anima sua entrar dolcemente nella morte e come una spoglia fragile s’abbandonava ansante all’abbraccio, pensò ch’ella era pur così bella per lui, per lui solo!
Ed anche pensò, spirando: è un piacere non mai provato!
 

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