Molti anni fa, il governo
della Monrovia condannò un certo Bosambo,
originario della costa del Kroo e pertanto
ladro d'elezione, ai lavori forzati vita natural durante.
Una volta arrivato nell'istituto
penale, un largo tratto di giungla nella parte più interna del paese, al suddetto
Bosambo, il quale peraltro
nutriva idee diverse in merito al suo futuro, vennero date in dotazione
un'ascia e una scure e gli fu ordinato di abbattere e potare certi alberi di mogano in
collaborazione con altri compagni di sventura.
Per non correre
il rischio che Bosambo disobbedisse, il governo della Liberia mandò a tenerlo d'occhio
un certo numero di compatrioti aventi
in dotazione quelle armi che avevano reso un decoroso
servizio a Gettysburg
e di
cui il presidente Grant aveva omaggiato il presidente della Liberia. Si trattava in effetti di armi pittoresche, ma
che in un certo qual modo
difettavano di precisione, soprattutto se in mano ai soldati inesperti
della costa monrovica.
Bosambo, che nel frattempo
aveva deciso di utilizzare la propria
scure per una finalità
davvero ignobile, e cioè togliere
di mezzo il capitano Peter Cole, il quale era nero come il dieci di bastoni
ma dignitoso cittadino a tutti gli effetti
secondo il vigente
codice della Liberia,
lasciò l'istituto penale con una velocità degna di encomio. Su una gettata
di qualche centinaia di metri le reliquie
di Gettysburg facevano
ancora la loro bella figura ma Bosambo si era lasciato alle spalle un chilometro
buono prima che le sentinelle, dopo aver frugato nelle tasche del loro defunto comandante alla ricerca
della
chiave
del
deposito
delle
munizioni, si fossero procurati cibo per le loro armi letali.
Il governo offrì una ricompensa di duecentocinquanta
dollari per Bosambo, vivo o morto. Ma, anche se la taglia fu reclamata dal fratellastro
del segretario della guerra e a lui corrisposta, sta di fatto che
Bosambo non
venne mai catturato. Al contrario, il nostro eroe riuscì a raggiungere una terra lontana dove divenne,
grazie ai suoi meriti, capo degli Ochori.
Bosambo era uno sportivo troppo
convinto per lasciare
in pace i suoi
persecutori. C'è da mettere praticamente la mano sul fuoco che, dietro
l'insurrezione dei Kroo, per reprimere la quale il governo
della Liberia dovette privarsi
di ottocentoventun sterline e sedici scellini, ci siano stati l'ispirazione e l'appoggio
di Bosambo. Di questa insurrezione,
e del
ruolo che in essa ebbe Bosambo, torneremo
a parlare. La seconda ribellione, faccenda ancora più seria e costosa,
ebbe come conclusione che il governo della Liberia avanzò le proprie rimostranze
alla Gran Bretagna.
Sanders, promotore di una sua inchiesta privata
in merito all'ipotetica complicità di Bosambo, riferì che non sussisteva nessuna prova che Bosambo fosse direttamente o indirettamente responsabile. E così il governo della Liberia
fu costretto a starsene buono ma espresse tacitamente il suo vero pensiero
offrendo una taglia di duemila
dollari per Bosambo vivo o morto...
preferibilmente vivo. Aggiunse, a beneficio di funzionari minori e di altre personalità del genere che, per dirla nei termini della pubblicità, avrebbe rifiutato qualsiasi sostituto. La notizia
dell'appetitosa cifra fece
il giro della costa in lungo e in largo ma, alquanto stranamente, Arachi degli Isisi non
ne venne a conoscenza fino a molti anni dopo.
Arachi, appartenente alla tribù
degli
Isisi,
era
il
prototipo
degli
scrocconi. Tutti quelli che vivevano lungo le sponde del fiume lo conoscevano come tale, ragion per cui, nonostante
fosse ancora vivo e
vegeto, il suo nome era diventato un simbolo e una leggenda Se la moglie di Yoka chiedeva in prestito alla moglie di O'taki
un tegame per arrostire il pane,
la moglie di quest'ultimo acconsentiva di buon grado ma, prima di accomiatarsi dal prezioso oggetto, si raccomandava: "Non fare come
quell'impunito di Arachi! "
al che tutu' quelli della tribù si sbellicavano
dalle risate.
Arachi era figlio
di un capo ma, in un paese dove tale carica non era
ereditaria e diversi rampolli di illustri capi tiravano
avanti senza particolare distinzione, fino a quel momento tale parentela non gli era servita a granché.
Certamente non come, in cuor suo, pensava avrebbe dovuto servirgli.
Arachi era alto e magro, con le ginocchia curiosamente nodose. Teneva sempre la testa inclinata
da un lato, il che gli conferiva un atteggiamento particolarmente sussiegoso ed era chiaro
che nutriva un palese disprezzo
nei confronti dei suoi simili.
Una volta si presentò a
Sanders. - Signore -
gli disse - sono figlio di un capo,
come tu sai, e per di più molto saggio.
Quelli che mi conoscono dicono: "Guardate quest'uomo, è un pozzo d'ingegno". Ciò a causa del
mio aspetto fuori dal comune. E sono
anche un grande parlatore.
- Da queste parti
esistono molti grandi parlatori, Arachi - lo zittì Sanders con fare brusco - eppure non affrontano un viaggio di due giorni risalendo
la corrente per venirmelo a dire.
- Signore - proseguì Arachi senza battere ciglio - sono venuto da te
perché aspiro a una promozione.
Molti dei nostri piccoli capi sono degli sciocchi e, per giunta, dei buoni a nulla. Io invece sono figlio di un capo e desidero occupare il posto che mi compete. Inoltre,
signore, tieni presente che ho vissuto a lungo fra gente forestiera, quelli dell'Angola, e parlo la loro
lingua.
Sanders sospirò stancamente. - È la settima volta che mi tedi con questa storia, Arachi - disse - e per sette volte ti ho risposto picche. Adesso aggiungo che sono stufo di averti davanti agli occhi e che se verrai ancora a
disturbarmi, ti farò fare una figuraccia come poche. Per quanto riguarda
poi la dimestichezza
con la lingua dell'Angola, ti prometto che se per caso una
tribù di quella gente verrà a ricadere
sotto la mia giurisdizione... che Dio non voglia... ti nominerò loro capo.
Imperterrito,
Arachi fece ritorno al villaggio, convinto in cuor suo che Sandi
fosse geloso dei suoi grandi poteri. Innalzò,
co l'aiuto dei suoi amici,
una spaziosa capanna in fondo all'abitato, prendendo in prestito le braccia
dei suoi amici, la arredò con pelli pregiate e
comfort simili e vi sistemò, senza
badare a spese,
doviziose provviste di sale e grano, il tutto carpito dai villaggi vicini grazie
a giudiziose promesse
di pagamento.
Si sarebbe proprio
detta la capanna di un re, tanto erano preziose le pelli
e sfarzoso il letto con baldacchino.
Così quelli del villaggio esclamarono:
"Ko!" convinti che Arachi avesse riportato alla luce uno di quei tesori nascosti che, a voce di popolo, si suppone ogni capo possegga in posti
segreti, noti soltanto ai fortunati discendenti.
Anche coloro che avevano
contribuito a realizzare tanta magnificenza rimasero impressionati e confortati.
- Ho prestato
ad Arachi due sacchi di sale - ebbe a dire Pidini, il capo di Kolombolo,
il villaggio di pescatori - e il mio stomaco era pieno di dubbi, sebbene lui abbia giurato
sulla morte che mi avrebbe ripagato
tre giorni
dopo le piogge.
Adesso mi rendo conto che quell'uomo è davvero molto ricco, come mi aveva dettò di essere, e se il sale non mi ritorna indietro, potrò sempre
prendermi quel letto stupendo.
In un altro villaggio, al di là del fiume Ombili,
un capo degli Isisi confidò a sua moglie: - Donna, adesso che hai visto la capanna di Arachi, sono sicuro che la smetterai
con tutte le tue ciance. In effetti mi hai
rimproverato più di una volta per aver prestato ad Arachi il mio bel letto.
- Signore, mi sono sbagliata
- replicò timidamente la moglie - ma avevo paura che
quello
scroccone non ti pagasse
il
sale,
come
aveva solennemente promesso; adesso
so di essere stata una sciocca perché
ho visto molti sacchi di sale nella sua
capanna.
La storia della nuova sistemazione
di Arachi fece il giro di entrambe
le sponde del fiume e quando lo scroccone chiese la mano di Korari, la figlia
del capo dei Putani ("I
pescatori del Fiume") la ragazza gli venne consegnata senza molte trattative, nonostante la giovanissima età.
Una ragazza
affascinante e diritta come un fuso, che valeva ampiamente le mille verghe e i sacchi di sale che il munifico Arachi aveva promesso, giurando sulla morte, sui diavoli
e altre divinità
varie, di consegnare al padre di lei quando la luna e il fiume si fossero ritrovati in una congiunzione particolare. Bisogna
sapere che Arachi non si tediava con nessun tipo di lavoro,
se non quello di attraversare la strada
del villaggi ammantato in una specie di tunica di code di scimmia, presa
in prestito dal fratello del re degli Isisi. Non si dedicava
né alla pesca, né alla caccia, e neanche alla coltura dei campi. Una
sera aprì il suo animo alla moglie Korari. Le parlò dal tramonto fino alle prime luci dell'alba, perché era un grande
parlatore e, quando cadeva sul suo argomento preferito, ovverosia Arachi, la sua lingua era instancabile. Continuò a parlare
finché la testa di
quella povera creatura cominciò a ondeggiare da destra a sinistra,
avanti e indietro, per un
disperato bisogno di sonno.
Lui era un grand'uomo, a cui Sandi era profondamente affezionato e in cui riponeva una fiducia totale. La sua mente era tutta
un fervore di pensieri e progetti
straordinari, progetti
che gli avrebbero assicurato una vita
agiata senza i devastanti effetti del lavoro. Inoltre, a tempo opportuno,
Sanders lo avrebbe fatto capo di quel territorio.
Ma la ragazza,
nonostante la prospettiva di diventare regina, avrebbe preferito di gran lunga infilarsi a letto
e mettersi a dormire.
Pur non essendo cristiano, Arachi credeva ai miracoli, soprattutto in
quello di poter vivere senza lavorare ed era convinto che ormai mancava davvero poco al coronamento di tanta fede. Il miracolo che testardamente si
rifiutava di materializzarsi era quello
che gli avrebbe portato
sollievo nel momento in cui i numerosi creditori si misero a reclamare a gran voce il pagamento dei molteplici articoli che avevano affidato
alla sua custodia.
Fu una giornata
tumultuosa e foriera di tempesta quando gli irati
benefattori di Arachi si radunarono
a ranghi compatti e gli portarono
via tutto ciò che era asportabile, sceneggiata che si svolse davanti
all'intera popolazione del villaggio, con grande vergogna
di Korari. Arachi al contrario, grazie al suo spirito superiore, non provò nessuna vergogna
né fastidio, anche
se molti di quegli uomini rozzi gli avevano rivolto
la parola in un modo
davvero poco garbato.
- Ladro e miserabile! - esplose a un certo punto l'esasperato proprietario
di uno stupendo panchetto da cerimonia, il cui basamento Arachi
si era ritrovato costretto a bruciare. - Non ti bastava sfruttare
impunemente tutta questa roba? Dovevi proprio accenderti il fuoco con il mio fantastico sgabello?
Arachi replicò filosoficamente e senza scaldarsi
troppo: quegli esosi avrebbero potuto portarsi via le suppellettili
più ingombranti, cosa che venne prontamente eseguita; incivili quali erano avrebbero potuto anche
provocarlo con insulti di vario genere, e in effetti nessuno si tirò indietro, ma mai avrebbero dovuto distruggere
la nobile capanna che avevano costruito con la fatica della loro fronte perché questo
era contrario alle leggi della natura... la natura di Arachi.
- Moglie mia - disse alla ragazza
in lacrime - sono cose che succedono.
Il fato mi perseguita e quindi mi ripropongo
di sostituire tutti i miei dèi.
Finora non mi sono serviti a nulla anche se, come ricorderai, ho trascorso molte ore nella foresta
con la mia bete.
Arachi aveva pensato a diverse possibili soluzioni, come ad esempio: Sandi
avrebbe potuto finalmente decidersi e proclamarlo grande capo.
Oppure avrebbe
estratto dal letto del fiume un tesoro inestimabile
come un tempo aveva fatto U'fabi, l'uomo dei N'gombi.
Appassionatosi a quest'ultima idea, un mattino Arachi raggiunse
un certo posto e si mise a scavare. Estrasse ben due palate di terra prima di venir colto da un'insostenibile spossatezza, ragion per cui rinunciò a ogni sforzo.
- In effetti - ipotizzò
- se
il tesoro è sepolto
nel letto del fiume, potrebbe
essere là come in qualsiasi altro punto. E se non è là, dove potrebbe
essere?
Arachi sopportava quei momenti poco felici con molta filosofia Se ne
stava seduto nell'ormai squallido interno
della sua capanna
e spiegava alla moglie che gli
uomini che lo avevano derubato... così diceva... lo odiavano perché erano gelosi di lui a causa dei suoi eccezionali poteri
e che il giorno in cui sarebbe diventato un grande capo avrebbe preso in prestito un
esercito dai suoi amici del N'gombi e avrebbe dato fuoco alle loro case.
Sì, utilizzò proprio
la parola "prestito" perché rientrava nella sua natura pensare in quei termini. Il suocero arrivò il giorno successivo all'esproprio nella speranza di recuperare qualcosa
quale acconto sulla dote di Korari.
Ma era arrivato troppo tardi.
- Oh, uomo senza ritegno! - esclamò con amarezza.
- E' così che mi ripaghi
per la mia inestimabile figlia? Sei davvero un essere
spregevole.
- Non preoccuparti, pescatore
- replicò serafico
Arachi - perché
sono amico di Sandi e sta' sicuro che lui farà per me qualcosa
che mi eleverà al di sopra dei comuni mortali. Proprio adesso sto mettendomi
in viaggio per conferire con
lui
e
al
mio
ritorno
sentirai
notizie
di
avvenimenti eccezionali.
Da persona
convincente qual era, dote peraltro
comune agli scrocconi più incalliti, Arachi riuscì a convincere
anche il suocero, un genere di
parentela che, da che mondo è mondo,
non è il più incline
a mollare le redini. Poi si accomiatò dalla moglie e quella poveretta, felice di essersi liberata dalla presenza del loquace consorte,
probabilmente se ne andò
subito a dormire. A ogni buon conto Arachi arrivò al quartier
generale di Sanders in un momento davvero
molto propizio per lui. Il quartier generale in quel momento era costituito da un campo con guarnigione alla confluenza dell'Isisi e dell'Ikeli.
Come se le preoccupazioni non bastassero, Sanders
era angustiato dal problema di un forestiero
che si era presentato improvvisamente. L'attendente gli riferì
che lo sconosciuto
insisteva per parlargli al
più
presto.
-
Che tipo è? - domandò stancamente Sanders.
- Signore - rispose l'attendente - mai visto in vita mia nessuno che gli
assomigli.
Sanders uscì per dare un'occhiata al visitatore. Il forestiero si alzò e salutò,
sollevando entrambe le mani. Il commissario lo squadrò con attenzione. Quell'individuo non apparteneva a nessuna delle tribù a lui
note, dal momento che non erano visibili i
tatuaggi su entrambi gli zigomi che caratterizzano
i Bomongo. E neppure
aveva tatuaggi sulla fronte, come quelli della zona del Piccolo Fiume.
- Da dove viene? - domandò Sanders
in Swaheli che è la lingua franca
del continente, ma l'uomo scosse
il capo.
Così Sanders ci riprovò, stavolta
in Bomongo, ritenendo, quantomeno a giudicare dai lineamenti, che il forestiero dovesse
appartenere a qualche ceppo dei Boeri. Ma
quello rispose in un idioma ancor
più sconosciuto.
- Quel nom avez vous? - domandò
Sanders e ripeté la domanda in portoghese. Soltanto
a questo punto l'uomo rispose,
affermando di essere un
piccolo capo del Congo Angola e di aver lasciato la sua terra per evitare la schiavitù.
- Portatelo in una baracca
e dategli da mangiare - ordinò Sanders e se lo levò
dalla mente.
Sanders aveva poco tempo per preoccuparsi di indigeni fuggiaschi che di tanto in tanto riparavano
nell'accampamento. Era impegnato
a cercare un tale conosciuto come Abdul Hazim, un gran brutto soggetto che esercitava
il contrabbando di armi e munizioni.
- Se mai riuscirò
ad acciuffarlo - disse Sanders al capitano degli Houssa
- gli farò passare un gran
brutto quarto d'ora.
Anche Abdul Hazim ne era convinto, ragion per cui se ne rimase
accuratamente alla larga da Sanders finché quest'ultimo, dopo un'ulteriore
settimana di vane ricerche,
fece ritorno al quartier generale di pessimo
umore e fisicamente a terra per i postumi di un brutto attacco febbrile.
In quei giorni al commissario
andava tutto per il verso storto. Dai superiori gli era arrivala
una lettera perentoria proprio in merito alla
mancata cattura di quel dannato Abdul Hazim. Quello non era certo il
momento più opportuno per sedare risse
locali eppure ecco scoppiare un bel
litigio all'interno del campo e, a coronamento del tutto, alcune
ore dopo gli venne riferito che il comandante degli
Houssa si era messo a letto con oltre
quaranta di febbre.
- Portatemi subito quei facinorosi - tuonò Sanders al sergente della piccola guarnigione. Ed ecco comparirgli davanti lo sconosciuto che aveva
detto di provenire dall'Angola e una testa calda di soldato di nome Kano.
- Signore - disse l'Houssa
- in nome del mio Dio che, a mio parere, è più
grande della maggior parte degli altri dei, non sono da biasimare.
Questo cane di un Kaffir non ha voluto rivolgermi la parola quando
io gli ho
parlato e inoltre ha osato anche mettere mano al mio cibo, così l'ho colpito.
-
È tutto? - domandò Sanders.
-
È tutto, signore.
- E il forestiero non ha fatto niente di più, nella sua ignoranza, che toccare il tuo cibo e rimanere in silenzio mentre
parlavi?
-
Niente di più, signore.
Sanders si appoggiò
allo schienale della poltroncina da cui amministrava
la giustizia e rivolse al soldato Houssa uno
sguardo di fuoco.
- Se c'è una cosa che
ho presente più di qualsiasi
altra - sentenziò - è che un Houssa è una persona valorosa, un signore, un re. In questo momento io
rappresento la giustizia e non privilegio né re, come potresti essere tu, e né schiavi, come quello sconosciuto silenzioso. Mi limito a giudicare, senza valutare la dignità
di nessuno, secondo la legge del libro. Chiaro?
-
Chiaro, signore.
- Ed è contro la legge alzare la mano contro qualsiasi uomo, per quanto ti abbia offeso,
poiché
la
prassi
giusta
è
quella
di
sporgere reclamo secondo il regolamento vigente del corpo d'appartenenza È così?
-
E' così, signore.
-
Pertanto hai infranto la legge. È vero?
-
È vero, signore.
- Ritorna nei ranghi, ammetti la tua colpevolezza
davanti ai compagni e lascia in pace il Kaffir.
Perché alla prossima occasione, per chi infrange
la legge, ci sarà un
adeguato numero di frustate. Il colloquio è terminato.
Il soldato Houssa si ritirò. - E - disse Sanders l'indomani,
riferendo l'episodio all'ufficiale convalescente
- credo di aver dato prova di un
autocontrollo al di fuori della norma non
prendendoli entrambi a calci.
- Lei è un grande uomo - sentenziò l'ufficiale degli Houssa - Se non si lascerà
prendere la mano, uno di questi giorni potrà essere insignito
di un'onorificenza particolare.
Sanders passò sotto silenzio
la battuta dell'Houssa in merito alla Congregazione di San Michele
e di San Giorgio, onorificenza che per il momento non lo avrebbe sfiorato
neppure da lontano,
quantomeno finché Abdul Hazim fosse
rimasto ancora uccello
di bosco.
Il commissario si trovava
in uno stato d'animo non certo dei migliori quando Arachi arrivò a bordo di una veloce canoa, ovviamente
presa a prestito, ai cui remi c'erano quattro vogatori
ingaggiati in un villaggio Isisi dietro promessa di
un
pagamento che
l'incallito scroccone molto
improbabilmente sarebbe mai stato in grado di onorare.
- Signore - esordì Arachi con
aria solenne - sono venuto con il desiderio di servire
Sua Eccellenza perché sono un uomo troppo grande per il mio meschino villaggio
e, benché non sia un capo, ho comunque
le idee di un capo.
- E la capanna di un capo - aggiunse
sarcastico Sanders - se quello che
mi
è stato raccontato corrisponde a verità.
Arachi aggrottò la fronte. - Signore - disse con umiltà - lei conosce ogni cosa
e i suoi occhi si spingono in avanti come quelli di un camaleonte
per vedere dietro l'angolo.
Sanders preferì sorvolare
su quella raffigurazione
poco piacevole suggerita da Arachi.
- Arachi - disse - forse sei spuntato in un momento in
cui potresti
risultarmi
utile,
poiché
nel
mio accampamento c'è un forestiero, proveniente da una
nazione
lontana,
il quale, pur
non conoscendo questo territorio, desidera attraversarlo. Dunque, dal momento che
conosci la lingua dell'Angola lo farai salire sulla tua canoa, lo porterai
al confine con i possedimenti francesi
e lì gli indicherai la strada. Sarò io a pagare i vogatori mentre,
per
quanto
riguarda la tua persona
me ne ricorderò al momento del bisogno.
Non era esattamente quanto Arachi aveva sperato
ma si trattava pur sempre di qualcosa. L'indomani lo scroccone si congedò
con fare estremamente sussiegoso.
Prima che se
ne andasse, Sanders gli diede un breve
consiglio.
-
Segui il Piccolo Fiume Kusu - gli disse.
- Signore - replicò Arachi - esiste una via più breve
attraverso un torrente delle Acque Tranquille che porta proprio al territorio dei francesi ed è abbastanza profondo per il nostro scopo.
- Esiste una strada breve e una strada lunga - sentenziò Sanders cupo in volto. - Devi sapere che da quelle parti staziona
un certo Abdul Azim, un
grande mercante di schiavi e poiché la gente dell'Angola sa lavorare la terra
in modo eccezionale, quell'arabo sente l'acquolina in bocca. Comunque va' in pace.
-
Conta pure su di me -
dichiarò Arachi prendendo
congedo.
Soltanto una sfortuna
atroce fece sì che, strada facendo,
lo scroccone si imbattesse in due dei suoi principali creditori. Costoro, avendo delle
rivendicazioni da fare in proposito
di questioni alimentari, gli si
avvicinarono minacciosi ma Arachi,
con voce sussiegosa, riuscì a prendere
tempo.
- A quanto
pare - disse uno di loro - adesso sei diventato un uomo di Sandi
dal momento che, benché non creda a una tua sola parola,
gli uomini che spingono i tuoi remi non mentono.
- E neppure costui che se ne sta sempre zitto - rincarò Arachi indicando
orgogliosamente l'uomo che aveva ricevuto in custodia. - E poiché io solo su tutto il territorio sono in grado di colloquiare
con lui, Sandi mi ha mandato
in missione presso certi re i quali mi faranno dei regali e al mio
ritorno vi pagherò quanto vi devo e anche molto di più, da anima generosa quale sono.
I
due lo lasciarono passare.
Per dovere di cronaca va detto che Arachi,
il quale "non dava in prestito
nulla e non credeva a nessuno" era convinto che Sanders gli avesse raccontato delle bugie e proprio non riusciva a capire chi fosse
il silenzioso angolano, in che cosa consistesse la sua missione e perché proprio lui era stato
scelto a fargli
da guardia del corpo.
La comprensione di tali misteri sarebbe stata estremamente facilitata se lo scroccone
avesse creduto a tutto quanto Sanders gli aveva detto, ma ciò non rientrava
nella sua sospettosa indole. Una sera la canoa venne tirata in secco su una spiaggia e mentre i vogatori preparavano la cena per il nobile Arachi, costui rivolse alcune
domande al forestiero.
- Come mai - gli chiese - il mio amico e vicino Sandi mi ha pregato
di accompagnarti fino al territorio dei francesi?
- Signore - rispose l'angolano - sono un forestiero e desidero
sfuggire alla schiavitù. Da quelle
parti vive una piccola comunità Angola-Baluli
che è della mia razza e della mia religione.
-
Qual è la tua religione? - domandò Arachi.
- Credo nei diavoli e negli ju-ju - rispose
con semplicità l'angolano - soprattutto in uno chiamato
Billimi che ha dieci occhi e sputa ai serpenti.
Inoltre anche l'odio verso Arabi fa parte della mia religione.
Ciò fornì ad Arachi ampio materiale
su cui riflettere e anche
qualche motivo di stupore al pensiero che forse Sandi gli aveva
detto proprio la verità. - Che cosa mi racconti di questo Abdul Arabi? - domandò.
- Credo proprio che Sandi mi abbia mentito dicendomi
che quel tale è un mercante di uomini
perché, se così fosse, come mai non compie delle razzie nel territorio degli Isisi?
Ma
l'uomo dell'Angola scosse il
capo.
- Ci sono cose che vanno al di là della mia comprensione - ammise. - Però credo che si porti via quelli
dell'Angola perché sanno lavorare bene la
terra e potare gli alberi
come nessun altro.
Di
nuovo Arachi ebbe materiale per una profonda
riflessione.
Questo Abdul, a suo avviso, avrebbe dovuto raggiungere il fiume superiore per mettere le mani sugli abitanti del Basso Akasava, anche loro
ottimi agricoltori e giardinieri eccezionali. Certamente non avrebbe portato via nessun Isisi perché quelli erano notoriamente pigri e inoltre morivano
con esasperante prontezza se trapiantati in suolo straniero.
Arachi proseguì il viaggio
finché non arrivò al punto in cui avrebbe
dovuto svoltare se avesse scelto di imboccare
la scorciatoia verso il territorio
francese.
Invece si limitò a lasciare
in quel punto i vogatori e l'uomo affidato alla
sua custodia, dopodiché risalì il torrente delle Acque Tranquille.
Dopo aver remato per mezza giornata
buona, raggiunse il campo di
Abdul. I silenziosi uomini del mercante
di armi lo avevano
tenuto d'occhio per tutto il tragitto
e quando Arachi mise piede a terra, venne bloccato
da due energumeni sbucati apparentemente dal nulla.
- Conducetemi dal vostro
capo, o uomini comuni
- ordinò Arachi
- perché io sono un capo degli Isisi e desidero un abboccamento segreto.
- Se sei un Isisi, come sembrerebbe a giudicare dalla magrezza
e dalla vanagloria delle tue parole - disse uno di quelli che lo avevano catturato - il mio signore
Abdul saprà sistemarti a dovere.
Abdul Hazim era basso, robusto e amante
degli agi, ragion per cui disponeva il proprio accampamento
in modo tale che potesse venire
facilmente rimosso al primo avvistamento di un elmetto bianco o del turbante di un Houssa. Difatti, se Sanders gli fosse arrivato troppo vicino, Abdul avrebbe passato davvero
un brutto quarto d'ora.
Dunque, standosene seduto su un morbido tappeto di seta davanti all'apertura della piccola tenda,
l'arabo squadrò Arachi con fare dubbioso e rimase in silenzio mentre
lo scroccone parlava
di se stesso.
- Kaffir - disse quando lo scroccone ebbe finito - come posso sapere che non
menti o che non sei una spia di Sandi? A mio avviso sarei molto
saggio se ti tagliassi la gola.
Arachi spiegò con dovizia di particolari per quale motivo Abdul Hazim
non avrebbe dovuto tagliargli la gola.
-
Se,
come
hai
detto,
l'angolano
è
qui
vicino,
perché
non
dovrei
portarmelo via senza pagare? -
domandò il mercante di schiavi.
- Perché - rispose Arachi - questo
forestiero non è l'unico
angolano della zona, perché il sottoscritto esercita
una grande influenza su Sandi e perché
sono molto amato dalla popolazione
locale che si fida ciecamente di me.
Sono in grado di portare altri uomini a Sua Eccellenza.
Arachi fece ritorno all'accampamento,
portandosi
a
rimorchio una piccola canoa che il mercante di schiavi
gli aveva fornito.
Subito svegliò dal sonno il forestiero angolano.
- Fratello - disse - qui c'è
una canoa con del cibo. Adesso ti dico di pagaiare per un giorno risalendo
il torrente delle Acque Tranquille
e di
aspettare lì il mio arrivo perché ci sono
in giro uomini cattivi e io temo per la tua incolumità.
L'angolano,
da uomo semplice qual era, obbedì. A mezza giornata di tragitto lungo il torrente
gli uomini di Abdul
stavano aspettando.
Quella sera Arachi ripartì per il suo villaggio e nella canoa aveva una tal
profusione di stoffe, sale e verghe di ottone che avrebbero deliziato
il cuore di qualsiasi uomo. Lo scroccone arrivò al villaggio canticchiando una canzoncina fra sé
e sé.
In un anno diventò ricco perché c'erano
molti modi di soddisfare le richieste di un mercante di schiavi arabo, e Abdul pagava pronta cassa.
Arachi era solito lavorare da solo oppure, se ingaggiava dei rematori, li recuperava in angoli remoti del paese. Portò ad Abdul molte proprietà di elevato
valore commerciale,
soprattutto giovani donne N'gombi, tremebonde e mansuete mentre Sanders, che pur girava il paese in lungo e
in largo alla ricerca di quel furfante,
non riusciva a trovarlo.
* * *
- Abdul - disse Arachi una sera mentre si incontrava in segreto con il
mercante di schiavi nei pressi
del fiume Ikusi - Sandi e i suoi soldati
hanno ridisceso l'Akasava per una missione
di guerra. Adesso credo che faremo quello
che desideri.
I due discussero i particolari di un'avventura, la più grande
che Abdul avesse mai concepito.
- Arachi -
fece Abdul - ho fatto di te un uomo
ricco. Adesso ti dico che
posso farti più ricco di qualsiasi altro capo di questo
territorio.
- Sono felice di sentirlo - commentò Arachi - perché, nonostante
io sia ricco, ho preso in prestito molte cose e, a quanto pare, sono dotato di una
mente così meravigliosa che mi costringe a vivere sempre
nel domani.
- Così ho sentito
- commentò l'arabo.
- Perché dicono di te che, anche se disponessi del mondo intero,
chiederesti in prestito
la luna.
- Questo è il mio mistero - concluse Arachi modestamente. - E' per
questo motivo sono un
personaggio decisamente eccezionale.
Poi si sedette
ad ascoltare con pazienza il grande piano di
Abdul Hazim. In effetti si trattava di un piano veramente geniale in quanto coinvolgeva almeno duemila dollari liberiani e, per Arachi,
una percentuale adeguata. Al momento dell'abboccamento in questione, Sanders si era fermato a
Ochori City per conferire
con Bosambo, il capo.
- Bosambo - disse Sanders - avevo affidato questi
corsi superiori alla tua custodia. Eppure Abdul Hazim scorrazza
in lungo e in largo per il paese
senza che nessuno lo disturbi e credo che ciò costituisca
una vergogna per te e per me.
- Signore - replicò Bosambo
- è veramente una vergogna. Però i corsi d'acqua in questa zona sono davvero numerosi, e Abdul è un uomo molto astuto e dispone di un sacco di spie. Inoltre
i miei sudditi hanno paura di offenderlo per non correre il rischio di essere fatti fuori o finire come schiavi all'interno.
Sanders
annuì e si alzò per raggiungere la Zaire.
- Bosambo - disse - questo governo
ha messo una taglia sopra Abdul
proprio come quello di un altro
paese ne ha posta una su
di te.
- Qual è il prezzo, signore? - domandò
Bosambo con un risveglio d'interesse.
-
Cento sterline d'argento - rispose Sanders.
-
Signore - dichiarò Bosambo
- è un buon prezzo.
Due giorni dopo, quando Arachi andò da Bosambo, questo grande capo era occupato nell'incombenza
squisitamente
domestica di accudire al tenero primogenito. - Salve, Bosambo - disse Arachi - a te e al tuo bel
figliolo, che è tanto
nobile d'aspetto quanto
buono di indole.
-
Pace a te, Arachi - rispose
Bosambo. - Non ho nulla da prestarti.
- Signore - replicò Arachi
con sussiego - adesso sono un uomo ricco, più ricco di tutti gli altri capi... e non
prendo più niente a prestito.
-
Ko, Ko! - esclamò Bosambo con educata incredulità.
- Bosambo - proseguì Arachi - sono venuto da te perché ti stimo
e so che non sei un chiacchierone bensì un saggio e un uomo che sa tenere a freno la
lingua.
- Questo lo so anch'io,
Arachi - convenne Bosambo, mantenendosi sulle sue. - Comunque ti ripeto
che non presto niente a nessuno.
Tale replica
esasperò Arachi che alzò i pazienti occhi al cielo.
- Grande Bosambo
- disse, in tono offeso
- sono venuto a raccontarti quanto ho scoperto e a chiedere
il tuo aiuto per metterlo al sicuro. In effetti, in un certo posto ho scoperto
una grande quantità di avorio,
grande come quelle che gli antichi
re erano soliti seppellire per assicurarsi il
futuro.
- Arachi - sbottò all'improvviso
Bosambo - mi hai detto di essere ricco.
Eppure tu sei un individuo
qualunque: io, che invece sono un capo, non
sono ricco.
- Ho molti amici - disse Arachi, tremando di orgoglio - e loro mi danno
verghe e sale.
- Questo non significa niente - replicò Bosambo. - Adesso ho l'esatta
cognizione della ricchezza perché ho vissuto fra la gente bianca che ride
delle verghe e getta il sale ai cani.
- Signor Bosambo - si affrettò a controbattere l'altro.
- Sono ricco anche secondo i canoni degli uomini bianchi. Guarda!
Da una grossa sacca lo scroccone estrasse una manciata
d'argento e la porse
con entrambe le mani affinché il capo la ispezionasse.
Bosambo esaminò il denaro con rispetto, rivoltando
ogni moneta con fare pensoso.
- È davvero una bella fortuna
- dichiarò, respirando con più affanno
di quanto non intendesse. - E si tratta di soldoni nuovi di pacca E anche le scritte, che tu non sei in grado di interpretare, sono come dovrebbero
essere.
Il gratificato Arachi rimise le monete nella borsa. Bosambo se
ne restò seduto in meditabondo silenzio, il volto impassibile. - E davvero,
Arachi, mi condurrai nel punto dov'è sepolto il tesoro? - domandò
quasi scandendo le parole. - Ko!
Sei
un
uomo davvero
generoso; proprio non capisco perché dovresti spartirlo con me, dal momento che una volta ti ho anche
preso a botte.
Bosambo sistemò con delicatezza il bambino a terra. Quei tesori
reali rientravano nella tradizione
del paese. Nonostante la maggior parte di essi fossero già stati riportati alla luce, qualsiasi uomo sano di mente sognava
di imbattersi in una simile fortuna.
Eppure Bosambo non era rimasto impressionato più di tanto, rimanendo
scettico in fondo al cuore. - Arachi
- esclamò - credo
che tu sia un
bugiardo! Comunque
voglio vedere con i miei occhi questo tesoro
che sostieni essere
nelle immediate vicinanze.
Si trattava
di un giorno di viaggio, a detta di Arachi.
-
Mi dirai dov'è il posto? - chiese
Bosambo.
Arachi titubò. - Signore,
come farò a sapere che non ci andrai da solo e me lo porterai
via? - domandò.
Bosambo lo fissò
con un'espressione piena di dignità.
- Non sono forse un uomo onesto?
- domandò. - Non è forse vero che tutti gli abitanti di questo grande mondo sono pronti a giurare sul nome di
Bosambo?
-
No - affermò Arachi con sincerità.
Ciononostante gli disse del posto: si trovava vicino al Fiume delle Ombre, nei pressi dello Stagno del Coccodrillo
dove le Inondazioni Avevano Cambiato La Terra.
Bosambo andò nella sua capanna per prepararsi al viaggio.
Dietro al suo alloggio,
in una grande gabbia di giunco, c'erano molti piccoli piccioni. Il capo, nel suo grezzo arabo, scrisse
un messaggio laconico e lo attaccò
alla zampa di un volatile.
Per essere assolutamente sicuro, dal momento che non lasciava nulla al caso, Bosambo
quella sera spedì in tutta segretezza una piccola canoa verso una destinazione particolare.
- E riferirai a Sandi - disse il capo al fidato messaggero
- che
Arachi è ricco della ricchezza dell'argento e che quell'argento ha le scritte dello Zanzibar, la patria di tutti i commerci, com'è noto a Sua Eccellenza.
L'indomani all'alba Bosambo e la sua guida se ne andarono.
Vogarono per tutto il giorno,
imboccando il piccolo corso
d'acqua che si dipartiva
dalla riva orientale del fiume
e di notte si accamparono in una località denominata Bolulu
che significa "la
terra cambiata".
Si alzarono all'alba
per riprendere il loro viaggio. Ma non fu necessario
perché, nelle tenebre che precedono l'aurora, Abdul Hazim aveva circondato l'accampamento e, convinto dalla canna persuasiva
di una carabina Snider, Bosambo accompagnò quelli
che lo avevano catturato per un breve tratto,
poco più di dieci minuti di camminata, fino nel bosco dove
Abdul lo
aspettava. Il mercante di schiavi, seduto sul tappeto di seta davanti all'ingresso della tenda salutò il prigioniero nel suo dialetto
Ochori. Bosambo rispose in arabico.
-
Bosambo - disse Abdul - mi conosci?
- Sceicco - rispose Bosambo
- ti conoscerei anche all'inferno perché sei
l'uomo la cui testa il mio signore desidera - Bosambo - replicò Abdul con
calma - la tua è più preziosa, così dicono, per i liberiani che la ficcheranno sopra un'asta e mi pagheranno una grossa
cifra per averti catturato.
Bosambo si mise a ridacchiare. - Finiamola con le chiacchiere - dichiarò
- sono pronto ad andare. - Lo portarono di nuovo sul fiume, lo legarono
a un palo e lo gettarono
sul fondo di una canoa. La sorveglianza
del prigioniero venne affidata ad Arachi. Bosambo, alzando lo sguardo, vide lo
scroccone che non lo
perdeva d'occhio.
-
Arachi - disse - se mi scioglierai le mani, potrei anche perdonarti.
- Se ti sciogliessi le mani - rispose
Arachi con franchezza - sarei sia uno
sciocco che un uomo morto, e nessuna
di queste condizioni è desiderabile.
- A ogni uomo - citò Bosambo - si presenta
un'occasione unica nella vita
e, se la perde, è difficile che gliene si ripresenti un'altra.
Quattro grandi
canoe componevano la carovana fluviale. Abdul si era
sistemato nella più grande, che apriva la fila.
Le imbarcazioni procedevano velocemente lungo lo stretto torrente che andava
allargandosi man mano che ci si avvicinava al fiume.
All'improvviso
la vedetta di Abdul
ebbe un sussulto.
-
Guardate! - boccheggiò.
Il mercante di schiavi girò la testa. Dietro di loro avanzavano agevolmente quattro canoe traboccanti di uomini armati.
- Presto - ordinò Abdul.
I rematori vogarono con lena per poi fermarsi di colpo.
Davanti a loro il corso d'acqua era ostruito dalla Zaire, un bel piroscafo bianco gremito di Houssa - È la volontà
di Dio - dichiarò Abdul. - Queste cose sono già scritte sul libro del destino.
Non disse altro finché non si ritrovò davanti a
Sanders. Il commissario non
si rivelò particolarmente loquace.
- Che ne farai di me? - domandò
Abdul.
- Te lo dirò quando avrò visto i tuoi depositi
- rispose Sanders. - Se troverò
i fucili che quei pazzi dei Lobolo si ostinano a comprare, ti impiccherò secondo la legge.
L'arabo fissò
il
tremante Arachi.
Le
ginocchia dello
scroccone tremavano paurosamente.
- Ora capisco
- dichiarò Abdul pensoso
- che quest'uomo che ho reso
ricco mi ha tradito.
Se avesse fatto una mossa improvvisa Sanders lo avrebbe bloccato ma
l'arabo si mise a frugare
con calma nelle pieghe del suo bournous come se cercasse una sigaretta.
Poi la mano venne fuori e con essa un coltello ricurvo.
Il mercante colpì con la rapidità
di un lampo e Arachi si accasciò in fin
di vita sul ponte.
- Scroccone - disse l'Arabo, parlando
in mezzo a sei Houssa che lo
stavano incatenando e gli impedivano in tal modo di vedere la figura
agonizzante a terra - credo che hai preso in prestito qualcosa che
finalmente sarai in grado di restituire, poiché nel Sura del Djin c'è scritto che
da colui che prende
una vita darà in cambio la sua in modo che possa
scontare pienamente il suo debito.
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