giovedì 12 marzo 2026

Edgar Wallace - Arachi lo scroccone




Molti anni fa, il governo della Monrovia condannò un certo Bosambo, originario della costa del Kroo e pertanto ladro d'elezione, ai lavori forzati vita natural durante.

Una volta arrivato nell'istituto penale, un largo tratto di giungla nella parte più interna del paese, al suddetto Bosambo, il quale peraltro nutriva idee diverse in merito al suo futuro, vennero date in dotazione un'ascia e una scure e gli fu ordinato di abbattere e potare certi alberi di mogano in collaborazione con altri compagni di sventura.

Per non correre il rischio che Bosambo disobbedisse, il governo della Liberia mandò a tenerlo d'occhio un certo numero di compatrioti aventi in dotazione quelle armi che avevano reso un decoroso servizio a Gettysburg e di cui il presidente Grant aveva omaggiato il presidente della Liberia. Si trattava in effetti di armi pittoresche, ma che in un certo qual modo difettavano di precisione, soprattutto se in mano ai soldati inesperti della costa monrovica.

Bosambo, che nel frattempo aveva deciso di utilizzare la propria scure per una finalità davvero ignobile, e cioè togliere di mezzo il capitano Peter Cole, il quale era nero come il dieci di bastoni ma dignitoso cittadino a tutti gli effetti secondo il vigente codice della Liberia, lasciò l'istituto penale con una velocità degna di encomio. Su una gettata di qualche centinaia di metri le reliquie di Gettysburg facevano ancora la loro bella figura ma Bosambo si era lasciato alle spalle un chilometro buono prima che le sentinelle, dopo aver frugato nelle tasche del loro defunto comandante  alla  ricerca  della  chiave  del  deposito  delle  munizioni,  si fossero procurati cibo per le loro armi letali.

Il governo offrì una ricompensa di duecentocinquanta dollari per Bosambo, vivo o morto. Ma, anche se la taglia fu reclamata dal fratellastro del segretario della guerra e a lui corrisposta, sta di fatto che Bosambo non


venne mai catturato. Al contrario, il nostro eroe riuscì a raggiungere una terra lontana dove divenne, grazie ai suoi meriti, capo degli Ochori.

Bosambo era uno sportivo troppo convinto per lasciare in pace i suoi persecutori. C'è da mettere praticamente la mano sul fuoco che, dietro l'insurrezione dei Kroo, per reprimere la quale il governo della Liberia dovette privarsi di ottocentoventun sterline e sedici scellini, ci siano stati l'ispirazione e l'appoggio di Bosambo. Di questa insurrezione, e del ruolo che in essa ebbe Bosambo, torneremo a parlare. La seconda ribellione, faccenda ancora più seria e costosa, ebbe come conclusione che il governo della Liberia avanzò le proprie rimostranze alla Gran Bretagna. Sanders, promotore di una sua inchiesta privata in merito all'ipotetica complicità di Bosambo, riferì che non sussisteva nessuna prova che Bosambo fosse direttamente o indirettamente responsabile. E così il governo della Liberia fu costretto a starsene buono ma espresse tacitamente il suo vero pensiero offrendo una taglia di duemila dollari per Bosambo vivo o morto... preferibilmente vivo. Aggiunse, a beneficio di funzionari minori e di altre personalità del genere che, per dirla nei termini della pubblicità, avrebbe rifiutato qualsiasi sostituto. La notizia dell'appetitosa cifra fece il giro della costa in lungo e in largo ma, alquanto stranamente, Arachi degli Isisi non ne venne a conoscenza fino a molti anni dopo.

Arachi,  appartenente  alla  tribù  degli  Isisi,  era  il  prototipo  degli scrocconi. Tutti quelli che vivevano lungo le sponde del fiume lo conoscevano come tale, ragion per cui, nonostante fosse ancora vivo e vegeto, il suo nome era diventato un simbolo e una leggenda Se la moglie di Yoka chiedeva in prestito alla moglie di O'taki un tegame per arrostire il pane, la moglie di quest'ultimo acconsentiva di buon grado ma, prima di accomiatarsi dal prezioso oggetto, si raccomandava: "Non fare come quell'impunito di Arachi! " al che tutu' quelli della tribù si sbellicavano dalle risate.

Arachi era figlio di un capo ma, in un paese dove tale carica non era ereditaria e diversi rampolli di illustri capi tiravano avanti senza particolare distinzione, fino a quel momento tale parentela non gli era servita a granché. Certamente non come, in cuor suo, pensava avrebbe dovuto servirgli.

Arachi era alto e magro, con le ginocchia curiosamente nodose. Teneva sempre la testa inclinata da un lato, il che gli conferiva un atteggiamento particolarmente sussiegoso ed era chiaro che nutriva un palese disprezzo


nei confronti dei suoi simili.

Una volta si presentò a Sanders. - Signore - gli disse - sono figlio di un capo, come tu sai, e per di più molto saggio. Quelli che mi conoscono dicono: "Guardate quest'uomo, è un pozzo d'ingegno". Ciò a causa del mio aspetto fuori dal comune. E sono anche un grande parlatore.

- Da queste parti esistono molti grandi parlatori, Arachi - lo zittì Sanders con fare brusco - eppure non affrontano un viaggio di due giorni risalendo la corrente per venirmelo a dire.

- Signore - proseguì Arachi senza battere ciglio - sono venuto da te perché aspiro a una promozione. Molti dei nostri piccoli capi sono degli sciocchi e, per giunta, dei buoni a nulla. Io invece sono figlio di un capo e desidero occupare il posto che mi compete. Inoltre, signore, tieni presente che ho vissuto a lungo fra gente forestiera, quelli dell'Angola, e parlo la loro lingua.

Sanders sospirò stancamente. - È la settima volta che mi tedi con questa storia, Arachi - disse - e per sette volte ti ho risposto picche. Adesso aggiungo che sono stufo di averti davanti agli occhi e che se verrai ancora a disturbarmi, ti farò fare una figuraccia come poche. Per quanto riguarda poi la dimestichezza con la lingua dell'Angola, ti prometto che se per caso una tribù di quella gente verrà a ricadere sotto la mia giurisdizione... che Dio non voglia... ti nominerò loro capo.

Imperterrito, Arachi fece ritorno al villaggio, convinto in cuor suo che Sandi fosse geloso dei suoi grandi poteri. Innalzò, co l'aiuto dei suoi amici, una spaziosa capanna in fondo all'abitato, prendendo in prestito le braccia dei suoi amici, la arredò con pelli pregiate e comfort simili e vi sistemò, senza badare a spese, doviziose provviste di sale e grano, il tutto carpito dai villaggi vicini grazie a giudiziose promesse di pagamento.

Si sarebbe proprio detta la capanna di un re, tanto erano preziose le pelli e sfarzoso il letto con baldacchino. Così quelli del villaggio esclamarono: "Ko!" convinti che Arachi avesse riportato alla luce uno di quei tesori nascosti che, a voce di popolo, si suppone ogni capo possegga in posti segreti, noti soltanto ai fortunati discendenti.

Anche coloro che avevano contribuito a realizzare tanta magnificenza rimasero impressionati e confortati.

- Ho prestato ad Arachi due sacchi di sale - ebbe a dire Pidini, il capo di Kolombolo, il villaggio di pescatori - e il mio stomaco era pieno di dubbi, sebbene lui abbia giurato sulla morte che mi avrebbe ripagato tre giorni


dopo le piogge. Adesso mi rendo conto che quell'uomo è davvero molto ricco, come mi aveva dettò di essere, e se il sale non mi ritorna indietro, potrò sempre prendermi quel letto stupendo.

In un altro villaggio, al di là del fiume Ombili, un capo degli Isisi confidò a sua moglie: - Donna, adesso che hai visto la capanna di Arachi, sono sicuro che la smetterai con tutte le tue ciance. In effetti mi hai rimproverato più di una volta per aver prestato ad Arachi il mio bel letto.

- Signore, mi sono sbagliata - replicò timidamente la moglie - ma avevo paura   che   quello   scroccone   non   ti   pagasse   il   sale,   come   aveva solennemente promesso; adesso so di essere stata una sciocca perché ho visto molti sacchi di sale nella sua capanna.

La storia della nuova sistemazione di Arachi fece il giro di entrambe le sponde del fiume e quando lo scroccone chiese la mano di Korari, la figlia del capo dei Putani ("I pescatori del Fiume") la ragazza gli venne consegnata senza molte trattative, nonostante la giovanissima età.

Una ragazza affascinante e diritta come un fuso, che valeva ampiamente le mille verghe e i sacchi di sale che il munifico Arachi aveva promesso, giurando sulla morte, sui diavoli e altre divinità varie, di consegnare al padre di lei quando la luna e il fiume si fossero ritrovati in una congiunzione particolare. Bisogna sapere che Arachi non si tediava con nessun tipo di lavoro, se non quello di attraversare la strada del villaggi ammantato in una specie di tunica di code di scimmia, presa in prestito dal fratello del re degli Isisi. Non si dedicava né alla pesca, né alla caccia, e neanche alla coltura dei campi. Una sera aprì il suo animo alla moglie Korari. Le parlò dal tramonto fino alle prime luci dell'alba, perché era un grande parlatore e, quando cadeva sul suo argomento preferito, ovverosia Arachi, la sua lingua era instancabile. Continuò a parlare finché la testa di quella povera creatura cominciò a ondeggiare da destra a sinistra, avanti e indietro, per un disperato bisogno di sonno.

Lui era un grand'uomo, a cui Sandi era profondamente affezionato e in cui  riponeva una  fiducia totale. La  sua  mente era tutta un  fervore di pensieri e progetti straordinari, progetti che gli avrebbero assicurato una vita agiata senza i devastanti effetti del lavoro. Inoltre, a tempo opportuno, Sanders lo avrebbe fatto capo di quel territorio.

Ma la ragazza, nonostante la prospettiva di diventare regina, avrebbe preferito di gran lunga infilarsi a letto e mettersi a dormire.

Pur non essendo cristiano, Arachi credeva ai miracoli, soprattutto in


quello di poter vivere senza lavorare ed era convinto che ormai mancava davvero poco al coronamento di tanta fede. Il miracolo che testardamente si rifiutava di materializzarsi era quello che gli avrebbe portato sollievo nel momento in cui i numerosi creditori si misero a reclamare a gran voce il pagamento dei molteplici articoli che avevano affidato alla sua custodia.

Fu una giornata tumultuosa e foriera di tempesta quando gli irati benefattori di Arachi si radunarono a ranghi compatti e gli portarono via tutto ciò che era asportabile, sceneggiata che si svolse davanti all'intera popolazione del villaggio, con grande vergogna di Korari. Arachi al contrario, grazie al suo spirito superiore, non provò nessuna vergogna né fastidio, anche se molti di quegli uomini rozzi gli avevano rivolto la parola in un modo davvero poco garbato.

- Ladro e miserabile! - esplose a un certo punto l'esasperato proprietario di uno stupendo panchetto da cerimonia, il cui basamento Arachi si era ritrovato costretto a bruciare. - Non ti bastava sfruttare impunemente tutta questa roba? Dovevi proprio accenderti il fuoco con il mio fantastico sgabello?

Arachi replicò filosoficamente e senza scaldarsi troppo: quegli esosi avrebbero potuto portarsi via le suppellettili più ingombranti, cosa che venne prontamente eseguita; incivili quali erano avrebbero potuto anche provocarlo con insulti di vario genere, e in effetti nessuno si tirò indietro, ma mai avrebbero dovuto distruggere la nobile capanna che avevano costruito con la fatica della loro fronte perché questo era contrario alle leggi della natura... la natura di Arachi.

- Moglie mia - disse alla ragazza in lacrime - sono cose che succedono. Il fato mi perseguita e quindi mi ripropongo di sostituire tutti i miei dèi. Finora non mi sono serviti a nulla anche se, come ricorderai, ho trascorso molte ore nella foresta con la mia bete.

Arachi aveva pensato a diverse possibili soluzioni, come ad esempio: Sandi avrebbe potuto finalmente decidersi e proclamarlo grande capo.

Oppure avrebbe estratto dal letto del fiume un tesoro inestimabile come un tempo aveva fatto U'fabi, l'uomo dei N'gombi.

Appassionatosi a quest'ultima idea, un mattino Arachi raggiunse un certo posto e si mise a scavare. Estrasse ben due palate di terra prima di venir colto da un'insostenibile spossatezza, ragion per cui rinunciò a ogni sforzo.

- In effetti - ipotizzò - se il tesoro è sepolto nel letto del fiume, potrebbe essere là come in qualsiasi altro punto. E se non è là, dove potrebbe


essere?

Arachi sopportava quei momenti poco felici con molta filosofia Se ne stava seduto nell'ormai squallido interno della sua capanna e spiegava alla moglie che gli uomini che lo avevano derubato... così diceva... lo odiavano perché erano gelosi di lui a causa dei suoi eccezionali poteri e che il giorno in cui sarebbe diventato un grande capo avrebbe preso in prestito un esercito dai suoi amici del N'gombi e avrebbe dato fuoco alle loro case.

Sì, utilizzò proprio la parola "prestito" perché rientrava nella sua natura pensare in quei termini. Il suocero arrivò il giorno successivo all'esproprio nella speranza di recuperare qualcosa quale acconto sulla dote di Korari. Ma era arrivato troppo tardi.

- Oh, uomo senza ritegno! - esclamò con amarezza. - E' così che mi ripaghi per la mia inestimabile figlia? Sei davvero un essere spregevole.

- Non preoccuparti, pescatore - replicò serafico Arachi - perché sono amico di Sandi e sta' sicuro che lui farà per me qualcosa che mi eleverà al di sopra dei comuni mortali. Proprio adesso sto mettendomi in viaggio per conferire  con  lui  e  al  mio  ritorno  sentirai  notizie  di  avvenimenti eccezionali.

Da persona convincente qual era, dote peraltro comune agli scrocconi più incalliti, Arachi riuscì a convincere anche il suocero, un genere di parentela che, da che mondo è mondo, non è il più incline a mollare le redini. Poi si accomiatò dalla moglie e quella poveretta, felice di essersi liberata dalla presenza del loquace consorte, probabilmente se ne andò subito a dormire. A ogni buon conto Arachi arrivò al quartier generale di Sanders in un momento davvero molto propizio per lui. Il quartier generale in quel momento era costituito da un campo con guarnigione alla confluenza dell'Isisi e dell'Ikeli.

Come se le preoccupazioni non bastassero, Sanders era angustiato dal problema di un forestiero che si era presentato improvvisamente. L'attendente gli  riferì che lo  sconosciuto insisteva per parlargli al  più presto.

- Che tipo è? - domandò stancamente Sanders.

- Signore - rispose l'attendente - mai visto in vita mia nessuno che gli assomigli.

Sanders uscì per dare un'occhiata al visitatore. Il forestiero si alzò e salutò, sollevando entrambe le mani. Il commissario lo squadrò con attenzione. Quell'individuo non apparteneva a nessuna delle tribù a lui


note, dal momento che non erano visibili i tatuaggi su entrambi gli zigomi che caratterizzano i Bomongo. E neppure aveva tatuaggi sulla fronte, come quelli della zona del Piccolo Fiume.

- Da dove viene? - domandò Sanders in Swaheli che è la lingua franca

del continente, ma l'uomo scosse il capo.

Così Sanders ci riprovò, stavolta in Bomongo, ritenendo, quantomeno a giudicare dai lineamenti, che il forestiero dovesse appartenere a qualche ceppo dei Boeri. Ma quello rispose in un idioma ancor più sconosciuto.

- Quel nom avez vous? - domandò Sanders e ripeté la domanda in portoghese. Soltanto a questo punto l'uomo rispose, affermando di essere un piccolo capo del Congo Angola e di aver lasciato la sua terra per evitare la schiavitù.

- Portatelo in una baracca e dategli da mangiare - ordinò Sanders e se lo levò dalla mente.

Sanders aveva poco tempo per preoccuparsi di indigeni fuggiaschi che di tanto in tanto riparavano nell'accampamento. Era impegnato a cercare un tale conosciuto come Abdul Hazim, un gran brutto soggetto che esercitava il contrabbando di armi e munizioni.

- Se mai riuscirò ad acciuffarlo - disse Sanders al capitano degli Houssa

- gli farò passare un gran brutto quarto d'ora.

Anche Abdul Hazim ne era convinto, ragion per cui se ne rimase accuratamente alla larga da Sanders finché quest'ultimo, dopo un'ulteriore settimana di vane ricerche, fece ritorno al quartier generale di pessimo umore e fisicamente a terra per i postumi di un brutto attacco febbrile.

In quei giorni al commissario andava tutto per il verso storto. Dai superiori gli era arrivala una lettera perentoria proprio in merito alla mancata cattura di quel dannato Abdul Hazim. Quello non era certo il momento più opportuno per sedare risse locali eppure ecco scoppiare un bel litigio all'interno del campo e, a coronamento del tutto, alcune ore dopo gli venne riferito che il comandante degli Houssa si era messo a letto con oltre quaranta di febbre.

- Portatemi subito quei facinorosi - tuonò Sanders al sergente della piccola guarnigione. Ed ecco comparirgli davanti lo sconosciuto che aveva detto di provenire dall'Angola e una testa calda di soldato di nome Kano.

- Signore - disse l'Houssa - in nome del mio Dio che, a mio parere, è più grande della maggior parte degli altri dei, non sono da biasimare. Questo cane di un Kaffir non ha voluto rivolgermi la parola quando io gli ho


parlato e inoltre ha osato anche mettere mano al mio cibo, così l'ho colpito.

- È tutto? - domandò Sanders.

- È tutto, signore.

- E il forestiero non ha fatto niente di più, nella sua ignoranza, che toccare il tuo cibo e rimanere in silenzio mentre parlavi?

- Niente di più, signore.

Sanders si appoggiò allo schienale della poltroncina da cui amministrava la giustizia e rivolse al soldato Houssa uno sguardo di fuoco.

- Se c'è una cosa che ho presente più di qualsiasi altra - sentenziò - è che un Houssa è una persona valorosa, un signore, un re. In questo momento io rappresento la giustizia e non privilegio né re, come potresti essere tu, e né schiavi, come quello sconosciuto silenzioso. Mi limito a giudicare, senza valutare la dignità di nessuno, secondo la legge del libro. Chiaro?

- Chiaro, signore.

- Ed è contro la legge alzare la mano contro qualsiasi uomo, per quanto ti  abbia  offeso,  poiché  la  prassi  giusta  è  quella  di  sporgere  reclamo secondo il regolamento vigente del corpo d'appartenenza È così?

- E' così, signore.

- Pertanto hai infranto la legge. È vero?

- È vero, signore.

- Ritorna nei ranghi, ammetti la tua colpevolezza davanti ai compagni e lascia in pace il Kaffir. Perché alla prossima occasione, per chi infrange la legge, ci sarà un adeguato numero di frustate. Il colloquio è terminato.

Il soldato Houssa si ritirò. - E - disse Sanders l'indomani, riferendo l'episodio all'ufficiale convalescente - credo di aver dato prova di un autocontrollo al di fuori della norma non prendendoli entrambi a calci.

- Lei è un grande uomo - sentenziò l'ufficiale degli Houssa - Se non si lascerà prendere la mano, uno di questi giorni potrà essere insignito di un'onorificenza particolare.

Sanders passò sotto silenzio la battuta dell'Houssa in merito alla Congregazione di San Michele e di San Giorgio, onorificenza che per il momento non lo avrebbe sfiorato neppure da lontano, quantomeno finché Abdul Hazim fosse rimasto ancora uccello di bosco.

Il commissario si trovava in uno stato d'animo non certo dei migliori quando Arachi arrivò a bordo di una veloce canoa, ovviamente presa a prestito, ai cui remi c'erano quattro vogatori ingaggiati in un villaggio Isisi dietro   promessa   di   un   pagamento   che   l'incallito   scroccone   molto


improbabilmente sarebbe mai stato in grado di onorare.

- Signore - esordì Arachi con aria solenne - sono venuto con il desiderio di servire Sua Eccellenza perché sono un uomo troppo grande per il mio meschino villaggio e, benché non sia un capo, ho comunque le idee di un capo.

- E la capanna di un capo - aggiunse sarcastico Sanders - se quello che mi è stato raccontato corrisponde a verità.

Arachi aggrottò la fronte. - Signore - disse con umiltà - lei conosce ogni cosa e i suoi occhi si spingono in avanti come quelli di un camaleonte per vedere dietro l'angolo.

Sanders preferì sorvolare su quella raffigurazione poco piacevole suggerita da Arachi. - Arachi - disse - forse sei spuntato in un momento in cui  potresti  risultarmi  utile,  poiché  nel  mio  accampamento  c'è  un forestiero,  proveniente  da  una  nazione  lontana,  il   quale,  pur   non conoscendo questo territorio, desidera attraversarlo. Dunque, dal momento che conosci la lingua dell'Angola lo farai salire sulla tua canoa, lo porterai al confine con i possedimenti francesi e lì gli indicherai la strada. Sarò io a pagare  i  vogatori  mentre,  per  quanto  riguarda  la  tua  persona  me  ne ricorderò al momento del bisogno.

Non era esattamente quanto Arachi aveva sperato ma si trattava pur sempre di qualcosa. L'indomani lo scroccone si congedò con fare estremamente sussiegoso.

Prima che se ne andasse, Sanders gli diede un breve consiglio.

- Segui il Piccolo Fiume Kusu - gli disse.

-  Signore -  replicò Arachi -  esiste una  via  più  breve attraverso un torrente delle Acque Tranquille che porta proprio al territorio dei francesi ed è abbastanza profondo per il nostro scopo.

- Esiste una strada breve e una strada lunga - sentenziò Sanders cupo in volto. - Devi sapere che da quelle parti staziona un certo Abdul Azim, un grande mercante di schiavi e poiché la gente dell'Angola sa lavorare la terra in modo eccezionale, quell'arabo sente l'acquolina in bocca. Comunque va' in pace.

- Conta pure su di me - dichiarò Arachi prendendo congedo.

Soltanto una sfortuna atroce fece sì che, strada facendo, lo scroccone si imbattesse in due dei suoi principali creditori. Costoro, avendo delle rivendicazioni da fare in proposito di questioni alimentari, gli si avvicinarono minacciosi ma Arachi, con voce sussiegosa, riuscì a prendere


tempo.

- A quanto pare - disse uno di loro - adesso sei diventato un uomo di Sandi dal momento che, benché non creda a una tua sola parola, gli uomini che spingono i tuoi remi non mentono.

- E neppure costui che se ne sta sempre zitto - rincarò Arachi indicando orgogliosamente l'uomo che aveva ricevuto in custodia. - E poiché io solo su tutto il territorio sono in grado di colloquiare con lui, Sandi mi ha mandato in missione presso certi re i quali mi faranno dei regali e al mio ritorno vi pagherò quanto vi devo e anche molto di più, da anima generosa quale sono.

I due lo lasciarono passare.

Per dovere di cronaca va detto che Arachi, il quale "non dava in prestito nulla e non credeva a nessuno" era convinto che Sanders gli avesse raccontato delle bugie e proprio non riusciva a capire chi fosse il silenzioso angolano, in che cosa consistesse la sua missione e perché proprio lui era stato scelto a fargli da guardia del corpo.

La comprensione di tali misteri sarebbe stata estremamente facilitata se lo scroccone avesse creduto a tutto quanto Sanders gli aveva detto, ma ciò non rientrava nella sua sospettosa indole. Una sera la canoa venne tirata in secco su una spiaggia e mentre i vogatori preparavano la cena per il nobile Arachi, costui rivolse alcune domande al forestiero.

- Come mai - gli chiese - il mio amico e vicino Sandi mi ha pregato di accompagnarti fino al territorio dei francesi?

- Signore - rispose l'angolano - sono un forestiero e desidero sfuggire alla schiavitù. Da quelle parti vive una piccola comunità Angola-Baluli che è della mia razza e della mia religione.

- Qual è la tua religione? - domandò Arachi.

- Credo nei diavoli e negli ju-ju - rispose con semplicità l'angolano - soprattutto in uno chiamato Billimi che ha dieci occhi e sputa ai serpenti. Inoltre anche l'odio verso Arabi fa parte della mia religione.

Ciò fornì ad Arachi ampio materiale su cui riflettere e anche qualche motivo di stupore al pensiero che forse Sandi gli aveva detto proprio la verità. - Che cosa mi racconti di questo Abdul Arabi? - domandò. - Credo proprio che Sandi mi abbia mentito dicendomi che quel tale è un mercante di uomini perché, se così fosse, come mai non compie delle razzie nel territorio degli Isisi?

Ma l'uomo dell'Angola scosse il capo.


- Ci sono cose che vanno al di là della mia comprensione - ammise. - Però credo che si porti via quelli dell'Angola perché sanno lavorare bene la terra e potare gli alberi come nessun altro.

Di nuovo Arachi ebbe materiale per una profonda riflessione.

Questo Abdul, a suo avviso, avrebbe dovuto raggiungere il fiume superiore per mettere le mani sugli abitanti del Basso Akasava, anche loro ottimi agricoltori e giardinieri eccezionali. Certamente non avrebbe portato via nessun Isisi perché quelli erano notoriamente pigri e inoltre morivano con esasperante prontezza se trapiantati in suolo straniero.

Arachi proseguì il viaggio finché non arrivò al punto in cui avrebbe dovuto svoltare se avesse scelto di imboccare la scorciatoia verso il territorio francese.

Invece si limitò a lasciare in quel punto i vogatori e l'uomo affidato alla sua custodia, dopodiché risalì il torrente delle Acque Tranquille.

Dopo aver remato per mezza giornata buona, raggiunse il campo di Abdul. I silenziosi uomini del mercante di armi lo avevano tenuto d'occhio per tutto il tragitto e quando Arachi mise piede a terra, venne bloccato da due energumeni sbucati apparentemente dal nulla.

- Conducetemi dal vostro capo, o uomini comuni - ordinò Arachi - perché io sono un capo degli Isisi e desidero un abboccamento segreto.

- Se sei un Isisi, come sembrerebbe a giudicare dalla magrezza e dalla vanagloria delle tue parole - disse uno di quelli che lo avevano catturato - il mio signore Abdul saprà sistemarti a dovere.

Abdul Hazim era basso, robusto e amante degli agi, ragion per cui disponeva il proprio accampamento in modo tale che potesse venire facilmente rimosso al primo avvistamento di un elmetto bianco o del turbante di un Houssa. Difatti, se Sanders gli fosse arrivato troppo vicino, Abdul avrebbe passato davvero un brutto quarto d'ora.

Dunque, standosene seduto su un morbido tappeto di seta davanti all'apertura della piccola tenda, l'arabo squadrò Arachi con fare dubbioso e rimase in silenzio mentre lo scroccone parlava di se stesso.

- Kaffir - disse quando lo scroccone ebbe finito - come posso sapere che non menti o che non sei una spia di Sandi? A mio avviso sarei molto saggio se ti tagliassi la gola.

Arachi spiegò con dovizia di particolari per quale motivo Abdul Hazim non avrebbe dovuto tagliargli la gola.

-  Se,  come  hai  detto,  l'angolano  è  qui  vicino,  perché  non  dovrei


portarmelo via senza pagare? - domandò il mercante di schiavi.

- Perché - rispose Arachi - questo forestiero non è l'unico angolano della zona, perché il sottoscritto esercita una grande influenza su Sandi e perché sono molto amato dalla popolazione locale che si fida ciecamente di me. Sono in grado di portare altri uomini a Sua Eccellenza.

Arachi  fece  ritorno  all'accampamento,  portandosi  a  rimorchio  una piccola canoa che il mercante di schiavi gli aveva fornito.

Subito svegliò dal sonno il forestiero angolano. - Fratello - disse - qui c'è una canoa con del cibo. Adesso ti dico di pagaiare per un giorno risalendo il torrente delle Acque Tranquille e di aspettare lì il mio arrivo perché ci sono in giro uomini cattivi e io temo per la tua incolumità.

L'angolano, da uomo semplice qual era, obbedì. A mezza giornata di tragitto lungo il torrente gli uomini di Abdul stavano aspettando.

Quella sera Arachi ripartì per il suo villaggio e nella canoa aveva una tal profusione di stoffe, sale e verghe di ottone che avrebbero deliziato il cuore di qualsiasi uomo. Lo scroccone arrivò al villaggio canticchiando una canzoncina fra sé e sé.

In un anno diventò ricco perché c'erano molti modi di soddisfare le richieste di un mercante di schiavi arabo, e Abdul pagava pronta cassa.

Arachi era solito lavorare da solo oppure, se ingaggiava dei rematori, li recuperava in angoli remoti del paese. Portò ad Abdul molte proprietà di elevato valore commerciale, soprattutto giovani donne N'gombi, tremebonde e mansuete mentre Sanders, che pur girava il paese in lungo e in largo alla ricerca di quel furfante, non riusciva a trovarlo.

 

 

* * *

 

 

- Abdul - disse Arachi una sera mentre si incontrava in segreto con il mercante di schiavi nei pressi del fiume Ikusi - Sandi e i suoi soldati hanno ridisceso l'Akasava per una missione di guerra. Adesso credo che faremo quello che desideri.

I due discussero i particolari di un'avventura, la più grande che Abdul avesse mai concepito.

- Arachi - fece Abdul - ho fatto di te un uomo ricco. Adesso ti dico che posso farti più ricco di qualsiasi altro capo di questo territorio.

- Sono felice di sentirlo - commentò Arachi - perché, nonostante io sia ricco, ho preso in prestito molte cose e, a quanto pare, sono dotato di una


mente così meravigliosa che mi costringe a vivere sempre nel domani.

- Così ho sentito - commentò l'arabo. - Perché dicono di te che, anche se disponessi del mondo intero, chiederesti in prestito la luna.

- Questo è il mio mistero - concluse Arachi modestamente. - E' per questo motivo sono un personaggio decisamente eccezionale.

Poi si sedette ad ascoltare con pazienza il grande piano di Abdul Hazim. In effetti si trattava di un piano veramente geniale in quanto coinvolgeva almeno duemila dollari liberiani e, per Arachi, una percentuale adeguata. Al momento dell'abboccamento in questione, Sanders si era fermato a Ochori City per conferire con Bosambo, il capo.

- Bosambo - disse Sanders - avevo affidato questi corsi superiori alla tua custodia. Eppure Abdul Hazim scorrazza in lungo e in largo per il paese senza che nessuno lo disturbi e credo che ciò costituisca una vergogna per te e per me.

- Signore - replicò Bosambo - è veramente una vergogna. Però i corsi d'acqua in questa zona sono davvero numerosi, e Abdul è un uomo molto astuto e dispone di un sacco di spie. Inoltre i miei sudditi hanno paura di offenderlo per non correre il rischio di essere fatti fuori o finire come schiavi all'interno.

Sanders annuì e si alzò per raggiungere la Zaire.

- Bosambo - disse - questo governo ha messo una taglia sopra Abdul proprio come quello di un altro paese ne ha posta una su di te.

- Qual è il prezzo, signore? - domandò Bosambo con un risveglio d'interesse.

- Cento sterline d'argento - rispose Sanders.

- Signore - dichiarò Bosambo - è un buon prezzo.

Due giorni dopo, quando Arachi andò da Bosambo, questo grande capo era  occupato  nell'incombenza  squisitamente  domestica  di  accudire  al tenero primogenito. - Salve, Bosambo - disse Arachi - a te e al tuo bel figliolo, che è tanto nobile d'aspetto quanto buono di indole.

- Pace a te, Arachi - rispose Bosambo. - Non ho nulla da prestarti.

- Signore - replicò Arachi con sussiego - adesso sono un uomo ricco, più ricco di tutti gli altri capi... e non prendo più niente a prestito.

- Ko, Ko! - esclamò Bosambo con educata incredulità.

- Bosambo - proseguì Arachi - sono venuto da te perché ti stimo e so che non sei un chiacchierone bensì un saggio e un uomo che sa tenere a freno la lingua.


- Questo lo so anch'io, Arachi - convenne Bosambo, mantenendosi sulle sue. - Comunque ti ripeto che non presto niente a nessuno.

Tale replica esasperò Arachi che alzò i pazienti occhi al cielo.

- Grande Bosambo - disse, in tono offeso - sono venuto a raccontarti quanto ho scoperto e a chiedere il tuo aiuto per metterlo al sicuro. In effetti, in un certo posto ho scoperto una grande quantità di avorio, grande come quelle che gli antichi re erano soliti seppellire per assicurarsi il futuro.

- Arachi - sbottò all'improvviso Bosambo - mi hai detto di essere ricco. Eppure tu sei un individuo qualunque: io, che invece sono un capo, non sono ricco.

- Ho molti amici - disse Arachi, tremando di orgoglio - e loro mi danno verghe e sale.

- Questo non significa niente - replicò Bosambo. - Adesso ho l'esatta cognizione della ricchezza perché ho vissuto fra la gente bianca che ride delle verghe e getta il sale ai cani.

- Signor Bosambo - si affrettò a controbattere l'altro. - Sono ricco anche secondo i canoni degli uomini bianchi. Guarda!

Da una grossa sacca lo scroccone estrasse una manciata d'argento e la porse con entrambe le mani affinché il capo la ispezionasse. Bosambo esaminò il denaro con rispetto, rivoltando ogni moneta con fare pensoso. - È davvero una bella fortuna - dichiarò, respirando con più affanno di quanto non intendesse. - E si tratta di soldoni nuovi di pacca E anche le scritte, che tu non sei in grado di interpretare, sono come dovrebbero essere.

Il gratificato Arachi rimise le monete nella borsa. Bosambo se ne restò seduto in meditabondo silenzio, il volto impassibile. - E davvero, Arachi, mi condurrai nel punto dov'è sepolto il tesoro? - domandò quasi scandendo le  parole. -  Ko!  Sei  un  uomo davvero generoso; proprio non  capisco perché dovresti spartirlo con me, dal momento che una volta ti ho anche preso a botte.

Bosambo sistemò con delicatezza il bambino a terra. Quei tesori reali rientravano nella tradizione del paese. Nonostante la maggior parte di essi fossero già stati riportati alla luce, qualsiasi uomo sano di mente sognava di imbattersi in una simile fortuna.

Eppure Bosambo non era rimasto impressionato più di tanto, rimanendo scettico in  fondo  al  cuore. -  Arachi -  esclamò -  credo che  tu  sia  un


bugiardo! Comunque voglio vedere con i miei occhi questo tesoro che sostieni essere nelle immediate vicinanze.

Si trattava di un giorno di viaggio, a detta di Arachi.

- Mi dirai dov'è il posto? - chiese Bosambo.

Arachi titubò. - Signore, come farò a sapere che non ci andrai da solo e me lo porterai via? - domandò.

Bosambo lo fissò con un'espressione piena di dignità.

- Non sono forse un uomo onesto? - domandò. - Non è forse vero che tutti gli abitanti di questo grande mondo sono pronti a giurare sul nome di Bosambo?

- No - affermò Arachi con sincerità.

Ciononostante gli disse del posto: si trovava vicino al Fiume delle Ombre, nei pressi dello Stagno del Coccodrillo dove le Inondazioni Avevano Cambiato La Terra.

Bosambo andò nella sua capanna per prepararsi al viaggio.

Dietro al suo alloggio, in una grande gabbia di giunco, c'erano molti piccoli piccioni. Il capo, nel suo grezzo arabo, scrisse un messaggio laconico e lo attaccò alla zampa di un volatile. Per essere assolutamente sicuro, dal momento che non lasciava nulla al caso, Bosambo quella sera spedì in tutta segretezza una piccola canoa verso una destinazione particolare.

- E riferirai a Sandi - disse il capo al fidato messaggero - che Arachi è ricco della ricchezza dell'argento e che quell'argento ha le scritte dello Zanzibar, la patria di tutti i commerci, com'è noto a Sua Eccellenza.

L'indomani all'alba Bosambo e la sua guida se ne andarono. Vogarono per tutto il giorno, imboccando il piccolo corso d'acqua che si dipartiva dalla riva orientale del fiume e di notte si accamparono in una località denominata Bolulu che significa "la terra cambiata".

Si alzarono all'alba per riprendere il loro viaggio. Ma non fu necessario perché, nelle tenebre che precedono l'aurora, Abdul Hazim aveva circondato l'accampamento e, convinto dalla canna persuasiva di una carabina Snider, Bosambo accompagnò quelli che lo avevano catturato per un breve tratto, poco più di dieci minuti di camminata, fino nel bosco dove Abdul  lo  aspettava. Il  mercante di  schiavi, seduto sul  tappeto di  seta davanti all'ingresso della tenda salutò il prigioniero nel suo dialetto Ochori. Bosambo rispose in arabico.

- Bosambo - disse Abdul - mi conosci?


- Sceicco - rispose Bosambo - ti conoscerei anche all'inferno perché sei l'uomo la cui testa il mio signore desidera - Bosambo - replicò Abdul con calma - la tua è più preziosa, così dicono, per i liberiani che la ficcheranno sopra un'asta e mi pagheranno una grossa cifra per averti catturato.

Bosambo si mise a ridacchiare. - Finiamola con le chiacchiere - dichiarò

- sono pronto ad andare. - Lo portarono di nuovo sul fiume, lo legarono a un palo e lo gettarono sul fondo di una canoa. La sorveglianza del prigioniero venne affidata ad Arachi. Bosambo, alzando lo sguardo, vide lo scroccone che non lo perdeva d'occhio.

- Arachi - disse - se mi scioglierai le mani, potrei anche perdonarti.

- Se ti sciogliessi le mani - rispose Arachi con franchezza - sarei sia uno sciocco che un uomo morto, e nessuna di queste condizioni è desiderabile.

- A ogni uomo - citò Bosambo - si presenta un'occasione unica nella vita e, se la perde, è difficile che gliene si ripresenti un'altra.

Quattro grandi canoe componevano la carovana fluviale. Abdul si era sistemato nella più grande, che apriva la fila.

Le imbarcazioni procedevano velocemente lungo lo stretto torrente che andava allargandosi man mano che ci si avvicinava al fiume.

All'improvviso la vedetta di Abdul ebbe un sussulto.

- Guardate! - boccheggiò.

Il mercante di schiavi girò la testa. Dietro di loro avanzavano agevolmente quattro canoe traboccanti di uomini armati.

- Presto - ordinò Abdul. I rematori vogarono con lena per poi fermarsi di colpo.

Davanti a loro il corso d'acqua era ostruito dalla Zaire, un bel piroscafo bianco gremito di Houssa - È la volontà di Dio - dichiarò Abdul. - Queste cose sono già scritte sul libro del destino.

Non disse altro finché non si ritrovò davanti a Sanders. Il commissario non si rivelò particolarmente loquace. - Che ne farai di me? - domandò Abdul.

- Te lo dirò quando avrò visto i tuoi depositi - rispose Sanders. - Se troverò i fucili che quei pazzi dei Lobolo si ostinano a comprare, ti impiccherò secondo la legge.

L'arabo   fissò   il   tremante   Arachi.   Le   ginocchia   dello   scroccone tremavano paurosamente.

- Ora capisco - dichiarò Abdul pensoso - che quest'uomo che ho reso ricco mi ha tradito.


Se avesse fatto una mossa improvvisa Sanders lo avrebbe bloccato ma l'arabo si mise a frugare con calma nelle pieghe del suo bournous come se cercasse una sigaretta.

Poi la mano venne fuori e con essa un coltello ricurvo.

Il mercante colpì con la rapidità di un lampo e Arachi si accasciò in fin di vita sul ponte.

- Scroccone - disse l'Arabo, parlando in mezzo a sei Houssa che lo stavano incatenando e gli impedivano in tal modo di vedere la figura agonizzante  a  terra  -  credo  che  hai  preso  in  prestito  qualcosa  che finalmente sarai in grado di restituire, poiché nel Sura del Djin c'è scritto che da colui che prende una vita darà in cambio la sua in modo che possa scontare pienamente il suo debito.

 

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