venerdì 20 marzo 2026

Larry Eisenberg: Io e la mia ombra


Stavo pranzando con Duckworth all’esclusivo Club della facoltà, quando arrivò Dominic Foglio, trascinando faticosamente i suoi bei tratti napoletani molto tesi. Si avvicinò con aria distrutta alla tavola calda e indicò le portate distrattamente.
— Dom è un grande scienziato — disse Duckworth, chinandosi verso di me con aria confidenziale. — Ed è anche uno dei principali maniaco-depressivi dell’università. Nella fase maniacale è capace di risolvere i più intricati problemi. Ma quando è depresso, riesce a far sembrare un disastro totale, anche la vincita del premio Nobel.
— Mi pare che stia venendo dalla nostra parte — dissi sottovoce.
Infatti così era.
— Signori, potete sopportare la compagnia di un vecchio fallito? — chiese Dominic, appoggiando il vassoio sul nostro tavolo, e calando cautamente il suo posteriore su una sedia.
Con una smorfia, si appoggiò al sedile.
— Allegro, Dom — disse Duckworth. — Il mondo non sta finendo
— Non scommetterei il mio coccige su questa probabilità — disse Dominic. — Le mie emorroidi stanno giocando a palla con i recettori del dolore, e anche un inverno nucleare mi sembrerebbe un sollievo. Se ci aggiungete due anni di esperimenti falliti, potrete capire perché guardo le facce sorridenti con profondo disgusto.
Smorzai rapidamente il mio sorriso, cercando di assumere un’aria cupa.
Duckworth non fece alcun tentativo per sopprimere il suo, e continuò a mangiare con gusto il vitello alla parmigiana, nonostante il disastro che un cuoco incompetente aveva combinato con quell’ottima carne.
— Se solo avessi qualche idea sulle ragioni per cui mi trovo in un vicolo cieco — disse Dominic. — Le mie cellule embrioniche sembrano in perfetto ordine, e l’amplificatore sensoriale funziona alla perfezione. Che sia il vetro degli elettrodi?
— Si sentono tante, storie sugli elettrodi — dissi io.
— Bah, al diavolo — disse Dominic. — Sono tutte chiacchiere, comunque. Certe volte penso che sarebbe meglio se fossi uno stregone, in qualche giungla dimenticata da Dio.
Più tardi, Duckworth mi spiegò qualcosa degli esperimenti di Dominic. — Sta esaminando i canali a conduttività selettiva delle cellule embrioniche, con l’idea di aggiungere in seguito alcuni antibiotici alla preparazione, per vedere cosa succede alla conduttività. Se scopre quello che cerca, potremmo capire finalmente come funzionano gli antibiotici a livello cellulare.
— Roba da premio Nobel?
— Possibilissimo — aggiunse Duckworth.
Dal momento che lui ne aveva vinti due, di premi Nobel, dedussi che sapeva di cosa stava parlando.
— Hai idea del perché non ci riesca?
— Forse — disse Duckworth. — Ha intelligenza e intuito. Ma qualche volta si impantana nell’interpretazione di un particolare dato, e perde di vista il problema generale.
— Vede gli alberi ma non la foresta? — azzardai.
— Un vecchio proverbio, ma adatto alle circostanze — disse Duckworth.
Valutai la situazione per qualche momento. Poi presi una decisione. — Credo di sapere qual è la soluzione per Dominic — dissi.
Il nostro nuovo rettore, successore dell’esuberante, dittatoriale, e ora involontariamente ritirato Hinkle, era lui stesso un vincitore del Nobel, e rispondeva al nome di Ishmael Weatherwax. Un ometto grassoccio con due favoriti lunghi fino al mento, che ci teneva a far sentire il suo non trascurabile peso.
Anche se si rifiutava di promuovere a cariche superiori il personale della facoltà, si dava da fare per portare nella nostra università premi Nobel da tutte le parti del mondo, in base all’assunto che è meglio l’uovo oggi che la gallina domani. Malgrado il rettore Weatherwax soffrisse presumibilmente di un ego maligno che, a detta di Duckworth, richiedeva una radicale egoectomia, era riuscito ad ottenere una cosa che godeva della mia totale approvazione.
L’Università di Merriweather doveva il possesso della sua nuova Intelligenza Artificiale ad Ishmael Weatherwax. Nella mia veste di direttore del Laboratorio di Elettronica e Microcomputer, avevo avuto un ruolo importante nella progettazione dei sistemi elettronici necessari al Laboratorio dell’IA. Ma era una sottosezione di quel laboratorio che attirava soprattutto la mia attenzione: il Centro Simulazione.
Il dottor Emil Venner, direttore del Centro Simulazione, mi aveva tenuto una miniconferenza sull’argomento.
— È nato tutto dai modelli psicoanalitici che ho sviluppato. I miei amici mi chiamano neo-freudiano perché baso il mio lavoro sulle teorie dello sviluppo di Freud. E sono disposto ad ammettere che hanno ragione.
«Usando un questionario speciale, da me preparato, siamo in grado di elaborare un profilo reattivo completo di qualsiasi uomo o donna. Qualcuno lo chiama scherzosamente profilo della “personalità”. Vieni a questo pannello e ti faccio vedere cosa voglio dire.
Il dottor Venner inserì un disco in un cassetto, e regolò i controlli su un grande pannello.
— Adesso inserisco il proiettore tridimensionale — disse. — Guarda giù.
Un appartamento bene ammobiliato si materializzò d’improvviso. Un uomo alto, con rughe profonde alle guance, parlava con una donna magra, piuttosto attraente. Lei era seduta su un divano, e si stava pettinando. I suoi tratti erano di una purezza quasi classica, anche se la pelle pallida mostrava i segni di una limitata esposizione alla luce del sole.
L’uomo camminava avanti e indietro, con un’aria di violenza repressa.
— Dunque sei intenzionata ad andare fino in fondo? — chiese duramente..
La donna annuì, senza dire nulla, e continuò a pettinarsi i capelli.
— Voglio quel figlio — disse lui ostinato.
La donna interruppe i regolari colpi di pettine, e lo guardò freddamente.
— Fattelo tu allora — disse. La sua voce era dura come l’acciaio.
— Accidenti — disse Venner. — Non è quello che gli ha detto la volta scorsa.
Premette un pulsante e la scena svanì.
— Cosa ho visto? — chiesi.
— Hai osservato le proiezioni di due persone reali. L’uomo è un mio paziente. Non ho mai incontrato la donna. È un’amica del mio paziente, e come avrai capito, è al primo stadio di una gravidanza non voluta. Non voluta da lei, cioè. Ho costruito il suo modello reattivo in base a quello che lui mi ha detto.
— Il che rende questo modello una pura speculazione, no?
— Senz’altro — disse Venner. — Ma la cosa che mi interessa è come il mio paziente vede la donna, non la donna vera. Sappiamo come immagazzinare nella memoria del computer ogni dettaglio del profilo reattivo, o modello di personalità, di un paziente, compresi tutti gli attributi fisici.
— Compresi i toni di voce?
— I toni di voce sono molto importanti — disse Venner.
— E poi?
— Poi mettiamo i due individui in una situazione stimolante. In questo particolare caso, la situazione è data da una discussione sull’opportunità o meno di procedere ad un aborto.
— Ma — dissi io — in base alle percezioni del tuo paziente, questo bambino non nascerà mai. Che succede se la sua immagine della donna fosse sbagliata?
— Il bambino è nato, e adesso ha due anni — disse Venner sarcasticamente. — Evidentemente l’idea che ha il mio paziente su questa donna non si accorda con la realtà. Devo stabilire il perché di questa divergenza. È il mio paziente o il mio modello? Ho intenzione di alterare il profilo della donna per vedere se le sue azioni concorderanno meglio con la realtà.
— Avete mai avuto successo in qualche esperimento del genere? — chiesi.
— Parecchie volte — disse Venner. — Lentamente, ma sicuramente, stiamo arrivando a un modello topografico del sistema nervoso umano miracolosamente accurato. I comportamenti previsti sono talvolta perfino identici a quelli reali.
— Che genere di meccanismo proietta le figure?
— È una ricostruzione elaborata dal computer, che fornisce olograficamente una proiezione tridimensionale. Inoltre la nostra “gente” possiede anche un senso dello spazio. E possono “sentirsi” al tocco. Fa tutto parte del modello computerizzato.
— Perdona il commento di un profano — dissi — ma a me queste figure sembrano terribilmente reali. E mi è venuta l’idea agghiacciante che anche noi potremmo essere delle figure olografiche proiettate e osservate da un’altra dimensione.
— Scemenze — disse il dottor Venner. — Hai letto troppa fantascienza.
Mi ero sentito adeguatamente rimproverato dal dottor Venner, ma questo non mi impedì di vedere un possibile uso della sua tecnica per risolvere l’impasse in cui si trovava il dottor Dominic Foglio. Ma era necessaria l’approvazione di Venner e, cosa probabilmente più difficile, di Dom Foglio.
Quando esposi la mia idea a Venner, ne fu subito affascinato.
— Ci permetterebbe di indagare sull’intero concetto della creatività scientifica — disse entusiasta. — Sarei felicissimo di provarlo con un ospite dì rilievo come il dottor Foglio. Credi che potrebbe essere d’accordo?
— Non lo so — dissi. — Ma il 50 per cento della battaglia è già vinta. Vediamo come reagisce il dottor Foglio all’idea.
Decisi di arrivare alla cosa per via indiretta. Duckworth si disse disposto ad aiutarmi.
— Dom — dissi un giorno, quando si unì a Duckworth e a me per il pranzo, — cosa ne pensi del Centro Simulazioni del dottor Venner?
— Quelle balle psicoanalitiche? Per me sono appena un gradino sopra la numerologia.
— Non condivido — disse Duckworth. — Alcuni pensano che abbiano un grande valore scientifico.
— Lo pensi anche tu? — chiese Dom.
— Io no — disse Duckworth. — Ma non le paragonerei con la numerologia. Le vedo più sulla linea del voodoo.
— Non riesco a crederci! — esplosi io. — Nessuno di voi due è mai stato nel Centro Simulazioni, eppure parlate come se sapeste cosa succede lì. Io ci sono stato, e ho parlato molto con Venner. Ho visto le proiezioni e i sistemi di simulazione, e penso che possano avere un grosso valore scientifico.
— Bene, meglio per te — disse Duckworth.
— In tutta onestà — aggiunse Dom Foglio — non ne so molto sul Centro Simulazioni. E non posso dire che me ne importi gran che.
Mi sentii terribilmente frustrato: mi sembrava di essere andato a sbattere contro un muro.
— E va bene — dissi irritato. — Divertitevi tra voi. Prendo il mio vassoio e vado a mangiare da un’altra parte.
— Aspetta un momento — disse Dom. — Non c’è niente di personale. Abbiamo solo un naturale scetticismo per tutto quello che non sia scienza allo stato puro.
— Se proprio vuoi saperlo — dissi petulante — pensavo che il dottor Venner potesse aiutarti.
— Aiutarmi? E in che modo?
— Hai mai pensato a quanto ti sarebbe utile vederti al lavoro? Osservare il tuo metodo? Poter valutare oggettivamente il tuo modo di pensare, di preparare un esperimento?
— Potrei farlo con una cinepresa — disse Dom.
— Una cinepresa! — dissi deridendolo. — Il sistema di simulazione è in grado di ricreare un modello di te stesso, con la tua personalità, e di situarlo in un laboratorio identico al tuo. Alterando leggermente il modello della tua personalità, potresti vedere se le tue procedure sperimentali sono efficaci o no. Ci sono un milione di possibilità — gridai, riscaldandomi. — Perché non riesci ad avere un atteggiamento veramente aperto e scientifico su questo argomento? Perché non vai a trovare Venner, e ti fai fare un profilo personale? Sarebbe entusiasta dell’idea.
— Credo che farai meglio a dargli ascolto — disse Duckworth sarcasticamente. — Altrimenti la prenderà come un’offesa personale.
— Non saprei — disse Dom. — Non è che l’idea mi entusiasmi.
— Fallo — disse Duckworth quietamente. — Per noi.
Quando alla fine Dom acconsentì, riluttante, Duckworth mi strizzò l’occhio dietro la sedia di Dom.
Malgrado la sua riluttanza, Dom Foglio collaborò di buon grado alla stesura dei questionari di Venner. Osservai un bagliore nei suoi occhi, e repressi un sorriso. Ma tutto questo svanì la prima volta che si vide al lavoro, nel suo laboratorio. Avrei giurato che si facesse un furtivo segno con la croce, lui che era un ateo dichiarato, mentre la sua immagine inseriva una micro-pipetta nel preparato.
— Non posso crederci — disse. — Si vedono anche i picchi sull’oscilloscopio.
— Naturalmente — disse Venner. — Il nostro programmatore ha inserito ogni particolare dell’esperimento, come l’avete descritto voi.
Giorno dopo giorno, Foglio andò al Laboratorio di Simulazione, osservando i progressi di quella che lui chiamava la sua “ombra”. Successivamente, lui e il dottor Venner discutevano come modificare il modello per ottenere dei cambiamenti nella direzione indicata.
— Bene — disse un giorno Duckworth, mentre Dom si sedeva al tavolo. — Come va?
— Non male — disse Dom. — Credo di cominciare a capire cosa non funzionava nel mio modus operandi.
— Vuoi parlarne? — chiesi io.
— Non ancora — disse Dom. — Diciamo che sto cominciando a vedere la luce in fondo al tunnel.
Ma una settimana dopo, Dom era immerso nella più profonda tristezza.
— Cos’è successo? — gli chiesi, con la voce più soave che mi riuscì di tirar fuori. Lui fece per rispondere, la voce gli si strozzò in gola, agitò le mani, e se ne andò.
In quel momento arrivò Duckworth.
Guardò la figura che si allontanava e fece schioccare la lingua con commiserazione.
— Lo sai cosa gli è successo? — chiesi.
— Sì. È tutta colpa tua. Sei un impiccione nato. E questa volta ti sei impicciato una volta di troppo.
— Per l’amor di Dio! — gridai. — Cosa è successo?
Duckworth sospirò.
— L’Ombra di Dom ha risolto il problema che l’ha tormentato in tutti questi anni. Mentre Dom cercava di capire cosa non andava, il suo modello modificato è andato oltre e ha fatto quello che bisognava fare.
Cominciai a saltellare.
— Allora Dom ha già le mani sul premio Nobel, no? Dopo tutto la sua ombra è in effetti una versione di Dom Foglio.
— Questo lo dici tu. Dom la pensa diversamente. Guardalo, poveretto!
E infatti, Dom stava venendo verso di noi, trascinandosi penosamente.
— Vorrei scusarmi per il mio comportamento antisociale — disse Dom. — Ero troppo depresso per parlarvi. Riuscite a immaginarvi l’amarezza di una simile situazione? Un maledetto modello creato al computer, una proiezione olografica, priva di sostanza, riesce a risolvere un problema che un idiota in carne e ossa, ossia io, non è riuscito a risolvere in dieci anni! E pensare che mi credevo uno scienziato!
— Stai prendendo la cosa da un punto di vista completamente sbagliato — disse Duckworth.
Ma nonostante tutti gli argomenti che gli mettemmo davanti, Dom fu irremovibile. Si rifiutò di mettere per iscritto i risultati a cui era pervenuta la sua ombra, e giurò che se insistevamo non ci avrebbe più rivolto la parola.
Malgrado ciò, due mesi dopo, il dottor Venner pubblicò i particolari del suo esperimento, in un brillante articolo che comprendeva una trascrizione completa dell’esperimento di Foglio, scritto dall’Ombra di Foglio.
Immagino che il comitato per il Nobel discutesse non poco del problema. L’anno seguente, l’articolo dentro l’articolo (come lo definì la stampa) procurò al dottor Dominic Foglio il premio Nobel per la Medicina. Dom si rifiutò di andare a Stoccolma, e perfino di scrivere il discorso di accettazione. Alla fine il discorso scritto dalla sua Ombra fu letto alla cerimonia di Stoccolma.
All’inizio, Dom non voleva incassare il cospicuo assegno che accompagnava il premio. Ma alla fine Duckworth lo convinse a devolverne la metà al Centro di Simulazione, e l’altra metà al Fondo Studi dell’Università.
E io? Io mi sono impicciato una volta di troppo.
 

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