Trama
Barcellona, anni Venti.
Tomás Pereda è un giovane studente dell’Accademia, cresciuto all’ombra di un padre inquieto, Enrique, ex soldato tormentato dall’insonnia. È innamorato di Aurora, pianista talentuosa e figlia adottiva di un amico di suo padre Enrique, un ex soldato tormentato dall’insonnia. I suoi amici più fidati sono Salvador Dalí, fragile e geniale, ancora segnato dalla morte del fratello minore, e Carmen, una ragazza zingara incontrata per caso su una spiaggia.
Un giorno Salvador convince gli amici a seguire Antoni Gaudí, allora impegnato nei lavori della Sagrada Familia. L’anziano architetto li accoglie nella sua casa e racconta loro la leggenda del raggio verde, un raro fenomeno che appare all’orizzonte per pochi istanti e che, secondo la tradizione, permette a chi lo vede di leggere nel cuore degli uomini.
Nel frattempo, il ragazzo scopre un segreto destinato a sconvolgere la sua vita: sua madre Alexandra, che ha sempre creduto morta, è in realtà ricoverata in un manicomio. Tra le mura dell’istituto, Tomás stringe amicizia con Flora e Amedeo, che da anni attendono di essere dimessi per ricongiungersi con la figlia. Nello stesso periodo assiste anche al tragico incidente che costerà la vita a Gaudí.
Passano gli anni. Tomás e Aurora si trasferiscono a Parigi, ma l'improvvisa fuga della madre li riporta a Barcellona. L'unico indizio di cui dispongono è il nome di una certa Josefa Moreu, la donna che anni prima si era presa cura di Alexandra quando era soltanto una bambina smarrita. Sarà proprio grazie alla sua testimonianza che Tomás ricostruisce la storia dimenticata di sua madre.
Incipit
1. 1936
Una leggera bruma veleggiava impalpabile sulla città, avvolgendo ogni angolo di un delicato vapore che si arrampicava verso il cielo in ghirlande d’aria e filamenti di polvere granulosa. Sui litoranei di neve ancora umida rilucevano le impronte dei carri, appena coperte dai rami trascinati via dalla brezza.
Il manicomio di Santa María, aggrappato alle pendici della Collserola, si stagliava davanti a lui in un circuito di luci e cunicoli caliginosi disposti a semicerchio in uno sgradevole abbraccio meccanico. Un’armatura di archi e lastre appannate si prolungava fino alle balaustre dell’ingresso, attorcigliate su sé stesse in una sorta di alfabeto magico. L’imponente porticato a ridosso della scalinata era accerchiato da due schiere di padiglioni danneggiati da lunghi anni di incuria.
La luce dei lampioni ravvivava appena il profilo spettrale dell’industria Majena, un vecchio stabilimento che sembrava ancora rosseggiare della gloria di un tempo. Pochi anni dopo la disfatta militare oltreoceano, l’edificio era stato evacuato insieme ai ricordi della sua infanzia. Non c’era giorno in cui non si fosse perso in quegli stretti cunicoli, sotto il sole cocente e l’odore acre della gomma bruciata. In quegli anni crescere significava prepararsi alla quaresima forzata dell’inverno barcellonese, ritirandosi in un esilio volontario dentro le mura di casa e riproducendo la Marcha Real con un paio di nacchere sfilacciate.
Fu tramite un corrispondente rimasto in zona che venne a sapere della vendita del complesso. L’acquirente, un misterioso benefattore rimasto nell’ombra, non volle mai rivelare il suo nome o la cifra che aveva sborsato. Le poche famiglie rimaste si dilettavano a speculare sull’identità dell’uomo sconosciuto, avanzando le ipotesi più improbabili, come quella che fosse un simpatizzante del carlismo borbonico in cerca di un posto tranquillo dove godersi la vecchiaia dopo una vita di eccessi e combattimenti apocrifi, o che stesse rivitalizzando gli ideali marxisti sulle retrocopertine dei romanzi d’appendice con l’ausilio di una matita e un tavolino mutilo.
La verità emerse due mesi dopo: il mecenate non era né un soldato né un fanatico, ma semplicemente un ex-giornalista che aveva deciso di trasformare l’industria in un manicomio per scemi di guerra. La notizia fu accolta con lo stesso sgomento che un tempo aveva accompagnato l’epidemia del colera. I cittadini più bigotti gridarono allo scandalo, definendo l’iniziativa un’offesa alla morale pubblica che avrebbe leso la reputazione del paese e compromesso il clima di reciproco rispetto in cui vivevano.
Lo scienziato – come veniva chiamato - non si degnò mai di rispondere agli inviti della comunità, fiducioso che con una generosa donazione di Pata Negra avrebbe reso alla città più servigi di quanto non avessero mai fatto loro negli ultimi vent’anni. E con un’aggiunta di granizado, pensava, sarebbe stato insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica spagnola, a patto che i pettegolezzi fossero terminati seduta stante. I barcellonesi accolsero la proposta con machiavellico opportunismo, a eccezione delle portinaie e dei barbieri che vedevano nell’insolita discrezione dell’uomo una minaccia alla loro principale fonte di sostentamento.
Erano passati tanti anni da quando aveva lasciato Barcellona, ma il tempo sembrava essersi fermato a quella notte di vent’anni prima, alla stessa desolazione colante dai tetti delle case e ai vestiti abbandonati sui recinti scoloriti.
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