(Varanasi, 7 aprile 1920 – San Diego, 11 dicembre 2012)
Nato nel 1920 a Benares, la città indiana sacra agli induisti meglio conosciuta come Varanasi, Ravi Shankar proviene da una famiglia benestante e da sempre devota all’arte. Gli Shankar erano, infatti, una famiglia di bramini bengalesi: membri della casta più alta in India, arrivavano dal Bengala, una zona dell’India orientale che ha dato i natali a moltissimi poeti, filosofi e cineasti. Il fratello maggiore è un riconosciuto ballerino e coreografo (lavorò anche con Anna Pavlova) e molto presto Ravi entra a far parte del suo corpo di ballo. Insieme a lui inizia a viaggiare e viene a contatto con l’Europa e l’Occidente, scoprendone il cinema e la musica classica, ma anche il jazz.
Durante l’adolescenza, però, si avvicina sempre di più al sitar, capendo di volersi dedicare completamente alla musica. Terminati gli studi, iniziano le prime composizioni per balletti e film: in quegli anni scrive colonne sonore per Satyajit Ray, giovane cineasta bengalese che diverrà uno dei più grandi autori cinematografici indiani del Ventesimo secolo. Incide per la casa discografica inglese HMV con filiale in India e la sua musica incomincia a varcare i confini indiani: si esibisce alla Royal Festival Hall in Inghilterra; inizia a insegnare a musicisti jazz americani come John Coltrane (che chiamerà il figlio Ravi in onore del suo grande maestro) e Don Ellis; registra con il violinista americano Yehudi Menuhin e con Philip Glass. E via via, il suo nome incomincia ad essere conosciuto in tutto il mondo come quello di un grande ambasciatore della musica.
Dopo aver contribuito a introdurre nuove sonorità in Revolver, album del 1966 dei
Beatles in cui il sitar compare una delle sue prime volte, Ravi Shankar sembra quasi il candidato perfetto (a metà strada fra guru e portavoce) del movimento hippy, che vedeva nell’India una terra promessa. Per questo motivo viene
invitato a partecipare a Festival come quello di Monterey, in California, e nel 1969 a Woodstock, insieme a Jimi Hendrix che, in quell’occasione, incendia la chitarra sul palco. Ravi non si tira certo indietro ma, negli anni successivi, ammetterà che non era proprio il suo mondo e che quello di Jimi Hendrix era stato “il più grande sacrilegio possibile”.
Anche la sua vita privata è stata piuttosto movimentata: tre mogli, molte fidanzate e un numero ancora più elevato di amanti. Lui stesso, nella sua autobiografia Raga Mala. La mia vita, la mia musica ammette che quando vedeva una donna appena piacente se ne innamorava e faceva di tutto per conoscerla, salvo poi pentirsene dato che era fidanzato con altre due o tre o era già sposato. Da una di queste avventure occasionali, quella con l’organizzatrice di concerti Sue Jones, nel 1979 è nata Norah Jones, mai riconosciuta, affermata cantautrice americana.
L’11 dicembre 2012 Ravi Shankar si è spento a 92 anni a San Diego, lasciando una testimonianza straripante così nella vita come nella musica: 6 corde per noi, 18 per lui…
Fu George Harrison, con cui collaborò negli anni settanta, a dargli il nomignolo di Godfather, durante un'intervista ("Ravi Shankar is the Godfather of World Music"). Nel 1961 avvenne la première a Nuova Delhi di Samanya Kshati, balletto di sua composizione e soggetto dello stesso Shankar.
Sinfonia
Nella sua Sinfonia Ravi Shankar esplora questa passione utilizzando gli strumenti tradizionali di una grande orchestra occidentale. Lo schema delle note del sitar viene poi trasmesso agli altri strumenti dell'orchestra.
Il ritmo suonato sulle tabla o sui tamburi viene ripartito tra diversi strumenti orchestrali, come lo xilofono e i corni francesi. Qui Shankar chiede ai suonatori di cantare un tala usando le sillabe dei tamburi indiani (una prima volta per un'orchestra occidentale).
Il sitar e l'orchestra suonano melodie basate su un raga (uno schema o una selezione di note che costituiscono la base di una composizione) ispirate al popolo Banjara dell'India.
Shankar prende anche i tala (cicli ritmici) che normalmente verrebbero eseguiti sulle tabla o sui tamburi e li distribuisce tra diversi strumenti orchestrali, come lo xilofono e i corni francesi.
Il risultato è che sentiamo l'orchestra in un modo nuovo e sorprendente. Fondendo le tradizioni classiche dell'India e dell'Europa, Shankar è riuscito a creare un brano edificante e unico.
Due delle idee chiave della musica classica indostana (raga e tala) si ritrovano nel finale della Sinfonia.
Nessun commento:
Posta un commento