lunedì 30 marzo 2026

Israele, il diritto di esistere senza dover sempre chiedere scusa; di Dragon Flyer




Un punto di vista anti-mainstream

Seguo da tempo quello che succede in Medio Oriente e c’è una cosa che ogni volta mi colpisce: quando si parla di Israele, troppi dimenticano un punto essenziale. Israele non è un concetto astratto, non è una parola da talk show, non è una bandiera da usare solo quando conviene. È un Paese reale, fatto di famiglie, paura, lutti, bambini che crescono con il rumore delle sirene e persone che da anni vivono con la sensazione che la propria esistenza debba essere continuamente giustificata.

Ed è proprio questo che trovo insopportabile. Israele viene spesso raccontato come se dovesse stare zitto, subire, contenersi più degli altri, quasi chiedere il permesso perfino per difendersi. Come se il diritto alla sicurezza, che per qualsiasi altra nazione viene considerato normale, nel suo caso dovesse essere ogni volta rimesso in discussione.

Io non riesco a guardare questa situazione con distacco finto. Perché qui non si parla solo di geopolitica, ma di sopravvivenza. Di un popolo che da decenni vive circondato da ostilità, minacce, propaganda e odio. E nonostante tutto continua a esistere, a difendersi, a rialzarsi. Questo per me conta. Conta molto.

Essere dalla parte di Israele non significa ignorare il dolore altrui. Significa però rifiutare una narrazione comoda, quella in cui chi viene colpito, minacciato e accerchiato finisce sempre per essere messo sul banco degli imputati. Significa avere il coraggio di dire che nessun Paese al mondo accetterebbe passivamente di vivere sotto attacco continuo. E allora non si capisce perché proprio Israele debba essere giudicato con un metro diverso.

A me sembra che su Israele si proiettino ossessioni ideologiche, semplificazioni e ipocrisie che raramente vediamo altrove. Ci si indigna a corrente alternata, si commenta da lontano, si riduce tutto a slogan. Ma dietro gli slogan ci sono persone vere. E quelle persone hanno il diritto di vivere, di proteggersi, di non essere sacrificate sull’altare dell’opinione pubblica internazionale.

Per questo oggi ribadire il mio sostegno a Israele non mi sembra un gesto provocatorio. Mi sembra un gesto limpido. Perché difendere Israele, per me, significa difendere il principio che uno Stato non debba vergognarsi di voler sopravvivere.
 

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