Sembrava quasi che una sorte beffarda approfittasse del recente pensionamento di Maigret per metterlo di fronte alla prova lampante di quanto labili siano le certezze dei testimoni. E questa volta il famoso commissario, o, per essere più precisi, colui che fino a tre mesi prima si era fregiato di tale titolo, si trovava dall’altro lato della scrivania, quello dei «clienti», per così dire. Era a lui, infatti, che stavano chiedendo con sguardo indagatore:
«Conferma che alle sei e mezzo, o anche prima, lei era seduto accanto al camino?».
Ora Maigret si rendeva conto, con agghiacciante evidenza, che un certo numero di persone, nel caso specifico una mezza dozzina, poteva paralizzarsi di colpo davanti a una domanda semplice come questa: «Che cosa ha fatto di preciso tra le sei e le sette?».
Se almeno si fossero verificati eventi tumultuosi, o drammatici, o emozionanti... Invece no! A causa del brutto tempo, quella mezza dozzina di persone si era limitata ad aspettare l’ora di cena bighellonando nelle due o tre stanze comuni di una pensione familiare!
E il Maigret-cliente, il Maigret-interrogato s’impappinava come uno studente impreparato o come un testimone reticente.
«Brutto tempo» non rendeva l’idea. Alla Gare Saint-Lazare un cartello avvertiva i viaggiatori: «Tempesta sulla Manica. La traversata Dieppe-Newhaven non è garantita».
E molti inglesi avevano fatto dietro front ed erano tornati in albergo.
A Dieppe, sulla strada principale, il vento sembrava voler divellere le insegne. Certe porte si aprivano solo a spallate. La pioggia cadeva a scrosci con un rumore di onde che si infrangono su una spiaggia di ciottoli; di tanto in tanto si profilava la sagoma di qualcuno che, costretto a uscire di casa, correva rasente ai muri con il cappotto sopra la testa.
Era novembre. Le lampade erano accese fin dalle quattro del pomeriggio. Alla stazione marittima il traghetto che sarebbe dovuto partire alle due era ancora attraccato al molo, insieme a una fila di pescherecci i cui alberi cozzavano tra loro.
La signora Maigret, rassegnata, era andata a prendere in camera il lavoro a maglia iniziato in treno e si era seduta accanto alla stufa, dove un gatto che non conosceva, il gatto rosso della pensione familiare, le si era accovacciato in grembo.
Di tanto in tanto alzava il capo e guardava desolata il marito, che non sapeva come ingannare il tempo.
«Era meglio andare in albergo» sospirava. «Almeno avresti trovato qualcuno con cui giocare a carte...».
Già! Peccato che la signora Maigret, che amava la parsimonia, si era procurata tramite una sua amica l’indirizzo di quella pensione familiare relegata in fondo al lungomare, nella deserta oscurità di un quartiere turistico che in inverno offriva solo persiane chiuse e porte sprangate.
Eppure il loro era un viaggio di piacere, il primo che si concedevano dopo quello di nozze fatto venticinque anni addietro.
Maigret era libero, ormai! Aveva lasciato il Quai des Orfèvres, e la sera poteva coricarsi con la certezza di passare la notte nel suo letto, senza che una telefonata lo costringesse a catapultarsi fuori per occuparsi di un cadavere ancora caldo.
Allora, poiché sua moglie desiderava da tempo visitare l’Inghilterra, Maigret si era deciso:
«Trascorreremo una quindicina di giorni a Londra. Ne approfitterò per salutare qualche collega di Scotland Yard con cui ho lavorato durante la guerra...».
E guarda un po’ che fortuna! Tempesta sulla Manica! Il traghetto che non parte! E quella tetra pensione familiare di cui la signora Maigret si era prontamente ricordata e che trasudava grettezza e noia!
La proprietaria, la signorina Otard, una cinquantenne arcigna che si mascherava dietro sorrisi melliflui, aveva un involontario fremito alle narici ogni qual volta si imbatteva nella scia di fumo lasciata da Maigret nei suoi andirivieni. Parecchie volte era stata sul punto di aprire bocca, di fargli notare che non si fuma la pipa, per giunta ininterrottamente, in stanze piccole e surriscaldate dove ci sono anche delle signore. In quei momenti Maigret, fiutando la bufera, la guardava negli occhi con una tale placidità che lei preferiva girarsi dall’altra parte.
Ma la signorina Otard non saltava di gioia neppure quando vedeva l’ex commissario, che non era mai riuscito a liberarsi di questa mania, aggirarsi intorno alle stufe, prendere l’attizzatoio e raschiare via la crosta di carbone con una energia tale che le canne fumarie si mettevano a ronzare come motori.
L’edificio era di dimensioni modeste: una villetta a due piani, adibita a pensione. Si entrava da un vestibolo buio – la signorina Otard economizzava sulle lampadine –, come buie erano le scale che conducevano al primo e al secondo piano. Capitava così di sentire qualcuno incespicare sui gradini, o una mano cercare a tastoni il campanello.
La prima stanza, sul davanti, fungeva da salotto, con scomode poltroncine di velluto verdastro e un tavolo coperto di riviste vecchissime e mezzo strappate.
Poi c’era la sala da pranzo, che restava aperta agli ospiti anche fuori dall’orario dei pasti.
La signora Maigret era seduta in salotto. Il commissario passava da una stanza all’altra, da una stufa all’altra, da un attizzatoio all’altro.
Sul retro c’era l’office, dove quel pomeriggio Irma, la servetta quindicenne, era intenta a lustrare le posate con il bianco di Spagna.
Infine, la cucina, il regno della signorina Otard e di Jeanne, l’altra domestica, più anziana, tra i venticinque e i trent’anni, sempre in pantofole, sempre spettinata e di dubbia pulizia, e sempre di cattivo umore, pronta a lanciare occhiate diffidenti o astiose.
Non c’era altro personale, ma nella pensione viveva anche un bambino di quattro anni – il figlio di Jeanne, come Maigret aveva scoperto interrogando la domestica più giovane –, rincitrullito dai continui rimbrotti, strattoni e sberle.
Forse da nessuna parte, con quel tempaccio, le ore scorrevano liete. Ma dalla signorina Otard erano addirittura lugubri, e i minuti dovevano contare molti più secondi che in qualunque altro luogo, almeno a giudicare dall’immobilità delle lancette sul quadrante della pendola di marmo nero piazzata sul camino, sotto una campana di vetro.
«Approfitta del primo momento di bonaccia e va’ al caffè... Lì troverai di certo qualcuno con cui fare una partita...».
Non era possibile nemmeno scambiare due chiacchiere in pace, perché c’era sempre qualcuno intorno. La signorina Otard andava dalla cucina al salotto, apriva un cassetto, un armadio, ora si sedeva, ora si rialzava, con l’aria di chi deve tenere tutti sotto controllo per scongiurare chissà quale disastro. Certo, se si fosse assentata un quarto d’ora, qualcuno avrebbe potuto approfittarne per sgraffignarle un vecchio numero della «Mode du Jour» o per dar fuoco alla credenza!
Ogni tanto entrava anche Irma, che apriva il cassetto di quella credenza per riporre o prendere le posate.
Quanto alla signora triste – Maigret e la moglie l’avevano soprannominata così perché non sapevano come si chiamasse –, se ne stava accanto alla stufa in sala da pranzo, rigidamente seduta su una sedia, e leggeva un libro di cui non era dato sapere il titolo perché non aveva più la copertina.
Da quanto si poteva arguire, era ospite della pensione da parecchie settimane. Doveva essere sulla trentina e un po’ malaticcia, forse in convalescenza dopo un intervento chirurgico. In ogni caso, si muoveva con precauzione, come se avesse paura di rompersi. Mangiava poco, sospirando, quasi si rammaricasse di ogni minuto sacrificato a una funzione così volgare.
L’altra signora, la sposina, come la chiamava Maigret con un sorriso sarcastico, era tutto il contrario e creava vere e proprie correnti d’aria anche solo spostandosi da una poltrona all’altra.
La sposina aveva una quarantina d’anni, forse quarantacinque. Era piccola di statura e grassoccia, oltre ad avere un bel caratterino, a giudicare da come il marito accorreva al suo minimo richiamo assumendo subito un’aria deferente e impacciata.
Il marito in questione era sui trenta, e non occorreva osservarlo a lungo per capire che il suo non era stato un matrimonio d’amore, bensì un modo per assicurarsi, in cambio della rinuncia alla libertà, il pane per la vecchiaia.
Si chiamavano Mosselet: Jules ed Émilie Mosselet.
Sebbene in modo impercettibile, le lancette avanzavano. Maigret si ricordò solo in seguito di aver guardato l’orologio mentre Jeanne serviva un infuso di menta alla signora triste. Erano scoccate da poco le cinque, e la domestica gli parve più subdola che mai.
Di lì a poco il signor John, un giovanotto inglese, rientrò lasciando penetrare nel salotto una folata di vento freddo e bagnando il pavimento con i rivoli d’acqua che grondavano dal suo impermeabile.
Aveva il viso arrossato dall’aria pungente e dalla notizia che portava. Con un accento molto marcato annunciò:
«Il traghetto sta per partire... Chiami qualcuno per i bagagli, signorina Otard...».
Scalpitava sin dal mattino perché aveva fretta di tornare in Inghilterra, e ora veniva dalla stazione marittima dove gli avevano detto che la nave avrebbe tentato la traversata.
«Ha preparato il conto?».
Maigret esitò un istante. Fu tentato, a rischio di inzupparsi da capo a piedi, di seguire il consiglio della moglie e di correre rasente i muri fino alla Brasserie des Suisses, dove almeno c’era un po’ di vita e di movimento.
Si avvicinò finanche all’attaccapanni, in corridoio, dove scorse nella penombra le tre pesanti valigie del signor John. Poi alzò le spalle e tornò in salotto.
«Cosa resti a fare qui? Ti fai solo venire il malumore...».
Non foss’altro che per quell’osservazione, Maigret si lasciò cadere di peso in una poltrona, prese la prima rivista che gli venne a tiro e si mise a sfogliarla.
Va detto che non aveva proprio niente da fare, né pensieri da rimuginare. A rigore, quindi, era nelle condizioni ideali per notare ogni dettaglio.
La pensione era piuttosto piccola. In qualunque stanza si fosse, giungeva ogni minimo rumore, al punto che la sera, quando i coniugi Mosselet si ritiravano nella loro camera, la situazione diventava imbarazzante.
Eppure Maigret non vide nulla, non sentì nulla, non ebbe neppure l’ombra di un presentimento.
A malapena si accorse che il signor John pagava il conto e andava nell’office per lasciare una mancia a Irma. E a malapena rispose al cenno di saluto dell’inglese, deducendo che a Jeanne, più forzuta del giovanotto, toccava portare all’imbarco ben due valigie.
Ma non la vide uscire. La faccenda non lo riguardava. Poiché la rivista che gli era capitata sottomano trattava di agricoltura, si imbatté in un lungo articolo, scritto a caratteri microscopici, sulle abitudini dei topi di campagna, e finì con l’appassionarsi ottusamente all’argomento.
Da quel momento le lancette poterono avanzare in pace sul quadrante grigioverde della pendola senza che nessuno vi prestasse attenzione. La signora Maigret, che contava i punti del suo lavoro a maglia, muoveva le labbra in silenzio. Di tanto in tanto un tizzone crepitava nella stufa o una raffica di vento sibilava nella canna del camino.
Un acciottolio di stoviglie avvisò che Irma stava apparecchiando la tavola. Giungeva anche un lieve odore di frittura che annunciava per cena il solito nasello.
Tutt’a un tratto un suono di voci echeggiò nell’oscurità della strada, voci animate e come scaturite dalla tempesta, che si fecero sempre più vicine, passarono accanto alle persiane e si fermarono davanti all’uscio per culminare nella più violenta scampanellata mai udita in quella casa.
Ma neanche questo riscosse Maigret. Per ore si era augurato un diversivo alla monotonia della giornata, e adesso che quel diversivo si presentava, ben più prodigo di quanto avesse sperato, lui restava immerso nelle sue letture sui topi di campagna.
«Sì, è qui...» fece la voce della signorina Otard.
La casa si riempì di correnti d’aria, pioggia, abiti grondanti, visi arrossati e in preda all’agitazione, sicché Maigret non poté fare a meno di alzare la testa e di scorgere la divisa di un agente della Polizia municipale e il cappotto nero di uno sconosciuto piuttosto basso di statura, con un sigaro spento fra le labbra.
«Lavorava qui una certa Jeanne Fénard?».
Maigret notò che tra i presenti c’era anche il bambino, spuntato da chissà dove, forse dai recessi della cucina.
«È stata uccisa con un colpo di rivoltella in rue de la Digue...».
La prima reazione della signorina Otard fu di incredulità, di diffidenza. Non era certo tipo da lasciarsi raccontare frottole da un emerito sconosciuto... E a labbra strette diede una degna risposta:
«Figurarsi!».
Ma dovette ricredersi perché l’uomo dal sigaro spento continuò:
«Sono il commissario di polizia... La prego di seguirmi per il riconoscimento del corpo... Tutti gli altri, nel frattempo, sono invitati a non allontanarsi da qui...».
Gli occhi di Maigret scintillarono di malizia. La moglie lo guardò come a dirgli:
«Perché non ti presenti?».
Ma Maigret era appena andato in pensione e aveva appena iniziato ad assaporare il piacere dell’anonimato. Sprofondò nella poltrona con vera e propria voluttà e prese a osservare il commissario con occhio critico.
«Si metta qualcosa addosso e mi segua, per favore...».
«E dove?» insorse di nuovo la signorina Otard.
«All’obitorio...».
Allora echeggiò un grido, una crisi di nervi, vera o ben simulata, un gemito della signora triste di cui Maigret si era dimenticato.
Irma accorse dall’office con un piatto in mano.
«Jeanne è morta?».
«Non ti impicciare, tu...» ordinò la signorina Otard. «Comincia a servire la cena, io torno subito».
Poi notò il bambino, che non aveva capito niente e che gironzolava tra le gambe degli adulti.
«Portalo in camera sua... Mettilo a letto...».
Dov’era la signora Mosselet in quel momento? Sembrava una domanda facile, eppure Maigret non avrebbe saputo rispondere. Di contro, Jules Mosselet, che dentro casa portava un paio di ridicole pantofole di feltro rosso, era lì, vicino al corridoio. Forse dalla sua camera aveva sentito il trambusto ed era sceso.
«Che cosa è successo?» chiese.
Ma il commissario aveva fretta. Mormorò qualcosa all’agente in divisa, e questi, toltosi il soprabito e il képi, si accese una sigaretta e andò a piazzarsi davanti al fuoco con l’aria di chi si predispone a una lunga attesa.
La signorina Otard, con indosso una incerata gialla e stivali di gomma, si girò ancora una volta, mentre il commissario la trascinava fuori, e gridò a Irma:
«Sbrigati a servire la cena! I naselli finiranno per bruciare...».
Irma piangeva come per un riflesso, o per educazione, poiché c’era di mezzo un morto. Piangeva e serviva in tavola, voltando la testa per non far cadere le lacrime nei piatti.
A quel punto Maigret notò tra i commensali la signora Mosselet, per niente turbata, ma curiosa.
«Mi chiedo come sia possibile... È successo in mezzo alla strada, vero?... Questo vuol dire che ci sono degli apaches a Dieppe...».
Mosselet mangiava con appetito. La signora Maigret continuava a non capire perché il marito si mostrasse così indifferente alla situazione, lui che per tutta la vita non aveva fatto altro che occuparsi di delitti.
La signora triste guardava il nasello pressappoco come il pesce guardava lei, e di tanto in tanto apriva la bocca, non per mangiare, ma per lasciarne uscire un po’ d’aria, a mo’ di sospiro.
Quanto all’agente, aveva preso una sedia, vi si era seduto a cavalcioni e guardava gli altri che cenavano, impaziente di rivendicare il suo ruolo.
«Sono stato io a trovare il corpo!» disse con orgoglio alla signora Mosselet, che sembrava la più interessata.
«E come?».
«Per puro caso... Abito in rue de la Digue, una stradina che conduce al porto, proprio in fondo, all’estremità del lungomare, dopo la Manifattura Tabacchi. Come dire che non ci passa mai nessuno. Camminavo a passo svelto, quando, abbassando lo sguardo, ho intravisto una sagoma scura...».
«Che orrore!» esclamò senza convinzione la signora Mosselet.
«Sulle prime ho pensato che fosse uno dei tanti ubriachi che troviamo ogni giorno sui marciapiedi...».
«Anche in inverno?».
«Soprattutto in inverno, perché molti si mettono a bere per riscaldarsi...».
«Mentre in estate bevono per rinfrescarsi!» scherzò Jules Mosselet lanciando un’occhiata ammiccante alla moglie.
«Diciamo così... Ho tastato con la mano e ho capito che era una donna... Ho chiesto rinforzi e l’abbiamo portata in una farmacia, quella all’angolo di rue de Paris, e lì abbiamo constatato che era morta... È stato allora che l’ho riconosciuta, perché io le facce del quartiere me le ricordo tutte... Ho detto al commissario: “Questa è la domestica della pensione Otard...”».
A quel punto Maigret si fece timidamente avanti, come un pensionato qualunque che non sa se immischiarsi in faccende che non lo riguardano.
«C’erano per caso delle valigie accanto alla vittima?».
«Perché avrebbero dovuto esserci delle valigie?».
«Non lo so... Mi chiedo anche se il corpo fosse girato verso il porto o in questa direzione...».
L’agente si grattò la testa.
«Aspetti... Dalla posizione in cui era, direi che la ragazza stava venendo qui quando è stata...».
Sembrò pensarci su qualche istante, poi si decise a prendere la bottiglia di vino rosso e si riempì un bicchiere mormorando:
«Permettete?».
Così facendo si era avvicinato alla tavola. Sul vassoio restavano ancora due naselli rinsecchiti. L’agente ci pensò su di nuovo, ne prese uno, lo mangiò senza coltello né forchetta, e andò a gettare la lisca nel secchio del carbone.
Poi interrogò con lo sguardo tutti i commensali, accertandosi che non ci fossero pretendenti per il secondo pesce, e mangiò anche quello. Si scolò un altro bicchiere e sospirò:
«Dev’essere un delitto passionale... Andava sempre a caccia di uomini, quella ragazza... Era una frequentatrice assidua della balera in fondo al porto...».
«Allora è diverso» mormorò la signora Mosselet, la quale, giacché si trattava di un delitto passionale, sembrava trovare la cosa del tutto normale.
«Mi stupisce, però,» continuò l’agente, mentre Maigret non gli staccava gli occhi di dosso «che abbiano usato una pistola... Sapete, i marinai preferiscono il coltello...».
In quel momento rientrò la signorina Otard. Il vento, che di solito arrossa i volti, l’aveva resa ancora più pallida. Inoltre la situazione la faceva sentire importante, e il suo atteggiamento sembrava dichiarare:
«Ci sono cose che io so e voi no, ma non mi caverete una sola parola...».
Passò in rassegna con lo sguardo la tavola, i commensali, i piatti, e vide le lische di nasello. Si girò verso Irma, che tirava su col naso, addossata allo stipite della porta, e le chiese in tono severo:
«Che cosa aspetti a servire il vitello?».
Poi, rivolta all’agente:
«Spero che le abbiano offerto da bere... Il suo capo arriverà tra poco... Sta telefonando a Newhaven...».
Maigret ebbe un sussulto e lei se ne accorse. Le parve che quel sussulto nascondesse qualcosa di losco, e un sospetto dovette attraversarle la mente.
A riprova, si sentì in dovere di aggiungere:
«... Almeno, suppongo...».
Ma la sua non era una supposizione, era una certezza. Dunque il commissario di polizia aveva sentito parlare del signor John e della sua precipitosa partenza.
Di conseguenza, per il momento la pista ufficiale era quella del giovane inglese.
«Tutto questo non gioverà alla mia salute!» mormorò con voce sofferente la signora triste, che non apriva bocca più di due volte al giorno, se non per sospirare.
«E io, allora?» si indignò la signorina Otard, per la quale era inammissibile che qualcuno si sentisse colpito dalla vicenda più di lei. «Crede che tutto questo gioverà ai miei affari? Ho perso mesi e mesi dietro a quella ragazza per insegnarle i rudimenti del mestiere... Irma! Insomma, ti vuoi decidere a portare la salsa?».
Il risultato più evidente di tutti quegli andirivieni fu di lasciar penetrare in casa il freddo: invece di stemperarsi nel tepore dell’ambiente, l’aria gelida si convogliava in piccoli vortici svolazzanti che si attaccavano alle spalle provocando un brivido lungo la schiena.
Allora Maigret si alzò e, incurante del secchio vuoto, andò ad attizzare il fuoco nella stufa. Poi caricò la pipa, l’accese usando a mo’ di fiammifero un pezzo di carta arrotolato, e assunse per abitudine la sua posa preferita, quella che al Quai des Orfèvres conoscevano tutti: pipa fra i denti, spalle al fuoco, mani incrociate dietro la schiena, e l’espressione indefinibile, cocciuta o assente, che gli si dipingeva in volto quando una serie di elementi sparsi cominciava a comporsi nella sua mente, formando un germe, ancora indistinto, di verità.
L’ingresso del commissario di polizia non lo smosse di un millimetro. Sentì:
«Il traghetto non è ancora arrivato... Mi avvertiranno...».
Non era difficile immaginare la nave a vapore sballottata nell’oscurità della Manica, dove l’unica cosa visibile doveva essere la cresta biancastra delle onde. E i passeggeri con il mal di mare, la sala ristorante deserta, ombre nervose sul ponte immerso nel buio, e come unico punto di riferimento lo scintillio intermittente del faro di Newhaven.
«Mi vedo costretto a interrogare tutti i presenti, uno alla volta...».
La signorina Otard capì al volo e decise:
«Chiudiamo la porta di comunicazione. Lei può mettersi in salotto e...».
Il commissario non aveva cenato, ma i naselli erano finiti e lui non osò tuffare le dita nel piatto da portata in cui il vitello annegava nella salsa.
2
Fu un caso. L’agente si era guardato intorno chiedendosi da chi cominciare. Il suo sguardo aveva incrociato quello della signora Maigret, che gli era parsa abbastanza docile per dare il buon esempio.
«Si accomodi...» le aveva detto aprendo la porta del salotto e richiudendosela alle spalle, mentre un lieve sorriso aleggiava sulle labbra dell’ex commissario.
Anche con la porta chiusa si sentiva pressoché tutto ciò che dicevano dall’altro lato, e il sorriso di Maigret si accentuò quando il collega, nella stanza accanto, chiese:
«Scritto con “ai” o con “é”?».
«Con “ai”...».
«Come il famoso commissario?».
Da buona moglie, lei si limitò a rispondere:
«Sì!».
«È suo parente, per caso?».
«È mio marito».
«Ma allora il signore che è con lei... è... è il commissario Maigret?».
Un attimo dopo Maigret era in salotto, davanti al povero commissario, che aveva un’aria raggiante ma anche un po’ preoccupata.
«Voleva divertirsi alle mie spalle, lo ammetta!... E pensare che stavo per interrogarla come una persona qualunque... Badi che sono qui solo per scrupolo di coscienza, e un po’ anche per ingannare il tempo in attesa che arrivino notizie da Newhaven... Ma lei, che era qui, che in un certo senso ha visto annunciarsi la tragedia, si sarà fatto un’idea più chiara, e le sarei grato se...».
«Le assicuro che non mi sono fatto la benché minima idea».
«Ma, insomma, chi sapeva che la ragazza stava uscendo?».
«Di certo tutti quelli che erano in casa. Ma mi rendo conto adesso di quanto sia difficile il ruolo di testimone: non saprei dirle di preciso chi c’era in quel momento».
«Era occupato?».
«Stavo leggendo...».
Non ebbe il coraggio di aggiungere che stava leggendo un articolo sulla vita delle talpe e dei topi di campagna.
«Ho percepito un po’ di trambusto... Poi... La signora Mosselet, per esempio! Era da basso o no? E, se c’era, dov’era seduta? Che cosa faceva?».
Il commissario di polizia non era soddisfatto. Sospettava che il suo illustre collega si divertisse a lasciarlo cavarsi d’impaccio da solo, e forse si ripromise di dimostrargli che anche lui, anonimo poliziotto di provincia, sapeva come condurre un’inchiesta.
Fece entrare la signora triste, che si chiamava Germaine Moulineau ed era una maestra in congedo per malattia.
«Ero seduta in sala da pranzo» balbettò la donna. «Mi ricordo di aver pensato che non era giusto far portare le valigie dell’inglese a quella povera ragazza, con tanti uomini grandi e grossi che se ne stavano a rigirarsi i pollici».
Era una frecciata rivolta a Maigret, come dimostrava il modo in cui aveva guardato le sue spalle robuste mentre alludeva agli uomini grandi e grossi.
«E da quel momento non si è mai allontanata dalla sala da pranzo?».
«No, aspetti! Sono salita in camera mia».
«C’è rimasta a lungo?».
«Più o meno un quarto d’ora... Ho preso un cachet e ho aspettato che facesse effetto...».
«Scusi se glielo chiedo, ma è una domanda che farò a tutti gli ospiti della pensione, e la considero una semplice formalità: immagino che oggi lei non abbia messo piede fuori, perciò avrà tutti gli abiti asciutti, non è vero?».
«No... Verso metà pomeriggio sono uscita un momento...».
Un’altra prova della poca attendibilità delle testimonianze! Maigret non si era accorto che fosse uscita dalla pensione, né che si fosse assentata dalla sala da pranzo per un quarto d’ora!
«È andata in farmacia a comprare il cachet, suppongo...».
«No... Volevo guardare il porto sotto la pioggia e il mare in burrasca».
«La ringrazio... Avanti un altro!».
L’altro era un’altra, cioè Irma, che continuava a tirare su col naso gualcendo tra le dita un angolo del grembiule.
«Le risulta che la sua collega Jeanne avesse dei nemici?».
«Nossignore...».
«Le era parsa più nervosa del solito, come se si sentisse minacciata?».
«No, però stamattina mi ha detto che non sarebbe rimasta ancora a lungo a sgobbare in questo postaccio... Sono parole sue...».
«Vi trattano male?».
«Non ho detto questo» si affrettò a dichiarare lanciando un’occhiata alla porta.
«Sa almeno se Jeanne aveva qualche amante?».
«Questo è sicuro!».
«Come fa a esserne così certa?».
«Perché temeva sempre di essere incinta».
«Si ricorda qualche nome?».
«C’era un pescatore che a volte veniva a chiamarla facendole un fischio dalla stradina, un certo Gustave...».
«Di quale stradina parla?».
«Quella sul retro... Basta attraversare il cortile della cucina...».
«Lei è uscita, oggi pomeriggio?».
La ragazza esitò, stava per dire di no, esitò di nuovo e alla fine ammise:
«Solo per qualche minuto... Sono andata al panificio a comprare un croissant...».
«A che ora?».
«Non saprei... Intorno alle cinque...».
«Che bisogno aveva di comprare un croissant?».
«Qui non si mangia molto...» mormorò con voce quasi impercettibile.
«La ringrazio».
«Non lo dirà, vero?».
«Stia tranquilla... Avanti il prossimo!...».
Questa volta toccò a Jules Mosselet, che aveva un’aria più disinvolta del solito.
«Ai suoi ordini, commissario...».
«Lei è uscito, oggi pomeriggio?».
«Sì, commissario... Sono andato a comprare le sigarette...».
«A che ora?».
«Saranno state le cinque meno cinque, o meno dieci... Sono tornato quasi subito... Col tempaccio che c’era...».
«Conosceva la vittima?».
«Per niente...».
Fu congedato come gli altri, e al suo posto entrò la moglie, che si sentì rivolgere la domanda ormai di rito.
«Lei è uscita oggi pomeriggio?».
«Sono tenuta a rispondere, non è vero?».
«Farebbe meglio...».
«In questo caso le chiedo soltanto di non parlarne con mio marito. Lei può capirmi. Jules è un giovanotto che ha molto successo con le donne. E siccome è di carattere debole, io sto all’erta. Quando l’ho sentito uscire, l’ho seguito per sapere dove andava...».
«E dove è andato?» chiese il commissario strizzando l’occhio a Maigret.
La risposta fu quanto meno inattesa:
«Non lo so...».
«Come non lo sa? Ha appena ammesso di averlo seguito...».
«Sì, certo! Perché è quello che pensavo di fare. Capisce? Il tempo di indossare il cappotto, di aprire l’ombrello, e lui era già all’angolo della strada. Quando sono arrivata lì a mia volta, ho intravisto da lontano una sagoma con un impermeabile scuro e mi ci sono messa alle calcagna. Ma cinque minuti dopo, quando la sagoma è passata accanto a una vetrina illuminata, mi sono resa conto che non era Jules... Allora sono tornata alla pensione e ho fatto finta di niente...».
«Dopo quanto tempo è rientrato suo marito?».
«Non lo so... Ero di sopra... Potrebbe essere rimasto da basso per un po’...».
In quel momento echeggiò una violenta scampanellata e un agente in divisa consegnò un dispaccio al commissario. Questi lo aprì, gli diede una scorsa e lo passò a Maigret, che lesse:
«Nessun passeggero di nome John Miller, né altro passeggero conforme alla descrizione risulta sbarcato dal traghetto Dieppe-Newhaven».
Per pura cortesia, il commissario aveva chiesto a Maigret se voleva accompagnarlo per seguire gli sviluppi dell’inchiesta, ma in realtà la cosa non gli faceva molto piacere, visto che l’ex collega non sembrava granché disposto ad aiutarlo.
Ciò nondimeno, mentre camminavano fianco a fianco costeggiando la fila di case, con il rischio di beccarsi una tegola in testa – qua e là sul marciapiede ce n’erano alcune in frantumi –, gli spiegò:
«Non voglio lasciare niente al caso, come vedrà. Non me la racconta giusta, quel John Miller. La signorina Otard mi ha detto che alloggiava alla pensione da parecchi giorni, ma che alle sue domande rispondeva sempre in modo evasivo. Ha pagato il conto in moneta francese; però, particolare bizzarro, con una insolita quantità di spiccioli. Usciva molto di rado e soltanto al mattino. Per due giorni di seguito la signorina Otard l’ha incontrato al mercato, dove sembrava interessarsi a burro, uova e verdure...».
«Oppure ai borsellini delle massaie!» fece Maigret.
«Pensa che sia un borseggiatore?».
«Se non altro, questo spiegherebbe perché sia tornato in Inghilterra sotto falso nome e con abiti diversi da quelli descritti nella scheda segnaletica...».
«Il che non mi impedirà di farlo ricercare. Adesso andiamo al caffè di Victor, accanto al mercato del pesce. Spero proprio di trovarvi quel Gustave di cui ci ha parlato la servetta per vedere se è lo stesso Gustave che conosco io: un tizio con un dente rotto, detto appunto lo Sdentato, che ho già arrestato parecchie volte...».
«Il suo agente sostiene che i giovanotti di qui preferiscono il coltello alla pistola» obiettò ancora Maigret tentando di scavalcare una pozzanghera e inzaccherandosi lo stesso.
Nel giro di pochi minuti arrivarono da Victor; nella sala dal pavimento sporco di fango c’era una decina di tavoli occupati da marinai in camiciotto e zoccoli. L’ambiente era rischiarato da una luce troppo cruda e il grammofono diffondeva una musica assordante; il padrone e due cameriere con il grembiule sudicio si davano un gran da fare.
Era evidente che tutti avevano riconosciuto a prima vista il commissario di polizia, il quale, seguito da Maigret, andò a sedersi in un angolo e ordinò una birra. Quando una cameriera gliela portò, lui la trattenne per il grembiule e le chiese sottovoce:
«A che ora è venuta Jeanne oggi pomeriggio?».
«Quale Jeanne?».
«L’amante di Gustave...».
La ragazza esitò, poi lanciò un’occhiata verso un gruppo di clienti come riflettendo.
«Mi pare di non averla vista!» disse alla fine.
«Viene spesso, non è vero?».
«Capita... Ma non entra... Si affaccia alla porta per vedere se c’è Gustave, e lui, se c’è, si alza e la raggiunge fuori».
«Gustave ha passato tutto il pomeriggio qui?».
«Bisognerebbe chiederlo alla mia collega Berthe... Io mi sono allontanata per un po’...».
Maigret gongolava. Sembrava felice di vedere che non era il solo a non saper fornire una testimonianza certa.
Berthe, l’altra cameriera, era strabica. Forse era questo a darle un’aria così sgradevole.
«Se vuole saperlo,» rispose al commissario «lo chieda direttamente a lui. Io non sono pagata per controllare chi entra e chi esce».
Intanto la cameriera di prima era andata a parlare con un tale dai capelli rossi e con ai piedi un paio di stivali di gomma, che si alzò tirandosi su i pantaloni di tela grezza trattenuti in vita da uno spago, sputò a terra e si avvicinò al commissario. Quando aprì bocca, lasciò vedere un vuoto fra i denti davanti.
«Cercava me?».
«Vorrei sapere se hai visto Jeanne oggi pomeriggio...».
«E a lei che cosa gliene importa?».
«Jeanne è morta».
«Ma che dice...».
«Sì, invece. È stata uccisa per strada con un colpo di rivoltella».
Il giovanotto parve davvero sorpreso e si guardò intorno esclamando:
«Sentite, voi altri! Che cos’è questa storia? Jeanne è morta?».
«Rispondi alla mia domanda. L’hai vista?».
«E va bene! Meglio dire la verità. È venuta...».
«A che ora?».
«Non me lo ricordo... Stavo prendendo l’aperitivo con Polyte...».
«Erano passate le cinque?».
«Sicuramente!».
«È entrata?».
«No, non le permetto di entrare nei caffè che frequento io. L’ho vista affacciarsi alla porta e sono andato a dirle di togliersi dai piedi...».
«Perché?».
«Affari miei!».
Il proprietario del caffè aveva spento il grammofono, e nella sala regnava il silenzio. Gli avventori tendevano l’orecchio per cogliere brani della conversazione.
«Avevate litigato?».
Lo Sdentato si strinse nelle spalle, come chi sa già che non gli sarà facile farsi capire.
«Sì e no...».
«Spiegati meglio!».
«Diciamo che io avevo adocchiato un’altra, e lei era gelosa...».
«Chi è quest’altra?».
«Una tizia che una volta è venuta alla balera con Jeanne...».
«Come si chiama?».
«Che ne so io... Ma sì, se proprio ci tiene!... Del resto, non l’ho neppure sfiorata, perciò, anche se è minorenne, nessuno può piantarmi grane... È la ragazzina che lavora con Jeanne alla pensione... Ecco tutto! Quando ho visto Jeanne dietro la porta, sono uscito in strada e le ho detto che se non si toglieva dai piedi le davo un fracco di legnate».
«E poi? Sei tornato subito dentro?».
«No, non subito... Sono andato a dare un’occhiata al traghetto per Newhaven, che stava partendo... Pensavo che avrebbe sbagliato la manovra, a causa del mare grosso... Vuole arrestarmi?».
«Non ancora...».
«Non deve preoccuparsi, sa? Tanto ci sto facendo il callo ad andarci sempre di mezzo io per colpa degli altri... E pensare che è morta!... Non ha sofferto, spero...».
Per Maigret era strano starsene lì senza dire niente. Non si era ancora abituato al ruolo di comune cittadino. Sentiva fare le domande da una voce che non era la sua, e doveva sforzarsi di non intervenire, approvare o disapprovare.
Ogni tanto gli veniva alle labbra qualche domanda ed era un vero supplizio doverla ricacciare indietro.
«Viene con me?» gli chiese il commissario di polizia alzandosi e gettando un po’ di spiccioli sul tavolo.
«Dove va?».
«Al commissariato. Devo redigere il rapporto. E poi me ne andrò a dormire, tanto per oggi non c’è nient’altro da fare...».
Solo quando furono sul marciapiede, sollevandosi il bavero del cappotto, mormorò:
«Naturalmente metterò un agente alle costole dello Sdentato... È il mio metodo, e anche il suo, credo... Voler ottenere a ogni costo risultati immediati è un errore, uno non fa altro che stancarsi e perdere la calma... E io domani avrò il mio bel da fare con i signori della Procura...».
Maigret preferì salutarlo davanti al commissariato: che ci sarebbe andato a fare nell’ufficio dove il suo diligente collega si riproponeva di stilare un rapporto dettagliato?
Il vento si era un po’ placato, ma la pioggia continuava a cadere, solo più fluida, per così dire, perché adesso cadeva in verticale. Ogni tanto qualcuno passava davanti alle vetrine ancora illuminate.
Come gli capitava in passato quando un’inchiesta non ingranava bene, per prima cosa Maigret si mise a perdere tempo, cioè entrò alla Brasserie des Suisses e per un buon quarto d’ora seguì distrattamente la partita a jacquet dei suoi due vicini di tavolo.
Aveva i piedi bagnati e l’impressione di essersi buscato un raffreddore. Perciò, dopo aver bevuto una birra, decise di ordinare un grog al rum che gli diede alla testa.
«Andiamo, va’!...» sospirò alzandosi.
Non erano affari suoi! Certo, un po’ gli dispiaceva, ma, dopo aver tanto atteso l’età della pensione, ora che era arrivata non poteva rammaricarsene.
Fuori, in fondo al lungomare, ben oltre la stazione marittima, ormai deserta e rischiarata solo da una lampada ad arco, scorse un riflesso di luce violacea sul marciapiede bagnato, e si ricordò della balera di cui aveva sentito parlare.
Senza aver deciso di andarci, anzi continuando a ripetersi che non doveva occuparsi di quel caso, si ritrovò davanti a una strana facciata dipinta in toni sgargianti e ornata di lampadine colorate. Quando aprì la porta fu investito da un’ondata di java, ma rimase deluso alla vista del locale pressoché vuoto.
Sulla pista da ballo c’erano due donne, con ogni probabilità operaie che non volevano sprecare i propri soldi, e i tre musicisti suonavano solo per loro.
«Ma che giorno è?» chiese al proprietario sedendosi al bancone.
«Lunedì... Sa, oggi non ci sarà molto movimento... Qui la gente viene più che altro il sabato e la domenica, a volte il giovedì... Forse più tardi arriverà qualche coppia, dopo il cinema, anche se con questo tempo... Che cosa le do?».
«Un grog...».
Se ne pentì l’istante dopo, quando glielo vide preparare con un surrogato di rum e acqua bollita in un pentolino di dubbia pulizia.
«È la prima volta che viene? È a Dieppe di passaggio?».
«Sì, di passaggio...».
E l’altro, equivocando le intenzioni di Maigret, spiegò:
«Sa, da me non trova professioniste. Può ballare, offrire qualcosa da bere alle ragazze, ma per il resto è più difficile... Soprattutto oggi!».
«Perché è lunedì?».
«Non solo... Guardi quelle due ragazzette che ballano... Lo sa perché ballano?».
«No».
«Per farsi passare il magone... Poco fa una piangeva e l’altra guardava fisso nel vuoto... Ho offerto io un giro, per tirarle su di morale... Non è piacevole venire a sapere che un’amica è morta così...».
«Ah, c’è stata una disgrazia?».
«Un delitto, sì! In una stradina a meno di cento metri da qui... Una servetta che è stata ritrovata con un proiettile in testa...».
Maigret pensò:
«E a me non è neanche venuto in mente di chiedere se era stata colpita al petto o alla testa!».
Poi, a voce alta:
«Quindi il colpo è stato sparato da vicino...».
«Da vicinissimo, anche perché, con questo buio, e in mezzo alla bufera, sarebbe stato difficile prendere la mira già a tre passi di distanza... Comunque, scommetto che non è stato uno di qui... Una scazzottata, passi... Non c’è sabato in cui non mi tocchi buttare fuori qualcuno prima che scoppi una rissa... Insomma, da quando l’ho saputo, anch’io sono un po’ giù di corda...».
E, a conferma delle sue parole, si scolò un bicchierino e fece schioccare la lingua.
«Vuole che gliele presenti?».
Maigret non fece in tempo a schermirsi che il padrone aveva già chiamato le due ragazze con un cenno.
«Questo signore si annoia e vorrebbe offrirvi da bere... Mettetevi qui. Starete più tranquilli in quest’angolo...».
Il suo sguardo lasciò intendere a Maigret che poteva anche prendersi qualche libertà senza dare nell’occhio.
«Che cosa vi porto? Tre grog?».
«Vada per il grog...».
Era imbarazzante. Maigret non c’era abituato. Le due ragazze lo osservavano di sottecchi, cercando di intavolare una conversazione.
«Lei non balla?».
«Non so ballare...».
«Possiamo insegnarglielo noi».
Ah no, questo no! Non ci si vedeva a volteggiare sulla pista sotto lo sguardo divertito dei tre musicisti!
«Fa il commesso viaggiatore?».
«Sì... Sono qui di passaggio... Il proprietario del locale mi ha appena raccontato della vostra amica... Sì, insomma, di quella brutta faccenda...».
«Non era una nostra amica!» ribatté una delle due.
«Ah, credevo...».
«Se fosse stata un’amica, non saremmo qui! Comunque la conoscevamo, come tutti i frequentatori di questo posto. Ora che è morta, non è giusto parlarne male... È già abbastanza triste così...».
«Certo...».
Bisognava dare spago. E soprattutto saper aspettare senza mettere in soggezione le due ragazze.
«Era una civetta?» azzardò tuttavia.
«A dir poco...».
«Zitta, Marie! È morta...».
Cominciarono ad arrivare altri clienti. Una delle ragazze ballò più volte con uomini sconosciuti. A un certo punto Maigret scorse Gustave lo Sdentato, ubriaco fradicio, appoggiato al bancone.
L’ubriaco lo fissò e parve sul punto di riconoscerlo, tanto che Maigret temette una scenata. Ma non accadde niente. Gustave era troppo annebbiato dall’alcol per mettere a fuoco alcunché, e il proprietario del locale aspettava solo l’occasione giusta per buttarlo fuori.
In cambio del favore che aveva reso a Maigret presentandogli le due bellezze della casa, gli imponeva un giro di grog ogni quarto d’ora.
Così, quando all’una di notte uscì dalla balera, l’ex commissario della Polizia giudiziaria non solo urtò contro lo stipite della porta, ma ebbe qualche difficoltà ad abbottonarsi il cappotto e finì con il mettere i piedi in tutte le pozzanghere.
I clienti della pensione che rientravano dopo le undici dovevano suonare uno speciale campanello collegato con la camera della signorina Otard, ma Maigret non se ne ricordò. Diede un violento strattone alla corda dell’altro campanello, svegliando tutti, e fu accolto nel peggiore dei modi dalla proprietaria, che aveva indossato il cappotto sulla camicia da notte.
«Ci mancava solo questa!...» la sentì borbottare.
La signora Maigret era a letto, ma udendo rumore di passi sulle scale accese la luce e osservò stupita l’andatura barcollante del marito e il gesto insolito con cui si strappò via il colletto.
«Vorrei proprio sapere dove sei stato...» mormorò girandosi verso il muro.
«Dove sono stato?...» le fece eco Maigret.
Poi, con uno strano sorriso, ripeté:
«Dove sono stato?... Poniamo a Villecomtois...».
La moglie aggrottò le sopracciglia frugando nella memoria e giunse alla conclusione di non aver mai sentito quel nome.
«È qui vicino?».
«Nello Cher... Villecomtois!...».
Meglio rimandare le domande all’indomani.
3
Vacanza o non vacanza, che fosse andata a letto presto o a letto tardi – cosa che non le capitava quasi mai –, la signora Maigret aveva la mania di alzarsi a ore antelucane. Già il giorno precedente l’ex commissario l’aveva rimbrottata per questo, trovandola, alle sette del mattino, vestita di tutto punto e senza niente da fare.
«Restarmene a poltrire proprio non mi riesce» aveva risposto lei. «Sono così abituata ad avere le mie faccende da sbrigare...».
Stessa cosa quel mattino. A un certo punto Maigret aprì un occhio, disturbato dal bagliore giallo della luce elettrica. Non era ancora giorno e già nella camera arrivava un lieve gorgoglio d’acqua.
«Come diavolo si chiama?» pensò Maigret nel dormiveglia, constatando con disappunto che gli sarebbe venuto il mal di testa.
La parola che adesso gli sfuggiva – quel nome di paese o di cittadina che la sera prima, appena rientrato alla pensione, aveva menzionato alla moglie – l’aveva talmente ipnotizzato che a furia di ripetersela, come spesso capita, non se la ricordava più.
Ebbe l’impressione di non riaddormentarsi del tutto, perché continuò a percepire qualcosa di ciò che gli accadeva intorno; per esempio, si accorse che il lume era spento e che un fioco chiarore aveva preso il posto della luce elettrica. Poi udì suonare una sveglia in un’altra camera, i passi di qualcuno sulle scale, e il campanello, due volte, alla porta d’ingresso.
Avrebbe voluto sapere se pioveva ancora, se la tempesta si era placata, ma non aveva la forza di aprire bocca per chiederlo. Di colpo si drizzò a sedere, perché la moglie gli scuoteva la spalla, e vide che era giorno fatto: l’orologio sul comodino segnava le nove e mezzo.
«Che succede?».
«Giù c’è il commissario...».
«E con ciò?».
«Vuole parlarti...».
Ovviamente, poiché la sera prima lui doveva aver bevuto qualche grog di troppo – senza volerlo, per di più! –, la signora Maigret si sentiva in dovere di assumere un atteggiamento protettivo e materno.
«Bevi il caffè, finché è caldo...».
Era una di quelle mattine in cui anche solo lavarsi richiede uno sforzo, e Maigret fu tentato di rimandare all’indomani l’incombenza di radersi.
«Come si chiama quel paese?» chiese.
«Quale paese?».
«Quello di cui ti ho parlato ieri sera...».
«Ah, sì!... Mi ricordo vagamente... Un posto nel Cantal...».
«Ma no! Nello Cher...».
«Dici?... Mi pare che finisse in “on”...».
Pazienza! Non se lo ricordava nemmeno lei! Scese, ancora un po’ assonnato, con la testa pesante, fumando la sua pipa – che però quella mattina non aveva il solito sapore. Si stupì di non trovare nessuno in cucina, né nell’office, ma poi, aprendo la porta della sala da pranzo, vide il drappello dei pensionanti al gran completo, immobile, come schierato per una cerimonia o in posa per il fotografo.
La signorina Otard gli lanciò un’occhiataccia, forse rimproverandogli il rumoroso rientro a notte fonda. La signora triste, seduta in poltrona, pareva già lontana, come una moribonda ormai distaccata dalla realtà terrena. Quanto ai Mosselet, dovevano aver avuto la loro prima baruffa, perché evitavano di guardarsi e sembravano avercela con il mondo intero, colpevole di averli fatti litigare.
Persino la giovane Irma non sembrava più la stessa, quasi si fosse inacidita.
«Buongiorno!...» disse Maigret con il tono più allegro che riuscì a trovare.
Nessuna risposta, neanche un cenno per ricambiare il saluto. In compenso si aprì la porta del salotto e apparve il commissario, che porse la mano all’illustre collega con aria piuttosto compiaciuta.
«Prego, si accomodi... Ci avrei scommesso che era ancora a letto...».
La porta si richiuse alle loro spalle. Erano soli nel salotto, dove il fuoco, acceso da poco, fumigava. Dalla finestra Maigret vide la banchina grigia, ancora spazzata dal vento e investita da nuvole di spruzzi a ogni ondata.
«Sì, ero stanco...» borbottò.
E, notando il sorrisino dell’altro, tenne a precisare subito che a lui non la si faceva. Il giorno prima quel dettaglio gli era sfuggito, ma adesso gli era tornato in mente.
«Ma certo, c’era quel Gustave, alla balera! Quindi doveva esserci anche l’agente che lei gli ha messo alle costole... E l’agente le ha raccontato...».
«Le assicuro che non intendevo fare la minima allusione...».
Quell’imbecille! Pensava che Maigret avesse passato la serata alla balera con le due ragazze per...
«Mi sono permesso di disturbarla stamattina perché la polizia di Dieppe ha fatto una scoperta, oserei dire, sensazionale...».
Maigret attizzò il fuoco, per abitudine. Gli sarebbe piaciuto bere qualcosa di fresco, una limonata, per esempio.
«Non ha notato niente, quando è sceso?» proseguì l’altro, che era al settimo cielo, come un attore a cui hanno chiesto il bis e che ha in serbo il suo pezzo forte.
«Si riferisce alle persone che aspettano in sala da pranzo?».
«Già, ho ritenuto opportuno riunire tutti in una stanza per evitare che se ne andassero in giro... Sto per darle una notizia che forse la stupirà: l’assassino o l’assassina della domestica Jeanne Fénard è uno di loro!».
In una mattina come quella ci voleva ben altro per far colpo su Maigret, che si limitò a lanciare al collega uno sguardo torpido, quasi distratto. Questi, peraltro, sarebbe rimasto di stucco se avesse saputo che in quel preciso momento l’unica preoccupazione dell’ex commissario della Polizia giudiziaria era quella di ricordarsi il nome di un paese che finiva in «ois».
«Dia un’occhiata a questo... Non si preoccupi... Le impronte digitali, se ce n’erano, sono state lavate via da ore e ore di pioggia».
Era un oggetto già familiare a Maigret: un cartoncino rettangolare, grigiastro, sul quale era stampata la dicitura «Menu» incorniciata di arabeschi.
I caratteri scritti a inchiostro erano stati quasi cancellati dall’acqua piovana, ma si riusciva ancora a leggere qualche parola: «Zuppa all’acetosella... Sgombri con senape».
«È il nostro menu dell’altro ieri sera...» osservò Maigret, ancora una volta senza mostrarsi impressionato.
«Me l’hanno detto. Abbiamo quindi una certezza: questo menu viene dalla pensione Otard ed è stato distribuito l’altro ieri sera, cioè il giorno prima del delitto. Deve sapere che l’abbiamo ritrovato stamattina, per puro caso, sul marciapiede di rue de la Digue, a meno di tre metri dal punto in cui è stata uccisa Jeanne...».
«Ma guarda!...» borbottò Maigret.
«È d’accordo con me, vero? Avrà notato che ieri sera non mi sono precipitato ad arrestare lo Sdentato, nonostante i suoi precedenti penali, come molti si sarebbero sentiti in dovere di fare. Il mio metodo, gliel’ho detto, è quello di non trarre conclusioni affrettate. La presenza del menu sul luogo del delitto prova, a mio avviso, che l’assassino veniva da qui. E mi spingo oltre! Ho tentato, in mezzo alla tempesta che imperversa anche stamattina, di ricostruire la scena. Immagini di avere le mani bagnate dalla pioggia e di dover sparare con precisione. Che cosa fa? Cava di tasca il fazzoletto per asciugarsi le dita... Ma, nel prendere il fazzoletto, l’assassino fa cadere...».
«Ho capito...» sospirò Maigret accendendosi la seconda pipa della giornata. «E ha scoperto anche il significato dei numeri scarabocchiati sul retro del cartoncino?».
«Non ancora, lo ammetto. Qualcuno, che si trovava qui l’altro ieri sera, ha utilizzato questo menu per annotare qualcosa. Leggo, scritto a matita: “79 x 140”. E sotto: “160 x 80”. Sulle prime ho pensato che fosse il punteggio di qualche gioco, poi ho abbandonato l’ipotesi. Ed escludo anche che sia l’orario di un treno o di un traghetto, come mi era passato per la testa. Questo dettaglio, per il momento, rimane oscuro, ma ciò non toglie che l’assassino sia un ospite della pensione. Ecco perché ho riunito tutti quanti in sala da pranzo sotto la sorveglianza di un mio ispettore. Prima, però, vorrei chiederle una cosa.
«Dato che l’altro ieri lei era qui, ha notato se nel corso della serata qualcuno ha preso appunti a matita su un menu?».
No! Maigret non aveva notato niente del genere. Si ricordava che i Mosselet avevano giocato a dama sul tavolino del salotto, ma non avrebbe saputo dire dove fossero gli altri. Quanto a lui, aveva letto il giornale e si era coricato presto.
«A questo punto,» riprese il commissario, soddisfatto del suo piccolo colpo di scena «ritengo che possiamo partire con gli interrogatori».
Ma Maigret, che continuava a lambiccarsi il cervello su quel benedetto nome, e che aveva sempre più sete, disse con un sospiro:
«Prima, se non le dispiace, mi faccio portare qualcosa da bere».
Aprì la porta di comunicazione e vide che la signora Maigret era andata buona buona a sedersi con gli altri. Nella luce grigiastra, l’atmosfera ricordava la sala d’attesa di un dentista di provincia: tende semiaccostate, volti accigliati, gambe che non osavano stendersi, sguardi prudenti o sospettosi scambiati di sottecchi.
Certo, la signora Maigret avrebbe potuto sottrarsi alla corvée. Ma era fatta così: le veniva naturale mettersi in fila come gli altri, munita del suo lavoro a maglia del quale contava i punti muovendo appena le labbra.
In segno di riguardo, il commissario la fece entrare per prima, scusandosi di disturbarla ancora, e le mostrò il menu senza tentare di coglierla in fallo.
«Le ricorda qualcosa?».
La signora Maigret guardò il marito, scosse la testa, poi rilesse i numeri e aggrottò la fronte, quasi tentando di scacciare un’idea bislacca.
«Niente di niente!» disse alla fine.
«L’altro ieri sera ha visto qualcuno scrivere su un menu?».
«Sa, ho lavorato a maglia tutto il tempo, perciò non ho prestato molta attenzione a ciò che accadeva intorno a me...».
Mentre parlava, però, fece un cenno al marito. E lui, pur intuendo che la moglie aveva qualcosa da aggiungere ma che avrebbe voluto farlo in privato, disse ad alta voce:
«Che cosa c’è?».
Lei ci rimase male. Aveva sempre paura di commettere un errore. Arrossì di colpo, intimidita, e cercò le parole giuste, senza smettere di scusarsi.
«Non so... Mi perdoni... Posso sbagliarmi... Ma, vedendo quei numeri, la prima cosa che mi è venuta in mente...».
Maigret sospirò pensando che sua moglie era sempre la solita: modesta fino all’esagerazione!
«Forse riderà di me... Un metro e quaranta è un’altezza di tessuto... Anche ottanta centimetri... E il primo numero, settantanove, corrisponde alla lunghezza di una gonna».
Quindi, tutta fiera dell’attenzione che aveva visto accendersi negli occhi del marito, proseguì loquace:
«I primi due numeri, 79 x 140, rappresentano esattamente il metraggio necessario, ad esempio, per una gonna a pieghe... Ma non tutti i tessuti vengono venduti in centoquaranta... Allora, se il tessuto è in ottanta, siccome le pieghe richiedono più stoffa, occorre raddoppiare la lunghezza... Non so se mi sono spiegata...».
Poi, girandosi verso il marito, esclamò:
«Ma sei sicuro che non finisse in “ard”?».
Anche lei, infatti, continuava a pensare a quel benedetto nome rammaricandosi di averlo dimenticato.
«Sì, è uno dei nostri menu. Ma non sono stata io a scrivere quei numeri» disse la signorina Otard rispondendo alle domande del commissario. «E aggiungo che, se la mia pensione continuerà a essere in stato di assedio, mi vedrò costretta a...».
«La prego di scusarmi, signora...».
«Signorina!».
«La prego di scusarmi, signorina, farò tutto il possibile affinché questo stato di assedio, come dice lei, finisca al più presto. Lasci, però, che le spieghi: ormai abbiamo la certezza che l’assassino è un ospite della pensione, perciò la nostra presenza qui non è affatto fuori luogo...».
«Vorrei proprio sapere chi è!» rispose lei.
«Vorrei saperlo anch’io, e spero che non tarderemo a scoprirlo... Nel frattempo, ho da farle alcune domande che, nella confusione di ieri, mi erano sfuggite... Da quanto tempo Jeanne Fénard lavorava per lei?».
«Da sei mesi!».
La signorina Otard rispondeva in tono secco, controvoglia.
«Le dispiace dirmi come è entrata da lei?».
E l’altra, forse sentendosi addosso lo sguardo malizioso di Maigret, ribatté:
«Come tutti: dalla porta!».
«Date le circostanze, non volevo una risposta spiritosa. La Fénard è arrivata tramite un’agenzia di collocamento?».
«No!».
«Si è presentata da sola?».
«Sì!».
«La conosceva già?».
«Sì!».
Ormai rispondeva a monosillabi per partito preso.
«Dove l’aveva conosciuta?».
«Da noi».
«Cioè?».
«Era stata a servizio per anni all’Anneau d’Or, dove io facevo la cassiera».
«È un ristorante?».
«Un albergo ristorante».
«In quale località?».
«Gliel’ho detto: da noi, a Villecomtois...».
Maigret si sforzò di non sobbalzare. Eccolo, finalmente, quel benedetto nome: Villecomtois, nello Cher! Di colpo dimenticò che si era ripromesso di restare nell’ombra.
«Jeanne era di Villecomtois?» chiese.
«No! Si era trasferita lì perché aveva trovato quell’impiego come domestica tuttofare...».
«Il figlio era già nato?».
La signorina Otard rispose sprezzante:
«Sono passati sette anni, ed Ernest ne ha quattro...».
«Sette anni da cosa?».
«Da quando ho lasciato Villecomtois per trasferirmi qui...».
«E Jeanne?».
«Non lo so...».
«Se ho ben capito, Jeanne è rimasta a Villecomtois, dopo la sua partenza...».
«Suppongo di sì...».
«La ringrazio!» disse Maigret con il tono minaccioso di un avvocato che in Corte d’assise ha finito di interrogare un testimone recalcitrante.
Per rispetto delle forme, il commissario della polizia di Dieppe aggiunse:
«Insomma, l’estate scorsa Jeanne si è presentata qui, e lei l’ha assunta perché era una ragazza del suo paese, o per meglio dire una ragazza che aveva conosciuto al suo paese. Posso capirla. Un gesto generoso, peraltro, non solo perché quella Jeanne aveva un figlio, ma anche perché i suoi modi e la sua condotta rischiavano di compromettere il buon nome della pensione...».
«Ho fatto quel che ho potuto!» si limitò a replicare la signorina Otard.
Subito dopo fu la volta di Mosselet, che entrò con la sigaretta in bocca, l’aria beffarda e condiscendente.
«Ne avremo ancora per molto?» disse sedendosi sull’angolo del tavolo. «Ammetterete che per un viaggio di nozze...».
«È stato lei a scrivere questo?».
Mosselet si girò e rigirò il menu fra le mani, poi chiese:
«Perché dovrei compilare i menu?».
«Mi riferisco all’appunto a matita che c’è sul retro...».
«Non l’avevo visto... Scusi... No, non sono stato io!... Ma che cosa vuol dire?».
«Niente... Immagino che non abbia notato nessuno, l’altro ieri sera, intento a scrivere qualcosa su un menu...».
«Confesso di non averci fatto caso...».
«Lei non conosceva Jeanne?».
Allora Jules Mosselet alzò la testa e chiese semplicemente:
«In che senso non la conoscevo?».
«Intendo dire che non la conosceva prima di venire qui...».
«Sì, l’avevo già vista...».
«A Dieppe?».
«No, da noi!...».
Il nome stava per tornare! Maigret, benché attore muto di quella scena, giubilava come se ne fosse il protagonista.
«Da voi, dove?».
«A Villecomtois!».
«Lei è di Villecomtois? Vive ancora lì?».
«Certo!».
«E lì ha conosciuto Jeanne Fénard?».
«Come tutti, visto che faceva la cameriera all’Anneau d’Or. Anche la signorina Otard l’ho conosciuta lì, stava alla cassa. Così, io e mia moglie, quando siamo passati da Dieppe, ci siamo detti che era meglio alloggiare presso una compaesana...».
«Anche sua moglie è di Villecomtois?».
«Praticamente sì, perché è di Herbemont, un paese che dista un paio di chilometri... Quando viaggi, è meglio se fai guadagnare qualcuno che conosci... Una volta, quando la signorina Moulineau si è ammalata...».
Maigret dovette girarsi per nascondere un sorriso, e questa mossa – se ne rese conto – urtò il commissario, che non poteva capire. Insomma, quel caso ruotava per intero intorno a personaggi di Villecomtois, paesino di cui nessuno, prima di allora, aveva mai sentito parlare!
«Anche l’amica che ha dato a mia moglie questo indirizzo è di Villecomtois, ci scommetto!» pensò Maigret.
Quanto al commissario, disorientato, balbettò tentando di darsi un contegno:
«La ringrazio... Potrei avere ancora bisogno di lei... Faccia entrare sua moglie, per cortesia...».
Quando Mosselet girò le spalle, Maigret si impadronì del menu che fungeva da corpo del reato e se lo infilò in tasca mettendosi un dito sulle labbra, come per dire al collega:
«Non le chieda nulla riguardo a questo...».
La signora Mosselet prese il posto del marito con la dignità di una donna che non si lascia intimidire dalla Legge.
«Che cosa c’è ancora?» domandò.
Il commissario di Dieppe, privato del suo menu, non sapeva più di che cosa parlare. Cominciò:
«Lei vive a Villecomtois?».
«Sì, a Villecomtois, nello Cher. Tre anni fa mio padre ha rilevato L’Anneau d’Or. È morto da poco, e dato che ero rimasta sola e che ci voleva un uomo per mandare avanti l’attività mi sono sposata... Abbiamo chiuso per una settimana in modo da poter fare il viaggio di nozze, ma di questo passo...».
«Un momento!» la interruppe Maigret. «Vi siete sposati a Villecomtois?».
«Certo...».
«Qual è la grande città più vicina?».
«Bourges, a quarantatré chilometri...».
«Quindi il corredo l’ha comprato a Bourges?».
Lei gli lanciò un’occhiata stupita. Doveva pensare: «Ma di che cosa si impiccia, questo qui?».
Poi alzò le spalle in modo impercettibile e decise di rispondere.
«No, lo comprerò a Parigi!...».
«Ah, quindi il vostro viaggio di nozze proseguirà a Parigi?».
«Avevamo pensato di cominciarlo da lì. Ma io desideravo vedere il mare. E anche Jules. Non l’avevamo mai visto, né io né lui. Se non fosse stato per il cambio, forse ci saremmo spinti fino a Londra...».
«Quindi si è portata dietro solo il bagaglio indispensabile... Ha fatto bene... A Parigi avrà senz’altro modo di mettere insieme un bel guardaroba...».
Lei non capiva perché quell’uomo imponente e massiccio come un armadio a tre ante si ostinasse a parlare di argomenti così futili. Ma Maigret continuò, tirando piccole boccate dalla pipa:
«Potrà approfittarne al meglio, dato che ha una linea quasi da indossatrice... Scommetto che porta la quarantadue...».
«Una quarantadue abbondante... Solo che, non essendo molto alta, mi tocca accorciare gli abiti...».
«Non se li fa da sola?».
«Ho una sarta a giornata, che lavora discretamente e che prende soltanto...».
Si interruppe, colpita dalla stranezza di quella conversazione, alzò lo sguardo sui due uomini e vide Maigret che sorrideva, mentre l’altro, un po’ a disagio, sembrava lavarsene le mani.
«Ma che cosa c’entrano questi discorsi?» chiese brusca.
«Di una stoffa alta un metro e quaranta, che taglio le serve per farsi una gonna?».
La signora Mosselet esitava a rispondere... Non sapeva se arrabbiarsi o mettersi a ridere.
«Un taglio standard, no?» suggerì Maigret.
«E con questo?».
«Ovvero settantotto o settantanove centimetri, giusto?».
«E con questo?».
«Niente... Non si agiti... Un’idea così... Qualche giorno fa parlavamo di abiti, con mia moglie, e io sostenevo che lei, signora Mosselet, fosse più facile da vestire...».
«Vuole sapere altro?».
Guardava verso la porta, come se avesse paura che il marito, approfittando della sua assenza, si concedesse qualche scappatella.
«È libera di andarsene, signora... La ringrazio a nome del commissario...».
Émilie Mosselet si alzò, ancora nervosa e a disagio, con l’aria sospettosa di certe donne che, convinte come sono della perfidia umana, non riescono neanche a immaginare che qualcuno, una volta tanto, dica loro la verità.
«Posso andare in città?».
«Se vuole...».
Appena la porta si chiuse, il commissario di polizia balzò in piedi con l’intento di precipitarsi in sala da pranzo e ordinare a un ispettore:
«Seguila...».
«Che cosa fa?» chiese Maigret avvicinandosi alla stufa per attizzare il fuoco che aveva lasciato languire.
«Ma... Suppongo...».
«Che cosa suppone?».
«Non vorrà dirmi... Badi che è stata lei, ieri, a fornirci la testimonianza più zoppicante... Ha dichiarato di essere uscita per pedinare il marito, ma di averlo scambiato per un altro, sicché, dopo aver seguito uno sconosciuto, sarebbe tornata a casa con le pive nel sacco... Poi queste storie di tessuti...».
«Appunto!».
«Cosa, appunto?».
«Dico che le annotazioni sul menu provano la sua innocenza, e anche quella delle altre donne della pensione, perciò possiamo fare a meno di interrogare la signora triste... È così che io e mia moglie abbiamo soprannominato la maestra... Ora rifletta: una donna conosce a memoria le proprie misure, e sulle altezze dei tessuti ne sa abbastanza da non aver bisogno di annotare nulla... Ma se incarica un uomo di un acquisto del genere, oppure se quell’uomo vuole farle una sorpresa...».
Indicò i vecchi numeri della «Mode du Jour» sul tavolo.
«Scommetto» disse «che là in mezzo troveremo il modello che è tanto piaciuto alla signora Mosselet... Lei e il marito avranno parlato della stoffa... E lui ha preso qualche appunto con l’intenzione di farle un regalo... Gli conviene mostrarsi affettuoso, poiché, da quanto abbiamo sentito, fra i due è lei ad avere i soldi, grazie all’Anneau d’Or... Lei l’ha sposato perché le serviva un uomo in casa. E forse anche perché, con l’avanzare dell’età, cominciava a sentirsi sola... Ma deve tenerselo stretto, il marito... Lo sorveglia... Mosselet arriva qui, nella pensione di una compaesana, senza immaginare che la signorina Otard abbia preso a servizio una povera disgraziata proveniente anche lei da Villecomtois...».
Continuava a piovere... Gocce limpide si rincorrevano sui vetri. Di tanto in tanto una incerata nera passava sul marciapiede rasentando i muri.
«Certo, non sono affari miei...» proseguì Maigret. «Ma le due ragazze di stanotte me ne hanno dette delle belle sul conto di questa Jeanne. Un tipo poco raccomandabile. Piena di livore, inasprita dalle avversità. Odiava gli uomini, che riteneva responsabili della sua rovina, e si dava da fare per spennarli... Giacché era una delle poche frequentatrici della balera che accettava di trascorrere tutta la notte fuori... I grog possono anche offuscare la mente, ma meno di quanto sembra...».
L’altro ripensò con imbarazzo al proprio atteggiamento di poco prima, al sorriso allusivo e condiscendente con cui aveva accolto Maigret.
«Il resto lo scoprirà da sé... Scoprirà che Jeanne, laggiù, è stata amante del nostro Mosselet, un tipo senza arte né parte... Scoprirà che è lui il padre del bambino, e che alla Fénard ha rifilato più cazzotti che banconote da mille, o anche da cento... Di punto in bianco la ragazza se lo vede spuntare qui con una moglie piena di soldi e gelosa come una tigre... Che cosa fa?».
«Lo ricatta» sospirò a malincuore il commissario.
E Maigret si accese un’altra pipa, la terza, borbottando:
«Non è poi così difficile... Lo ricatta, e siccome lui teme di perdere, non tanto l’amore, quanto la pagnotta...».
Mentre parlava, aprì la porta della sala da pranzo, ritrovando tutti al loro posto, sempre come dal dentista.
«Vieni qui, tu!» disse in tono diverso a Jules Mosselet, che si stava arrotolando una sigaretta.
«Ma...».
«Vieni... Sbrigati!».
Poi si rivolse all’ispettore, che era alto un metro e ottantacinque, e ordinò:
«Anche tu... Entra...».
Quindi lanciò un’occhiata al commissario, come a dirgli:
«Sa, con tipi del genere...».
Mosselet aveva perso tutta la sua spavalderia e sembrava prepararsi ad alzare le braccia per parare i colpi.
Maigret non voleva immischiarsi. Le donne sussultarono sentendo giungere da dietro la porta voci alterate, veementi proteste, poi strani tonfi.
Maigret, intanto, guardava fuori dalla finestra. Pensava che forse alle due il traghetto per Newhaven sarebbe partito. Poi, per una bizzarra associazione di idee, si disse che un giorno o l’altro doveva proprio farci un salto, a Villecomtois.
Quando qualcuno gli toccò la spalla, non si girò neanche.
«Ci siamo?» chiese.
«Sta confessando...».
Dovette indugiare ancora un po’ alla finestra per nascondere il suo sorriso al commissario.
In certi casi, non val la pena infierire...
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