mercoledì 28 gennaio 2026

Dashiell Hammett - Incendio doloso



JIM TARR RACCOLSE il sigaro che aveva fatto rotolare sul piano della sua scrivania, guardò la fascetta, staccò una delle estremità con i denti e allungò una mano verso i fiammiferi.

«Tre per un dollaro» disse. «Devi avere in mente che infranga almeno un paio di leggi per te, stavolta.»

Da quattro o cinque anni, ormai, avevo a che fare con quel grasso sceriffo della contea di Sacramento – ossia da quando facevo parte della filiale di San Francisco della Continental Detective Agency – e non l’avevo mai visto perdere l’occasione per una battuta caustica; ma non significava un bel niente.

«Non ne hai azzeccata una» replicai. «Li trovo a venticinque centesimi l’uno e sono qui per farti un favore, invece che per chiedertelo. La compagnia che ha assicurato la casa di Thornburgh pensa che qualcuno abbia appiccato il fuoco.»

«E non ha torto, a sentire i vigili del fuoco. Mi dicono che il piano inferiore della casa era intriso di benzina, ma lo sa Iddio come facciano a dirlo: non c’è rimasto in piedi neppure un legnetto. Ho messo McClump a occuparsene, ma finora non ha trovato niente per cui valga la pena di esaltarsi.»

«Com’è la storia? Tutto quello che so io è che c’è stato un incendio.»

Tarr si appoggiò all’indietro sulla sedia e berciò: «Ehi, Mac!».

I pulsanti color perla sulla sua scrivania sono ornamentali, per quanto lo riguarda. I vicesceriffi McHale, McClump e Macklin si fecero tutti insieme sulla soglia: MacNab, evidentemente, non era a portata d’orecchio.

«Be’, com’è sta storia?» volle sapere lo sceriffo da McClump. «Te ne vai in giro con una guardia del corpo, adesso?»

Scoperto così a quale dei “Mac” si riferiva quella volta, gli altri due vicesceriffi se ne tornarono alla loro partita a carte.

«C’è qui un drittone venuto dalla città ad acciuffare per noi il nostro incendiario» spiegò Tarr al suo vice. «Ma prima dobbiamo spiegargli bene di che si tratta.»

McClump e io avevamo lavorato insieme a una rapina su un treno, diversi mesi prima. È un giovanotto dinoccolato dai capelli color stoppa sui venticinque o ventisei anni, con tutto il sangue freddo del mondo… e buona parte della pigrizia.

«È o non è buono con noi, Santocielo?»

Si era già lasciato cadere su una sedia, a questo punto: sempre il suo primo obiettivo, quando entra in una stanza.

«Bene, le cose stanno così: la casa di questo tizio, Thornburgh, era un paio di miglia fuori città, lungo la strada vecchia della contea: una vecchia casa con le strutture in legno. L’altra sera, verso mezzanotte, Jeff Pringle – quello che abita nella casa più vicina, mezzo miglio circa più a est – ha visto un chiarore nel cielo arrivare da quella direzione, e ha telefonato per dare l’allarme; ma quando l’autopompa è arrivata, non c’era rimasto abbastanza della casa perché valesse la pena di preoccuparsene. Pringle era stato il primo dei vicini ad arrivare sul posto, e il tetto nel frattempo era già crollato.

«Nessuno aveva visto niente di sospetto: né sconosciuti che si aggirassero là intorno né altro. I domestici di Thornburgh avevano fatto in tempo a mettersi in salvo, e quello era tutto. I due non sanno molto di quel che è accaduto: troppo spaventati, credo. Però hanno visto Thornburgh alla finestra della sua stanza qualche attimo prima che il fuoco lo avvolgesse. Un tale qui in città, un certo Handerson, ha visto anche lui parte della scena. Tornava a casa in

macchina da Wayton, ed è arrivato sul posto poco prima che il tetto crollasse.

«I pompieri dicono d’avere trovato tracce di benzina. I Coons, i domestici di Thornburgh, dicono che benzina in casa non ce n’era. E questo è quanto.»

«Thornburgh aveva parenti?»

«Sì. Una nipote a San Francisco: una certa signora Evelyn Trowbridge. È venuta su, ieri, ma non poteva fare proprio niente, e non era in grado di dirci molto, così se n’è tornata a casa.»

«I domestici dove sono, ora?»

«Qui in città. Soggiornano in un albergo della 1st Street. Ho detto loro di non allontanarsi per un po’ di giorni.»

«Thornburgh era il proprietario della casa?»

«Mmm. L’aveva comprata da Newning & Weed un paio di mesi fa.»

«Hai niente da fare stamattina?»

«A parte questo, niente.»

«Bene. Allora andiamo a sondare un po’ il terreno.»

Trovammo i Coons nella loro stanza d’albergo sulla 1st Street. Lui, Coons, era un uomo minuto e grassottello, con la faccia liscia e inespressiva e la soavità di modi del tipico domestico.

La moglie era invece alta e segaligna, di quattro o cinque anni più vecchia del marito – sulla quarantina, diciamo – con una bocca e un mento che sembravano forgiati per spettegolare. Ma in realtà chi parlava era lui, mentre lei ogni due o tre parole faceva un cenno d’assenso.

«Abbiamo preso servizio dal signor Thornburgh il 15 giugno, mi pare» disse Coons, in risposta alla mia prima domanda. «Eravamo arrivati a Sacramento intorno al primo del mese e avevamo presentato le nostre ricerche di lavoro all’agenzia di collocamento Allis. Un paio di settimane più tardi ci hanno mandati a chiamare per parlare con il signor Thornburgh, e lui ci ha assunti.»

«Dov’eravate, prima di venire qui?»

«A Seattle, signore, presso la signora Comerford; ma il clima là non si confaceva a mia moglie, che ha problemi bronchiali, così abbiamo deciso di venire in California. Molto probabilmente saremmo rimasti a Seattle, però, se la signora Comerford non avesse chiuso casa.»

«Che cosa sapete del signor Thornburgh?»

«Pochissimo, signore. Non era una persona molto loquace. Attività non ne aveva, ch’io sappia. Penso che fosse un uomo di mare ora a riposo. Lui non l’ha mai detto, ma ne aveva l’aspetto e i modi. Non usciva mai e nessuno veniva a trovarlo, salvo sua nipote, una volta, e non spediva né riceveva corrispondenza. Aveva una stanza accanto alla sua camera sistemata come una specie di laboratorio, e là passava gran parte del suo tempo. Ho sempre pensato che lavorasse a una qualche invenzione, ma teneva la porta chiusa a chiave, e non ci permetteva neppure di avvicinarci a quella stanza.»

«Non ha proprio nessuna idea di che cosa potesse trattarsi?»

«No, signore. Non udivamo mai né martellare né altri rumori, e non si sentiva neanche qualche odore particolare. E i suoi vestiti non avevano mai la più piccola macchia, neppure quando era il momento di mandarli in lavanderia. Ne avrebbero avute, se lui avesse armeggiato intorno a qualche macchinario.»

«Era vecchio?»

«Non doveva avere più di cinquant’anni, signore. Era molto eretto, con barba e capelli folti, senza nemmeno un filo grigio.»

«Avete mai avuto problemi con lui?»

«Oh, no, signore! Era, se posso dirlo, un signore tutto particolare, sotto un certo aspetto; e non si curava d’altro che d’avere dei pasti cucinati con cura, i suoi abiti sempre molto in ordine – ci teneva moltissimo, a questo – e di non essere disturbato. Salvo la mattina presto e la sera, quasi non lo vedevamo per tutta la giornata.»

«Ora veniamo all’incendio. Ci dica tutto quello che ricorda.»

«Bene, signore, mia moglie e io eravamo andati a letto verso le dieci, la nostra solita ora, e ci eravamo addormentati. La nostra stanza era al piano di sopra, sul retro. Qualche tempo dopo – non saprei dire con esattezza che ore fossero – mi sono svegliato, tossendo. La stanza era tutta piena di fumo, e mia moglie stava quasi per soffocare. Sono balzato dal letto, ho trascinato lei giù per la scala di servizio e poi fuori, all’aperto.

«Una volta messa in salvo lei, nel cortile, ho pensato al signor Thornburgh, e ho tentato di rientrare in casa; ma l’intero primo piano era in fiamme, ormai. Sono corso sul davanti, allora, per vedere se lui era uscito, ma non lo vedevo da nessuna parte. L’intero giardino sembrava illuminato a giorno. Poi, l’ho sentito urlare: un urlo orribile, signore, mi pare ancora di udirlo! Ho guardato in su, verso la sua finestra – la stanza era sul davanti, al piano di sopra – e l’ho visto là, che tentava di scavalcare il davanzale. Ma lo stipite era tutto in fiamme, e lui ha urlato di nuovo, è caduto all’indietro, e proprio in quel momento il soffitto della sua camera è crollato.

«Non c’era né una scala a pioli né altro da poter appoggiare alla finestra… Non c’era proprio niente ch’io potessi fare.

«Nel frattempo un signore aveva lasciato la sua automobile sulla strada, e si era avvicinato al punto in cui ero io; ma non potevamo proprio far niente: l’intera casa bruciava e cadeva a pezzi, qua e là. Così siamo tornati dove avevo lasciato mia moglie, l’abbiamo trasportata più lontano dal fuoco e l’abbiamo fatta tornare in sé: era svenuta, infatti. Ed è tutto quello che so, signore.»

«Avevate udito dei rumori, durante la serata? O visto qualcuno ronzare intorno alla casa?»

«No, signore.»

«C’era della benzina, in casa?»

«No, signore. Il signor Thornburgh non aveva la macchina.»

«Nemmeno benzina per smacchiare?»

«No, signore, niente benzina, a meno che non ne avesse il signor Thornburgh nel suo laboratorio. Quando i suoi vestiti avevano bisogno d’essere smacchiati, li portavo io stesso in città, e la biancheria provvedeva il garzone del droghiere a portarla in lavanderia, quando veniva a consegnare le provviste.»

«Non le viene in mente qualcosa che possa avere qualche rapporto con l’incendio?»

«No, signore. Mi sono meravigliato quando ho sentito dire che qualcuno aveva appiccato il fuoco alla casa. Stento a crederlo, signore. Non capisco perché mai qualcuno dovrebbe aver fatto una cosa simile…»

«Che impressione ti fanno?» domandai a McClump, mentre venivamo via dall’albergo.

«Faranno la cresta sulla spesa e magari si porteranno via qualche posata d’argento, ma non riesco a immaginarmeli degli assassini, francamente.»

Era anche la mia opinione, quella; ma erano gli unici di cui si sapeva la presenza al momento dello scoppio dell’incendio, a parte l’uomo che era morto. Ci recammo all’agenzia di collocamento Allis e parlammo con il direttore.

Ci disse che i Coons si erano presentati nel suo ufficio il 2 giugno, a cercare lavoro; e, per le referenze, avevano dato il nome della signora Comerford, 45 Woodmansee Terrace, Seattle, Washington. In risposta a una lettera – lui controllava sempre le referenze dei domestici – la signora Comerford aveva scritto che i Coons erano stati al suo servizio per un certo numero di anni e che erano «estremamente soddisfacenti sotto ogni aspetto». Il 13 giugno, Thornburgh aveva telefonato in agenzia, chiedendo che gli mandassero una coppia di domestici per badare alla casa, e Allis gli aveva mandato due coppie che aveva sul suo elenco. Thornburgh non aveva assunto né l’una né l’altra, sebbene Allis le considerasse più desiderabili dei Coons, che alla fine Thornburgh aveva invece assunto.

Tutto questo sembrava sicuramente indicare che i Coons non avevano deliberatamente manovrato per inserirsi in quella casa, a meno che non fossero le persone più fortunate del mondo: e un investigatore non può permettersi di credere nella fortuna o nelle coincidenze, a meno che non abbia prove indiscutibili su cui basarsi.

Nell’ufficio degli agenti immobiliari attraverso i quali Thornburgh aveva comperato la casa – Newning & Weed – ci dissero che Thornburgh si era presentato lì l’11 giugno, dicendo d’aver saputo che la casa era in vendita, di averla già vista e di volerne sapere il prezzo. La trattativa si era conclusa il mattino dopo, e Thornburgh aveva pagato la casa con un assegno di quattordicimilacinquecento dollari della Seamen’s Bank di San Francisco. La casa era già arredata.

Dopo colazione, McClump e io andammo a parlare con Howard Handerson, l’uomo che aveva visto l’incendio mentre tornava in macchina da Wayton. Aveva un ufficio nell’Empire Building, sulla cui porta c’era il suo nome e la qualifica: “Agente della Krispy Korn Krumbs per la California settentrionale”. Era un pezzo d’uomo dall’aria molto disinvolta sui quarantacinque anni o giù di lì, con il gioviale sorriso professionale tipico dei viaggiatori di commercio.

Era stato a Wayton per affari il giorno dell’incendio, ci raccontò, e si era fermato là fino a tardi, andando a cena e poi a giocare a biliardo con un droghiere di nome Hammersmith, uno dei suoi clienti. Verso le dieci e mezzo si era messo in macchina e aveva lasciato Wayton, diretto a Sacramento. A Tavender si era fermato a fare olio e benzina, e a farsi gonfiare una delle gomme.

Proprio mentre stava per venir via dal garage, il garagista aveva richiamato la sua attenzione su un chiarore rosso nel cielo, e gli aveva detto che si trattava probabilmente di un incendio lungo la vecchia strada della contea, che correva parallela a quella statale fino a Sacramento: così Handerson aveva preso la strada della contea, ed era arrivato presso la casa che ardeva proprio in tempo per vedere Thornburgh tentare di aprirsi la strada tra le fiamme che ormai lo avvolgevano.

Era troppo tardi per qualsiasi tentativo di spegnere il fuoco, e l’uomo al piano superiore era già senza speranze: morto, sicuramente, prima ancora che il tetto crollasse; così Handerson aveva aiutato Coons a rianimare la moglie, ed era rimasto a guardare il fuoco fino a che non si era spento praticamente da sé. Non aveva visto nessuno lungo la strada della contea, mentre guidava in direzione dell’incendio…

«Che cosa sai di Handerson?» domandai a McClump, quando fummo di nuovo in strada.

«È arrivato qui, da qualche parte dell’Est, credo, al principio dell’estate, per aprire quell’agenzia di cereali per la prima colazione. Abita all’hotel Garden. Dove andiamo, ora?»

«Ci procuriamo un’auto e andiamo a dare un’occhiata a quello che resta della casa di Thornburgh.»

Se un aspirante incendiario avesse percorso l’intera contea in lungo e in largo, non avrebbe potuto trovare un posto più adatto nel quale sfogare i suoi istinti. Colline alberate lo nascondevano al resto del mondo su tre lati mentre, dal quarto, una pianura disabitata rotolava giù fino al fiume. La strada della contea che passava davanti al cancello, assicurava McClump, era snobbata dalle automobili in favore della statale più a nord.

Dove prima sorgeva la casa, ora c’era solo un cumulo di macerie annerite. Frugammo per un poco tra la cenere: non che ci aspettassimo di trovare qualcosa, ma è nella natura dell’uomo rovistare tra le macerie.

Un garage sul retro, il cui interno dava l’impressione che non fosse stato occupato da tempo, aveva il tetto e la facciata bruciacchiati, ma nel complesso sembrava indenne. Dietro quello un capanno, che dava ricetto a un’ascia, a una zappa e a vari altri attrezzi di giardinaggio, si era completamente salvato dal fuoco. Il prato davanti alla casa e l’orto al di là del capanno – circa un acro in tutto – erano stati ridotti in pessimo stato dalle ruote delle autopompe e dai piedi dei vigili del fuoco e degli spettatori.

Dopo esserci sporcati le scarpe ben bene, McClump e io risalimmo in macchina e seguimmo un percorso circolare tutt’intorno alla proprietà, fermandoci in tutte le case entro il raggio di un miglio, e ottenendo in cambio del nostro disturbo poco più di una serie di scossoni per strada.

La casa più vicina era quella di Pringle, l’uomo che aveva dato l’allarme; ma oltre a non sapere niente del morto, ci disse di non averlo mai visto. Anzi, soltanto uno dei vicini lo aveva visto: una certa signora Jabine, che abitava un miglio più a sud.

Lei aveva avuto in custodia le chiavi della casa, finché questa era rimasta disabitata; e, un paio di giorni prima di acquistarla, Thornburgh si era recato da lei per farsela mostrare e le aveva detto di avere intenzione di acquistarla, se il prezzo non fosse stato troppo alto.

Era solo, a parte l’autista dell’auto a nolo con la quale era arrivato da Sacramento, e, tranne il fatto di non avere famiglia, non le aveva detto niente di sé.

Avendo sentito che si era trasferito nella casa, diversi giorni dopo lei era andata a fargli visita – «come si fa tra buoni vicini» –, ma si era sentita dire dalla signora Coons che lui non era in casa. Parecchi degli altri vicini avevano parlato con i Coons, e tutti avevano avuto l’impressione che Thornburgh non ci tenesse a ricevere visite, così l’avevano lasciato perdere. I Coons venivano descritti come «abbastanza cordiali quando capitava l’occasione di incontrarli» ma decisi, forse di riflesso rispetto al loro datore di lavoro, a evitare di fare amicizie.

Mentre in auto ci dirigevamo verso Tavender, McClump fece il punto di quello che avevamo scoperto quel pomeriggio: «Ognuna di queste persone avrebbe potuto dar fuoco alla casa, ma non abbiamo in mano niente per dimostrare che qualcuno di loro conoscesse Thornburgh, e tantomeno che avesse un conto da regolare con lui».

Tavender era in sostanza un insediamento a un crocevia, formato da un emporio, un ufficio postale, un garage, una chiesa e sei abitazioni, il tutto a circa due miglia dalla casa di Thornburgh. McClump conosceva il gestore dell’emporio nonché ufficiale postale, un omino pelle e ossa di nome Philo, che tartagliava penosamente.

«N-n-non ho m-mai v-visto Th-thornburgh,» disse «e n-non ho m-m-mai avuto posta p-per lui. C-coons» in bocca a lui, il nome suonava quasi come “cucù” «veniva una volta la s-settimana a ordinare la sp-spesa: n-non avevano telefono. Veniva lui, p-poi io gli m-mandavo la roba c-con la mia auto. P-poi mi capitava di v-vederlo mentre aspettava il p-postale p-per Sacramento.»

«Chi portava la spesa a casa di Thornburgh?»

«M-m-mio f-figlio. Vuole p-parlare con lui?»

Il ragazzo era un’edizione giovanile del padre, ma senza la balbuzie. Non aveva mai visto Thornburgh, in nessuna delle sue consegne a domicilio, ma in fondo non era mai andato più in là della cucina. Quanto alla casa, non aveva mai notato niente di particolare.

«Chi fa servizio notturno in garage?» gli domandai.

«Billy Luce. Penso che possiate trovarcelo, ora. L’ho visto arrivare qualche minuto fa.»

Attraversammo la strada e trovammo Luce.

«L’altro ieri sera, la sera dell’incendio, c’era qui un tale che parlava con lei, quando vi siete accorti del fuoco?»

Volse gli occhi all’insù, con quello sguardo assente che le persone usano per aiutare la memoria.

«Sì, mi ricordo, ora! Stava andando verso la città, e gli ho detto che, se avesse seguito la strada della contea invece della statale, avrebbe visto l’incendio.»

«Com’era, d’aspetto?»

«Di mezz’età: un pezzo d’uomo, ma un po’ trasandato. Mi pare che avesse un vestito marrone, spiegazzato e tutto borse.»

«Colorito medio?»

«Sì.»

«Sorrideva mentre parlava?»

«Sì, era un tipo simpatico.»

«Capelli castani?»

«Sì, ma… abbia pazienza!» Luce rise. «Non l’ho messo sotto una lente d’ingrandimento!»

Da Tavender proseguimmo fino a Wayton. La descrizione di Luce si adattava senza dubbio a Handerson ma, già che c’eravamo, tanto valeva che controllassimo, per assicurarci che l’uomo fosse arrivato proprio da Wayton.

Ci trattenemmo esattamente venticinque minuti, a Wayton; dieci per trovare Hammersmith, il droghiere con cui Handerson aveva detto d’aver cenato e giocato a biliardo; cinque per trovare il proprietario del biliardo; e dieci per verificare quel che aveva detto Handerson…

«Che cosa ne pensi, Mac?» domandai, mentre viaggiavamo verso Sacramento.

Mac era troppo pigro per esprimere un’opinione, e perfino per formarsela, a meno che non vi fosse costretto; ma questo non significa che non valesse la pena ascoltarla, se si riusciva a cavargliela di bocca.

«Non c’è molto da pensare» disse allegramente. «Handerson ne è fuori, ormai, ammesso che vi fosse motivo di dubitarne. Niente dimostra che là ci fosse qualcuno oltre a Thornburgh e ai Coons, quando è scoppiato l’incendio… ma poteva anche esserci un reggimento. I Coons non hanno l’aria tanto onesta, forse, ma non sono di certo assassini, o io mi sbaglio di grosso. Resta però il fatto che sono la nostra unica carta, fino a questo momento. Forse, dovremmo cercare di scavare di più sul loro conto.»

«D’accordo» convenni. «Appena arriviamo in città, spedirò un telegramma a quelli della nostra filiale di Seattle, pregandoli di parlare con la signora Comerford e di sentire un po’ che cosa può dire lei di preciso. Poi prenderò il treno per San Francisco e in mattinata andrò a parlare con la nipote di Thornburgh.»

Il mattino dopo, all’indirizzo che mi aveva dato McClump – uno stabile piuttosto di lusso di California Street – dovetti aspettare tre quarti d’ora prima che la signora Evelyn Trowbridge fosse pronta per ricevermi. Se fossi stato più giovane, o semplicemente in visita di cortesia, immagino che mi sarei sentito ampiamente ricompensato quando, alla fine, lei apparve: una donna alta e snella di neppure trent’anni, inguainata in qualcosa di nero, con una gran massa di capelli corvini a incorniciare un volto bianchissimo, reso quanto mai attraente da una bocca piccola e rossa e da grandi occhi nocciola.

Ma ero un indaffarato investigatore di mezz’età, che stava friggendo per il fatto di dover sprecare così il suo tempo; ed ero molto più interessato a trovare il bel tomo che aveva sfregato il fiammifero che non alla bellezza femminile. Tuttavia, nascosi il mio malumore, mi scusai per averla disturbata così di buon’ora e venni al dunque.

«Voglio che mi dica tutto quello che sa di suo zio: famiglia, amici, nemici, rapporti d’affari… tutto.»

Sul retro del cartoncino che le avevo fatto consegnare avevo scritto la ragione della mia visita.

«Famiglia non ne aveva,» disse lei «a parte me. Era il fratello di mia madre, e io sono la sua sola parente ancora in vita.»

«Dov’era nato?»

«Qui a San Francisco. Non so la data, ma credo che avesse circa cinquant’anni, tre più di mia madre.»

«Di che cosa si occupava?»

«Era in marina, da ragazzo, e, per quanto ne so, aveva continuato a navigare fino a pochi mesi fa.»

«Era capitano di lungo corso?»

«Non lo so. A volte passavano anni senza che lo vedessi o ne avessi notizia, e non parlava mai di quello che stava facendo; nominava, però, alcuni dei luoghi che aveva visitato: Rio de Janeiro, il Madagascar, Tobago, Christiania. Poi, circa tre mesi fa – eravamo in maggio – venne qui e mi disse che si era stancato di vagare per il mondo; che voleva prendersi una casa in un posto tranquillo, dove poter lavorare indisturbato a un’invenzione alla quale s’interessava.

«Mentre era qui in città, soggiornava all’hotel Francisco. Dopo un paio di settimane, d’improvviso sparì. E poi, circa un mese fa, ricevetti un suo telegramma in cui mi invitava ad andarlo a trovare nella sua casa poco distante da Sacramento. Vi andai quel giorno stesso, e mi sembrò che si comportasse in modo strano: lo vedevo tutto agitato, non so per quale ragione. Mi diede un testamento che aveva appena redatto e alcune polizze d’assicurazione delle quali ero io la beneficiaria.

«Subito dopo insistette perché me ne tornassi a casa, e lasciò intendere in modo piuttosto chiaro di non desiderare che tornassi a trovarlo o che gli scrivessi, fino a che non si fosse fatto vivo lui. Mi sembrò tutto molto curioso, anche perché aveva sempre avuto molto affetto per me. Non l’ho più rivisto.»

«Cos’era quell’invenzione alla quale lavorava?»

«Proprio non saprei. Glielo domandai, una volta, ma si mise subito in agitazione – in sospetto, perfino – tanto che cambiai discorso, e non ne parlai più.»

«È sicura che abbia realmente navigato, in tutti questi anni?»

«No, per niente. L’ho solo dato per scontato; ma potrebbe anche aver fatto qualcosa di completamente diverso.»

«Si era mai sposato?»

«No, ch’io sappia.»

«Sa di qualche suo amico o nemico?»

«No, nessuno.»

«Ricorda d’avergli sentito fare qualche nome?»

«No.»

«Non pensi che la domanda che le farò ora sia offensiva, anche se, in effetti, lo è. Dov’era lei la sera dell’incendio?»

«A casa. Avevo alcuni amici qui a cena, e si sono trattenuti fino a mezzanotte circa. I signori Kellogg, la signora Dupree e un certo signor Killmer, che è un avvocato. Posso darle il loro indirizzo, se vuole interrogarli.»

Dall’appartamento della signora Trowbridge mi recai all’hotel Francisco. Thornburgh era stato registrato là dal 10 maggio al 13 giugno, e non aveva attirato molto l’attenzione. Lo ricordavano come un signore sulla cinquantina, alto, eretto, con le spalle larghe e i capelli castani piuttosto lunghi ben spazzolati all’indietro; aveva una breve barba a punta, e una carnagione sana e rubizza; grave, pacato, meticoloso nei modi e nel vestire; osservava orari regolari e, per quanto il personale dell’albergo poteva ricordare, non aveva mai avuto visitatori.

Alla Seamen’s Bank – quella di cui Thornburgh aveva rilasciato l’assegno in pagamento della casa – mi dissero che aveva aperto un conto presso di loro il 15 maggio, e che era stato presentato dalla W.W. Jeffers & Figli, agenti di cambio locali. A suo credito, rimaneva un saldo di poco più di quattrocento dollari. Gli assegni annullati erano tutti all’ordine di svariate compagnie di assicurazione, e per importi che, se rappresentavano premi, testimoniavano di polizze piuttosto cospicue. Mi annotai i nomi di quelle compagnie, poi mi recai negli uffici della W.W. Jeffers & Figli.

Thornburgh era stato lì, mi dissero, il 10 maggio, con titoli per un valore di quindicimila dollari che desiderava vendere. Durante uno dei suoi colloqui con Jeffers aveva chiesto all’agente di cambio di consigliargli una banca, e Jeffers gli aveva dato una lettera di presentazione per la Seamen’s Bank.

Era tutto quel che Jeffers sapeva di lui. Mi diede i numeri di quei titoli, ma rintracciare delle azioni non è sempre la cosa più semplice di questo mondo.

Quando arrivai nella sede della Continental Detective Agency, trovai ad aspettarmi la risposta al mio telegramma a Seattle.

SIGNORA COMERFORD AFFITTATO APPARTAMENTO INDIRIZZO DA TE FORNITOCI IL VENTICINQUE MAGGIO. DISDETTO SEI GIUGNO. BAULI A SAN FRANCISCO STESSO GIORNO. CONTROLLA NUMERI: QUATTRO CINQUE DUE CINQUE OTTO SETTE E OTTO E NOVE.

Rintracciare bagagli è semplicissimo, se si hanno i dati e i numeri di riscontro – come potrà dirvi più d’uno che, per aver trascurato quel particolare al momento della fuga, ora porta numeri più o meno simili sulla schiena e sul petto – e venticinque minuti nel deposito bagagli del traghetto, più un’altra mezz’ora negli uffici di una ditta di traslochi, mi fornirono la risposta.

I bauli erano stati consegnati all’indirizzo della signora Evelyn Trowbridge!

Chiamai Jim Tarr al telefono e lo misi al corrente.

«Bel colpo!» disse, dimenticando una volta tanto di fare dello spirito. «Acciufferemo i Coons qui e la signora Trowbridge là, e sarà la fine di un altro caso misterioso.»

«Un momento!» lo ammonii. «Non è ancora tutto chiarito: la trama ha ancora qualche punto oscuro.»

«Per me è chiara abbastanza. Io sono soddisfatto.»

«Il capo sei tu, ma temo tu sia un po’ troppo frettoloso. Vado a parlare di nuovo con la nipote. Dammi un po’ di tempo, prima di telefonare alla polizia di qui perché eseguano l’arresto. La tratterrò io fino a che arriveranno.»

Mi aprì Evelyn Trowbridge, stavolta, invece della cameriera che mi aveva fatto entrare al mattino, e mi condusse in quella stessa stanza dove avevamo avuto il nostro primo colloquio. Lasciai che si sedesse, poi mi scelsi un posto in modo da trovarmi più vicino di lei a entrambe le porte.

Nel salire mi ero preparato un certo numero di domande, innocenti solo in apparenza, che potessero alterarla a dovere; ma dopo aver osservato meglio la donna che mi stava di fronte, comodamente appoggiata allo schienale della poltrona e tranquillamente in attesa che io parlassi, scartai ogni domanda trabocchetto e andai al sodo, senza troppi preamboli.

«Ha mai usato il nome di signora Comerford?»

«Oh, sì.» Indifferente come un cenno di saluto per la strada.

«Quando?»

«Spesso. Vede, ero sposata fino a poco tempo fa con il signor Edward Comerford. Perciò, non è affatto strano ch’io mi sia servita di quel cognome.»

«L’ha usato di recente, a Seattle?»

«Le consiglierei,» disse amabilmente «se è alle referenze da me date a Coons e a sua moglie che vuole arrivare, di risparmiare tempo e di andare subito al punto.»

«Mi sembra giusto» dissi. «Andiamoci pure, allora.»

Non c’era un solo tono o sfumatura, nella voce, nei modi o nell’espressione, a indicare che stesse parlando di qualcosa di tanto serio o importante, per lei, come la possibilità di venire accusata di omicidio. Sembrava che stesse facendo commenti sul tempo.

«Negli anni in cui il signor Comerford e io eravamo sposati, vivevamo a Seattle, dove lui vive tuttora. Dopo il divorzio, lasciai Seattle e ripresi il mio nome da ragazza. E i Coons erano davvero al nostro servizio, come scoprirà se si prenderà il disturbo di indagare. Troverà mio marito, o meglio il mio ex marito, ai Chelsea Apartments, penso.

«L’estate scorsa, o sul finire della primavera, decisi di ritornare a Seattle. La verità – immagino che tutte le mie faccende personali diverranno di dominio pubblico, ormai – è che pensavo alla possibilità che Edward e io appianassimo le nostre divergenze; così tornai là e presi alloggio in Woodmansee Terrace. Poiché a Seattle ero conosciuta come signora Comerford, e poiché pensavo che riprendere il suo nome potesse avere un buon effetto su di lui, lo usai per il tempo che rimasi là.

«Telefonai anche ai Coons, per sentire un po’ se potevamo intenderci, nel caso che Edward e io avessimo riaperto la nostra casa; ma i Coons mi dissero d’essere in partenza per la California, e così diedi loro volentieri ottime referenze quando, alcuni giorni dopo, ricevetti una lettera che chiedeva informazioni da parte di un’agenzia di Sacramento. Dopo essere rimasta a Seattle un paio di settimane, cambiai idea sulla riconciliazione: l’interesse di Edward, scoprii, era tutto accentrato altrove; così me ne tornai a San Francisco…»

«Sì, sì, tutto bene! Ma…»

«Se vuole permettermi di finire» m’interruppe. «Quando andai a casa di mio zio, in risposta al suo telegramma, con mia sorpresa trovai i Coons al suo servizio. Conoscendo le stranezze di mio zio, accorgendomi che erano addirittura aumentate, e avendo presente quanto era stato misterioso a proposito della sua segreta invenzione, consigliai ai Coons di non dirgli che erano stati miei domestici.

«Li avrebbe sicuramente licenziati, e altrettanto sicuramente avrebbe litigato con me: avrebbe certo pensato che intendessi farlo spiare. Poi, quando i Coons mi telefonarono, dopo l’incendio, compresi che l’ammettere di avere avuto precedentemente i Coons alle mie dipendenze, considerato il fatto che ero l’unica erede di mio zio, avrebbe fatto cadere sospetti su tutti e tre. Così, ci accordammo scioccamente di non dirlo e di portare avanti l’inganno.»

Non suonava completamente falso… ma nemmeno tutto oro colato. Avrei preferito che Tarr si fosse mostrato più cauto, dandoci il tempo di chiarire meglio la posizione di quei tre, prima di farli mettere al fresco.

«La coincidenza dei Coons finiti proprio in casa di mio zio» riprese «è troppo incredibile, immagino, per il suo istinto di investigatore. Devo considerarmi in arresto?»

Cominciavo a provare simpatia per quella ragazza, era in gamba e con la testa sul collo.

«Non ancora» le dissi. «Ma temo che stia per accadere.»

Accennò un sorrisetto un po’ beffardo, subito seguito da un altro, quando il campanello squillò.

Era O’Hara, della centrale di polizia. Rovistammo l’appartamento da cima a fondo ma non trovammo niente di importante, tranne il testamento di cui lei mi aveva parlato, datato 8 luglio, e le polizze d’assicurazione sulla vita dello zio. Erano tutte datate tra il 15 maggio e il 10 giugno, e assommavano a poco più di duecentomila dollari.

Persi un’ora a torchiare la cameriera, dopo che O’Hara s’era portato via Evelyn Trowbridge, ma non sapeva niente che già non sapessi. Tuttavia, tra lei, il custode, l’inquilino del piano di sotto e gli invitati di cui la signora Trowbridge mi aveva fornito i nomi, potei stabilire che la signora aveva avuto realmente persone a cena, la sera dell’incendio: si erano trattenute fin dopo le undici, ossia fino a un’ora sufficientemente tarda.

Mezz’ora dopo ero in viaggio per Sacramento. Cominciavo a essere uno dei migliori clienti di quella tratta, e la mia anatomia si era quasi assuefatta, ormai, a tutti gli scossoni del percorso. Tra un sobbalzo e l’altro tentavo di combinare i pezzi del rompicapo Thornburgh. La nipote e i Coons c’entravano in qualche modo, ma non dove li avevamo collocati noi. Avevamo proceduto, per dir così, di sghimbescio, ma di meglio non si era potuto fare. Al principio avevamo fermato l’attenzione sui Coons e su Evelyn Trowbridge perché non avevamo altra direzione verso la quale orientarci; e ora qualcosa contro di loro l’avevamo… ma un buon avvocato avrebbe potuto farsene beffe.

I Coons, quando arrivai a Sacramento, erano nella prigione della contea. Interrogati, avevano finito per ammettere il loro rapporto con la nipote, e avevano dato una versione dei fatti che collimava con quella di lei.

Tarr, McClump e io sedevamo ora attorno alla scrivania dello sceriffo, a discuterne.

«Quello che raccontano è solo un mucchio di fandonie» sentenziò lo sceriffo. «Li abbiamo in pugno tutti e tre, e sono bell’e condannati.»

McClump rivolse un sorriso di compatimento al suo superiore, poi si rivolse a me.

«Coraggio, spiegagli quali sono i buchi della sua accusa. Non è il tuo capo, e non può fartela pagare, in seguito, per essere più dritto di lui!»

Tarr guardava inferocito ora lui ora me.

«Parlate una buona volta, sapientoni!»

«Secondo la nostra valutazione,» dissi, immaginando che McClump la pensasse esattamente come me «niente dimostra che lo stesso Thornburgh sapesse, prima del 10 giugno, che avrebbe acquistato quella casa, mentre i Coons erano in città a cercare lavoro fin dal giorno 2. E poi, fu solo un caso fortunato se ottennero il posto. L’agenzia di collocamento aveva già mandato là altre due coppie, prima di loro.»

«Correremo il rischio di lasciare che su questo punto se la sbrighino i giurati.»

«Sì? Dovrai correrne anche un altro, però: augurarti che pensino che Thornburgh, il quale pare fosse un po’ matto, non abbia appiccato lui stesso il fuoco alla casa! Abbiamo qualcosa contro questa gente, Jim, ma non basta per trascinarli in tribunale. Come farai a dimostrare che quando i Coons si sono stabiliti di proposito nella casa di Thornburgh – sempre che tu possa dimostrare che erano lì di proposito – loro due e la Trowbridge sapevano già che lui si sarebbe riempito di polizze sulla vita?»

Lo sceriffo sbuffò, disgustato.

«Voi due siete insopportabili! Correte attorno come matti, scavando indizi contro quella gente fino ad averne abbastanza per impiccarli, e poi vi rimettete a correre intorno cercando la maniera di levarli dai guai! Ma si può sapere che cosa avete in testa?»

Gli risposi che già mi stavo precipitando verso la porta: nella mia scatola cranica, i pezzi stavano cominciando ad andare a posto.

«Correrò intorno ancora un po’… vieni, Mac!»

McClump e io tenemmo un rapido conciliabolo, poi io corsi a procurarmi un’auto nel più vicino garage e partii per Tavender. Battei ogni record, e arrivai prima che l’emporio chiudesse. Il balbuziente Philo si separò dai due con i quali stava parlando e mi seguì nel retro del negozio.

«Tiene una lista capo per capo della biancheria che maneggia?»

«N-n-no; solo del costo.»

«Vediamo quelli che riguardano Thornburgh.»

Tirò fuori un registro sudicio e tutto orecchie, e cercammo le annotazioni settimanali che mi interessavano: $ 2,60, $ 3,10, $ 2,25 e così via.

«Ce l’ha qui l’ultimo sacco di biancheria da lavare?»

«S-sì» disse. «È ap-pena ar-rivato dalla c-città.»

Aprii in fretta il fagotto: lenzuola, federe, tovaglie, tovaglioli, asciugamani; un po’ di biancheria femminile; camicie, colletti, mutande e calzini che erano senza alcun dubbio di Coons. Ringraziai Philo mentre già tornavo di corsa in macchina.

A Sacramento, McClump mi stava aspettando nel garage dove avevo noleggiato l’auto.

«Registrato in albergo il 15 giugno; l’ufficio l’ha affittato il 16. Penso che sia in albergo, ora» furono le parole con cui mi accolse.

Girammo di corsa attorno all’isolato e arrivammo all’hotel Garden.

«Il signor Handerson è uscito un paio di minuti fa» ci disse il portiere notturno. «Sembrava che avesse fretta.»

«Sa dove tiene la macchina?»

«Nel garage dell’albergo, qui all’angolo.»

Eravamo a tre passi dal garage quando l’auto di Handerson ne schizzò fuori e svoltò nella strada.

«Ah, signor Handerson!» chiamai, cercando di fingere un tono normale.

Diede gas e sfrecciò via come una saetta.

«Lo vuoi?» disse McClump; e, al mio cenno d’assenso, fermò una due posti scoperta di passaggio, col semplice espediente di piantarlesi davanti.

Salimmo, McClump mostrò la sua stella allo sbigottito conducente e gli indicò i fanalini di coda di Handerson che rimpicciolivano in lontananza. Una volta convintosi di non essere stato assalito da un paio di banditi, il nostro requisito autista fece del suo meglio: rivedemmo i fanalini di coda di Handerson dopo due o tre svolte soltanto e accorciammo sempre più la distanza, sebbene l’altra auto tenesse una discreta velocità.

Il tempo di arrivare alla periferia della città, e ci eravamo avvicinati abbastanza: mirai e spedii un proiettile al di sopra della testa dell’uomo in fuga. Così incoraggiato, riuscì a cavare un altro po’ di velocità dalla sua auto; ma ormai gli eravamo quasi addosso.

Handerson scelse il momento sbagliato per decidere di girarsi a lanciarci un’occhiata: le ruote incapparono in qualche scabrosità del fondo stradale, la macchina sbandò, slittò, finì coricata su un fianco. Quasi immediatamente, dall’interno di quel groviglio scoccò un lampo, e un proiettile fischiò accanto al mio orecchio. Poi, mentre ancora io cercavo qualcosa contro cui sparare in quel mucchio di rottami, l’annoso e malconcio revolver di McClump ruggì nell’altro mio orecchio.

Handerson era morto, quando gli arrivammo vicino: la pallottola di McClump lo aveva centrato proprio in mezzo agli occhi.

McClump mi apostrofò al di sopra del cadavere.

«Non sono un tipo particolarmente curioso, ma spero non ti dispiaccia dirmi perché ho sparato a questo poveraccio.»

«Perché era… Thornburgh.»

Non disse niente per cinque minuti buoni. Poi: «Credo tu abbia ragione. Come hai fatto a capirlo?».

Eravamo seduti accanto ai rottami, ora, in attesa della polizia. Avevamo spedito il nostro autista di fortuna a telefonare.

«Per forza doveva essere lui, se ci pensi bene» dissi. «Strano che non ci fossimo arrivati prima! Tutto quello che ci era stato detto su Thornburgh suonava falso. Barba e professione ignota, lindo e senza macchia ma al lavoro intorno a una misteriosa invenzione, reticente su tutto e nato a San Francisco, dove il famoso incendio aveva eliminato tutti i vecchi registri: proprio il genere di personaggio fasullo che non è difficile fabbricare.

«E poi, nessuno lo ha visto, a parte i Coons, Evelyn Trowbridge e Handerson, tra il 10 maggio e la metà di giugno, quando ha comprato la casa. I Coons e la signora Trowbridge sono coinvolti in questa vicenda, lo sappiamo – quindi rimaneva solo Handerson. Tu mi avevi detto che era arrivato a Sacramento al principio dell’estate: e le informazioni che hai avuto questa sera dimostrano che era arrivato solo dopo che Thornburgh aveva comprato la casa. Sta bene! Ora paragoniamo Handerson con le descrizioni che ci hanno fatto di Thornburgh.

«Entrambi della stessa età e statura, suppergiù, e con lo stesso colore di capelli. Le differenze sono tutte cose che si possono creare: vestiti, un po’ di abbronzatura, la barba, più un po’ di recitazione, ed ecco fatto. Stasera sono andato a Tavender e ho dato un’occhiata all’ultimo sacco di biancheria… e non c’era niente che non sembrasse dei Coons! E nessuno dei conti, anche in passato, era abbastanza alto per un Thornburgh così immacolato e fissato con i suoi vestiti come ce l’avevano descritto.»

«Dev’essere bellissimo essere un investigatore!» McClump sorrideva divertito mentre l’ambulanza della polizia arrivava e cominciava a riversare fuori agenti. «Qualcuno, scommetto, avrà riferito a Handerson che ero stato lì, stasera, a fare domande su di lui.» Poi, con rammarico: «E così, a conti fatti non impiccheremo quella gente per omicidio».

«No, ma non dovremmo avere difficoltà a farli condannare per incendio doloso più associazione per delinquere, e quant’altro riuscirà a escogitare il pubblico ministero.»


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