venerdì 18 ottobre 2024

Nigel Strangeways

 

Gran Bretagna, 1935 / Nicholas Blake

Esperto di letteratura elisabettiana oltre che in possesso della più classica cultura oxfordiana, Nigel Strangeways è un eterno fanciullone dal ciuffo ribelle che fa lo scultore e l'investigatore per hobby.
 


Dopo molte avventure sentimentali si è innamorato dell'esploratrice Georgia Cavendish, che in seguito sposerà e che morirà durante la Seconda guerra mondiale, !asciandolo in un lungo periodo di depressione dal quale uscirà a fatica grazie alla scultrice Clara Massinger.




Personaggio in parte autobiografico (cioè, come l'autore Nicholas Blake avrebbe desiderato essere, dato che gli ha dato tanti aspetti del proprio carattere e della propria vita), Nigel Strangeways è apparso per la prima volta nel 1935 in A question of proof ed è in seguito stato riproposto in altri sedici romanzi (alcuni pubblicati in Italia da Mondadori) che la critica inglese ha
lodato per la loro originalità, anche se la produzione del dopoguerra di
 questo autore è considerata da Julian Symons largamente inferiore alla precedente. 



Nel 1960, A Question of Proof fu adattato per il Saturday Night Theatre, con Nigel Stock nel ruolo di Strangeways, mentre nel 1966 Richard Hurndall recitò in I Am Lucy Wragby , un adattamento di The Sad Variety. Simon Cadell ha interpretato il detective in un adattamento del 1991 di The Smiler with the Knife.
A Question of Proof e The Beast Must Die sono stati adattati da Michael Bakewell nel 2004. Entrambi i drammi avevano come protagonista Philip Franks nel ruolo di Strangeways.



Il quarto romanzo della serie La bestia deve morire è stato adattato più volte per il cinema e la televisione. Le versioni cinematografiche includono un adattamento argentino del 1952 La bestia debe morir e il film francese del 1969 Que la bete meure.
End of Chapter e The Beast Must Die furono adattati separatamente per la serie antologica della BBC degli anni '60 Detective. Strangeways è stato interpretato rispettivamente da Glyn Houston e Bernard Horsfall.



Nel 2021, The Beast Must Die è stato nuovamente adattato come serie televisiva per BritBox e AMC. Billy Howle ha interpretato il ruolo di Strangeways.

giovedì 17 ottobre 2024

URANIA n.8 - Alfred E. Van Vogt.: ll Segreto Degli Slan



La mano di sua madre, che stringeva la sua, sembrava di ghiaccio. Mentre
camminavano di buon passo per la strada, la paura che lei provava si
trasformava in una soffocata ma rapida pulsazione che dalla sua mente si
trasferiva a quella di lui. Centinaia di altri pensieri battevano alla sua
coscienza, provenendo dalla folla che scorreva da una parte e dall'altra, e
dall'interno degli edifici che costeggiavano. Ma solo i pensieri di sua madre
erano chiari e coerenti... e pieni di timore.
«Ci stanno seguendo, Jommy», trasmetteva il suo cervello. «Non sono del
tutto sicuri, ma sospettano qualcosa. Abbiamo rischiato una volta di troppo a
venire nella Capitale, anche se speravo che questa volta avrei potuto farti
vedere come facevano gli Slan a entrare nei sotterranei dov'è nascosto il
segreto di tuo padre. Jommy, se succede il peggio, sai quel che devi fare.
Abbiamo fatto le prove tante volte. E, Jommy, non ti spaventare e non ti
agitare. Anche se hai solo nove anni, sei intelligente quanto un ragazzo
umano di quindici.»
Non ti spaventare! Facile da dirsi, pensò Jommy, ma le nascose il proprio
pensiero. A lei non piaceva che glielo nascondesse, che frapponesse fra di
loro quello schermo deformante. Ma c'erano dei pensieri che bisognava
nascondere. Lei non doveva sapere che anche lui aveva paura. Era anche una
cosa nuova ed eccitante. Si sentiva eccitato ogni volta che arrivava nel cuore
di Centropoli dalla tranquilla periferia dove vivevano. I grandi parchi, i
chilometri di grattacieli, il tumulto della folla, gli sembravano sempre più
belli di come glieli dipingeva la sua immaginazione: ma bisognava
aspettarselo che nella Capitale del mondo tutto fosse grande. Lì
c'era la sede del Governo. Lì, da qualche parte, viveva Kier Gray, il Dittatore
assoluto dell'intero pianeta. Tanto tempo prima — secoli prima — gli Slan
erano stati padroni di Centropoli, durante il breve periodo del loro dominio.
«Jommy, senti la loro ostilità? Senti ancora le cose da lontano?»
Lui divenne teso. L'onda continua di indeterminazione che proveniva dalla
folla che li circondava divenne un vortice di clamore mentale. Da qualche
parte gli giunse l'eco di un pensiero:
«Dicono che ci siano ancora degli Slan che vivono in questa città, malgrado
tutte le precauzioni e l'ordine di sparare a vista».
«Ma non è pericoloso?» Ecco un altro pensiero, certamente una domanda
fatta ad alta voce, sebbene Jommy ne ricevesse solo l'immagine mentale.
«Voglio dire che potrebbe essere uccisa per errore una persona assolutamente
innocente.»
«Per quello di rado sparano a vista. Cercano di prenderli e di studiarli. I loro
organi interni sono diversi dai nostri, sai, e sulla testa hanno...»
«Jommy, riesci a sentirli, un isolato dietro a noi? Sono in una grande
macchina! Aspettano dei rinforzi per accerchiarci. Vanno svelti! Riesci ad
afferrare i loro pensieri, Jommy?»
Non ci riusciva! Per quanto tendesse la mente e si sforzasse, addirittura
sudando per lo sforzo. Quello era il punto in cui i poteri adulti di lei
superavano l'istinto precoce di lui. Lei riusciva a superare le distanze e a
concretizzare vibrazioni lontane in immagini coerenti. Avrebbe voluto girarsi
e guardare, ma non ne aveva il coraggio. Le sue gambe infantili, anche se
lunghe, si piegavano sotto di lui mentre quasi correva per tenere dietro con il
passo all'impazienza di sua madre. Era terribile essere piccoli, deboli e
inesperti, mentre la loro vita richiedeva la forza della maturità, la prontezza
degli Slan adulti.
I pensieri di sua madre si aprirono una via nelle sue riflessioni:
«Ce n'è qualcuno davanti a noi, Jommy, e degli altri stanno attraversando la
strada. Devi andare, tesoro. Non dimenticare quello che ti ho detto. Devi
vivere per un solo scopo: per fare in modo che gli Slan possano vivere delle
vite normali. Penso che dovrai uccidere il nostro grande nemico, Kier Gray,
anche se dovrai entrare nel suo immenso palazzo. Ricordati: ci saranno grida
e confusione, ma tu tieni la testa a posto. Buona fortuna, Jommy!».

 

mercoledì 16 ottobre 2024

Boris Blacher

 

Boris Blacher, compositore e insegnante tedesco, classificato dal regime nazista tra gli autori di “musica degenerata”, soltanto dopo la seconda guerra mondiale assume rilievo nella vita musicale di Berlino.
Nasce in Cina, a Niu-ch’ang, dove temporaneamente, per motivi di lavoro, risiedono i suoi genitori. Studia musica mentre si trova a Irkutsk, Siberia, poi frequenta Architettura presso l’Università di Berlino. Nel 1924, deciso a seguire le proprie inclinazioni, inizia a studiare composizione con Friedrich Koch; tra i suoi primi lavori importanti si ricordano la musica per accompagnare il film muto “Bismarck” del 1925 e l’opera “Habemajaja”, composta nel 1929 per la Radio di Berlino.
Boris Blacher, che annovera un’ascendenza ebrea, subisce la censura del regime nazista; una delle sue opere messe al bando è la “Concertante Musik”, oggi una delle sue composizioni più spesso eseguite. Nel 1937, per interessamento di Karl Böhm, Blacher può insegnare al Conservatorio di Dresda, tuttavia due anni più tardi lascia questo incarico e, temendo rappresaglie, vive in clandestinità.
Nel dopoguerra l’attività musicale di Boris Blacher trova spazio nei nuovi ambienti musicali berlinesi; grande notorietà ottiene con le “Variazioni su un tema di Paganini”, brano per orchestra scritto nel 1947. Nel 1948 è chiamato a insegnare composizione all’Accademia Musicale di Berlino, ne sarà il direttore tra il 1953 e il 1970.
Boris Blacher continua a comporre fino agli ultimi giorni della sua vita; lascia moltissima musica per il teatro, tra cui 13 opere liriche e 9 balletti, e numerose composizioni per orchestra sinfonica e da camera. Si esprime con forme tradizionali ma non disdegna l’approccio alla dodecafonia, come nel balletto “Lysistrata” del 1950, e alla musica elettronica, alla quale si avvicina nel corso degli anni ’60. Suo figlio, Kolja Blacher, è un violinista, conosciuto anche in campo internazionale.

La Symphonie del 1938 è un'opera forte, ma sensibile, con un finale esilarante di un singolo compositore, tuttavia potrebbe ricordare la "Kleine Symphonie" di Werner Egk di una dozzina di anni prima. La gioiosa "fuga" è una corsa folle ma giocosa, parte della quale ricorda - perversamente - il secondo movimento "scherzo" (solo per strumenti a fiato) dell'ottava sinfonia di Vaughan Williams. 

martedì 15 ottobre 2024

MONDADORI n.8 - Marie Belloc Lowndes: La dama di compagnia



Era un buio pomeriggio dei primi di dicembre, non però tanto buio che non si potessero leggere i sommari dei giornali della sera, stampati a lettere di scatola:
LA TRAGEDIA DI SWANMERE
STRAORDINARIE RIVELAZIONI
SUL MISTERIOSO AFFARE RAYDON
Coloro che scorrevano con gli occhi i sommari, si sarebbero potuti dividere in due categorie: la più numerosa era quella composta di persone avide di conoscere tutti i particolari di un fatto di cronaca certamente annoverabile fra i delitti più misteriosi del ventesimo secolo. L'altra categoria, infinitamente più piccola, comprendeva quanti erano seccati e disgustati di vedere che anche il loro giornale preferito favoriva una curiosità a detta loro morbosa. Ma anche questa seconda categoria doveva onestamente ammettere che l'affare Raydon conteneva tutti gli elementi atti a formare una causa celebre.
Una cosa sola mancava in tutta quella faccenda, ma una cosa importantissima agli occhi di coloro che si atteggiano a giudici nei delitti; vale a dire che, nonostante i titoli dei giornali che parlavano del mistero di Raydon, del mistero ve ne era proprio poco.
Tutto il fascino di quella faccenda consisteva nella spietata rivelazione di certi segreti, fatta durante quel processo, condotto con la più rigorosa giustizia, ma anche con la più grande crudeltà; segreti che di solito sono tenuti nascosti alle orecchie avide di sapere e agli occhi curiosi di conoscere, nei più profondi recessi della nostra misera natura umana.
Non bisogna però credere che il pubblico s'interessasse poco del processo, perché conosceva o credeva di conoscere tutta la trama di quel sinistro complotto, nato in parte dalla passione e in parte da uno sfrenato amore del denaro e dall'imperiosa necessità di possederne ad ogni costo; tratti salienti, questi, della nostra civiltà moderna.
Per quanto i personaggi del dramma fossero parecchi, tre di loro, due uomini e una donna, assorbivano tutta l'attenzione del pubblico.
Il primo era l'assassinato, Battista Raydon, descritto nell'atto di accusa del Procuratore Generale come un tipico inglese dell'alta borghesia, studente esemplare prima della guerra e considerato più tardi, con suo gran rincrescimento, come troppo utile al paese per poter essere mandato al fronte. E il ritratto che era stato fatto del povero Raydon era indubbiamente attraente: lavoratore, coscienzioso, ragionevolmente appassionato di sport e di esercizi all'aria aperta, non aveva avuto nella sua vita che una sola poesia: il suo intenso amore per la giovane e bellissima moglie.
Il secondo personaggio del dramma era l'amante della moglie, Giacomo Mintlaw. Costui era una figura veramente romantica. Al principio della guerra aveva abbandonato la sua proficua occupazione nel Canadà, per tornare in patria ad arruolarsi come volontario nella Guardia, e a guerra finita si era ritirato dall'esercito col grado di colonnello e con tutte le decorazioni possibili e immaginabili, britanniche e francesi.
Mintlaw nelle sue rare e brevi licenze a Londra aveva assiduamente frequentato, appassionatamente amato e ardentemente desiderato di sposare - era una circostanza pacifica - l'allora vedova di guerra, destinata a diventare più tardi la signora Raydon. E ora si trovava involto in quella terribile storia, per lo strano fatto di essere tornato senza un soldo, dopo la guerra, nel Canadà, dove era diventato amico e socio di un individuo ricchissimo, il quale, morendo improvvisamente, lo aveva lasciato erede di tutte le sue sostanze. Orbene, questa apparente buona fortuna era finita per essere causa della più grave disgrazia. Giacomo Mintlaw era tornato in Europa, ma soltanto per venire a sapere che la bella vedova, da lui sempre amata, aveva ripreso marito. Nondimeno una settimana non era ancora trascorsa dal suo ritorno in Inghilterra, che egli già aveva riannodato la sua conoscenza con lei; pochi giorni dopo essa era riuscita a carpirgli uno chèque di tremila sterline. Era proprio per quel dono, secondo lui, puramente amichevole, che Giacomo Mintlaw si trovava coinvolto nel così detto mistero di Raydon.
Il terzo personaggio era la graziosa, affascinante e scervellata Eva Raydon in persona. La maggior parte delle centinaia di migliaia di persone che seguivano le fasi del dramma rappresentato in quel momento davanti alla Corte d'Assise, trovava che la migliore descrizione di Eva era stata fatta dalla madre del povero Battista Raydon, la quale dal banco dei testimoni, aveva pronunziato nettamente queste parole: "Egoista, leggera, amante dei divertimenti e prodiga."
Ma, ciò nonostante, vi erano ancora di quelli che, conquistati dalla sua eccezionale bellezza e dalla sua incantevole grazia femminile, trovavano delle attenuanti ai suoi difetti, erigendosi a suoi campioni, malgrado le prove schiaccianti accumulate contro di lei.
Dal punto di vista del pubblico, la signora Raydon madre era di gran lunga il personaggio più importante, fra quanti avevano rappresentato una parte secondaria in quel dramma di segrete passioni. Era stata quasi unicamente la sua ferma convinzione che il figlio non fosse morto di morte naturale, unita alla scoperta di una certa lettera nella stanza funebre, che aveva condotto all'autopsia, in séguito alla quale era stato dichiarato che Battista Raydon era morto per avere ingerito una forte dose di arsenico.

lunedì 14 ottobre 2024

Bruno Maderna

Figura fondamentale per lo sviluppo e la divulgazione della Nuova Musica, Bruno Maderna (Venezia 1920 – Darmstadt 1973) compì studi precocissimi ma irregolari con Gian Francesco Malipiero ed Hermann Scherchen. Presente a Darmstadt fin dal 1949, fu tra i primi ad accostarsi al serialismo post-weberniano professato nella cittadina tedesca dai principali rappresentanti dell’Avanguardia europea; ma fu anche tra i primi a dissociarsi da una supina accettazione del razionalismo strutturalista e ad aprirsi a una dimensione dell’arte più libera e fantasiosa, riconoscendo tra l’altro il giusto valore alle nuove espressioni “aleatorie” – in un primo momento considerate solo provocatorie – di John Cage e delle culture musicali extraeuropee. Curioso verso ogni forma della materia sonora, instancabile sperimentatore, Maderna fu un pioniere anche per quanto riguarda la musica elettronica e nel 1955 fondò, insieme con Luciano Berio, lo Studio di Fonologia della RAI di Milano, lavorandovi fino al ’62.
Tra le sue composizioni più note, si ricordano Musica su due dimensioni, Serenata per 11 strumenti, tre Concerti per oboe e orchestra, Serenata per un satellite, Grande aulodia per flauto, oboe e orchestra e le opere di teatro musicale Hyperion e Satyricon.
Altrettanto importante è infine il Maderna direttore d’orchestra, interprete fine e sensibilissimo che contribuì in modo determinante a divulgare la musica moderna e contemporanea presso il pubblico di tutto il mondo. Sono state di recente ritrovate e pubblicate sue opere ritenute disperse, come il Requiem per soli, coro e orchestra del 1946 e il Concerto per pianoforte e orchestra del 1941. Entrambi i brani sono stati presentati in concerto nell’autunno 2009.

Spirito avventuroso ed irrequieto, Maderna non cessò mai di indagare nuove tecniche compositive; dal neoclassicismo modaleggiante dei lavori giovanili, ben presto si avvicinò all'espressionismo atonale della seconda scuola di Vienna ed alla dodecafonia, senza per questo dimenticare la principalissima esperienza bartokiana (di cui vi sono echi nel Concerto per due pianoforti e strumenti del 1948 e che ritornerà presente nelle tecniche proliferative da lui ampiamente utilizzate nei lavori degli ultimi anni).

Fu tra i precursori del serialismo musicale assieme ai colleghi Stockhausen, Boulez e Nono, dai cui rigori si discostò tuttavia presto per elaborare il suo personale universo seriale. Maderna fu inoltre tra i primi ad indagare le possibilità offerte dall'alea (a questo riguardo, la sua Serenata per un satellite del 1969 viene universalmente considerata come uno dei momenti di più alto lirismo ottenuti con l'utilizzo di tecniche aleatorie).
Allo stesso tempo, fu precursore dell'impiego dei mezzi musicali elettronici (il suo brano Musica su due dimensioni fu il primo in assoluto a prevedere l'interazione tra un musicista dal vivo ed un nastro registrato).
I suoi ultimi lavori denotano una grande volontà di sincretismo, mirata all'uscita da alcune delle problematiche compositive legate agli anni precedenti, tentativo che avrebbe potuto portare a sviluppi importanti ed inaspettati, se non fosse stato troncato dalla sua prematura scomparsa nel 1973.

Concerto per oboe e orchestra No.3 (1973)
L'oboe più che si adattava alla predilezione di Maderna per le strutture chiare e i suoni sensuali e concreti. Non senza ragione, in un'epoca in cui l'offerta di musica dedicata all'oboe era tutt'altro che abbondante, Maderna scrisse non uno, non due, ma tre concerti (oltre a numerose altre opere per oboe) per questo suono "nasale" membro della famiglia dei legni. Questo concerto (1973) sarebbe diventato l'ultima composizione di Maderna prima della sua morte nel novembre dell'anno in cui fu scritto. Sapere ciò potrebbe avere una certa influenza sul modo in cui si ascolta l'opera; già l'apertura dell'oboe solista, che si abbandona a suoni sorprendentemente lirici, lascia stupiti; e il finale ha "un grande potere suggestivo, poiché sopra l'accompagnamento orchestrale misteriosamente sbiadito, l'oboe sta lentamente fluttuando verso il cielo".

Fiducia - La porta aperta, 1931









 

giovedì 10 ottobre 2024

URANIA n.7 - Eric Frank Russell: Schiavi Degli Invisibili



— Una morte immediata attende la prima mucca che guida una rivolta
contro la mungitura — disse pensieroso il professor Peder Bjornsen. Era una
prospettiva nuova, e molto sgradevole, nata da fatti spaventosi. Bjornsen si
passò le lunghe dita sottili tra i capelli precocemente incanutiti e guardò dalla
finestra dello studio, affacciata al terzo piano sopra il traffico intenso
dell'Hötorget di Stoccolma. Ma i suoi occhi non vedevano il traffico.
— E c'è uno scacciamosche che aspetta la prima ape decisa a protestare
contro il furto del miele — aggiunse. Stoccolma rombava e ronzava: una città
ignara delle proprie catene. Il professore continuò a tenere gli occhi
spalancati in una contemplazione impaurita e taciturna. Poi all'improvviso i
suoi occhi si levarono, spalancandosi in un lampo d'apprensione. Si scostò
dalla finestra, adagio, con riluttanza, muovendosi come se per pura forza di
volontà si costringesse a staccarsi da un orrore, che chiamava, chiamava
invisibilmente.
Alzò le mani e spinse, spinse inutilmente l'aria. Gli occhi stralunati,
ancora innaturalmente freddi e duri e tuttavia accesi da qualcosa che stava al
dilà della paura, seguirono affascinati un punto informe e incolore in
movimento dalla finestra al soffitto. Si voltò con uno sforzo immane e corse
via a bocca aperta, esalando tacito il fiato.
Non aveva percorso metà della distanza che lo separava dalla porta
quando lanciò un breve gemito, incespicò, cadde. La mano convulsa afferrò
sulla scrivania l'agenda a fogli mobili e la trascinò giù sul tappeto. Bjornsen
si portò le mani al cuore, singultando, e restò immoto. La scintilla che l'aveva
animato si estinse. Il foglietto superiore dell'agenda svolazzò, mosso da una
strana brezza inesplicabile venuta dal nulla. La data era il 17 maggio 2015.
Bjornsen era morto da cinque ore, quando arrivò la polizia.
Imperturbabile, il medico legale diagnosticò un collasso cardiaco e lasciò
perdere. Curiosando irrequieto, il tenente Baeker trovò sulla scrivania del
professore un biglietto: un messaggio dall'aldilà.
«Una conoscenza limitata è pericolosa. Mi è umanamente impossibile
tenere a freno i pensieri in ogni minuto della giornata, dominare i sogni
involontari a ogni ora della notte. È inevitabile che presto io venga trovato morto, nel qual caso dovrete...»
— Dovrete che cosa? — domandò Baeker. Non vi fu risposta. La voce
che, rispondendo, avrebbe potuto sconvolgerlo, taceva per sempre. Baeker
ascoltò il referto del medico, e poi bruciò il biglietto. Il professore, pensò,
come altri suoi colleghi, invecchiando era divenuto eccentrico, oberato
com'era da un'erudizione troppo astrusa. Era collasso cardiaco, praticamente e
ufficialmente.
Il 30 maggio il dottor Guthrie Sheridan, con i passi lenti e sussultanti di
un automa, percorreva Charing Cross Road, a Londra. Teneva fissi al cielo
gli occhi lucidi e gelidi, mentre le gambe si muovevano meccanicamente:
aveva l'aspetto bizzarro di un cieco che segue un percorso ben noto.
Jim Leacock lo vide procedere in quel modo assorto, e non notò niente di
anormale. Si avvicinò, esclamò «Ehi, Sherry!», e si accinse a dargli una
cordiale pacca sulla schiena. Si fermò, sgomento.
Guthrie girò verso di lui il volto pallido e tirato, dagli occhi che
brillavano come ghiaccioli visti in un crepuscolo azzurrognolo, e
afferrandogli un braccio esclamò: — Jim!
Santo cielo, come sono contento di vederti! — Il respiro era concitato, la
voce incalzante. — Jim, devo parlare con qualcuno... se no diventerò pazzo.
Ho appena scoperto la cosa più incredibile in tutta la storia dell'umanità. È
davvero qualcosa da non credere: eppure spiega mille cose che avevamo a
malapena intuito, o ignorato completamente.
— Di che si tratta? — domandò Leacock, scettico. Studiò il volto alterato
dell'altro.
— Jim, posso dirti che l'uomo non è e non è mai stato il padrone del
proprio destino, il signore della propria anima. Oh, perfino le bestie... —
S'interruppe, afferrò l'interlocutore. La sua voce salì di due toni,
raggiungendo una nota isterica. —
L'ho pensato! L'ho pensato, ti dico! — Le ginocchia gli si piegarono. —
Sono spacciato! — E si afflosciò sul marciapiede.
Prontamente lo sbigottito Leacock si chinò su di lui, gli aprì la camicia,
gli posò una mano sul petto. Non sentì nessun battito. Il cuore che poco prima
pulsava all'impazzata si era fermato per sempre. Sheridan era morto. Collasso
cardiaco, evidentemente.
Alla stessa ora dello stesso giorno, il dottor Hans Luther fece qualcosa di
molto simile. Lanciando alla massima velocità attraverso il laboratorio il
corpo ingannevolmente grassoccio, scese precipitosamente le scale e tagliò
per l'atrio. Fuggì, gettandosi occhiate impaurite alle spalle, e quegli sguardi
scaturivano da occhi che parevano d'agata levigata.

 

martedì 8 ottobre 2024

MONDADORI n.7 - Alfred Edward Woodley Mason: La casa della freccia



Gli avvocati londinesi Frobisher e Haslitt erano orgogliosi di annoverare
tra i loro clienti molte persone che avevano degli interessi in Francia.
- Riusciamo così ad avere un posto nella storia - soleva dire il signor
Geremy Haslitt. - Fu nel 1806 che il signor James Frobisher, il nostro
illustre socio, organizzò la fuga di centinaia di sudditi britannici trattenuti
in Francia dall'editto di Napoleone I. Lo studio ricevette i ringraziamenti
del governo di Sua Maestà, ed è stato così fortunato da conservarsi le
relazioni contratte in quell'epoca. Mi occupo io stesso di questo ramo dei
nostri affari!
È per questo motivo che nel corriere giornaliero del signor Haslitt
figuravano sempre molte lettere coi francobolli azzurri francesi. Ma quella
mattina d'aprile non ce n'era che una. L'indirizzo era stato vergato con una
calligrafia minuta e irregolare che il signor Haslitt non conosceva. Ma
poiché la busta portava il timbro di Digione, il signor Haslitt si affrettò ad
aprirla. Aveva una cliente a Digione, una vedova, la signora Harlowe,
della cui salute aveva già avuto cattive notizie. La lettera proveniva
certamente dalla Maison Grenelle, la dimora della signora Harlowe, ma
non era stata scritta da lei. Il signor Haslitt guardò la firma.
Alfred E. W. Mason 1 1930 - La Casa Della Freccia Rossa
- Waberski? - disse, corrugando la fronte. - Boris Waberski? - E poi,
ricordandosi esclamò: - Ah! già, già! - Si sedette e cominciò a leggere. La
prima parte della lettera non conteneva che complimenti e gentilezze, ma a
metà circa della seconda pagina appariva ben chiaro a che cosa mirasse lo
scrivente. Mirava a cinquecento sterline. Il vecchio signor Haslitt sorrise e
proseguì nella lettera, facendo i suoi commenti ad alta voce.
Ho una gran bisogno di quel denaro, scriveva Boris...
- Non ne dubito! - mormorò il signor Haslitt.
... la mia amata sorella Mary Joan... continuava la lettera.
- Cognata! - corresse il signor Haslitt.
... non può vivere a lungo nonostante le cure e le attenzioni che ho per
lei, proseguiva Boris Waberski. Come voi certamente sapete, lei mi ha
lasciato una buona parte della sua sostanza. Questo denaro è dunque già
mio, non è vero? Lo posso dire senza che le mie parole vengano male
interpretate. Bisogna guardare la realtà bene in faccia. Speditemi dunque
un po' di quel denaro che è mio, per lettera raccomandata, e ricevete i
miei più distinti saluti!
Il sorriso del signor Haslitt si tramutò in un risolino di scherno. Lui
possedeva una copia del testamento di Mary Joan Harlowe, redatto in
debita forma da un notaio francese di Digione, col quale lei lasciava fino
all'ultimo centesimo della sua sostanza a Betty Harlowe, nipote di suo
marito e sua figlia adottiva. Ripiegò la lettera e fece per stracciarla, ma poi
cambiò idea.
- Meglio di no - si disse. - Con certa gente come Boris Waberski, non si
sa mai - e richiuse le lettera nella sua cassaforte privata.
Quando, tre settimane dopo, tra gli annunci mortuari del Times, lesse
quello della signora Harlowe, e ricevette un biglietto listato di nero col
quale Betty Harlowe lo invitava ai funerali a Digione, fu ben lieto di aver
conservato quello scritto. L'invito era puramente formale, perché, anche se
fosse partito subito, non avrebbe potuto arrivare in tempo per la cerimonia.
Si limitò dunque a scrivere alcune righe di condoglianze alla fanciulla e
una lettera al notaio francese per mettere a disposizione di Betty i servizi
del proprio studio. Poi attese.
- Il nostro Boris non tarderà certamente a farsi vivo! - si disse. Dopo
pochi giorni, infatti, ricevette un'altra lettera. L'indignazione e l'ira
avevano reso ancor più minuta e irregolare la calligrafia, e Waberski aveva
creduto opportuno raddoppiare la sua domanda.
Alfred E. W. Mason 2 1930 - La Casa Della Freccia Rossa
È incredibile! - scriveva. - Non ha lasciato nulla a me, suo fratello, che
ero così premuroso lei. Qui c'è qualcosa che non mi persuade. Mandatemi
ora mille sterline per lettera raccomandata. - Avete avuto sempre il
mondo contro di voi, mio povero Boris - soleva dire mia cognata con le
lacrime agli occhi. - Ma penserò a voi nel mio testamento! - E invece
nulla! Naturalmente ho parlato a mia nipote... ah, che donna senza cuore!
Mi ha riso in faccia. Pensate! Mille sterline, signore, altrimenti
nasceranno dei guai! Non si ride in faccia a Boris Waberski impunemente!
O mille sterline per lettera raccomandata, oppure... e questa volta Boris
Waberski non pregava il signor Haslitt di ricevere i suoi saluti, più o meno
distinti, ma si limitava a mettere la sua firma sottolineandola con un
segnaccio che attraversava tutto il foglio.