Van Gogh non è un artista del passato. È un urlo che continua a vibrare dentro chi vive oggi. È una presenza inquieta, luminosa, imperfetta, che attraversa i secoli e arriva addosso come una verità impossibile da ignorare. Esistono pittori che mostrano il mondo. Lui mostrava ciò che il mondo fa all’anima. E questo, oggi più che mai, è un insegnamento bruciante.
In un’epoca che pretende lucidità, equilibrio, controllo costante, Van Gogh rappresenta esattamente il contrario: il diritto di tremare. Il diritto di sentire troppo. Il diritto di non riuscire a contenere la vita senza trasformarla in qualcosa. Ogni suo colore è un gesto di sopravvivenza. Non un’analisi, non una tecnica, ma un modo per non spegnersi. E chi vive nel presente, sommerso da pressioni invisibili, trova in questo qualcosa di sorprendentemente vicino.La modernità ci costringe a essere lisci, ordinati, performanti. Van Gogh ci ricorda che essere umani significa essere irregolari. Le sue pennellate non seguono una regola. Seguono un impulso.
Un battito interiore che non chiede il permesso a nessuno.
È questo il primo insegnamento che offre ai moderni: non attenuare ciò che senti solo perché fa paura agli altri. La verità interiore, anche quando è scomoda, è più forte di qualsiasi maschera.
C’è poi la questione del dolore. Non lo ha mai nascosto, né addolcito.
Lo ha guardato in faccia.
Lo ha trasformato.
Oggi tutti cercano di cancellarlo, di coprirlo, di renderlo invisibile per non disturbare.
Van Gogh lo mette al centro.
Questo è il secondo insegnamento: il dolore non deve essere negato per sparire. Deve essere ascoltato per cambiare forma.
Chi vive in un presente dove tutto viene consumato troppo in fretta, dove i sentimenti vengono etichettati, ridotti, semplificati, trova in Van Gogh una resistenza naturale alla superficialità. Ogni sua opera dice che le emozioni non sono un intralcio. Sono una porta. Una possibilità. Una forma segreta di leggerezza che nasce solo dopo essere passati attraverso la profondità.
C’è poi la sua ostinazione. Non quella del successo. La sua era ostinazione al vivere.
Continuava a creare anche quando era stremato, anche quando nessuno capiva, anche quando il mondo sembrava voltarsi dall’altra parte. Non per ambizione. Per necessità. Era l’unico modo che aveva per restare saldo, per non frantumarsi. In un’epoca come la nostra, dove tutto deve essere approvato, misurato, monetizzato, lui insegna che creare serve prima di tutto a restare vivi. A respirare. A trovare un posto dentro se stessi quando fuori tutto è confuso.
Questo è il terzo insegnamento: la creazione non è un risultato. È una difesa.
E infine, il suo modo di vedere.
Van Gogh guardava oltre la superficie anche quando la superficie era sufficiente per tutti.
Vedeva la luce dentro ciò che gli altri consideravano comune.
Vedeva il movimento dietro ogni cosa immobile.
Vedeva la possibilità dove gli altri vedevano la fine.
È un invito diretto a coloro , che spesso non vedono più nulla davvero: rallentare, ascoltare, lasciarsi toccare da ciò che si ha davanti, anche quando è piccolo, anche quando è imperfetto.
Questo è l’ultimo insegnamento: la meraviglia non scompare.Siamo noi che smettiamo di guardarla.
Van Gogh non è il passato. È un compagno silenzioso del presente.
C’è poi la sua ostinazione. Non quella del successo. La sua era ostinazione al vivere.
Continuava a creare anche quando era stremato, anche quando nessuno capiva, anche quando il mondo sembrava voltarsi dall’altra parte. Non per ambizione. Per necessità. Era l’unico modo che aveva per restare saldo, per non frantumarsi. In un’epoca come la nostra, dove tutto deve essere approvato, misurato, monetizzato, lui insegna che creare serve prima di tutto a restare vivi. A respirare. A trovare un posto dentro se stessi quando fuori tutto è confuso.
Questo è il terzo insegnamento: la creazione non è un risultato. È una difesa.
E infine, il suo modo di vedere.
Van Gogh guardava oltre la superficie anche quando la superficie era sufficiente per tutti.
Vedeva la luce dentro ciò che gli altri consideravano comune.
Vedeva il movimento dietro ogni cosa immobile.
Vedeva la possibilità dove gli altri vedevano la fine.
È un invito diretto a coloro , che spesso non vedono più nulla davvero: rallentare, ascoltare, lasciarsi toccare da ciò che si ha davanti, anche quando è piccolo, anche quando è imperfetto.
Questo è l’ultimo insegnamento: la meraviglia non scompare.Siamo noi che smettiamo di guardarla.
Van Gogh non è il passato. È un compagno silenzioso del presente.
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