martedì 10 dicembre 2024

MONDADORI n.14 - Arnold Bennett e Eden Phillpotts: Oro sommerso



Londra si acquietava: il mostro si disponeva al riposo. Gli orologi delle
chiese e degli alberghi, sotto la chiara luna d'autunno, segnavano l'una
meno un quarto. Dalle finestre delle bettole già chiuse si vedevano i
garzoni e i camerieri, con gli occhi assonnati e uno strofinaccio in mano,
sfregare vigorosamente i banchi per togliere le ultime macchie. La via era
già quasi completamente deserta; solo qualche guardia andava
controllando le porte chiuse dei negozi e gli omnibus parevano affrettarsi,
come cavalli sollecitati dall'odore della stalla vicina.
Sui marciapiedi, fra Aldwych e Charing Cross, erano rimasti forse una
ventina di passanti dei ventimila che vi si accalcavano sempre sul
mezzogiorno. Pareva che il mostro, con un gran sospiro di stanchezza, si
quietasse, quasi dicendo: "Vediamo un po' se ci riesce di schiacciare un
sonnellino".
Tra i rari passanti c'era Philip Masters, un giovanotto sulla trentina, alto
e tarchiato, che della vita aveva già fatto considerevole esperienza ed al
quale altre e ben più dure prove erano riservate. Se ne andava, senza meta,
verso Charing Cross e, fermatosi un momento davanti alla vetrina
illuminata di un gioielliere, attraversò la strada da sud a nord, verso
Wellington Street, svoltando poi per la magnifica curva di Aldwych. Gli
edifici grandiosi e sovraccarichi di ornamenti di quel fastoso quartiere gli
sorsero dinanzi nel loro perlaceo candore, che l'alito del mostro non aveva
offuscato, e Philip si domandò stupito donde mai fosse potuto uscire tanto
danaro da permettere d'innalzare, con una rapidità quasi fiabesca, quei
candidi palazzi, destinati esclusivamente al lusso ed ai piaceri.
Perché Philip era proprio ridotto a mal partito; tutto quello che
possedeva al mondo l'aveva con sé, in una borsetta di pelle nera, e lui
stesso non riusciva a capacitarsi del come, in mezzo ad una città che
spendeva dodicimila sterline al giorno soltanto per le carrozze di piazza,
potesse trovarsi così solo e sperduto, senza una casa, senza un rifugio,
senza una qualunque prospettiva di avvenire e unica risorsa, in tasca,
l'ultima moneta da mezzo scellino. E non era molto lontano il tempo in cui
soleva gettare, con aria da gran signore, una moneta d'oro al vetturino,
dopo una breve corsa!
Sua madre era morta nel darlo alla luce, e suo padre qualche mese prima.
Era cresciuto sotto la guida dei suoi tutori che, al compiersi del suo
ventunesimo anno, lo avevano fornito di seimila sterline e di molti buoni
consigli. Quelle due brave persone lo avevano educato con molto criterio,
tenendolo prudentemente lontano dalle università e da simili piacevoli
ritrovi; gli avevano procurato un posto presso un editore in voga; avevano
fatto, insomma, quanto potevano per lui. Non gli avevano insegnato, però,
a non far sempre soltanto di propria testa, né gli avevano istillato una
particolare simpatia per il commercio librario, né pensato a metterlo in
guardia contro il gioco di Borsa. Avvenne, quindi, che nel corso di sei
anni, dopo aver voltato le spalle all'editore e avere agito, in tutto e per
tutto, precisamente all'opposto dei loro consigli, Philip si era visto sfumare
una dopo l'altra le sue seimila sterline.
A ventisette anni aveva perduto tutto, tranne la serenità di spirito e la
fiducia negli uomini.
Aveva tentato mille mestieri, mille professioni; ma non aveva trovato
ancora la propria via. Forse sarebbe riuscito bene nelle Colonie, ma le
circostanze non ve lo avevano portato. La prova più lunga l'aveva fatta
recentemente, in una scuola di Jujitsu, come vice direttore ed insegnante,
avendo realmente la corporatura di un atleta ed una vera passione per quel
genere di sport. Fra gli allievi di quella scuola c'era anche un giovane duca.
Avvenne che, in uno scontro, Philip serrasse il braccio del duca in modo
tale che questi s'era trovato nella necessità di arrendersi, per non uscirne
con l'omero spezzato. Il duchino forse aveva stimato indegna del suo
nobile lignaggio una resa a discrezione e il suo braccio ne era uscito
malconcio.
Ora, se un insegnante, in una scuola di Jujitsu, rompe un braccio a un
duca lustro e decoro della scuola stessa, indubbiamente il torto è
dell'insegnante. Philip lo aveva compreso, e aveva dato le sue dimissioni.
Erano passate due settimane dal fatto. Da quel giorno, aveva cercato
invano il modo di mettere a profitto le sue varie attitudini; e, pur non
avendo ancora aperto lo sportello delle carrozze all'uscita dai teatri, né
venduto giornali, né cerini, agli angoli delle vie, né fatto alcun altro dei
soliti mestieri di chi è ridotto all'estrema miseria, tuttavia la sua serenità
andava man mano trasformandosi in una specie di filosofica disperazione.
Il pensiero di non aver proprio più nulla da mangiare, che l'aveva dapprima
sorpreso e che gli era sembrato quasi un po' buffo, gli appariva ora soltanto
come una cosa estremamente sgradevole.
"Ma sono proprio io", pensava, "qui, in piena Londra, senza un
quattrino? Sono proprio io, ridotto a morir di fame o a mendicare?". Infilò
la Kingsway. La doppia fila di lampioni si prolungava, imponente, fino a
Holborn, illuminando da una parte gli affissi reclamistici di tutti i teatri e
di tutte le novità mediche della metropoli, dall'altra i miserevoli avanzi
delle case, che il piccone degli sventratori aveva smozzicate. Nella
solennità della gigantesca via deserta Philip esitò un istante. Aveva sentito
parlare di una certa locanda, o pensione, e sperava di rintracciarla, pur non
conoscendone il preciso indirizzo. Sapeva soltanto ch'era situata in una via
trasversale alla Kingsway, dal lato di ponente. A poche centinaia di metri,
il braciere della guardia notturna emetteva una viva luce rossa sotto le
gialle fiammelle delle lampade a gas e una serie di fanaletti rossi, simili ai
segnali d'una minuscola ferrovia, indicava che la Kingsway, quantunque
recentissima, era già in riparazione. Vide due figure gesticolanti contro la
luce del braciere e, continuando a camminare lentamente, si chiese se
avrebbe osato domandare alla guardia informazioni sulla casa che cercava.
Tale era la strana timidezza che gl'inibiva quell'atto così semplice che,
quando fu presso al braciere, traversò la strada in senso opposto, pur
continuando a lottare con se stesso, per indursi a interrogare la guardia.
Ma una grande sorpresa lo attendeva.


 

lunedì 9 dicembre 2024

Kriminal



 

Kriminal è un personaggio dei fumetti creato negli anni sessanta da Max Bunker e dal disegnatore Magnus e le cui storie sono state pubblicate per la prima volta dal 1964 al 1974 sulla omonima serie edita dall'Editoriale Corno. Appartiene al filone del fumetto nero italiano di cui, con Satanik e Diabolik, rappresenta il capostipite. A fine anni sessanta il successo della serie portò alla realizzazione anche di due film: Kriminal, del 1966 e Il marchio di Kriminal, del 1968. Il primo numero della serie a fumetti rappresenta in assoluto la prima opera completa realizzata dal famoso disegnatore Magnus.

Caratteristica peculiare di Kriminal è la sua tuta: un'aderente calzamaglia gialla, con il disegno in nero della struttura scheletrica. In testa, a celarne il volto, una maschera a forma di teschio. Nella definizione delle caratteristiche somatiche di Kriminal, Luciano Secchi suggerì a Magnus di ispirarsi al volto dell'attore Jacques Sernas, all'epoca molto popolare. In effetti il primo volto di Kriminal, con capelli biondi pettinati all'indietro e tenuti non cortissimi, poteva ricordare quello di Sernas.
Il volto di Kriminal cambia decisamente dopo il numero 7 ("Trappola Infernale"). In quell'albo Kriminal viene arrestato (ma le forze dell'ordine non sanno che egli è in realtà il supercriminale in tuta scheletrica) e ristretto nel carcere di Long South. Dopo l'arresto gli vengono rasati i capelli a zero. Negli albi successivi i capelli riprendono a crescere, ma da allora in poi le chiome di Kriminal saranno sempre cortissime, a spazzola.

Il vero nome di Kriminal è Anthony Logan, fuorilegge americano naturalizzato inglese che agisce mascherato da scheletro. Ha un passato tormentato: il padre fu spinto al suicidio dopo essere stato ridotto sul lastrico; la madre e la sorella furono anch'esse vittime di un mondo corrotto; inoltre, Logan trascorre l'adolescenza in riformatorio, da cui poi evade. Le storie sono ambientate in un mondo popolato di persone corrotte, perverse e prive di scrupoli. Anthony Logan, amareggiato dalla vita, decide di vendicarsi del mondo diventando uno spietato criminale e celando la propria identità dietro un travestimento: veste una calzamaglia gialla con impresso uno scheletro stilizzato e indossa una maschera su cui è raffigurato un teschio. Le storie sono atemporali e autoconclusive, ma integrate da una trama di fondo, la vita del protagonista Anthony Logan, che si dipana albo dopo albo.

 

A.A. Milne - Un giuoco selvaggio, 1953



 





venerdì 6 dicembre 2024

Agente Pepper

 

Stati Uniti, 1974 / Robert Collins

Nata da una "costola" di Police story (Sulle strade della California) - l'episodio pilota, interpretato da Lisa Beaumont, era andato in onda sei mesi prima, il 26 marzo 1974 -, questa serie è incentrata sull'affascinante Suzanne "Pepper" Anderson (Angie Dickinson), sergente della polizia di Los Angeles, divorziata,
specializzata nell'infiltrarsi sotto copertura nella malavita locale grazie alla collaborazione del sergente Bill Crowley (Earl Holliman, che sposerà nella vita reale, dopo aver ottenuto il divorzio da Burt Bacharach) e dei detective Pete
Royster (Charles Dierkop, che al cinema aveva quasi sempre fatto parti di cattivo) e Jo Styles (Ed Bernard).



Trasmessa dal 13 settembre 1974 al 30 agosto 1978, per complessivi 91 episodi da 50 minuti, Police Woman, questo il titolo originale della serie, ha ottenuto un certo successo soprattutto grazie all'interpretazione dell'attraente e sensuale Angie Dickinson, ex sex-symbol del cinema americano, più che per le storie, che si diceva fossero adattamenti di fatti realmente accaduti. 


Può essere curioso ricordare che nel 1982 Angie Dickinson ritornerà sul piccolo schermo in una nuova serie poliziesca, Cassie and company, nei panni
di un'ex poliziotta che rileva un'agenzia di investigazioni private.
Anche questa volta ha un divorzio alle spalle.

giovedì 5 dicembre 2024

URANIA n.13 - De Camp, L. Sprague: Gorilla Sapiens



Henley Bridger si svegliò. Proprio accanto alle sue orecchie, alcune pietre
battevano su una superficie metallica con un rumore di tuono. Dopo qualche
istante il fracasso si smorzò, si ridusse a un leggero scorrere di ghiaia, poi finì
e fu il silenzio.
Il chimico continuò a rimanere disteso, con gli occhi chiusi.
Non aveva ancora le idee perfettamente chiare, ma distingueva un vago
odore di muffa. Era coricato sulla schiena, col braccio destro ripiegato sotto il
corpo, e aveva qualcosa di molle che gli pesava sulle cosce. Aprì gli occhi.
Era buio, ma non tanto quanto gli sembrò al primo momento. Capì di essere
disteso nell'incavo di una parete metallica curva e sentì una specie di sega
d'acciaio che gli incideva le costole.
Cercò di muovere il braccio destro: impossibile. Tentò allora di alzarsi,
ma ricadde con un gemito nella cuccetta di metallo. Attese qualche istante,
poi si sollevò prudentemente sul gomito valido e riuscì a disincastrare il
braccio destro.
Lo fletté due o tre volte per assicurarsi che non fosse rotto, mosse le dita
affinché il sangue riprendesse a circolare, poi, appoggiandosi alla parete
metallica, allungò una mano per tastare quello che gli pesava sulle gambe. La
"cosa" lanciò un urlo e schizzò via con un rumore sordo. Bridger la udì
ansimare e piagnucolare nel buio, mentre la ghiaia ricominciava a rotolare
sulla parete metallica al disopra della sua testa. Penosamente Bridger cercò di
alzarsi, ma i piedi erano come anchilosati. Aveva inoltre un gran vuoto nel
cervello, ma a poco a poco vaghi ricordi gli tornarono in mente. Per esempio,
che lui si trovava in un autobus pieno di gente. L'autobus era entrato in un
tunnel. Poi c'era stato un terremoto, una valanga o qualcosa di simile, e
l'autobus si era arrampicato lungo un muro. E infine quell'odore, come di
muffa: un odore che Bridger non ricordava di avere mai sentito, prima.
Fece ancora un piccolo sforzo di memoria: la "cosa" che aveva urlato
doveva essere quella bionda rosea e paffuta che stava seduta davanti a lui.
Ora Bridger si sentiva perfettamente normale, ma la faccia gli prudeva in
modo insopportabile. Alzò la mano per grattarsi... e si punse i polpastrelli.
Aveva una barba da mugik, lunga almeno quindici centimetri, che gli copriva
il davanti della camicia. Scosse la testa e sentì i capelli ricadergli sugli occhi
come la romantica criniera di uno tzigano.
Si passò la mano sulla nuca e gli parve di essere diventato Buffalo Bill.
Tutto quel pelo doveva averci messo settimane per crescere! Forse dalla
lunghezza dei capelli e della barba avrebbe potuto calcolare quanto tempo era
rimasto in stato di incoscienza. Ma poi rinunciò a fare il calcolo e scrutò
l'oscurità circostante. Alcune macchie grigie dovevano essere i finestrini
dell'autobus.
- Ehi! Ehi! - gridò.
La bionda rispose con voce lamentosa - Chi è? Chi c'è, lì?
- State bene?
- Credo... Ho i capelli così lunghi...
- Mmm... C'è qualcun altro, con voi?
- Uhuu... - Silenzio, poi un grido, infine un mormorio: - C'è una gamba!
Un... un uomo!
Bridger disse: - Non muovetevi. Arrivo subito.
Scavalcò lo schienale di una sedia, si trovò sulle gambe della grossa
bionda che indietreggiò precipitosamente. Nel buio lui sfiorò qualcosa di
soffice e di caldo. Un'altra donna! A tentoni le cercò il polso, glielo ascoltò,
lo sentì battere fievolmente.
- Venite da questa parte e occupatevene voi: è una donna - disse alla
bionda. - Dov'è la gamba che dite?
Quando scavalcò la bionda per cederle il posto accanto alla donna
svenuta, lei fece una risatina di gola che lo urtò. Le voltò la schiena e scoprì
l'uomo cui apparteneva la gamba: era piegato in due sotto una valigia, le mani
strette su un piccolo cilindro. Le dita erano rigide e gelide. L'uomo era morto.
Qualche cosa si mosse nella parte anteriore dell'autobus.
- Ehi, chi è? - chiese Bridger.
Gli rispose una voce acuta. - Io, io, Pilly, l'ittiologo. Voi siete Bridger?
Cos'è successo?
- Non lo so. Un incidente, immagino.
Si aprì la strada verso la parte anteriore della vettura, aggrappandosi ai
portabagagli per sostenersi. Due volte inciampò in corpi distesi. Uno dei due
corpi si mosse, ma Bridger non si fermò: per il momento si sentiva incapace
di fare più di una cosa per volta.

 

mercoledì 4 dicembre 2024

Lara Auerbach

 

Valerija L'vovna Auėrbach, detta Lara Auerbach o Averbach, (Čeljabinsk, 21 ottobre 1973) è una compositrice e pianista russa, tra le più famose del panorama musicale mondiale.
La musicista russo-americana Lara Auerbach è compositrice, pianista, direttore d'orchestra, poeta e artista visiva. Grazie al suo approccio rinascimentale alla composizione e all'arte, Lara è una delle voci creative più ricercate ed emozionanti nel mondo dell'arte di oggi. La sua conoscenza dell’intero repertorio pianistico e sinfonico rende il suo programma di concerti un viaggio molto speciale: nei suoi programmi ama presentare qualcuna delle sue opere, cosa che, in una tale speciale competizione, arricchisce la sua visione della musica di altri compositori presenti nello stesso evento. Lara ha iniziato a comporre musica in tenera età; in seguito, ha detto a un intervistatore: «Sono nata per fare questo, per lavorare nell'arte... Ho avuto questa sensazione quando avevo quattro anni, e l'ho avuta quando sono venuta a New York...». Auerbach si è diplomata in pianoforte e composizione alla Juilliard School, dove ha studiato pianoforte con Joseph Kalichstein e composizione con Milton Babbitt. Per i suoi studi universitari ha beneficiato di una Borsa di Studio Paul & Daisy Soros per i Nuovi Americani. Si è inoltre diplomata nel programma di piano solista della Hochschule für Musik di Hannover. Ha debuttato alla Carnegie Hall nel maggio 2002, esibendosi come interprete e direttrice della sua Suite per Violino, Pianoforte e Orchestra con il violinista Gidon Kremer e la Kremerata Baltica.

Il suo lavoro di compositrice è sostenuto dai più importanti interpreti di oggi, e con la maggior parte di questi Lara ha fatto musica insieme sul palco, dalla tastiera. Dal 2007 al 2012 Auerbach è stata Giovane Leader Globale del Forum Economico Mondiale di Davos. Oggi, ricopre l’incarico di Leader Culturale presso la stessa Fondazione, presentando in tutto il mondo contributi in materia di Creatività Senza Confini. La Fondazione LaraArt è stata fondata in suo nome nel 2015, e si pone l’obiettivo di creare un paradigma artistico per i compositori attraverso il suo progetto "Modern Renaissance". I suoi lavori come compositore sono pubblicati in esclusiva da Sikorski in Germania e il suo catalogo include oltre 100 composizioni per orchestra, opera e balletto, oltre a musica corale e da camera.

Artista rinascimentale per i tempi moderni, Lara Auerbach è una direttrice, pianista, compositrice, scultrice, poetessa ed esponente delle arti visive ampiamente riconosciuta. Tutto il suo lavoro è interconnesso come parte di una visione del mondo artistica coerente e completa. E' internazionalmente riconosciuta come una delle menti creative più ricercate ed entusiasmanti di oggi. Le sue esibizioni e la sua musica sono presenti nell’ambito delle sedi musicali più importanti al mondo. La sua musica squisitamente percepibile dal punto di vista tattile e visivo, emotiva e audacemente fantasiosa, ha toccato uditori e istituzioni a livello mondiale. 

The Infant Minstrel and His Peculiar Menagerie (Sinfonia n. 3)
Non si tratta di un concerto ordinario, poiché è anche sottotitolato "sinfonia", la sua terza, e il coinvolgimento di un coro misto gli conferisce la qualità sia di una cantata che di un ciclo di canzoni. Anche il grande compatriota di Auerbach, Alfred Schnittke, era solito mescolare gli idiomi proprio in questo modo, e le aspirazioni verso la sua sorta di visione ironica delle cose (anche se sicuramente non il suo mondo sonoro; ne parleremo tra poco) possono essere percepite nel nucleo del pezzo, che va sotto il grande titolo di The Infant Minstrel e il suo peculiare serraglio. Il menestrello titolare è un ruolo assunto dal violino solista, che agisce come un narratore peripatetico, a cui viene data voce letterale dal coro. Anche le otto canzoni dell'opera sono scritte da Auerbach, strettamente modellate su tropi familiari di rime senza senso che richiamano alla mente Edward Lear, Spike Milligan, Lewis Carroll e persino il Dr. Seuss.

Lara Auerbach "Closely modelled" è in realtà un modo irragionevolmente eufemistico per descrivere materiale apertamente derivato, e sfortunatamente questo si estende anche alla maggior parte della musica, che porta continuamente alla mente, soprattutto, il lavoro di Danny Elfman. In effetti, The Infant Minstrel and His Peculiar Menagerie  suona esattamente come la presunta colonna sonora di uno dei film di Tim Burton, portando con sé tutte le caratteristiche di Elfman: riferimenti sbilanciati ma evidenti alla musica folk, manierismi dal mondo dell'operetta e del musical, modalità di interpretazione e articolazione che vira tra gli estremi del grottesco e del camp, il tutto all'interno di rapidi cambiamenti di atmosfera che seguono momento per momento colpi di scena narrativi mai espressi nella sicura sicurezza della tonalità convenzionale. Naturalmente, le sciocchezze sono sciocchezze, e Auerbach chiaramente si propone di fare poco più che intrattenerci, affascinarci e divertirci. Va bene, ma prima di lasciarci ingannare troppo facilmente da queste umili intenzioni, non è davvero allarmante che un compositore ponga obiettivi così bassi in termini di originalità? Dopotutto non si trattava di un pezzo composto per uno dei concerti del ballo di fine anno rivolti ai bambini - dove, per inciso, si sarebbe adattato perfettamente - eppure l'opera difficilmente va oltre la più mediocre rimaneggiamento di gesti e cliché orchestrali così trito e logoro da essere completamente impoverito di ogni vita o energia. Se si osasse addirittura considerare che il percettibile cambiamento di tono verso l'ultima parte dell'opera sia un autentico sforzo verso la profondità lirica, allora l'intera impresa diventa indicibilmente scandalosa.

martedì 3 dicembre 2024

MONDADORI n.13 - Freeman Wills Crofts: I tre segugi



Il signor Avery, direttore generale della Compagnia di Navigazione a
vapore Insulare e Continentale, appena arrivato nel suo ufficio, fece un
rapido spoglio della corrispondenza, diede un'occhiata agli impegni della
giornata, un'altra al quadro dei movimenti della compagnia; poi, dopo
pochi minuti di riflessione, chiamò il segretario della direzione, Wilcox.
— Vedo che questa mattina è arrivato il Bullfinch da Rouen — disse. —
Deve avere un carico di vino per la Norton & Banks.
— Lo ha, signor direttore — rispose il segretario . — Ho già telefonato
all'ufficio al Dock per assicurarmene.
— Sta bene... ma dovremmo curarci dello scarico in modo particolare.
Lei ricorda le seccature che ci hanno dato per l'ultima spedizione...
Dovrebbe mandare qualcuno di cui ci si possa fidare. Di chi potrebbe
disporre?
— Potrebbe andare Broughton; c'è già stato altre volte.
— Allora, provveda lei... va bene? E mi mandi la signorina Johnson; mi
metterò subito alla corrispondenza.
L'ufficio era il quartier generale della Compagnia di Navigazione a
vapore Insulare e Continentale, più comunemente nota sotto l'indicazione
I. & C, e occupava tutto il secondo piano di un grande palazzo nella
Fenchurc Street. Era una grossa azienda che possedeva una trentina di
vapori, da 300 a 1000 tonnellate, per il commercio tra Londra e i porti
minori del Continente; aveva la specialità dei bassi noli, ma in compenso
non sforzava le sue navi e si asteneva volentieri dal competere in velocità
con le linee più costose. Date queste condizioni, essa faceva un largo
traffico con ogni genere di merci, escluse naturalmente, quelle facilmente
deperibili.
Il signor Wilcox si diresse allo scrittoio al quale lavorava Broughton:
— Signor Broughton — disse — il signor Avery le domanda di andare
subito al porto a sorvegliare la consegna della spedizione di vino alla
Norton & Banks che è arrivata questa notte con il Bullfinch da Rouen.
Questi signori, l'ultima volta, hanno sollevato un mucchio di contestazioni,
si sono lagnati del controllo... e stavolta dobbiamo stare molto attenti.
Ecco qui le fatture. Ma le raccomando: lei non deve stare alle cifre degli
scaricatori; esamini lei stesso ogni botte.
— Sta bene, signor Wilcox — rispose Broughton, che era un bravo
giovanotto di ventitré anni, con un aspetto da fanciullone e modi assai
simpatici.
Era tutt'altro che malcontento di scambiare la monotonia dell'ufficio con
il trambusto e la vivacità del molo. Si affrettò a mettere da parte i suoi
scartafacci, intascò le fatture, prese il cappello e discese le scale a
precipizio.
Era il primo aprile e una mattina splendida. Dopo un periodo freddo e
piovoso, c'era già nell'aria il soffio della primavera, e il contrasto rendeva
più piacevole l'esistenza. Il sole brillava di quella luce chiara e fresca che
sfoggia solo dopo la pioggia. Broughton si sentiva lo spirito sollevato,
mentre attraversava le strade affollate per giungere al bacino di St.
Katherine, dove aveva attraccato il Bullfinch. Questo, da poco uscito
dall'annuale revisione, appariva pulito e gaio nel suo nuovo manto di
lucida pittura.
Lo scarico stava per incominciare. Broughton arrivò sul ponte quando
dalle mezzane del boccaporto della cala più bassa, dove stavano le botti,
erano già stati tolti i carabottini, e si stavano alzando gli sportelli.
Broughton, col suo taccuino in mano, discese nella stiva e lo scarico
delle botti incominciò. Esse si innalzavano oscillando, appese alla catena
dell'argano, a gruppi di quattro tenute insieme da forti cappi di corda,
infilavano il boccaporto, si libravano al di sopra del ponte, calavano nelle
chiatte... Broughton annotava.
Il lavoro procedeva ordinato e spedito. Gli uomini dalla stiva si
affannavano a spingere e a tirare quei pesanti fusti per presentarli ai cappi.
A poco a poco lo spazio immediatamente sotto il boccaporto fu sgombro, e
allora le botti vi venivano fatte rotolare dalla parte più lontana della stiva.
Mentre si stavano sollevando quattro botti legate insieme, Broughton,
che si era voltato per esaminare la partita successiva, all'improvviso udì
grida concitate:
— Attenti!... Viene giù!... Attenzione!...
Si sentì afferrare alle spalle e tirare violentemente indietro. Si scansò di
fianco appena in tempo per vedere le quattro botti staccarsi dalle corde e
precipitare pesantemente sull'impiantito della cala.
Per fortuna, non erano ancora giunte molto in alto; nondimeno il tonfo
fu rovinoso. Degli uomini nessuno si fece male; delle botti, le due di sotto
furono piuttosto danneggiate, il vino incominciò a sprizzare tra le doghe, e
si dovette provvedere a ripararle provvisoriamente, la terza risultò senza
avarie. Ma quando vennero alla quarta, videro che stava peggio di tutte.
Quest'ultima botte differiva dalle altre; Broughton, anzi, aveva già
notato che non apparteneva alla partita da consegnare alla Norton &
Banks. Era di legno più robusto, meglio rifinita, dipinta di un chiaro color
di quercia e verniciata. Si vedeva subito che non conteneva vino; e quello
che aveva attirato l'attenzione sulle sue avarie era stato un pizzico di
segatura di legno che era sfuggito da una fessura apertasi all'estremità di
una doga.
— Curiosa questa botte! — disse Broughton al capostiva del Bullfinch,
l'uomo che lo aveva tirato indietro al momento del pericolo, e che si
chiamava Harkness. — Ne avete viste delle altre di questo genere?
Harkness era un omone grande e grosso, con zigomi sporgenti, mento
quadrato, baffi rossicci. Broughton lo conosceva da qualche tempo, e
aveva un alto concetto della sua sveltezza e capacità.

 

lunedì 2 dicembre 2024

Diabolik



 

Il 1° novembre del 1962, con un logo studiato da Remo Berselli, appare nelle edicole italiane il primo numero di Diabolik (titolo evocativo: IL RE DEL TERRORE, sottotitolo a rincarare la dose: "Il fumetto del brivido") al prezzo di 150 lire. I testi erano di Angela Giussani, i disegni di Zarcone.
Rileggendo oggi quel primo episodio possiamo dire che l'impostazione del personaggio era già perfettamente delineata: Diabolik era un ladro di un'abilità e un'ingegnosità fuori dal comune, capace di assumere diverse fisionomie grazie a maschere di plastica sottilissima che lui stesso aveva inventato e provvedeva a realizzare. Per avversario ecco subito l'ispettore Ginko, poliziotto integerrimo che, da allora, ha dedicato tutta la sua vita professionale alla caccia dell'inafferrabile
Il 1962 rappresenta una svolta nel mondo del fumetto non solo per la comparsa dell'eroe nero, ma anche per una grande invenzione: il "formato Diabolik".
Piccoli albi tascabili con solo due o tre vignette a pagina, abbastanza grandi per ospitare campi lunghi (necessari al fumetto d'azione) ma utilizzabili anche per dialoghi ricchi e articolati. Le sorelle Giussani, che allora abitavano vicino alla stazione Nord, avevano voluto creare un formato adatto alla lettura in treno, calibrato per le migliaia di pendolari che ogni giorno vedevano passare sotto le loro finestre. Una geniale intuizione di marketing, non casualmente copiata negli anni successivi da decine di editori di fumetti.


Fernanda Bianchi - Primo amore, 1938