lunedì 20 aprile 2026

Biancaneve

 



Non pensavo che questo film mi avrebbe fatto reagire così. Pensavo di guardarlo con distacco, pronta a confrontarlo con quello del 1937, pronta a trovare difetti. Invece mi sono ritrovata coinvolta. Non per nostalgia. Per tensione.

La prima cosa che cambia è l’atmosfera. Questo non è un mondo brillante e rassicurante. Il castello è freddo, quasi opprimente. La Regina non è solo elegante e cattiva: è controllo puro. È potere che non vuole essere messo in discussione. Quando guarda Biancaneve non vede una ragazza. Vede una minaccia.
E Biancaneve lo capisce. Non è ingenua. Non è quella figura sospesa che aspetta che le cose accadano. È giovane, ma percepisce il pericolo. Quando fugge nel bosco non sembra una scena romantica: sembra uno strappo. Si sente la perdita, lo smarrimento. Non è una fuga leggera, è un esilio.

Rachel Zegler dà al personaggio una vulnerabilità concreta. Non è solo dolce. È ferita, ma non si spezza. Canta, sì, ma le canzoni non sono decorazioni: diventano momenti in cui capisci cosa sta pensando davvero. Non è una Biancaneve costruita per essere fragile, è costruita per crescere.

La Regina, interpretata da Gal Gadot, non è teatrale come nel classico. È più controllata, più fredda. Il rapporto con lo specchio è meno gotico e più politico. Non è solo “chi è la più bella”, è “chi ha il controllo”. E quando lo specchio le dice che non è più lei, la sua reazione non è caricatura. È paura di perdere il potere.

I sette nani sono stati al centro di discussioni prima ancora dell’uscita. Nel film funzionano come gruppo narrativo: non rubano la scena con gag continue, ma accompagnano la trasformazione di Biancaneve. Non sono solo contorno. Sono il primo spazio dove lei smette di essere simbolo e torna a essere persona.

Visivamente il film non è un tripudio zuccheroso. I colori sono meno saturi, le luci meno fiabesche. Il bosco è più reale, più ombroso. Non sembra un parco a tema. È un luogo in cui si perde qualcosa e si trova qualcosa.
Non tutto funziona allo stesso livello. Alcune scelte cercano equilibrio tra tradizione e modernità e a volte si sente questa tensione. Però non è un film pavido. Non è un’operazione fatta col pilota automatico.

Questa Biancaneve non vuole essere la copia del passato. Vuole essere una versione che parla di leadership, di responsabilità, di identità. Non si limita alla storia d’amore. Allarga il discorso.
Può dividere. Può non piacere a chi voleva la riproduzione perfetta del 1937. Ma è una lettura che prova a fare qualcosa, non a ripetere.
E nel panorama dei remake, già questo è un segnale forte.

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