venerdì 3 aprile 2026

Progressive Spin, puntata 42, 2 aprile 2026



Stainless - Still Water
Me El-Ma - Creativity War
Lunear - Rain
Sulphurous Sea - A Pilgrim's Tale
Realisea - Never feel this way again



giovedì 2 aprile 2026

John Dickson Carr - L’indizio della parrucca rossa







 

SNMN, puntata 42, 1 aprile 2026



Al Vox e Luisenzaltro - PazzostraPazzo
Edy - Null'apposto
d!base - ;;;risolversi nel buio
Roberto Bonfanti - La Gioconda
Silvia Alibrandi - Casper
Frau - Per colpa della musica
Piccoli Bigfoot - Bonus Truck
Riki Cellini - L’amore domani
Slugchop - Nucleo
Rogue Charlie - Sempre Indietro
Ego Divided - Fury Of Hatred
Iacampo - Mondo parallelo
LeUltimeParoleFamose - Umore Blu
Martelli e Ruben Camillas - Faccio lo scemo
Valenn - Piccola



 

mercoledì 1 aprile 2026

Alberto Ginastera

 


Alberto Evaristo Ginastera (Buenos Aires, 11 aprile 1916 – Ginevra, 25 giugno 1983) è stato un compositore argentino. Nacque da padre spagnolo e madre italiana. Studiò al conservatorio della sua città natale, dove si diplomò nel 1938. Dopo un soggiorno negli USA dal 1945 al 1947, durante il quale studiò con Aaron Copland, tornò a Buenos Aires dove fondò il Centro Latinoamericano por Altos Estudios Musicales. Ginastera fu membro di importanti associazioni e accademie musicali.

Fu attivo anche come insegnante all'università di La Plata. Molto importante è stata la sua attività didattica, segnata dalla formazione di grandi allievi, come Alicia Terzian, Carlos Bellisomi e magari il più ricordato, Astor Piazzolla che studiò con il maestro nel 1941, con il quale però non ebbe un rapporto molto tranquillo. A Ginastera si deve anche la fondazione di diversi istituti musicali quale, oltre al già citato conservatorio di La Plata, il "Julian Aguirre" di Banfield, non lontano dalla capitale argentina. Nel 1968, a causa della dittatura nel suo paese natale, tornò negli Stati Uniti, e dal 1970 in poi visse prevalentemente in Europa, stabilendosi in Svizzera fino alla morte avvenuta nel 1983. 
Le sue spoglie riposano nel Cimitero dei Re (o Plainpalais), a Ginevra (Svizzera) nello stesso luogo dove è sepolto il celebre scrittore argentino Jorge Luis Borges.

Secondo lo stesso Ginastera, la sua opera può essere divisa in tre periodi:
  • Il Nazionalismo Oggettivo (dagli inizi al 1947 circa). Nel primo periodo della sua carriera Ginastera faceva largo uso di elementi della musica popolare e folkloristica argentina, inseriti comunque in un contesto di musica "colta". I modelli più importanti per Ginastera, in questo senso, furono Igor' Fëdorovič Stravinskij, Béla Bartók e Manuel de Falla. A questo periodo appartengono composizioni quali le Danze Argentine op. 2 per pianoforte e il balletto Estancia.

  • Il Nazionalismo Soggettivo (fino al 1958). Dopo il soggiorno negli USA, Ginastera cominciò a sperimentare nuove tecniche e forme, distaccandosi in parte dall'influsso della musica popolare. Tuttavia egli non abbandonò mai del tutto le tradizioni della musica argentina: elementi come i forti contrasti di ritmo e il succedersi di tensione e rilassamento permangono come segni distintivi del suo stile. Le opere più importanti di questo periodo sono la Terza Pampeana per orchestra e la Prima Sonata per pianoforte.

  • Il Neo-Espressionismo. A partire dal 1950, dallo stile di Ginastera scompaiono quasi tutti gli elementi folkloristici, e anche il simbolismo che aveva caratterizzato alcune sue composizioni. Rimangono costanti alcuni elementi tipicamente argentini: ritmi marcati, adagi meditativi ispirati alla quiete delle pampa. Tra le opere più importanti dell'ultimo periodo figurano l'opera lirica Bomarzo, il Popol Vuh per orchestra ed il Secondo Concerto per violoncello e orchestra.

Una chicca riguardante l'opera che vi ho proposto

Tra gli ammiratori di Ginastera vi era il tastierista di rock progressivo Keith Emerson, che lo incontrò in Svizzera nel 1973 per fargli ascoltare il suo adattamento del quarto movimento del Primo Concerto per pianoforte. Tale adattamento, lodato dallo stesso Ginastera, fa parte dell'album Brain Salad Surgery degli Emerson, Lake & Palmer col nome di "Toccata". In un'intervista del 1993 Emerson raccontò alcuni dettagli dell'incontro avuto con Ginastera in Svizzera. Quando fece ascoltare a Ginastera la demo di "Toccata", il maestro, dopo qualche secondo di silenzio, esclamò in spagnolo "Terrible!". Emerson pensò si trattasse di una bocciatura, ma la moglie di Ginastera, accortasi del fraintendimento, volle precisare e disse: "Signor Emerson, non si preoccupi. Terrible in spagnolo non significa terribile ma è una esclamazione che significa esattamente il contrario: mio marito è entusiasta del suo arrangiamento!".

Edgar Wallace: L'orma del gigante, n.76



L'avvocato Gordon Cardew scopre per caso che Hannah Shaaw, la sua poco affabile governante, ha ricevuto una lettera minatoria, firmata "Big Foot". Sospettando che sotto ci sia lo zampino di un milionario americano, con il quale Hannah ha avuto una relazione amorosa, Cardew rivela la questione al collega George Ferraby. Il quadro viene complicato da un folle vagabondo che, armato di pistola, si aggira di notte nella residenza di Cardew.

lunedì 30 marzo 2026

Fabio Biondi, Il dragone di Roma




Il dragone di Roma racconta la storia di Axius, giovane orfano di Tibur destinato a diventare un eroe leggendario. Le vicende si svolgono nel 146 d.C. in Caledonia, terra ostile ai confini dell’Impero. Durante una missione Axius e i suoi compagni vengono coinvolti in un’imboscata e dopo una rocambolesca fuga Axius viene attratto da un misterioso bagliore che scorge nel bosco, ritrovandosi improvvisamente in una terra a lui sconosciuta. Qui incontra Atid, una curiosa persona di mezz’età che si prende cura di lui e gli insegna l’arte del combattimento. Passati quattro anni, in quel posto a lui sconosciuto, e dopo aver scoperto anche l’amore, un giorno, quel bagliore riappare, riportandolo nuovamente in Caledonia. Si ritrova nel 150 d.C., nello stesso luogo in cui era scomparso anni prima. In breve tempo viene notato dagli ufficiali del forte per il suo coraggio, determinazione e la sua ineguagliabile abilità nel combattimento, venendo promosso legionario. Axius nonostante il suo successo militare, nasconde un animo turbato, sono tante le questioni che si pone, gli eventi inspiegabili che lo hanno reso un soldato incredibilmente forte lo portano a dubitare e a confrontarsi con misteri ancor più grandi. Tra storia e fantascienza, guerra e mistero, il romanzo si conclude con l’inizio di una nuova missione che lo porterà nella lontana e calda Africa.


 

Israele, il diritto di esistere senza dover sempre chiedere scusa; di Dragon Flyer




Un punto di vista anti-mainstream

Seguo da tempo quello che succede in Medio Oriente e c’è una cosa che ogni volta mi colpisce: quando si parla di Israele, troppi dimenticano un punto essenziale. Israele non è un concetto astratto, non è una parola da talk show, non è una bandiera da usare solo quando conviene. È un Paese reale, fatto di famiglie, paura, lutti, bambini che crescono con il rumore delle sirene e persone che da anni vivono con la sensazione che la propria esistenza debba essere continuamente giustificata.

Ed è proprio questo che trovo insopportabile. Israele viene spesso raccontato come se dovesse stare zitto, subire, contenersi più degli altri, quasi chiedere il permesso perfino per difendersi. Come se il diritto alla sicurezza, che per qualsiasi altra nazione viene considerato normale, nel suo caso dovesse essere ogni volta rimesso in discussione.

Io non riesco a guardare questa situazione con distacco finto. Perché qui non si parla solo di geopolitica, ma di sopravvivenza. Di un popolo che da decenni vive circondato da ostilità, minacce, propaganda e odio. E nonostante tutto continua a esistere, a difendersi, a rialzarsi. Questo per me conta. Conta molto.

Essere dalla parte di Israele non significa ignorare il dolore altrui. Significa però rifiutare una narrazione comoda, quella in cui chi viene colpito, minacciato e accerchiato finisce sempre per essere messo sul banco degli imputati. Significa avere il coraggio di dire che nessun Paese al mondo accetterebbe passivamente di vivere sotto attacco continuo. E allora non si capisce perché proprio Israele debba essere giudicato con un metro diverso.

A me sembra che su Israele si proiettino ossessioni ideologiche, semplificazioni e ipocrisie che raramente vediamo altrove. Ci si indigna a corrente alternata, si commenta da lontano, si riduce tutto a slogan. Ma dietro gli slogan ci sono persone vere. E quelle persone hanno il diritto di vivere, di proteggersi, di non essere sacrificate sull’altare dell’opinione pubblica internazionale.

Per questo oggi ribadire il mio sostegno a Israele non mi sembra un gesto provocatorio. Mi sembra un gesto limpido. Perché difendere Israele, per me, significa difendere il principio che uno Stato non debba vergognarsi di voler sopravvivere.
 

sabato 28 marzo 2026

Corrado Roscelli intervista Roberto Roganti a RadioAttiva Nonantola



Rosco Rocks

VENERDI’ 13 MARZO alle 19.00 – PASSAPAROLA, ROBERTO ROGANTI
Roberto Roganti, classe 1957, modenese, cardiochirurgo mancato, ex fisioterapista libero professionista e ora quasi dipendente INPS. Ha cominciato scrivendo recensioni di ristoranti nel 2007, praticamente per caso ma sicuramente ce l'aveva nel sangue, E la sua media dislessia gli aveva impedito per almeno 50 anni di esprimersi a dovere; in corso d’opera ha abbracciato la poesia, prima in lingua e poi in vernacolo; infine è passato al giallo. Autore e personaggio poliedrico, ha partecipato a svariati concorsi e premi letterari, anche dialettali, vincendone anche qualcuno; scrive poesie, romanzi gialli, si occupa di cucina, di cultura, di musica classica, di biografie di giallisti, tutto tramite i suoi blog, con contenuti e novità quotidiane, anche sulle sue pagine e i suoi canali Youtube. Ha pubblicato oltre 40 opere (poesie, romanzi, gialli, anche in dialetto). Dal 2024 la casa editrice Balzano ha ripubblicato i suoi gialli sotto una nuova veste: Morte al Villaggio Giardino (2024), Misfatto indigesto al Bulldog (2025), L'inutile strage (2025), Teatroci o Morte (2025).

 

Sulle strade della California


Stati Uniti, 1973 / Joseph Waubaugh

Creata da un ex ufficiale di polizia di Lo Angeles, Joseph Waubaugh, che ha scritto anche numerosi romanzi polizieschi come I nuovi centurioni e Marmo nero (ha incominciato a scrivere quando era ancora in servizio, dopo aver seguito un corso di "scrittura creativa"), questa serie senza personaggi fissi dipingeva tanto il lato professionale quanto quello umano nel lavoro di polizia. 

 


Ispirandosi alla propria esperienza diretta oltre che ai romanzi sull'87° Distretto (tanto che a metà degli anni Settanta Ed McBain ha addirittura denunciato per
plagio la società produttrice), Police Story, questo il titolo originale della serie, andata in onda per un centinaio di episodi dal 2 ottobre 1973 al 23 agosto 1977, era un prodotto realistico e molto curato, con tanta azione e numerosi stunt men, ma
l'assenza di personaggi fissi ai quali i telespettatori potessero affezionarsi ha portato infine alla sua soppressione.


Può essere curioso ricordare che i pilot di Joe Forrester e di Police Woman, incentrato sulle vicissitudini della sensuale Pepper Anderson, sono stati tra messi proprio nell'ambito di questa serie.
 

venerdì 27 marzo 2026

Marco e Dida Paggi: L’ultimo piacere di Andrea Sperelli


L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma.
Le stanze di palazzo Zuccari andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino: i fiori entro quella prigione diafana parean quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’ amore. Il legno di ginepro ardea nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettativa lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. I tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora di intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumular gran pezzi di legno sugli alari. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, parea sorridere da tutte le giunture, da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della. metamorfosi favoleggiata.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le imagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona,
togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato.
Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
«Quale atto io farò accogliendola? Quali parole io le dirò?» Egli si smarriva mentre i minuti fuggivano. Egli non sapeva già con quali disposizioni Elena sarebbe venuta.
Mancavano due o tre minuti all’ora. L’ansia dell’aspettante crebbe a tal punto ch’egli credeva di soffocare. Andò alla finestra, di nuovo, e guardò verso le scale della Trinità. Elena, un tempo, saliva per quelle scale ai convegni. Mettendo il piede sull’ultimo gradino, si soffermava un istante; poi traversava rapida quel tratto di piazza ch’è d’innanzi alla casa dei Casteldelfino. Si udiva il suo passo un poco ondeggiante risuonare sul lastrico, se la piazza era silenziosa.
L’orologio batté le quattro. L’aria diveniva rigida, come più s’appressava il tramonto. La città, in fondo, si tingeva d’oro, contro un cielo pallidissimo sul quale già i cipressi di Monte Mario si disegnavan neri.
Andrea trasalì. Vide un’ombra apparire in cima alla piccola scala che costeggia la casa dei Casteldeffino e discende sulla piazzetta Mignanelli. Non era Elena.
S’ella non venisse? dubitò, ritraendosi dalla finestra. E, nel ritirarsi dall’aria fredda, sentì più molle il tepore della stanza, più acuto il profumo del ginepro e delle rose, più misteriosa l’ombra delle tende e delle portiere. Pareva che in quel momento la stanza fosse tutta pronta ad accogliere la donna desiderata.
Allora cominciò nell’aspettante una nuova tortura. Gli spiriti acuiti dalla consuetudine della contemplazione fantastica e del sogno, poetico danno alle cose un’anima sensibile e immutabile come l’anima umana.
Andrea vide nell’aspetto delle cose riflessa l’ansietà sua. Pareva all’amante che ogni forma, che ogni colore, che ogni profumo rendesse il più delicato fiore della sua essenza, in quell’attimo. Ed ella non veniva! Ed ella non veniva!
Eran quasi le cinque meno un quarto.
Dopo un poco, egli udì su per le scale un passo, un fruscìo di vesti, un respiro affaticato. Certo, una donna saliva. Tutto il sangue gli si mosse con tal veemenza, che, snervato dalla lunga aspettazione, egli credeva di smarrire le forze e di cadere. Ma pure udì il suono del piede femminile sugli ultimi gradini, un respiro più lungo, il passo sul pianerottolo, su la soglia.
Ella stava in piedi su la soglia, ansando ancora sotto il velo nero.
— Elena! — chiamò a voce bassa, non potendo più vincere la struggente passione che gli gonfiava il cuore. Le nudo il polso, insinuò le dita nella manica... Mio Dio! I suoi nervi dovean essere così estenuati che certamente secondavano ogni disordine della fantasia: non era Elena!
Non potea esser d’Elena quella pelle scagliosa ed irta, che, cangiando, prendeva qua e là un diffuso luccicore metallico, un color pallido d’argento misto del colore verdiccio d’un limone maturo, facendosi indi cinerina come per corruzione.
Non potea esser Elena quella creatura dai lunghi occhi rosseggianti segnati d’una trama di vene glauche, quasi pavonazzi contro il rossor fosco delle scaglie. Le troppe membra della creatura si agitavano convulse, sinistre come le insegne della morte.
— Elena! Tu sei dunque così mutata?
Dalla bocca ambigua, enigmatica, sibillina, la bocca delle infaticabili ed inesorabili bevitrici d’uomini, uscì una voce dal timbro singolare, un po’ stridula, mista a vapori sanguigni e maligni.
— Molto mutata! Io non son più tua; io non potrò essere tua più mai. Bisogna ch’io vada.
— No, ascoltami...
— Taci! Taci! Io non debbo più ascoltarti. Non voglio. Hai inteso?
Andrea non si mosse. Ella prendendo le tempie di lui fra le sue mani gli sollevò la fronte, lo costrinse a guardarla negli occhi. L’ambiguità suscita l’inquietudine nello spinto che si compiace delle cose oscure. Dinanzi a quella donna a cui un tempo l’aveva stretto mia così alta passione, in quel luogo dov’essi avean vissuto la loro vita più ardente, Andrea sentiva a poco a poco tutti i suoi pensieri vacillare, dissolversi, dileguarsi.
Tutte le memorie dell’amor passato risorgevano nel suo spirito, ma senza chiarezza, e gli davano un’impressione incerta ch’egli non sapeva se fosse un piacere o un dolore.
Parvegli ch’ella, nonostante tutto, portasse in sé l’ultimo alito de’ ricordi già spirati, l’ultima traccia delle goe già scomparse, l’ultimo risentimento della felicità già morta; qualche cosa di simile a un vapor dubbio da cui emergessero imagini senza nome, senza con- torno, interrotte. E sentì un’onda ineffabile attraversarlo da capo a piedi.
— Io ti desidero come non mai!
Si ritrovarono l’uno di fronte all’altra, pallidi, ansanti, scossi da un terribile tremito, guardandosi negli occhi mutati, avendo negli orecchi il rombo del loro sangue, credendo di soffocare.
Ella mormorò, con voce un po’ roca, senza sorridere: — Moriremo.
E nel tempo medesimo, con impeto concorde, si strinsero, si baciarono.
Lo stupendo mostro l’allacciava, lo teneva tutto palpitante, simile a una preda.
E mentre i tentacoli di lei, materia viscida e, fredda, aderivano come vischio tenace al suo cuore; mentre tutto il suo passato, tutto il suo presente, si dissolveano; mentre sentiva l’anima sua entrar dolcemente nella morte e come una spoglia fragile s’abbandonava ansante all’abbraccio, pensò ch’ella era pur così bella per lui, per lui solo!
Ed anche pensò, spirando: è un piacere non mai provato!
 

Progressive Spin, puntata 41, 26 marzo 2026



Dave Spock - The Telepath
The Dear Hunter - Sunya
Crown Lands - Apocalypse
Sentimental Mercenaries - Leon




 

giovedì 26 marzo 2026

Agatha Christie - Il caso della moglie di mezz'età

 



SNMN, puntata 41, 25 marzo 2026



Pia Tuccitto - Ciao Amore
Francesco Rampino - Sentirsi Bene
Mazyopera - America
Alice Caronna - Merito Tutto
Magazzini Musicali - Male Male Molto Male, Anzi... Malissimo
Rose - Parole Nelle Dita
Awake Tomorrow - Screams
Azzurro & Nina Blom - Fotografia
CarroBestiame - Aquiloni
Gringo goes to Hollywood - Una Donna
Sandri - Cose esplose
Tundra - Unicellulare


 

mercoledì 25 marzo 2026

Alexander Borodin






 

Lee Correy: Operazione Centauro, N.75



Mai la definizione di fantascienza è stata tanto azzeccata quanto per questo interessante racconto che, partendo da plausibili, quando non siano note, basi scientifiche, sale nelle più ardite regioni della fantasia, fin dove l'uomo ora non osa neanche pensare di giungere: alle stelle. Walt Hansan, protagonista del libro, e il suo amico Don, sono due simpatici giovani cadetti appena diplomati dall'Accademia Schiaparelli, di Marte: anno 2150! E quando credono che per loro abbia inizio un periodo di vacanze, dopo aver ottenuto il diploma, ecco che sono, per misteriosi motivi, richiamati sulla Terra. All'arrivo il mistero è svelato: sono stati scelti a far parte del personale addetto alla realizzazione del più ardito progetto mai escogitato dall'uomo: la costruzione di un apparecchio che vien battezzato nave-stellare perchè è destinato appunto ad arrivare fino a quelle remote regioni dello spazio, che, secondo le attuali teorie scientifiche, sono considerate irraggiungibili dall'uomo. Ma il fisico Hansman, padre di Walt, ha eleborato una teoria che, attuata, permette all'uomo di superare la velocità della luce. E allora seguiamo la costruzione della nave stellare, il drammatico collaudo su Plutone, la partenza per l'Operazione Centauro, l'arrivo sul lontanissimo pianeta, così remoto e tanto uguale alla vecchia Terra. Ma le emozioni non sono finite: chi sono i misteriosi civilissimi Ainsath, i giganti di bronzo che popolano il pianeta? Non vogliamo togliere al lettore la sorpresa rivelandoglielo ora, vorremmo però scommettere che non sarebbe mai capace di indovinarlo. E siamo anche pronti a scommettere che non dimenticherà tanto facilmente il coraggioso, semplice Walt, l'intelligente dottor Hansman, il capitano Garver, che ha qualcosa dei vecchi pirati, la dolce Marge...e, non ultimo, Cosmo, il gatto di bordo, importante e divertente personaggio di questo intelligente libro.
 

lunedì 23 marzo 2026

Roberto Roganti: Quiz mortali all'Abbazia di Nonantola



Prima di entrare nel cuore del libro, ci racconta qualcosa di lei? Chi è l’autore dietro queste pagine?
Un povero vecchietto mi verrebbe da dire. In effetti il prossimo anno sono settanta, cribbio. Mentalmente non me li sento, ma fisicamente sto perdendo colpi. La mia biografia ve la evito, potrei scrivere per un anno, comunque ex studente di medicina indirizzato verso la cardiochirurgia, poi massaggiatore fisioterapista e alla fine dei giochi quasi dipendente INPS, quando l’ente si deciderà a pagarmi le noccioline della mia pensione. 
Per il resto, per quello che interessa a voi, ho sempre avuto la propensione a scrivere, parlare molto meno a causa di una notevole timidezza, ma solo una ventina di anni fa sono scoppiato. Prima, quando ci vedevo ancora bene, grande lettore soprattutto di thriller, polizieschi e gialli; ora, tra la dislessia, la diplopia e il delirium tremens delle mani, da schiacciamento cervicale, fatico a reggere un libro in mano e mi dedico al computer. Ho iniziato attorno al 2007 con recensioni di ristoranti, poi sono passato alla poesia, prima in lingua e poi in vernacolo; nel frattempo mi dedicavo anche ai racconti. Quando ha iniziato a scemare la verve poetica, mi sono accorto che i miei raccontini viaggiavano sul treno del giallo/thriller, così, di riffa e di raffa, ne ho scelto uno che mi ispirava, Mors tua, vita mea, e mi sono chiesto cosa ci voleva mai a trasformare tre pagine in un giallo di almeno un centinaio. Paf, detto fatto ed iniziata la mia avventura. Insomma, ho mollato i versi e ho abbracciato… la morte! Beh, mi sono creato un personaggio, un alias, che fa il becchino e aiuta la polizia a risolvere i casi delittuosi.
Ok, mi fermo qui, sennò non finisco più…


Questo è il suo debutto editoriale, oppure ha già pubblicato altre opere? Se sì, quali?
Intanto non sono di primo pelo, ma neanche di secondo. Dai miei albori ad oggi, tra autopubblicazioni e altre case editrici, ho all’attivo un discreto carnet: 22 pubblicazioni da solo e 14 partecipazioni ad antologie. Con la casa editrice Balzano sono alla quinta uscita: Morte al Villaggio Giardino, Misfatto indigesto al Bulldog, L’inutile strage, Teatroci o morte e, appena uscito, Quiz mortali all’Abbazia di Nonantola. Devo fare una precisazione. Ne pubblico più di uno all’anno, perché ho fatto i conti e non so se avrò abbastanza anni da vivere per pubblicarli tutti, perché oltre a quelli già scritti che vengono risistemati, ne scrivo di nuovi… ho una testa che pare un Minipimer con il turbo. 


A quale genere appartiene questo libro e cosa lo caratterizza maggiormente?
Solito genere che ormai imperversa nella mia capoccia: il giallo. A volte potrà essere poliziesco, ma sempre lì siamo, c’è il o i morti, c’è un’indagine, c’è il becchino, c’è la polizia e un assassino o assassina. Devo però dire che cerco di non essere troppo pesante, infatti le trame sono fantasiose, giallo sì ma con risvolti rosa, si parla di storia, di enogastronomia e anche toponomastica stradale… ci metto di tutto, anche battute spiritose.


Ha mai pensato di cimentarsi in temi o argomenti diversi da quelli trattati qui?
Già fatto, ma qui mi trovo a mio agio. Dopo la poesia ho sperimentato la enogastronomia, per la precisione scrivere recensioni di ristoranti, racconti più o meno biografici, poesie tematiche, dialetto… certo se ci penso, forse un genere che ho sempre evitato il romance, perché proprio non mi piace.


Restando sul libro, può parlarcene senza rivelare troppo? Una piccola anticipazione senza spoiler.
A Nonantola c’è una radio web particolare dislocata nella torre dei Bolognesi. Durante una trasmissione, dove c’è scambio telefonico con gli ascoltatori, un tale recita una filastrocca dove conclude che ci sarà un morto. E il giorno dopo all’interno dell’Abbazia viene trovato il cadavere di un ministrante. Grogghino, il mio personaggio, viene incaricato di seguire il caso in quanto anche lui speaker della stessa radio. Così tra storie strane, depistaggi e filastrocche, i morti aumentano, sono sempre ministranti e i cadaveri sempre nella zona della cattedrale. Alla fine il caso verrà risolto, ma ci sarà una nota rosa, Grogghino conoscerà una ragazza e se ne innamorerà. 


Com’è stata finora la risposta del pubblico? Si sente soddisfatto dell’accoglienza ricevuta?
Beh, il libro è appena uscito, ma sono già stato intervistato a una radio, RadioAttiva Nonantola per fare un po' di pubblicità. Ho in programma alcune presentazioni e penso che le soddisfazioni arriveranno, anche perché io ormai ho il mio pubblico, sia locale che sparso per lo stivale.


Sta già lavorando a nuovi progetti, oppure preferisce fermarsi un momento dopo questa pubblicazione?
Non mi fermo mai. Per Natale è previsto un double, due avventure assieme, perché si concatenano, sempre con il mio personaggio.
Poi c’è una storia diversa, scritta a quattro mani con l’amico e collega Federico Berlioz, dove inserirò un personaggio nuovo.


Se ha già iniziato una seconda stesura o un nuovo manoscritto, può lasciarci qualche accenno?
Il titolo di quello natalizio probabilmente sarà Grogghino in un cul-de-sac; due gialli che mostrano il protagonista invischiato in storie che si concatenano per un sottile particolare: il primo termina con una mia proposta di nozze, il secondo inizia con un cadavere nel ristorante dove ho festeggiato le nozze.
Invece quello a quattro mani, che dovrebbe vedere la luce all’inizio del 2027, introdurrò un nuovo personaggio, tal Gildo Barcieri, un medico legale non troppo legale, un dottor morte che lavorerà per chiunque gli offra cadaveri da sezionare.


Perché ha scelto proprio la casa editrice Balzano Editore? Cosa l’ha convinto?
È stato un caso. Ormai ero votato all’autopubblicazione, quando un amico e collega modenese mi parla di questa casa editrice e mi dice che ha parlato di me con l’editore. E quello mi telefona, devo ammettere, amore a prima telefonata, amore platonico, eh, non esageriamo, con i tempi che corrono… Telefonata esaustiva e accordo immediato. Per altro mi sono pure offerto di fargli da editor… e così il nostro rapporto è decollato.


Come valuterebbe il servizio ricevuto durante tutto il percorso verso la pubblicazione?
Purtroppo non posso esprimermi, perché io sono brutalmente coinvolto, nel senso che faccio parte dell’ingranaggio delle pubblicazioni della casa editrice. Diciamo che, nella mia posizione, sono avvantaggiato, in quanto il prodotto che offro generalmente alla stampa è quasi perfetto; intendiamoci, il refuso è sempre in agguato e nessuno di noi è il dio che li scova tutti. Ad ogni modo essendo io quello che sistema, prepara e abbellisce i manoscritti per far fare bella figura sul mercato, non posso sputare nel piatto dove mangio e ritengo che il lavoro che stiamo facendo io e la mia amica/collega del marketing, Elisa Rubini, stia diventando importante per la promozione e la valorizzazione della casa editrice e del nostro boss Alessandro Balzano, davanti al quale mi inchino… sono un po’ ruffiano?


Matt Haig: Vita su un pianeta nervoso; di Elisa Rubini



Trama

E se il mondo in cui viviamo fosse congegnato per renderci infelici?
E se invece potessimo fare qualcosa al riguardo?
Il mondo ci sta confondendo la mente. Aumentano ondate di stress e ansia. Un pianeta frenetico e nervoso sta creando vite frenetiche e nervose. Siamo più connessi, ma ci sentiamo sempre più soli. E siamo spinti ad aver paura di tutto, dalla politica mondiale al nostro indice di massa corporea.
Come possiamo rimanere lucidi su un pianeta che ci rende pazzi? Come restare umani in un mondo tecnologico? Come sentirsi felici se ci spingono a essere ansiosi?
Dopo anni di attacchi di panico e ansia, queste domande diventano questione di vita o di morte per Matt Haig. Che inizia a cercare il legame tra ciò che sente e il mondo intorno a lui. Vita su un pianeta nervoso è uno sguardo personale e vivace su come sentirsi felici, umani e integri nel ventunesimo secolo.


Mio parere

La prima sensazione che questo libro lascia addosso è una corrente leggera che attraversa il torace. Non è una promessa di cambiamento. Non è un insegnamento mascherato. È un contatto diretto con la parte più vulnerabile del vivere moderno. Quella parte che nessuno ammette volentieri. Quella che ogni giorno prova a resistere alla pressione continua dell'ambiente, del rumore, delle richieste costanti.

Vita su un pianeta nervoso colpisce perché non tratta il malessere come un enigma da risolvere. Lo tratta come una condizione reale che appartiene a chiunque abbia un corpo e una mente immersi in un mondo che non conosce tregua. Non c'è un tono tecnico. Non c è una postura da esperto. C'è una voce che parla con sincerità e ti permette di osservare te stessa con più calma, come se un velo si sollevasse e tu potessi finalmente guardare la tua stanchezza con meno giudizio.
La scrittura di Matt Haig è composta da un ritmo che non corre e non rallenta. Si muove in modo naturale. Ti porta a riflettere su quanto la modernità abbia trasformato la mente in una spugna che assorbe informazioni senza avere il tempo di espellerle. Ti spinge a riconoscere che la connessione continua non è un semplice accessorio della vita. È un elemento che modella il sistema nervoso, lo strattona, lo carica di stimoli che non finiscono mai. E questa consapevolezza non arriva con violenza. Arriva con delicatezza e precisione.

Il valore più profondo del libro nasce dal modo in cui l'autore parla della fragilità. Non come difetto. Non come ostacolo. Ma come una forma naturale di intelligenza emotiva. Una sensibilità che permette di percepire ciò che un mondo frenetico vorrebbe ignorare. Leggendo, si comprende che la vulnerabilità non è qualcosa da cancellare. È un punto di contatto. È un luogo dove riposare. È una parte della vita che chiede spazio invece di essere soffocata.
Chi pratica o ama la mindfulness riconosce subito la filosofia di fondo. Non c è nulla di forzato. Non c'è la promessa di un cambiamento immediato. C'è un invito a rallentare, a osservare, a respirare con più attenzione. Non come tecnica esterna. Ma come modo di stare nel mondo. La consapevolezza diventa un occhio che guarda ciò che accade dentro e fuori senza creare conflitto. È l'idea che la pace non è assenza di stimoli ma capacità di scegliere quali stimoli meritano di essere accolti.
Questo libro offre una cosa che pochi testi contemporanei riescono a dare. Una compagnia silenziosa. La sensazione di avere accanto qualcuno che non giudica, non corregge, non pretende. Le pagine funzionano come un dialogo intimo. Ti permettono di riconoscere che la fatica che porti addosso non è segno di debolezza ma risultato di una relazione complessa con un mondo che costringe il corpo a un attenzione costante.

La forza di questo libro non deriva da una struttura narrativa. Deriva dalla sua onestà. L'autore non si finge immune alla fatica. Non costruisce la figura di chi ha capito tutto. Al contrario. Apre la porta alle sue stesse difficoltà. Le mostra senza vergogna. Le usa come strumenti per creare connessione. È questo che rende il testo autentico. È questo che permette al lettore di riconoscersi senza paura di essere giudicato.
Man mano che si procede, emerge una riflessione costante sulla necessità di recuperare un ritmo umano. Non un ritmo basato sulle scadenze. Non un ritmo modellato sulle richieste della tecnologia. Un ritmo che assomiglia di più al battito naturale, a una presenza costante che non ha bisogno di correre. Un ritmo che appartiene alla vita e non al mercato dell'attenzione.

Vita su un pianeta nervoso è un invito a ricordare che prima di tutto siamo esseri viventi. Non algoritmi. Non sistemi chiusi. Non contenitori di notifiche. Siamo corpi che respirano. Siamo emozioni che cercano un posto sicuro. Siamo persone che hanno bisogno di silenzio tanto quanto hanno bisogno di ossigeno.
E quando un libro riesce a restituire questa verità con una voce limpida e umana, significa che ha fatto esattamente ciò che promette. Ha riportato la mente al suo centro. Ha dato spazio a ciò che troppo spesso viene ignorato. Ha permesso di vedere la fragilità come una forma di forza.

Questo non è un libro che ti chiede di cambiare. È un libro che ti ricorda che puoi finalmente essere come sei senza combatterlo ogni giorno.
 

sabato 21 marzo 2026

La pattuglia dei senza paura



Protagonisti della serie (ispirata, senza dubbio, all’americana “Radio Patrol”) sono due aitanti fratelli: Bob e Alan Grey, comandanti di uno speciale reparto della polizia americana. I nostri eroi ingaggiano una lotta senza quartiere contro l’organizzatissima malavita di una moderna metropoli.

In un simile ambiente, Gianluigi Bonelli (che si firma, per l’occasione, B. O’Nelly!) ebbe modo di scatenarsi creando, in ogni albo, una serie di situazioni imprevedibili ed emozionanti: frenetici inseguimenti per le vie cittadine, movimentate sparatorie sullo sfondo dei grattacieli, pazienti indagini nei bassifondi della città e tante, tante sorprese da far sobbalzare anche il più smaliziato e incallito lettore di romanzi gialli (ma non mancavano anche risvolti ironici).


Steve Carella


Stati Uniti, 1956 / Ed McBain

«Alto e snello, con spalle larghe e fianchi stretti, dava l'impressione di forza, ma non di forza bruta. La sua era energia ben controllata e ben sfruttata dai muscoli solidi e scattanti. Aveva i capelli castani, tagliati corti. Anche gli occhi erano castani, a mandorla, particolare che gli conferiva un aspetto orientale ...».



Ecco come Ed McBain descrive l'oriundo italiano Steve Carella (che, chissà poi perché, è stato a lungo ribattezzato in Italia Steve Carell), uno degli agenti investigativi dell'87° Distretto di polizia («Sedici agenti per una zona dove non ne sarebbero bastati cento ... ») di una grande città degli Stati Uniti che potrebbe benissimo essere New York, anche se l'autore ha sempre rifiutato questa identificazione. 

A chi gli chiede perché ha ambientato le storie dell'87° Distretto in una città immaginaria, Ed McBain risponde: «Prima di scrivere il mio primo romanzo, avevo cominciato a fare delle ricerche, presso la polizia di New York. Continuavo a telefonare, cercando di avere il maggior numero possibile di informazioni e la loro risposta era sempre: 'la richiamiamo'. Poi richiamavano un mese dopo e allora dovevo ricominciare tutto daccapo. Alla fine ho pensato che non potevo passare la
mia vita al telefono e ho inventato una città con un dipartimento di polizia che però operava su basi reali».


Lanciato nel 1956 con L'assassino ha lasciato la firma (Cop hater), questo gruppo è stato da allora protagonista di una lunga serie di romanzi che seguono una formula abbastanza nuova e originale: non c'è infatti un solo protagonista, un deus ex machina in grado di risolvere ogni intrigo, ma tutti gli uomini di un Distretto di polizia, con le loro personalità e i loro problemi, i loro umori e i loro amori, hanno il loro spazio anche se poi è proprio Steve Carella il vero protagonista della serie.



Il ritmo delle storie è assai spesso cronachistico, quasi documentaristico, e nei vari romanzi i piccoli fatti di cronaca nera e i grandi atti criminosi si intrecciano con un ritmo frenetico, tanto che il lettore ha spesso l'impressione di partecipare a un'azione "dall'interno", seguendo via via gli sviluppi di casi diversi che talvolta si intrecciano portando a un'unica soluzione.



Accanto allo scrupoloso e sensibile Steve Carella (sposato con una giovane
sordomuta, Terry, alla quale è legatissimo e che gli ha dato due gemelli) ritroviamo il tenente Peter Byrnes, l'umano comandante del gruppo, l'ebreo Meyer Meyer, il
dongiovanni Cotton Hawes, il giovane e impulsivo Bert Kling, il nero Arthur Brown e molti altri poliziotti.



In un primo tempo l'autore non dava un'importanza particolare a Steve Carella, tanto che alla fine di Uno spacciatore per 1'87° Distretto (The pusher, 1956) l'aveva fatto addirittura morire. Ma il poliziotto è rimasto morto solo il tempo necessario
a Herb Alexander, editor della casa editrice statunitense che pubblicava i romanzi di Ed McBain, per leggere il manoscritto e telefonare all'autore perché modificasse
quel particolare: «Non puoi uccidere Carella. E lui l'eroe, la star della serie».



Dai romanzi di Ed McBain sono stati tratti diversi film: da L'assassino ha lasciato la firma a Estremo insulto, da Allarme: arriva la 'Madama' a Lungo viaggio senza ritorno.


Da Due colpi in uno il regista giapponese Akira Kurosawa ha tratto l'eccellente Anatomia di un rapimento. 


Vale anche la pena di ricordare ... E tutto in biglietti di piccolo taglio (Fuzz), diretto da Richard A. Coll a e interpretato da Burt Reynolds, Raquel Welch e Yul Brynner.


Nel film Senza movente, che Philippe Labro ha tratto dal romanzo Lungo viaggio senza ritorno (Ten plus one, 1963), Steve Carella è interpretato da Jean Louis Trintignant, un attore che certo non corrisponde molto alle descrizioni di Ed McBain. «Era un ruolo estremamente complesso che solo un artista preparato e sensibile come Trintignant avrebbe potuto affrontare», si è "giustificato" in seguito il regista francese.



Sul piccolo schermo c'è stato 87th Precint, andato in onda per trenta episodi da 50 minuti, dal 25 settembre 1961 al 10 settembre 1962 - con Robert Lansing nel ruolo del detective Steve Carella, Glena Rowlands in quello di sua moglie Teddy, Norman Fell come Meyer Meyer, Ron Harper come Bert King e così via -, che avrebbe meritato miglior fortuna, pur essendo realizzato con un budget ridotto e a
un livello decisamente inferiore rispetto ai romanzi di Ed McBain ai quali più o meno direttamente si rifaceva. 


Sei di questi telefilm sono stati proiettati in Italia dalla Rai nel 1968 con il titolo Ottantasettesima Squadra. 
Nel 1986 Ed McBain ha denunciato la catena televisiva Nbc per aver plagiato il suo 87° Distretto con la serie Hill Street giorno e notte. 
Può essere infine curioso ricordare che i romanzi con 1'87° Distretto (pubblicati in Italia da Mondadori) sono la lettura preferita dell'ispettore Rostnikov, poliziotto sovietico creato da Stuart Kaminsky.
 


venerdì 20 marzo 2026

Larry Eisenberg: Io e la mia ombra


Stavo pranzando con Duckworth all’esclusivo Club della facoltà, quando arrivò Dominic Foglio, trascinando faticosamente i suoi bei tratti napoletani molto tesi. Si avvicinò con aria distrutta alla tavola calda e indicò le portate distrattamente.
— Dom è un grande scienziato — disse Duckworth, chinandosi verso di me con aria confidenziale. — Ed è anche uno dei principali maniaco-depressivi dell’università. Nella fase maniacale è capace di risolvere i più intricati problemi. Ma quando è depresso, riesce a far sembrare un disastro totale, anche la vincita del premio Nobel.
— Mi pare che stia venendo dalla nostra parte — dissi sottovoce.
Infatti così era.
— Signori, potete sopportare la compagnia di un vecchio fallito? — chiese Dominic, appoggiando il vassoio sul nostro tavolo, e calando cautamente il suo posteriore su una sedia.
Con una smorfia, si appoggiò al sedile.
— Allegro, Dom — disse Duckworth. — Il mondo non sta finendo
— Non scommetterei il mio coccige su questa probabilità — disse Dominic. — Le mie emorroidi stanno giocando a palla con i recettori del dolore, e anche un inverno nucleare mi sembrerebbe un sollievo. Se ci aggiungete due anni di esperimenti falliti, potrete capire perché guardo le facce sorridenti con profondo disgusto.
Smorzai rapidamente il mio sorriso, cercando di assumere un’aria cupa.
Duckworth non fece alcun tentativo per sopprimere il suo, e continuò a mangiare con gusto il vitello alla parmigiana, nonostante il disastro che un cuoco incompetente aveva combinato con quell’ottima carne.
— Se solo avessi qualche idea sulle ragioni per cui mi trovo in un vicolo cieco — disse Dominic. — Le mie cellule embrioniche sembrano in perfetto ordine, e l’amplificatore sensoriale funziona alla perfezione. Che sia il vetro degli elettrodi?
— Si sentono tante, storie sugli elettrodi — dissi io.
— Bah, al diavolo — disse Dominic. — Sono tutte chiacchiere, comunque. Certe volte penso che sarebbe meglio se fossi uno stregone, in qualche giungla dimenticata da Dio.
Più tardi, Duckworth mi spiegò qualcosa degli esperimenti di Dominic. — Sta

Progressive Spin, puntata 40, 19 marzo 2026


Soft Machine - Open Road
Floating Nest - Re-Connection
Different Strings - The cuckoo's nest
Argos - A Farthing As Reward
Przemysław Rudź & Roman Odoj - Two Faces of Autumn




giovedì 19 marzo 2026

Cornell Woolrich - Per L'Ultima Volta, Kathleen






 

SNMN, puntata 40, 18 marzo 2026



Varego - Lo Schifoso
Side 74 - Stronza Nostalgia
The Lizards - Hide Me
Keblema - Dubbi
OnlyFuzz - Forever Again
Lady Nemesis - Il filo rosso mi ha sfiorata
PSICO4TTRICE - I primi baci al cimitero
Black Ball Boogie - Judy Lee
The Austen - The Same
Sikna - Crazy Muppets
Eric de Martini - Stasera è Magica
Bandeep - Canta che te passa
LeOssApowerII - May-Be a Flower
Ivan Segreto - Anima Celeste



 

mercoledì 18 marzo 2026

Ravi Shankar

 

(Varanasi, 7 aprile 1920 – San Diego, 11 dicembre 2012)

Nato nel 1920 a Benares, la città indiana sacra agli induisti meglio conosciuta come Varanasi, Ravi Shankar proviene da una famiglia benestante e da sempre devota all’arte. Gli Shankar erano, infatti, una famiglia di bramini bengalesi: membri della casta più alta in India, arrivavano dal Bengala, una zona dell’India orientale che ha dato i natali a moltissimi poeti, filosofi e cineasti. Il fratello maggiore è un riconosciuto ballerino e coreografo (lavorò anche con Anna Pavlova) e molto presto Ravi entra a far parte del suo corpo di ballo. Insieme a lui inizia a viaggiare e viene a contatto con l’Europa e l’Occidente, scoprendone il cinema e la musica classica, ma anche il jazz.

Durante l’adolescenza, però, si avvicina sempre di più al sitar, capendo di volersi dedicare completamente alla musica. Terminati gli studi, iniziano le prime composizioni per balletti e film: in quegli anni scrive colonne sonore per Satyajit Ray, giovane cineasta bengalese che diverrà uno dei più grandi autori cinematografici indiani del Ventesimo secolo. Incide per la casa discografica inglese HMV con filiale in India e la sua musica incomincia a varcare i confini indiani: si esibisce alla Royal Festival Hall in Inghilterra; inizia a insegnare a musicisti jazz americani come John Coltrane (che chiamerà il figlio Ravi in onore del suo grande maestro) e Don Ellis; registra con il violinista americano Yehudi Menuhin e con Philip Glass. E via via, il suo nome incomincia ad essere conosciuto in tutto il mondo come quello di un grande ambasciatore della musica.

Dopo aver contribuito a introdurre nuove sonorità in Revolver, album del 1966 dei
Beatles in cui il sitar compare una delle sue prime volte, Ravi Shankar sembra quasi il candidato perfetto (a metà strada fra guru e portavoce) del movimento hippy, che vedeva nell’India una terra promessa. Per questo motivo viene
invitato a partecipare a Festival come quello di Monterey, in California, e nel 1969 a Woodstock, insieme a Jimi Hendrix che, in quell’occasione, incendia la chitarra sul palco. Ravi non si tira certo indietro ma, negli anni successivi, ammetterà che non era proprio il suo mondo e che quello di Jimi Hendrix era stato “il più grande sacrilegio possibile”.

Anche la sua vita privata è stata piuttosto movimentata: tre mogli, molte fidanzate e un numero ancora più elevato di amanti. Lui stesso, nella sua autobiografia Raga Mala. La mia vita, la mia musica ammette che quando vedeva una donna appena piacente se ne innamorava e faceva di tutto per conoscerla, salvo poi pentirsene dato che era fidanzato con altre due o tre o era già sposato. Da una di queste avventure occasionali, quella con l’organizzatrice di concerti Sue Jones, nel 1979 è nata Norah Jones, mai riconosciuta, affermata cantautrice americana.

L’11 dicembre 2012 Ravi Shankar si è spento a 92 anni a San Diego, lasciando una testimonianza straripante così nella vita come nella musica: 6 corde per noi, 18 per lui…

Fu George Harrison, con cui collaborò negli anni settanta, a dargli il nomignolo di Godfather, durante un'intervista ("Ravi Shankar is the Godfather of World Music"). Nel 1961 avvenne la première a Nuova Delhi di Samanya Kshati, balletto di sua composizione e soggetto dello stesso Shankar.

Sinfonia
Nella sua Sinfonia Ravi Shankar esplora questa passione utilizzando gli strumenti tradizionali di una grande orchestra occidentale. Lo schema delle note del sitar viene poi trasmesso agli altri strumenti dell'orchestra.
Il ritmo suonato sulle tabla o sui tamburi viene ripartito tra diversi strumenti orchestrali, come lo xilofono e i corni francesi. Qui Shankar chiede ai suonatori di cantare un tala usando le sillabe dei tamburi indiani (una prima volta per un'orchestra occidentale).

Il sitar e l'orchestra suonano melodie basate su un raga (uno schema o una selezione di note che costituiscono la base di una composizione) ispirate al popolo Banjara dell'India.
Shankar prende anche i tala (cicli ritmici) che normalmente verrebbero eseguiti sulle tabla o sui tamburi e li distribuisce tra diversi strumenti orchestrali, come lo xilofono e i corni francesi.
Il risultato è che sentiamo l'orchestra in un modo nuovo e sorprendente. Fondendo le tradizioni classiche dell'India e dell'Europa, Shankar è riuscito a creare un brano edificante e unico.
Due delle idee chiave della musica classica indostana (raga e tala) si ritrovano nel finale della Sinfonia.


Kay Strahan: La fattoria del deserto, n.75




L’investigatrice Lynn MacDonald arriva suppergiù a due terzi della storia scendendo da un treno tutta vestita a puntino come se “l’avessero colta da poco in qualche ridente giardino californiano e trasportata fin qui sotto giaccio”, Piuttosto alta “di forme piene e arrotondate”, occhi di un grigio schietto, capelli di un “rosso tizianesco e dorato che faceva pensare a un tramonto di sole”. Splendida, fresca, disinvolta. Così la vede chi narra la vicenda in prima persona, ambientata nella Fattoria del Deserto del Nevada, ovvero Mary Magin, cuoca e governante della suddetta. Deve risolvere due casi di omicidio e di un suicidio che hanno sconvolto la quiete di tutto l’ambiente con i suoi ospiti. Già in fermento, ad essere sinceri, e Mary ce lo aveva preannunciato, dopo l’arrivo di due gemelle in contrasto fra loro per un bel giovanotto della Fattoria. Gemelle sempre in giro alla ricerca di qualcosa che la nostra voce narrante non riesce a capire. Un bell’intrigo di passioni, anche non corrisposte, di gelosie, di morti ammazzati, di sorprese, enigmi (vedi una lettera cifrata), dubbi e contorcimenti vari che impegnano a fondo la nostra cuoca e l’inossidabile Lynn, abile nelle indagini e in cucina tra pentole e fornelli.

Architettura complessa, sviscerata nei minimi particolari con un’idea che ritroviamo spesso quando ci sono di mezzo i gemelli. Scrittura fresca, veloce, piacevole, infiorettata di spunti filosofici, a tratti divertente, seppure dentro un’atmosfera tesa. Questa Mary Magin, cuoca e governante è davvero brava…
 

martedì 17 marzo 2026

Giacomo Latino, Il raggio verde



Barcellona, anni Venti.
Tomás Pereda è un giovane studente dell’Accademia, cresciuto all’ombra di un padre inquieto, Enrique, ex soldato tormentato dall’insonnia. È innamorato di Aurora, pianista talentuosa e figlia adottiva di un amico di suo padre Enrique, un ex soldato tormentato dall’insonnia. I suoi amici più fidati sono Salvador Dalí, fragile e geniale, ancora segnato dalla morte del fratello minore, e Carmen, una ragazza zingara incontrata per caso su una spiaggia.
Un giorno Salvador convince gli amici a seguire Antoni Gaudí, allora impegnato nei lavori della Sagrada Familia. L’anziano architetto li accoglie nella sua casa e racconta loro la leggenda del raggio verde, un raro fenomeno che appare all’orizzonte per pochi istanti e che, secondo la tradizione, permette a chi lo vede di leggere nel cuore degli uomini.
Nel frattempo, il ragazzo scopre un segreto destinato a sconvolgere la sua vita: sua madre Alexandra, che ha sempre creduto morta, è in realtà ricoverata in un manicomio. Tra le mura dell’istituto, Tomás stringe amicizia con Flora e Amedeo, che da anni attendono di essere dimessi per ricongiungersi con la figlia. Nello stesso periodo assiste anche al tragico incidente che costerà la vita a Gaudí.
Passano gli anni. Tomás e Aurora si trasferiscono a Parigi, ma l'improvvisa fuga della madre li riporta a Barcellona. L'unico indizio di cui dispongono è il nome di una certa Josefa Moreu, la donna che anni prima si era presa cura di Alexandra quando era soltanto una bambina smarrita. Sarà proprio grazie alla sua testimonianza che Tomás ricostruisce la storia dimenticata di sua madre.