venerdì 24 giugno 2022

Albéric Magnard


(Parigi, 9 giugno 1865 – Baron, 3 settembre 1914)


Diplomato in giurisprudenza, Magnard decide di dedicarsi alla musica dopo aver sentito Tristan und Isolde a Bayreuth nel 1886. Allievo di Dubois, Guiraud e Massenet al Conservatorio, riceve un primo premio di armonia nel 1888, quindi prosegue gli studi con d’Indy. Nel 1896 diventa docente di contrappunto alla Schola cantorum, dove avrà come allievo Déodat de Séverac. Indipendente e intransigente, rifiutando gli appoggi che potrebbe procurargli la posizione del padre (direttore di «Le Figaro») pubblica le sue opere in proprio – anche a costo di ostacolarne la diffusione. Anche una sordità parziale contribuisce al suo isolamento sociale. 
All'inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, Magnard mandò la moglie e le due figlie in una località sicura, mentre egli rimase a sorvegliare la sua residenza "de Fontaines" a Baron, dipartimento della Oise. Quando i soldati tedeschi violarono la residenza, egli sparò, uccidendo uno di loro, che risposero al fuoco e diedero la residenza alle fiamme. Il suo corpo non fu identificato nei resti dell'incendio. Questo distrusse le opere di Magnard non ancora pubblicate. 
La vita di Magnard fu contraddistinta da numerosi impegni: dedicò la sua quarta sinfonia a un'organizzazione femminista e si dimise dall'esercito come Dreyfusard, dopo aver scritto il suo inno alla giustizia a sostegno del capitano Dreyfus.


Tra le sue ventuno composizioni, si annoverano: quattro sinfonie; una suite in stile antico; Chant funèbre (1895) dedicato alla memoria del padre; Ouverture, Hymne à la Justice; le opere teatrali Yolande (1892), Guercoeur (1900), Bérénice (1909); musica da camera; una sonata per violino e pianoforte, una sonata per violoncello, un pianoforte trio, un quartetto d'archi, un quintetto per pianoforte e fiati; liriche vocali da camera.
Autore di varie partiture teatrali (Yolande, Bérénice e Guercoeur, il suo capolavoro lirico), dà il meglio di sé nelle quattro sinfonie e nella musica da camera. Rivelatrice è la prefazione di Bérénice: “La mia partitura è scritta in stile wagneriano. Privo del genio necessario per creare una nuova forma lirica, ho scelto tra gli stili esistenti quello che meglio conveniva ai miei gusti assolutamente classici e alla mia cultura musicale assolutamente tradizionale. Ho solo cercato di avvicinarmi quanto più possibile alla musica pura.” All’influsso di Wagner si sommano quello di Beethoven e dell’estetica della Schola. Cultore di un contrappunto denso e di un teso lirismo, Magnard si contrappone a Debussy, del quale rifiuta i sortilegi armonici e orchestrali.


Quartetto per archi in mi minore op. 16
  • Sonate (Animé)
  • Serenade (Vif)
  • Chant Funebre (Largement sans lenteur)
  • Danses (Vif, populaire)

Composto nel 1902-1903, questo quartetto per archi è per­fettamente contemporaneo a quello di Ravel. Alla sua prima esecuzione alla Société nationale de musique il 19 marzo 1904 i critici sottolineano la difficoltà a seguire questa ridondante partitura. Non si tratta solo dell’interpretazione perfettibi­le del Quatuor Zimmer. Su «Le Temps», Pierre Lalo pubblica tuttavia una recensione entusiastica, preferendo l’opera di Magnard a quella di Ravel eseguita due settimane prima: “Il primo pezzo e l’Andante, che sono manifestamente le parti essenziali dell’opera, difendono aspramente il proprio segreto contro chi pretende di penetrarlo di primo acchito. L’esposi­zione appare commovente e bella, in particolare nell’Andante; poi il senso dello sviluppo sfugge. Qua e là alcuni passaggi s’illuminano all’improvviso, poi si perde nuovamente di vista il seguito e l’evoluzione dell’opera. Ma si ha la netta sensazio­ne che quei momenti in cui nulla si vede non siano vuoti; al contrario li si intuisce pieni di forme e di idee che si vorrebbero cogliere; sotto l’astrazione del pensiero non si smette di percepire l’intensa vita del sentimento.” Alla trasparenza raveliana Magnard contrappone infatti un linguaggio aspro e un contrappunto denso perfino nella Sérénade, più leggera e luminosa degli altri movimenti. Uno degli episodi del finale associa un ritmo di valzer alla scrittura fugata! Monumentale, l’opera abbandona la forma ciclica a cui aderisce ancora Ravel e rivendica il modello beethoveniano, risultando senza equi­valenti nella storia del quartetto per archi francese.­


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