venerdì 8 novembre 2024

Tenente Parker


Stati Uniti, 1974 / Lawrence Roman

Deluso dal comportamento dei suoi superiori, un poliziotto di Seattle, indisciplinato e dalle maniere forti, si dimette alle soglie della pensione per poter indagare a modo suo con maggiore libertà su un ingente traffico di stupefacenti. Scoperti i responsabili, li elimina dopo un pazzesco inseguimento in auto e fa arrestare l'insospettabile vedova di un ex collega, complice del losco giro all'insaputa del consorte. Alla fine di È una sporca faccenda, tenente Parker! (McQ), film diretto da John Sturges nel 1974, non senza qualche esitazione, l'uomo riprende il distintivo e il suo posto nella polizia. 


Anche se cinque anni prima John Wayne (classe 1907) aveva finalmente accettato di interpretare un anziano sceriffo nel western Il Grinta (True Grit, 1969), ruolo che gli farà ottenere il suo primo e unico Oscar, in questo film decisamente atipico della sua pur vasta filmografia, lo ritroviamo nei panni di un poliziotto eccessivamente giovanilista e frenetico oltre che impegnato,
senza molta convinzione, in un improbabile quanto davvero inutile exploit amoroso.

giovedì 7 novembre 2024

URANIA n.10 - Alfred E. Van Vogt: Anno 2650



Come di consueto, durante lo svolgimento delle competizioni i sigg. ospiti
di ciascun piano dell'albergo provvederanno alla formazione dei propri
organismi di protezione..."
Malinconico, Gosseyn guardava dalla finestra curva della sua stanza
d'angolo, all'albergo. Da trenta piani d'altezza vedeva stendersi ai suoi piedi
la città della Macchina. La giornata limpida, luminosa gli consentiva una
visione di paurosa bellezza. A sinistra era il tremolante bagliore dell'onda
azzurro-cupa del fiume sferzato dalla brezza meridiana. A nord, si
stagliavano nitide sul fondale turchino del cielo le cime dei monti.
Non vedeva oltre questa cornice del quadro, Gosseyn. Strette come da un
abbraccio tra monti e fiume, le case della città si pigiavano fitte lungo le
spaziose arterie stradali. Quasi tutte edifici adibiti a uso d'abitazione,
mostravano a tratti, tra il fogliame dei palmizi e d'altre piante semitropicali,
lo scintillio dei tetti. Ma c'erano anche molti altri alberghi e grattacieli,
anonimi per lontananza.
La Macchina sorgeva in cima al cono decapitato d'un colle.
Fuso scintillante, argenteo, si perdeva nel cielo a quasi cinque chilometri di
distanza. Giardini e palazzi presidenziali che le facevano corona si celavano
in parte dietro folte vegetazioni. Particolari che non interessavano affatto
Gosseyn, interamente avvinto dalla visione della Macchina che tutto oscurava
intorno a sé.
Vederla significava sentirsene affascinati. Anche Gosseyn provò
meraviglia. A dispetto di sé, a dispetto del suo umor tetro. Era lì anche lui,
Gosseyn, dopo tanto lottare. Lì a prender parte alle gare... Le selezioni che
avrebbero dato cariche e ricchezza ai "piazzati", che avrebbero premiato col
viaggio a Venere l'eletto gruppo dei "migliori".
Aveva desiderato scendere in lizza per lunghi anni, Gosseyn. C'era voluta
la morte di lei, perché il suo sogno si attuasse. "Si deve sempre pagare"
pensava "per avere qualcosa. A caro prezzo..." Perché quando aveva
anticipato col sogno quei giorni, Gosseyn non aveva neppur lontanamente
immaginato che accanto a lui non ci sarebbe più stata la sua compagna.
L'aveva sempre sognata vicina, tutta presa dalla competizione, dalla speranza
della vittoria. Ai giorni lontani dei loro studi, dei loro progetti, erano stati
posizione e ricchezza a dare un volto alla speranza. Lungi dal sognarlo, né
Gosseyn, né Patricia avevano neppure osato pensare al viaggio verso Venere.
Ora, tuttavia, ora che era rimasto solo, Gosseyn non sapeva più dare un
significato al potere, alla ricchezza. L'attraeva il mistero remoto, il desiderio
irraggiungibile di Venere con tutte le sue promesse d'oblio. Si sentiva
superiore ai beni materiali della terra, Gosseyn. In senso assolutamente a
religoso, provava un nostalgico desiderio di cessazione.
Pose fine a quei pensieri un colpo battuto alla porta. L'aperse e si trovò di
fronte un ragazzo.
«Mi mandano» disse il nuovo venuto «ad avvertirvi che tutti gli altri ospiti
di questo piano sono già riuniti in salotto».
«E con ciò?» volle sapere Gosseyn che non aveva capito.
«Si debbono discutere i provvedimenti da prendere per proteggere gli
ospiti del nostro piano durante il periodo delle gare, signore».
«È vero» ricordò Gosseyn.
E l'angosciò il dover constatare d'essersene dimenticato. A dire il vero, la
notizia aveva cominciato a turbarlo sin dal momento in cui l'aveva appresa
dall'altoparlante a collegamento centrale di cui era dotata ogni stanza
dell'albergo. Sembrava impossibile, a Gosseyn, che la più grande metropoli
del globo sarebbe rimasta priva di polizia, di istituti giuridici per tutto il
periodo delle gare. Era proprio così, purtroppo: mentre tutte le altre città e
metropoli, tutti i villaggi e le comunità della Terra avrebbero potuto continuar
a contare sulla protezione dei tutori dell'ordine, la città della Macchina non
avrebbe conosciuto altra legge, per un mese intero, che quella assolutamente
negativa di gruppi in atteggiamento difensivo.
«Ho anche l'incarico di dirvi» continuò il ragazzo «che gli assenti alla
prima riunione rimarranno interamente abbandonati a se stessi, per tutta la
durata delle selezioni».
«Di' che vengo subito» rispose Gosseyn. «Di' che partecipo per la prima
volta e che me n'ero dimenticato. E grazie».
Porse una moneta al fanciullo e l'allontanò. Chiusa la porta, provvide a
sbarrare le finestre con sostanza plastica e appese un appunto, perché
potessero rintracciarlo, di fronte allo schermo del videofono. Poi, chiusasi
accuratamente la porta alle spalle, s'inoltrò, cauto, lungo il corridoio.
Appena entrato in salotto, riconobbe un concittadino: un certo Nordegg,
proprietario di grandi magazzini. Era andato a piazzarsi accanto all'uscio.
Gosseyn gli indirizzò un sorriso e un cenno di saluto. L'altro lo fissò stupito e
non ricambiò il saluto, ignorando completamente il sorriso. Contegno strano,
a dir poco. Gosseyn sentì svanire l'imbarazzo per l'episodio insolito, non
appena s'accorse che i numerosi convenuti nella stanza lo stavano fissando,
muti.
Luminosi, cordiali, gli sguardi amichevoli di quei volti mostravano
soltanto una briciola di calcolo. Questa, almeno, la prima impressione di
Gosseyn, che celando un sorrisetto trovò perfettamente naturale che i
convenuti si valutassero l'un l'altro, cercando di immaginare su quali
probabilità di vittoria poteva far conto, che so?, il vicino o l'ultimo arrivato.
Invitato da un cenno della mano, Gosseyn s'avvicinò alla scrivania dove
sedeva un anziano davanti a un grosso registro.
«Mi servono nome e cognome eccetera, per il registro, qui» disse l'uomo.
«Gosseyn» disse l'interpellato. «Gilbert Gosseyn, abitante a Cress Village,
Florida. Età trentaquattro anni, altezza un metro e ottantatré, peso
ottantaquattro, segni particolari... nessuno».
«Lo dite voi!» esclamò l'anziano indirizzandogli un caldo sorriso
accompagnato da una cordiale strizzatina d'occhi. «Se il vostro intelletto
corrisponde alle vostre notevoli doti fisiche, farete molta strada alle
competizioni. A proposito» aggiunse dopo qualche istante di silenzio «non
avete detto di essere sposato...»
«Non lo sono, infatti» rispose Gosseyn ammutolito per alcuni secondi al
pensiero della compagna perduta. «Non sono sposato...»
«Ma siete un ragazzo molto simpatico, signor Gosseyn. Che le gare vi
dimostrino degno di Venere!»
«Grazie».



 

mercoledì 6 novembre 2024

Olivia Belli



Sono nata a Mantova, città storica nota per la sua straordinaria bellezza e come città natale del poeta Virgilio. Per me, però, resterà sempre il piccolo giardino di margherite vicino a Palazzo Te: il ricordo più nitido che ho. Mio padre era un manager quindi viaggiavamo per l'Italia. Ho trascorso la mia infanzia spostandomi da una città all'altra, vivendo in appartamenti enormi e signorili: fantastico! Ma mi è sfuggito qualcosa, pur non sapendo cosa fosse. 

Quando avevo circa nove anni ci stabilimmo a Trieste, una città eclettica stretta tra il mare e il paesaggio aspro del Carso. Ho subito apprezzato la sensazione di libertà che quei dintorni mi regalavano e ho scoperto il piacere di vivere a contatto con la natura. 
A Trieste ho cominciato a suonare il pianoforte. La musica ha sempre fatto parte della nostra vita familiare e dopo aver toccato i tasti ho capito che non avrei mai potuto fermarmi. Avevo finalmente trovato quello che mi mancava: musica e natura.

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Ha iniziato a studiare al Conservatorio e ha seguito un percorso accademico tradizionale. Qualche anno dopo, a causa di un incidente, ha dovuto interrompere tutte le consuete attività. Quell’esperienza l'ha resa più forte e una volta finita ha cambiato le sue priorità: aveva bisogno di trovare un vero mentore per la vita e gli studi musicali. Ha preso lezioni con musicisti e insegnanti meravigliosi ma ha trovato quello che cercava in un giovane pianista che viveva su una collina del Centro Italia. Dopo qualche anno è diventato suo marito e ora condividono una vita entusiasmante insieme. 
Dopo un periodo di lavoro in una potente agenzia di management musicale a Londra, hanno acquistato una casa abbandonata in aperta campagna nelle Marche, una regione non meno bella ma meno famosa della vicina Toscana. Qui ha trovato l'atmosfera giusta per concentrarsi sulla sua creatività, seguendo il ritmo naturale della natura che è per lei una forte ispirazione. 
 
Nel marzo 2018 ha pubblicato il suo primo EP: “Other Lines”, con quattro brani originali per pianoforte come tributo al Piano Day 2018.   
Da allora ha continuato a scrivere musica, principalmente al pianoforte, per condividere storie stimolanti che emozionano.
L'album di debutto, Where Night Never Comes, è stato pubblicato nell'ottobre 2018 ed è incentrato sulle piccole e grandi cose di un giorno perfetto che non si vuole finisca mai. 
   
Nel luglio del 1969 il mondo visse uno degli eventi più importanti della storia umana: lo sbarco sulla Luna. Four Moons è un omaggio al 50° Anniversario di questo Sbarco e anche l'occasione giusta per celebrare la Luna, questa affascinante “Signora” che veglia sul mondo ogni notte e alla quale non manchiamo mai di dare un'occhiata.  

Da gennaio 2020, ha pubblicato River Path: 12 brani originali per pianoforte creati, composti ed eseguiti sulla riva del fiume in una calda giornata italiana. Il tutto ispirato dalla forza infinita e mutevole del fiume.
Nello stesso anno, durante il blocco del COVID, assieme al marito ha registrato e pubblicato l'album corale di ispirazione ambientale Mater. Il progetto è stato concepito come tributo al 50° anniversario della Giornata della Terra e i profitti del progetto furono donati all'organizzazione benefica Global Wildfire Conservation.

Nell'aprile 2021 è arrivato un nuovo pezzo per pianoforte, Visions to Come, tratto dall'album di debutto "Sol Novo", pubblicato con una nuova etichetta. "Sol Novo" significa nuovo giorno, nuovo sole ed è un omaggio al suo momento preferito della giornata, l'alba: le piace osservare il passaggio dalla notte al giorno, il momento in cui tutto prende nuova vita. Questa luce naturale senza intrusioni umane ci mostra il futuro.

Nel giugno 2023 vede l'uscita del primo singolo dal nuovo album completo Intermundia: un viaggio di trasformazione verso l'essenziale attraverso 8 luoghi spirituali... 

martedì 5 novembre 2024

MONDADORI n.10 - Patricia Wentworth: Lo smemorato di Colonia



Anton Blum spaccava la legna. Si era fatto quasi buio nell'ultima
mezz'ora; la notte scendeva presto nelle foreste di Kònigswald; la breve
radura coltivata da Joseph Mùller era circondata da alberi che apparivano
neri parecchio prima del tramonto, e quella sera in particolare il sole era
invisibile, si era levato un gran vento e gli alberi stormivano e gemevano
sotto il suo soffio rude.
Anton continuava infaticabile a spaccare legna: era tanto forte che non si
stancava mai. Anna Blum gli aveva ordinato di spaccare legna, lui avrebbe
continuato a spaccarne finché non fosse uscita fuori a dirgli:
— Via, Anton. Ora basta, vieni in casa.
Una volta che Anna era stata fuori tutto il giorno, lo aveva ritrovato,
tornando a casa, ancora intento a lavare il pavimento della cucina. Era stata
lei a dirgli di lavarlo e poi era uscita; e al suo ritorno aveva trovato Anton
ancora inginocchiato in terra. Ma il fatto era successo molto tempo prima,
prima che loro venissero ad abitare nel Kònigswald. Ora la zia Anna stava
bene attenta che una cosa simile non succedesse più.
Anton continuava a spaccare legna. Nel villaggio dicevano: "Forte come
Anton Blum", come in altri posti si direbbe: "Forte come un toro". E ai
bimbi cattivi dicevano: "Sta' attento, se no viene Anton Blum a portarti
via"; mentre uno scolaro negligente era ammonito così: "Sei più stupido di
Anton Blum".
Nessuno sapeva ciò che Anton pensasse di questi discorsi. Anton viveva
con Anna Blum che era sua zia e con Joseph Mùller, che era fratello di
Anna. Questo lui lo sapeva: Anna era sua zia e Joseph era il fratello della
zia. Anna era anche vedova. Le parole zia e vedova appartenevano ad
Anna, e la parola fratello apparteneva a Joseph, Anton non sapeva altro.
Da quando era stato ferito, nove o dieci anni prima, non aveva più parlato,
non accettava ordini da Joseph e non andava mai nel villaggio, perché i
ragazzi gli tiravano le sassate. Ma faceva tutto ciò che Anna gli diceva di
fare.
Continuava a spaccare legna. Se anche udiva il fremito della tempesta,
nel vento che cresceva di violenza, non se ne preoccupava. Ammesso che
pensasse, pensava soltanto al suo lavoro. Gli piaceva vedersi volare
intorno le schegge di legno e gli piaceva maneggiare l'ascia. In realtà la sua
mente era molto simile alla radura nella quale si trovava: uno spazio
aperto, circondato da tenebre. Nel mezzo dello spazio aperto c'era una
figura: la sua, quella di Anton Blum. Sapeva che questo era il suo nome e
sapeva di voler bene alla zia Anna, e di aver paura dei bimbi del villaggio
e di tutte le facce sconosciute. Quando la zia Anna gli parlava la capiva
abbastanza bene, ma con le persone nuove si confondeva facilmente e
allora non sapeva più quello che volessero da lui.
Anna Blum, una donna alta e robusta, molto pulita, uscì fuori sull'aia.
— Basta, Anton! — gridò.
— E Anton smise di spaccare e lasciò cadere l'accetta accanto alla
catasta della legna. Anna si avvicinò.
— Così no, Anton. L'accetta si arrugginisce. Raccoglila e mettila sotto la
tettoia.
Parlava come si fa con i bambini, scandendo bene le parole.
Anton obbedì, con la dolcezza e la docilità di un cane bene ammaestrato.
Quando ebbe messo a posto l'accetta seguì Anna Blum in casa. Entrarono
nella cucina, una stanza calda e piena di un pungente odore di petrolio,
perché il lume era stato acceso da poco e la calza era ancora bassa. Era un
lume molto modesto, che aveva dietro un riflettore di latta, e gettava nella
stanza un chiarore scialbo. Joseph Mùller era seduto sul suo seggiolone
occupato a sfilarsi gli stivali. Quando Anna alzò la calza del lume, la
leggera somiglianza che esisteva fra loro fu più evidente; tutti e due erano
alti e forti, avevano gli stessi capelli castani, gli stessi occhi azzurri.
Questa era la prima impressione che si riceveva guardandoli, ma la piega
aspra delle labbra di Joseph e il suo sguardo sfuggente, saltavano quasi
subito agli occhi.
Joseph gettò gli stivali in un angolo, con un gran tonfo.
— Si prepara una bella burrasca.
Anna voltò gli occhi verso la finestra, che aveva le imposte ancora
aperte.
— Devo andare al villaggio a vedere Mary — disse.
— Stupida! Che bisogno ha di te, Mary?
Anna lo guardò al di sopra del lume, senza curarsi di nascondere il suo
disprezzo, mentre rispondeva:
— Che padre affezionato sei! Il tuo nipotino non ha ancora
quarantott'ore di vita e tu trovi stupido che io sia stata a vedere Mary ieri e
che ci ritorni oggi. Tu naturalmente non ti scomoderesti per andarci, non è
vero?
Joseph si accigliò.
— Quando una ragazza prende marito, ha chi pensa a lei — brontolò. —
Che le hai portato ieri, e che cosa le porti oggi? Ecco quello che vorrei
sapere.
— Ieri le ho portato un po' di latte e sei uova — rispose Anna senza
scomporsi. — Oggi le porto il latte e domani le porterò di nuovo le uova. 


lunedì 4 novembre 2024

Johan de Meij

Nato a Forbeer il 23 novembre 1953, è un compositore, direttore d'orchestra e trombonista olandese.
Johan de  Meij si è formato musicalmente presso il Conservatorio Reale di Musica a L'Aia, dove ha studiato trombone e direzione d'orchestra, divenendo poi un esperto compositore di musiche per orchestra di fiati e banda sinfonica. Prima di dedicare il suo tempo esclusivamente alla composizione e direzione d'orchestra, Johan de Mei ha goduto di una carriera professionale di successo come suonatore di trombone ed euphonium, esibendosi con importanti orchestre e gruppi nei Paesi Bassi.
Le sue opere (tra cui composizioni originali, trascrizioni e arrangiamenti sinfonici di musica classica e per film) hanno raccolto successo e premi a livello internazionale.

Nel 1989 alla sua Sinfonia No. 1, intitolata "Il Signore degli Anelli" è stato assegnato il prestigioso Premio di Composizione Sudler. La stessa sinfonia è stata incisa da numerose orchestre sinfoniche e di fiati. La sua Sinfonia No. 2, dedicata alla città di New York, "The Big Apple", la Sinfonia No. 3, "Planet Earth" e la Sinfonia No. 4, "Sinfonie der Lieder" così come i suoi concerti solistici, sono state accolte con entusiasmo in tutto il mondo.

Tra le sue composizioni e collaborazioni internazionali è importante sottolineare "The Red Tower", opera composta appositamente per la Banda civica musicale di Soncino con la quale è stata eseguita in prima mondiale alla Sala Verdi del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Nel giugno 2015, De Mei ha diretto a Piacenza l'Orchestra di Fiati del Conservatorio "G. Nicolini", con la quale ha eseguito in prima nazionale italiana la sua terza sinfonia, "Planet Earth".

Extreme Beethoven, a partire dal tema di apertura, il vasto tesoro di Beethoven di temi e motivi meravigliosi vengono messi a frutto. Le melodie sono citate, ingrandite, condensate, ripetute in schemi minimalisti, contrastanti o collocati in un contesto completamente diverso.
È come se gli ascoltatori potessero dare un'occhiata al cervello geniale del maestro. All'interno, una moltitudine di idee e motivi cadono l'uno sull'altro. Alcuni sono onirici e squisiti, altri da incubo, spaventosi e ostinatamente ripetitivi. Le nove sinfonie forniscono la maggior parte del materiale per Extreme Beethoven, ma anche temi dell'Overture Egmont, della Sonata Thoonlight, Für Elise e Theturkish sono stati intessuti nel patchwork di citazioni e riferimenti.

A metà del pezzo, un piccolo ensemble crea una confusione musicale indispensabile, degna di Charles Ives - due gruppi che suonano uno sopra l'altro. Una citazione dal finale di Egmont si trasforma in una linea di basso Jazz Ostinato fino a quando il cumulo di otto note costituisce un bizzarro cluster. Ciò che equivale a un "groove egmont" si adatta incredibilmente bene sotto varie altre citazioni. Questo ci porta al finale, dove riprende il tema dell'imperatore, interpretato dall'intera orchestra.


Carlo Ravasio - Il giardiniere, 1940


 




venerdì 1 novembre 2024

Parker

 

Stati Uniti, 1962/ Richard Stark

Parker (niente nome di battesimo, tanto non serve) fa il rapinatore. È un tipo determinato e crudele, un lupo solitario che non si fida di nessuno, soprattutto da quando alcuni soci, credendolo moribondo, l'hanno abbandonato. Protagonista di Anonima carogne (The hunter, 1962), che il critico Anthony Boucher ha definito «una storia di vendetta e di guerra fra criminali, scritta
con estrema economia, comprensione e con una terribile, anormale obiettività», Parker, pur essendo un personaggio negativo, ha entusiasmato
i lettori e, come ha scritto Laura Grimaldi, «tutte le volte che organizza una rapina (i piani sono sempre da maestro) ci si trova immancabilmente,
inevitabilmente al suo fianco». 


E se c'è qualche sbaglio, è raro che sia stato lui a provocarlo.
Freddo e determinato, senza mai neppure l'ombra di un sorriso sulle labbra, Parker è un vero e proprio eroe negativo; anche se Richard Stark (pseudonimo di Donald E. Westlake), il suo creatore, dice che gli eroi non esistono e «Sono
un'invenzione della letteratura deteriore, della cinematografia, del potere politico, della criminalità».




Organizza un colpo all'anno (puntando soprattutto su banche e furgoni postali) e si rimette "al lavoro" quando le sue disponibilità economiche calano al di sotto dei cinquemila dollari. Soltanto allora torna in pista, studia un piano apparentemente perfetto, se ce n'è proprio bisogno assolda qualche specialista (avendo l'accortezza di non lavorare mai due volte con le stesse persone) e inizia una di quelle imprese per le quali è giustamente famoso.




Da Anonima carogne (The hunter, 1962), John Boorman ha tratto il film Senza un attimo di tregua-Point Blank (1967), con Lee Marvin nel ruolo del protagonista e nel 1999 è la volta di Payback - La rivincita di Porter, con Mel Gibson nel ruolo di Porter.

1974, Organizzazione crimini (The Outfit) regia di John Flynn con Robert Duvall, Karen Black, Joe Don Baker, Timothy Carey, Robert Ryan, Elisha Cook Jr., tratto dal romanzo Liquidate quel Parker (The Outfit) del 1963.






1966, "Una Storia Americana" (Made in USA) regia di Jean-Luc Godard con Anna Karina, László Szabó, Jean-Pierre Léaud, tratto dal romanzo "Hai perso il morto Parker" (The Jugger) del 1965.

1967, "Una notte per 5 Rapine", (Mise à Sac, Pillaged) regia di Alain Cavalier con Daniel Ivernel, Michel Constantin, Franco Interlenghi, tratto dal romanzo "La Notte Brava di Parker" (The Score) del 1964.



1968, "I Sei della Grande Rapina", (The Split) regia di Gordon Flemyng con Jim Brown, Diahann Carroll, Ernest Borgnine, tratto dal romanzo "Parker: Il Rischio è La Mia Droga" (The Seventh) del 1966.



1983, "Slayground", (Slayground) regia di Terry Bedford con Peter Coyote, Mel Smith, Billie Whitelaw, tratto dal romanzo "Luna-Parker" (Slayground) del 1971.

mercoledì 30 ottobre 2024

André Jolivet

André Jolivet (Parigi, 8 agosto 1905 – Parigi, 20 dicembre 1974) nato in una famiglia di artisti, Jolivet studiò violoncello, e in seguito composizione con Paul Le Flem, con il quale si concentrò sullo studio dell'armonia e del contrappunto.
Iniziò ad interessarsi all'atonalità dopo aver sentito in concerto le musiche di Arnold Schönberg, e su raccomandazione di Paul Le Flem divenne il solo studente europeo di Edgard Varèse, con il quale approfondì le sue conoscenze riguardanti l'acustica musicale, i sistemi di composizione atonali e l'orchestrazione.

Nel 1936 Jolivet, assieme ai compositori Olivier Messiaen, Daniel Lesur e Yves Baudrier, fondò il gruppo "La jeune France", con il quale promosse manifestazioni dedicate alla nuova musica. Fin da allora cominciò a rivelarsi quella che sarebbe rimasta la sua filosofia compositiva, ovvero l'idea di restituire alla musica il suo significato arcaico, quando essa era legata a fenomeni esoterici o religiosi, ritrovando così un lato emozionale strettamente collegato con l'aspetto rituale.
Nel 1945 pubblicò un articolo dove dichiarava che "la vera musica francese non deve niente a Stravinskij, sebbene Stravinskij stesso fu interessato ai temi del rituale in musica; questa presa di posizione fu dettata dal rifiuto del neoclassicismo in favore di uno stile compositivo meno accademico, e maggiormente collegato con la sfera spirituale.
Nel frattempo la musica di Jolivet si era allontanata dall'atonalità per riprendere un colore più lirico, spesso decisamente modale; la sua Prima sonata per pianoforte, composta nel 1945, mostra invece un tentativo di unire entrambi gli universi compositivi.

Mettendo a frutto una sua giovanile passione (fin da giovanissimo era stato attratto dal teatro), divenne direttore musicale presso la Comédie-Française, dove rimase dal 1945 al 1959, componendo numerose musiche di scena per le pièces di Molière, Jean Racine, Sofocle e Paul Claudel. Continuò comunque a comporre lavori musicali destinati alle sale da concerto, spesso ispirati dai suoi frequenti viaggi attorno al mondo (utilizzò infatti testi e musiche provenienti dall'Egitto, dal Medio Oriente, dall'Africa e dall'Asia).
Negli anni cinquanta e sessanta André Jolivet compose numerosi concerti solistici con orchestra per strumenti quali la tromba, il pianoforte, il flauto, l'arpa, il fagotto, il violoncello e le percussioni; questi lavori denotano tutti un uso virtuosistico degli strumenti solistici.
Fu anche uno dei pochi compositori che scrissero per le Ondes Martenot, uno strumento elettronico a tastiera inventato in Francia nel 1928 da Maurice Martenot.
Jolivet fondò il "Centre Français d'Humanisme Musical" nel 1959 a Aix-en-Provence, e nel 1965 fu nominato docente di composizione al Conservatorio di Parigi.

Morì nella sua città natale nel 1974, lasciando incompiuta la sua opera "Bogomilé ou Le lieutenant perdu".

Concerto per percussioni, 1958
In questo brano ascoltiamo 4 timballi, 1 rullante, 1 tamburo militare e 1 blocco di legno accompagnati da un'orchestra. È stato scritto nell'insolito tempo 5/4 con un tempo di ♩=152-160. All'inizio si sente soprattutto il trombone con interiezioni di altri ottoni, seguito velocemente dal resto dell'orchestra. Il clarinetto assume brevemente il posto di una piccola parte solista. I timballi sono molto concisi, ma funzionano per lo strumento principale solo dopo un tempo più lungo, prima di diventare più un accompagnamento. Successivamente il rullante si sposta maggiormente in primo piano, cosa che fa meglio con il suo suono un po' più stridulo. Sullo sfondo, dopo la confusione iniziale, gli strumenti ritrovano un filo conduttore, dove spiccano in particolare i fiati.
Una sezione un po' cupa inizia con gli ottoni bassi, subito seguiti dai legni. È interessante qui che l'oboe e il clarinetto formino tipi di intonazione propri e non classici, in parte simili nel suono a un'anatra. Il tamburo militare si percepisce solo dopo un po', ma poi diventa sempre più forte fino a suonare un assolo interessante che non prende il ritmo dalle diverse lunghezze delle note, ma solo dai suoi accenti; la durata della nota è sempre costante con le crome. Solo alla fine questo ritmo diventa sincopato prima che i blocchi di legno concludano il pezzo da soli.

lunedì 28 ottobre 2024

Sergio Rendine


Il 21 aprile del 2023 si è spento il compositore Sergio Rendine, per dieci anni direttore artistico del teatro Marrucino di Chieti.

Era nato a Napoli, 7 settembre 1954, si era diplomato in Composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma con Domenico Guaccero e presso il Conservatorio Rossini di Pesaro in Musica Corale e Direzione di Coro, fu docente presso il Conservatorio dell'Aquila e direttore artistico del Festival della musica di Stoccarda dal 1988 al 1991 e del teatro Marrucino di Chieti dal 1997 al 2007. Fu anche direttore artistico dell'Orchestra Sinfonica Siciliana e della Stagione lirica di Lecce.

Fu sempre molto legato all’Abruzzo, dagli anni di insegnamento al Conservatorio “Alfredo Casella” dell’Aquila fino ad arrivare alla decisione di stabilirsi a vivere a Collecorvino, nelle colline del pescarese.
Fu inoltre promotore della Settimana Mozartiana sempre a Chieti, manifestazione itinerante che per una settimana coinvolgeva l’intera città nell’allestimento di “salotti” dove risuonavano le note del compositore e manifestazioni a tema.
Fu autore molto prolifico di sinfonie, musica da camera e sacra, cantate e opere liriche che venivano commissionate dalle istituzioni più prestigiose. Il suo stile musicale di impronta neoromantica è sempre stato facilmente fruibile, ma non per questo fatto di melodie semplici: al contrario, forse soprattutto nella musica sacra, la sapienza compositiva emergeva con forza dai grandi blocchi corali e strumentali.
Più controversa è stata la sua figura come organizzatore di eventi e amministratore, a causa delle spesso inconciliabili dissonanze fra le ragioni dell’arte e quelle dei bilanci: il suo ultimo impegno ufficiale in questo senso, la direzione del Liberty Festival di Pescara, è stato tuttavia un grande successo di pubblico.

Ha composto: la “Missa de beatificatione in onore di P. Pio da Pietrelcina” eseguita alla Sala Nervi in Vaticano, commissionatagli come Messa ufficiale della Beatificazione; “Passio et Resurrectio”, Cantata per soli coro e orchestra per il Venerdì Santo del Grande Giubileo del 2000; “Romanza - una favola romana”, Opera in tre atti, e De Profundis, Secretum Teophili, Cantata scenica in un atto, commissionategli dall’Teatro dell’Opera di Roma; Canto della notte, per coro di voci femminili e fiati, su commissione della Fondazione Arena di Verona, Sinfonia n° 1, su commissione dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo e Sinfonia n° 2 su commissione del Governo della Repubblica di Andorra. Lo Stato della Città del Vaticano, con il Festival di Pasqua, gli ha commissionato l'oratorio "Cadens revixit" sulla figura di San Paolo come unica opera in celebrazione dell’Anno Paolino, opera trasmessa in mondovisione. Sempre per il 2009 il Governo d’Andorra, con il Teatro “Liceu” di Barcellona e il Teatro di Madrid, gli hanno commissionato l’Opera in tre atti “ El somni de Carlemany”, prima opera lirica in lingua catalana. Nel 2010 un Doppio Concerto per violino, violoncello e orchestra per l’ONCA , e nel 2011 un’opera commissionata dal Teatro dell'Opera di Roma, su Celestino V.

È stato: Consigliere d’amministrazione dell’Accademia Nazionale di S.Cecilia dal 1994 al 1999; Commissario della SIAE per la Sezione Lirica dal 1995 al 2000; Direttore artistico del Teatro Marrucino di Chieti, Teatro Lirico d’Abruzzo - Teatro di Tradizione, dal 1997 al 2007. Docente di Armonia presso il Conservatorio di Musica di L'Aquila, è considerato tra i più importanti compositori del nostro tempo.

Sinfonia n.2, Andorrana, 2007. 
Preoccupato per l'estinzione della sinfonia come genere orchestrale principale, Rendine si è impegnato a scrivere in questo genere, fortemente incoraggiato dal direttore Marzio Conti. Questa seconda sinfonia è stata commissionata dal governo di Andorra. È un'opera che riflette sulla bellezza naturale e sulle tradizioni nazionali del paese andorrano, piuttosto piccolo ma prezioso.

Tre movimenti: Lento Allegro; Adagio; Allegro assai