Quel pomeriggio, mentre attraversava il parco per tornare a casa, Robert Enfield fu contento e nello stesso tempo dispiaciuto di non avere portato Dirk. Fintanto che tenevano Dirk chiuso in casa, il cane era al sicuro, e così l’appartamento. La perdita dei quattrini che Robert aveva in tasca, avrebbe detto Myrna, era una cosa insignificante. Tra l’altro, Enfield non si sentiva mai a suo agio in compagnia del cane. Dirk si muoveva con grazia di velluto, tollerava a malapena la mano di Enfield sul guinzaglio, e lui doveva ammettere che preferiva affrontare delinquenti ed anormali, ed ogni altra sorta di pericoli piuttosto che rimanere sotto lo sguardo fisso degli occhi gialli del cane. L’aria di forza compressa del doberman, i denti bianchissimi, e i muscoli simili a molle d’acciaio tese sotto il pelo lucido, l’avevano sempre messo a disagio. Quando lui parlava con Myrna, Dirk li guardava girando la testa da uno all’altro, e più di una volta Enfield aveva trascinato la moglie in cucina per avere un mondo tutto per loro, perché non riusciva a togliersi la crescente convinzione che il cane capiva e disapprovava tutto quello che lui diceva. Eppure, se ci fosse stato Dirk, Enfleld non avrebbe perso il portafoglio, nessun delinquente avrebbe avuto il coraggio di aggredirlo, e certamente non l’avrebbero picchiato. Anzi, Enfield avrebbe avuto il piacere di guardare Dirk squarciare la gola ai malviventi prima che loro avessero il tempo di gridare chiedendo aiuto.
Aveva lasciato Dirk a casa perché Myrna gli aveva detto che le squadre di polluzione avevano allargato il raggio delle loro ricerche, e che c’erano vigilanti









