giovedì 5 marzo 2026

Maurice Leblanc - Arsène Lupin in prigione

 

Non vi è turista degno di questo nome che non conosca le rive della Senna, e che non abbia notato, passando dalle rovine di Jumièges a quelle di Saint-Wandrille, lo strano, piccolo castello feudale del Malaquis, così fieramente costruito sulla roccia, in mezzo al fiume. L’arcata d’un ponte lo collega alla strada. La base delle sue torrette scure si confonde col granito che lo sostiene, blocco enorme staccato da non si sa quale montagna e buttato lì da qualche formidabile scossa sismica. Tutt’intorno, l’acqua tranquilla gioca fra le canne, e delle cutrettole tremano sullo strato umido dei ciottoli.

La storia del Malaquis è rude come il nome, arcigna come il suo aspetto. Vi furono solo combattimenti, assedi, assalti, rapine e massacri. Nelle veglie serali del paese di Caux, si evocano, rabbrividendo, i crimini che vi si commisero. Si raccontano misteriose leggende. Si parla del famoso sotterraneo che conduceva una volta all’abbazia di Jumièges e al maniero di Agnès Sorel, la bella amica di Carlo vii.

In questo antico covo di eroi e briganti, abita il barone Nathan Cahorn, il barone Satana, come lo chiamavano un tempo alla Borsa dove si è arricchito un po’ troppo bruscamente. I signori del Malaquis, rovinati, hanno dovuto vendergli, per un pezzo di pane, la dimora degli antenati. Vi ha sistemato le sue ammirevoli collezioni di mobili e di quadri, di maioliche e di sculture in legno. Ci vive da solo, con i suoi tre vecchi domestici. Nessuno vi entra mai. Nessuno ha mai contemplato nell’arredamento di queste antiche sale i tre Rubens che possiede, i suoi due Watteau, il pulpito di Jean Goujon, e tante altre meraviglie strappate a colpi di biglietti di banca ai più ricchi affezionati delle aste pubbliche.

Il barone Satana ha paura. Non ha paura per sé, ma per i tesori accumulati con una passione così tenace e la perspicacia d’un collezionista che i più scaltri mercanti non possono vantarsi di avere indotto in errore. Li ama. Li ama aspramente, come un avaro; gelosamente, come un innamorato.

Ogni giorno, al tramonto, le quattro porte bardate di ferro, che comandano le due estremità del ponte e l’ingresso del cortile d’onore, sono chiuse col catenaccio. Al minimo urto delle suonerie elettriche vibrerebbero nel silenzio. Dal lato della Senna, niente da temere: la roccia si erge a picco.

Ora, un venerdì di settembre, il postino si presentò come al solito all’inizio del ponte, e, secondo abitudine, fu il barone che socchiuse il pesante battente. Esaminò l’uomo minuziosamente come se non lo conoscesse già da anni, la bella faccia allegra e gli occhi astuti di contadino, e l’uomo gli disse ridendo:

«Sono sempre io, signor barone. Non sono un altro che avrebbe preso il mio camice e il mio berretto».

«Si sa mai?», mormorò Cahorn.

Il postino gli consegnò una pila di giornali. Poi aggiunse:

«E ora, signor barone, ci sono delle novità».

«Delle novità?».

«Una lettera... e anche raccomandata».

Isolato, senza un amico, né alcuno che s’interessasse a lui, il barone non riceveva mai una lettera e subito questo gli parve un segno di malaugurio di cui c’era da preoccuparsi. Chi era quel misterioso corrispondente che veniva a importunarlo nel suo ritiro?

«Bisogna firmare, signor barone».

Firmò mugugnando. Poi prese la lettera, attese che il postino fosse scomparso dietro la curva della strada e, dopo alcuni passi in lungo e in largo, si appoggiò contro il parapetto del ponte e strappò la busta. Questa conteneva un foglio di carta a quadretti con l’intestazione manoscritta: «Prigione della Santé, Parigi». Osservò la firma: Arsène Lupin. Stupefatto, lesse:

 

Signor barone,

Vi è, nella galleria che riunisce i suoi due salotti, un quadro di Philippe de Champaigne di eccellente fattura che mi piace infinitamente. Sono anche di mio gusto i suoi Rubens, come pure il suo più piccolo Watteau. Nel salotto di destra, noto la credenza Louis xii, le tappezzerie di Beauvais, il guéridon Impero firmato Jacob e la cassapanca Rinascimento. In quello di sinistra, tutta la vetrina dei gioielli e delle miniature.

Per questa volta, mi accontenterò di questi oggetti che saranno, credo, di facile smercio. La prego, quindi, di farli imballare come si conviene e di spedirli a nome mio (trasporto pagato), stazione di Batignolles, entro otto giorni. Altrimenti, sarò obbligato, io stesso, a procedere al loro trasloco durante la notte tra mercoledì 27 e giovedì 28 settembre. E, beninteso, non mi accontenterò degli oggetti su indicati.

La prego di scusare il piccolo disturbo che le arreco, e di accettare l’espressione dei miei sentimenti di rispettosa considerazione.

Arsène Lupin.

P.S. – Soprattutto, prego non mandarmi il più grande dei Watteau. Sebbene l’abbia pagato trentamila franchi all’Hôtel des Ventes, è solo una copia, essendo stato bruciato l’originale sotto il Direttorio, da Barras, una sera di orge. Consultare le Memorie inedite di Garat.

Non tengo nemmeno più alla catenella Luigi xv la cui autenticità sembra dubbia.

 

Questa lettera sconvolse il barone Cahorn. Firmata da qualsiasi altro, l’avrebbe già allarmato in modo considerevole, ma firmata da Arsène Lupin!

Lettore assiduo di giornali, al corrente di tutto quello che avveniva nel mondo in fatto di furto e di crimine, non ignorava nulla delle imprese dell’infernale ladro. Certo, sapeva che Lupin, arrestato in America dal suo nemico Ganimard, si trovava in carcere, che s’istruiva il suo processo – con quale pena! Ma sapeva anche che da parte sua ci si poteva aspettare di tutto. D’altronde, questa conoscenza esatta del castello, della disposizione dei quadri e dei mobili, era un indice dei più temibili. Chi l’aveva informato su cose che nessuno aveva viste?

Il barone alzò gli occhi e contemplò l’aspetto feroce del Malaquis, il suo piedistallo scabro, l’acqua profonda che lo circondava, e alzò le spalle. No, decisamente, non vi era pericolo. Nessuno al mondo poteva penetrare fino al santuario inviolabile delle sue collezioni.

Nessuno, certo, ma Arsène Lupin? Per Arsène Lupin esistono porte, ponti levatoi, muraglie? A cosa servono gli ostacoli meglio immaginati, le precauzioni più abili, se Arsène Lupin ha deciso di raggiungere lo scopo?

La stessa sera, scrisse al procuratore della Repubblica di Rouen. Mandava la lettera di minacce e reclamava aiuto e protezione.

La risposta non tardò: essendo il menzionato Arsène Lupin detenuto alla Santé, sorvegliato da vicino, e nell’impossibilità di scrivere, la lettera poteva essere solo l’opera di un mistificatore. Tutto lo dimostrava, la logica e il buonsenso, come la realtà dei fatti.

Tuttavia, e per eccesso di prudenza, avevano affidato a un esperto l’esame della scrittura, e l’esperto dichiarava che, malgrado certe analogie, questa scrittura non era quella del detenuto.

«Malgrado certe analogie». Il barone teneva a mente solo queste tre parole inaudite, in cui vedeva la confessione d’un dubbio che, solo, sarebbe dovuto bastare perché la giustizia intervenisse. I suoi timori si esacerbarono. Non smetteva di rileggere la lettera. «Provvederò io stesso al trasloco». E questa data precisa: la notte tra mercoledì 27 e giovedì 28 settembre!

Sospettoso e taciturno, non aveva osato confidarsi con i suoi domestici, la cui dedizione non gli sembrava al di sopra di ogni prova. Tuttavia, per la prima volta da anni, sentiva il bisogno di parlare, di chiedere consiglio. Abbandonato dalla giustizia del suo paese, disperava di difendersi con le sue risorse, e fu sul punto di andare fino a Parigi e d’implorare l’assistenza di qualche anziano poliziotto.

Passarono due giorni. Il terzo, leggendo i suoi giornali, vibrò di gioia. «Le Réveil de Caudebec» pubblicava questo trafiletto:

 

Abbiamo il piacere di avere fra le nostre mura, da tre settimane, l’ispettore principale Ganimard, uno dei veterani del servizio della Sicurezza. Il signor Ganimard, al quale l’arresto di Arsène Lupin, la sua ultima prodezza, ha procurato una reputazione europea, si riposa delle lunghe fatiche pescando con la lenza e l’alborella.

 

Ganimard! Ecco l’aiuto che cercava il barone Cahorn! Chi meglio dell’astuto e paziente Ganimard poteva sventare i progetti di Lupin?

Il barone non esitò. Sei chilometri separano il castello dalla cittadina di Caudebec. Li percorse con passo allegro, da uomo sovreccitato dalla speranza della salvezza.

Dopo parecchi tentativi infruttuosi per conoscere l’indirizzo dell’ispettore capo, si diresse verso gli uffici del «Réveil», situati al centro della banchina. Vi trovò l’autore del trafiletto, che, avvicinandosi alla finestra, esclamò:

«Ganimard? Ma lei certamente può incontrarlo lungo la banchina, con la lenza in mano. È lì che abbiamo fatto conoscenza, e che per caso ho letto il suo nome stampato sulla canna da pesca. Guardi, il vecchietto che si scorge laggiù, sotto gli alberi della passeggiata a mare».

«In redingote e cappello di paglia?»

«Precisamente! Ah! Un tipo strano e piuttosto burbero».

Cinque minuti dopo, il barone avvicinava il celebre Ganimard, si presentava e tentava di entrare in conversazione. Non raggiungendo lo scopo, affrontò direttamente la questione ed espose il suo caso.

L’altro ascoltò, immobile, senza perdere di vista il pesce che sorvegliava, poi girò la testa verso di lui, lo squadrò dalla testa ai piedi con un’aria di profonda pietà, e disse:

«Signore, non vi è affatto l’abitudine di avvertire le persone che si vogliono derubare. Arsène Lupin, in particolare, non commette simili spropositi».

«Tuttavia...».

«Signore, se io avessi il minimo dubbio, creda bene che il piacere di occuparmi ancora di questo caro Lupin supererebbe ogni altra considerazione. Per disgrazia, quel giovane è ancora in galera».

«Se scappa?...».

«Non si scappa dalla Santé».

«Ma lui...».

«Lui non più di un altro».

«Tuttavia...».

«Ebbene, se scappa tanto meglio, lo pizzicherò di nuovo. In attesa, dorma tranquillo e non impaurisca questa alborella».

La conversazione era finita. Il barone tornò a casa, un po’ rassicurato dalla noncuranza di Ganimard. Verificò le serrature, spiò i domestici, e passarono quarantotto ore durante le quali giunse quasi a persuadersi che, in fondo, i suoi timori erano infondati. No, decisamente, come aveva detto Ganimard, non si previene la gente che si vuole derubare.

La data si avvicinava. La mattina del martedì, vigilia del 27, niente di particolare. Ma alle tre, un ragazzino suonò. Portava un dispaccio.

 

Nessun pacco in stazione Batignolles. Prepari tutto per domani sera. Arsène.

 

Di nuovo fu il panico, a tal punto che si chiese se non fosse il caso di cedere alle richieste di Arsène Lupin.

Corse a Caudebec. Ganimard pescava nello stesso posto, seduto su un seggiolino pieghevole. Senza una parola, gli tese il telegramma.

«E dopo?», disse l’ispettore.

«Dopo? Ma è per domani!».

«Che cosa?».

«Lo svaligiamento! Il saccheggio delle mie collezioni!».

Ganimard depose la lenza, si girò verso di lui, e, con le braccia incrociate sul petto, esclamò con tono impaziente:

«Ah! Questa poi, lei s’immagina che io vada a occuparmi d’una storia così stupida!».

«Quale rimborso chiede per passare al castello la notte tra il 27 e il 28 settembre?»

«Nemmeno un soldo, mi lasci in pace».

«Fissi il prezzo, io sono ricco, estremamente ricco».

La brutalità dell’offerta sconcertò Ganimard che riprese, più calmo:

«Io sono qui in congedo e non ho il diritto d’immischiarmi...».

«Nessuno lo saprà. Io m’impegno, qualunque cosa accada, a restare in silenzio».

«Oh! Non accadrà niente».

«Ebbene, vediamo, tremila franchi, sono abbastanza?».

L’ispettore fiutò una presa di tabacco, rifletté, e lasciò perdere:

«Sia. Soltanto, devo dichiararle lealmente che si tratta di danaro buttato dalla finestra».

«È lo stesso per me».

«In questo caso... E poi, dopotutto, mica si sa con quel diavolo di Lupin! Deve avere ai suoi ordini una banda intera. È sicuro dei suoi domestici?»

«Veramente...».

«Allora, non contiamo su di loro. Avvertirò con un dispaccio due giovani amici che ci daranno più sicurezza. E ora, se ne vada, non ci devono vedere insieme. A domani, verso le nove».

 

L’indomani, data fissata da Arsène Lupin, il barone Cahorn sganciò la sua panoplia, si preparò alla guerra, e passeggiò nei dintorni del Malaquis. Nulla di equivoco lo colpì.

La sera, alle otto e mezzo, congedò i domestici, che occupavano un’ala che dava sulla strada, ma un po’ indietro, e in fondo al castello. Solo una volta, aprì pian piano le quattro porte. Dopo alcuni istanti, sentì dei passi che si avvicinavano.

Ganimard presentò i suoi due ausiliari, ragazzi alti e solidi, dal collo taurino e dalle mani possenti, poi chiese alcune spiegazioni. Resosi conto della disposizione dei luoghi, chiuse accuratamente e barricò tutte le uscite attraverso cui si poteva penetrare nelle sale prese di mira. Ispezionò i muri, sollevò le tappezzerie, infine collocò gli agenti nella galleria centrale.

«Niente sciocchezze, eh? Non siamo qui per dormire. Alla minima allerta, aprite le finestre della corte e chiamatemi. Attenzione anche dal lato dell’acqua. Dieci metri di scogliera ripida non spaventano diavoli del loro calibro».

Li chiuse dentro, portò via le chiavi e disse al barone:

«E ora, al nostro posto».

Aveva scelto, per passarvi la notte, uno stanzino ricavato nello spessore del muro di cinta, tra le due porte principali, e che era, una volta, il ridotto del guardiano notturno. Uno spioncino si apriva sul ponte, un altro sul cortile. In un angolo si scorgeva l’apertura d’un pozzo.

«Lei mi ha detto, signor barone, che questo pozzo era l’unico ingresso dei sotterranei, e che, a memoria d’uomo, è ostruito?»

«Sì».

«Quindi, a meno che non esista un’altra uscita ignorata da tutti, a eccezione di Arsène Lupin, il che sembra un po’ problematico, siamo tranquilli».

Allineò tre sedie, si distese confortevolmente, accese la pipa e sospirò:

«Veramente, signor barone, bisogna che io abbia molta voglia di aggiungere un piano alla casetta in cui devo finire i miei giorni, per accettare un compito tanto elementare. Racconterò la storia all’amico Lupin, si terrà i fianchi dal ridere».

Il barone non rideva. L’orecchio in ascolto, interrogava il silenzio con un’inquietudine crescente. Di tanto in tanto, si affacciava sul pozzo e gettava un occhio ansioso nel buco spalancato.

Le undici, mezzanotte, l’una suonarono.

«Ha sentito?»

«Sì».

«Che cos’è?»

«Sono io che russo».

«Ma no, ascolti».

«Ah! Sicuro, è il clacson di un’automobile».

«Ebbene?»

«Ebbene! È poco probabile che Lupin si serva di un’automobile come d’un ariete per demolire il suo castello. Perciò, signor barone, al suo posto, io dormirei... Come avrò l’onore di fare io. Buonasera».

 

Fu il solo allarme. Ganimard poté riprendere il sonno interrotto, e il barone non sentì più che il suo russare sonoro e regolare.

All’alba, uscirono dalla loro cella. Una grande pace serena, la pace del mattino in riva all’acqua fresca, avvolgeva il castello. Cahorn radioso di gioia, Ganimard sempre tranquillo, salirono per le scale. Nessun rumore. Niente di sospetto.

«Che cosa le avevo detto, signor barone? In fondo, io non avrei dovuto accettare... Sono confuso...».

Prese le chiavi ed entrò nella galleria.

Sulle due sedie, curvi, le braccia ciondoloni, i due agenti dormivano.

«Porco cane!», brontolò l’ispettore.

Nello stesso momento, il barone cacciava un grido:

«I quadri!... La credenza!...».

Balbettava, soffocava, con la mano tesa a indicare i posti vuoti, i muri denudati dove spuntavano i chiodi, dove pendevano le corde inutili. Il Watteau, scomparso! I Rubens, portati via! Le tappezzerie, staccate! Le vetrine, vuotate dei loro gioielli!

«E i miei candelabri Luigi XVI!... E il candeliere del Reggente, e la mia Vergine del XII secolo!».

Correva da un posto all’altro, smarrito, disperato. Ricordava i prezzi d’acquisto, addizionava le perdite subite, accumulava delle cifre, tutto questo alla rinfusa, con parole indistinte, con frasi incompiute. Batteva i piedi, si contorceva, folle di rabbia e di dolore. Si sarebbe detto un uomo rovinato che non ha più che farsi bruciare le cervella.

Se qualcosa avesse potuto consolarlo, sarebbe stato vedere lo stupore di Ganimard. Contrariamente al barone, l’ispettore non si muoveva, lui. Sembrava pietrificato, e con occhio vago, esaminava le cose. Le finestre? Chiuse. Le serrature delle porte? Intatte. Niente breccia al soffitto. Niente buca sul pavimento. L’ordine era perfetto. Tutto questo si era dovuto verificare con metodo, secondo un piano inesorabile e logico.

«Arsène Lupin, Arsène Lupin», mormorava, distrutto.

Subito, saltò sui due agenti, come se la collera insomma lo scuotesse, e li travolse bruscamente e li ingiuriò. Non si svegliarono affatto!

«Diavolo», fece, «non è che per caso?...».

Si piegò su di loro, e, volta a volta, li osservò con attenzione: dormivano, ma di un sonno che non era naturale.

Disse al barone:

«Li hanno addormentati».

«Ma chi?»

«Eh! Lui, perbacco!... O la sua banda, ma diretta da lui. È un colpo alla sua maniera. L’impronta vi è di certo».

«In questo caso, io sono perduto, niente da fare».

«Niente da fare».

«Ma è abominevole, è mostruoso».

«Sporga una denuncia».

«A che pro?»

«Perbacco! Provi sempre... La giustizia ha delle risorse...».

«La giustizia! Ma lo vede lei stesso... Ecco, in questo momento, in cui potrebbe cercare un indizio, scoprire qualcosa, non si muove neppure».

«Scoprire qualcosa, con Arsène Lupin! Ma, mio caro signore, Arsène Lupin non lascia mai niente dietro di sé! Non c’è mai il caso con Arsène Lupin! Mi chiedo se non sia volontariamente che si è fatto arrestare da me, in America!».

«Allora, io devo rinunciare ai miei quadri, a tutto! Ma sono le perle della mia collezione che mi ha rubato. Darò una fortuna per ritrovarle. Se non si può niente contro di lui, che dica il suo prezzo!».

Ganimard lo guardò fisso.

«Ecco, questa è una parola sensata. Non la ritira?»

«No, no, no. Ma perché?»

«Un’idea che ho».

«Quale idea?»

«Ne riparleremo se l’inchiesta non termina bene... Soltanto, nessuna parola su di me, se vuole che io riesca».

Aggiunse tra i denti:

«E poi, vero, non ho di che vantarmi».

I due agenti riprendevano a poco a poco conoscenza, con l’aria inebetita di chi esce da un sonno ipnotico. Aprivano degli occhi attoniti, cercavano di capire. Quando Ganimard li interrogò, non ricordavano niente.

«Tuttavia, avete dovuto vedere qualcuno?»

«No».

«Ricordate?»

«No, no».

«Non avete bevuto?».

Rifletterono, e uno dei due rispose:

«Sì, io ho bevuto un po’ d’acqua».

«Acqua di questa caraffa?»

«Sì».

«Anch’io», dichiarò il secondo.

Ganimard la sentì, la gustò. Non aveva alcun sapore speciale, alcun odore.

«Andiamo, fece, perdiamo il nostro tempo. Non è in cinque minuti che si risolvono i problemi posti da Arsène Lupin. Ma, perdinci, giuro che lo riacciufferò. Vince la seconda manche. A me la bella!».

Lo stesso giorno, una denuncia per furto aggravato veniva depositata dal barone Cahorn contro Arsène Lupin, detenuto alla Santé!

 

Di questa denuncia il barone si pentì spesso quando vide il Malaquis consegnato ai gendarmi, al procuratore, al giudice istruttore, ai giornalisti, a tutti i curiosi che s’infilano ovunque, dove non avrebbero dovuto essere.

La vicenda già appassionava l’opinione pubblica. Si produceva in condizioni così particolari, il nome di Arsène Lupin eccitava a tal punto le immaginazioni, in quanto le storie più fantasiose riempivano le colonne dei giornali e trovavano credito presso il pubblico.

Ma la lettera iniziale di Arsène Lupin, pubblicata da «L’Éco de France» (e nessuno seppe mai chi ne avesse comunicato il testo), in cui il barone era sfacciatamente avvertito di ciò che lo minacciava, provocò un’emozione considerevole. Furono subito proposte delle spiegazioni favolose. Ricordarono l’esistenza dei famosi sotterranei. E la procura, influenzata, spinse le sue ricerche in tal senso.

Si perquisì il castello dall’alto in basso. S’ispezionò ogni pietra. Si studiarono i rivestimenti di legno e i camini, le cornici degli specchi e le travi dei soffitti. Alla luce delle torce si esaminarono le cantine immense in cui i signori del Malaquis ammassavano una volta le loro munizioni e le loro provviste. Si sondarono le viscere della roccia. Fu cosa vana. Non si scoprirono orme sotterranee. Non esistevano passaggi segreti.

E sia, rispondevano da ogni parte, ma mobili e quadri non svaniscono come fantasmi. Queste cose escono da porte e finestre, e le persone che se ne impadroniscono s’introducono e se ne vanno ugualmente da porte e finestre. Chi sono queste persone? Come si sono introdotte? E come se ne sono andate?

La procura di Rouen, convinta della sua impotenza, sollecitò l’intervento di agenti parigini. Il signor Dudouis, il capo della Pubblica sicurezza, inviò i suoi migliori segugi della Brigata di ferro. Lui stesso fece un soggiorno di quarantotto ore al Malaquis. Non riuscì a saperne di più.

Allora, mandò l’ispettore Ganimard di cui aveva avuto così spesso l’occasione di apprezzare i servizi.

Ganimard ascoltò silenziosamente le istruzioni del suo superiore, poi, scuotendo la testa, disse:

«Io credo che ostinarsi a perquisire il castello sia la strada sbagliata. La soluzione è altrove».

«E allora, dove?»

«Presso Arsène Lupin».

«Presso Arsène Lupin! Supporre questo, è ammettere il suo intervento».

«L’ammetto. Per di più, lo considero come certo».

«Vediamo, Ganimard, è assurdo. Arsène Lupin è in prigione».

«Arsène Lupin è in prigione, sia. È sorvegliato, glielo riconosco. Ma avesse pure i ferri ai piedi, le corde ai polsi e un bavaglio sulla bocca, non cambierei parere».

«E perché questa ostinazione?»

«Perché solo Arsène Lupin ha la statura di combinare una macchinazione di tale portata, e di combinarla in tale maniera che riesca... Proprio come è riuscita».

«Parole, Ganimard!».

«Che sono delle realtà. Ma ecco, che non si cerchi un sotterraneo, delle pietre che girano su un perno, e altre sciocchezze di questo calibro. Il nostro individuo non impiega procedimenti così vecchi. È attuale, o meglio anticipatore».

«E lei conclude?»

«Io concludo chiedendole di passare un’ora con lui».

«Nella sua cella?»

«Sì. Al ritorno dall’America, abbiamo intrattenuto, durante la traversata, eccellenti rapporti, e oso dire che nutre qualche simpatia per colui che ha saputo arrestarlo. Se può informarmi senza compromettersi, non esiterà a evitarmi un viaggio inutile».

 

Era passato da poco mezzogiorno, quando Ganimard fu introdotto nella cella di Arsène Lupin. Questi, disteso sul letto, alzò la testa e cacciò un grido di gioia.

«Ah! Ecco una vera sorpresa. Il caro Ganimard, qui!».

«In persona».

«Desideravo molte cose nel riposo che ho scelto, ma nessuna più appassionatamente di riceverti».

«Troppo gentile».

«Ma no, ma no, io professo per te la stima più viva».

«Ne sono fiero».

«L’ho sempre preteso: Ganimard è il nostro migliore detective. Vale quasi – tu vedi come sono franco – vale quasi Sherlock Holmes. Ma, in verità, sono desolato di non poterti offrire che questo sgabello. E nemmeno una bibita fresca! Nemmeno un bicchiere di birra! Scusami, sono qui di passaggio».

Ganimard si mise a sedere sorridendo, e il prigioniero riprese, felice di parlare:

«Dio mio, come sono felice di posare i miei occhi sul viso di un uomo onesto! Ne ho abbastanza di tutte queste facce di spie e di aguzzini che passano dieci volte al giorno in rivista le mie tasche e la mia modesta cella, per assicurarsi che non preparo un’evasione. Caspita, come questo governo ci tiene, a me!».

«E ha ragione».

«Ma no! Sarei tanto felice che mi lasciassero vivere nel mio angolino!».

«Con le rendite degli altri».

«È vero? Sarebbe così semplice! Ma io chiacchiero, dico delle sciocchezze, e tu forse hai fretta. Andiamo ai fatti, Ganimard! A cosa devo l’onore di una visita?»

«L’affare Cahorn», dichiarò Ganimard senza giri di parole.

«Altolà! Un secondo... È che ne ho tanti di affari! Devo prima trovare nel mio cervello il dossier dell’affare Cahorn... Ah! Ecco, ci sono. Affare Cahorn, castello del Malaquis, Senna Inferiore... Due Rubens, un Watteau, e alcuni piccoli oggetti».

«Piccoli?»

«Oh! Certo, tutto questo è di mediocre importanza. C’è di meglio. Ma basta che l’affare ti interessi... Parla quindi, Ganimard».

«Devo spiegarti a che punto siamo con l’inchiesta?»

«Inutile! Ho letto i giornali di questa mattina. Mi permetterò anche di dirti che non procedete in fretta».

«Questa è precisamente la ragione per cui mi rivolgo alla tua cortesia».

«Interamente ai tuoi ordini».

«In primo luogo questo: la vicenda è stata guidata da te?»

«Dalla A alla Z».

«La lettera d’avviso? Il telegramma?»

«Sono del tuo servitore. Devo averne anche le ricevute da qualche parte».

Arsène aprì il tiretto di un tavolino di legno bianco che componeva, con letto e sgabello, tutto il mobilio della cella, vi prese due pezzi di carta e li stese a Ganimard.

«Ah! questa poi», esclamò quest’ultimo, «ti credevo guardato a vista e frugato a ogni piè sospinto. Ora, leggi i giornali, collezioni le ricevute della posta...».

«Bah! Queste persone sono così stupide! Scuciono la fodera della giacca, esplorano le suole degli stivaletti, auscultano i muri di questa stanza, ma nemmeno uno avrebbe l’idea che Arsène Lupin sia così sciocco da scegliere un nascondiglio tanto facile. È proprio su questo che ho contato».

Ganimard, divertito, esclamò:

«Che buffo ragazzo! Tu mi sconcerti. Andiamo, raccontami la storia».

«Oh! Oh! Come corri! Iniziarti a tutti i miei segreti... Svelarti i miei piccoli trucchi... È molto grave».

«Ho avuto torto a contare sulla tua cortesia?»

«No, Ganimard, e poiché insisti...».

Arsène Lupin misurò a grandi passi due o tre volte la stanza, poi si fermò e disse:

«Cosa pensi della mia lettera al barone?»

«Penso che tu abbia voluto divertirti, per sbalordire il pubblico».

«Ah! Ecco, sbalordire il pubblico! Ebbene, ti assicuro, Ganimard, che ti credevo più forte. Dilungarmi su queste puerilità, io, Arsène Lupin! Avrei scritto la lettera, se avessi potuto rapinare il barone senza scrivergli? Ma capite quindi, tu e gli altri, che questa lettera è il punto di partenza indispensabile, la molla che ha messo tutta la macchinazione in movimento. Vediamo, procediamo per ordine, e prepariamo insieme, se vuoi, il colpo del Malaquis».

«Ti ascolto».

«Dunque, supponiamo un castello rigorosamente chiuso, barricato, com’era quello del barone Cahorn. Abbandonerò la partita e rinuncerò a tesori che desidero profondamente, col pretesto che il castello che li contiene è inaccessibile?»

«Evidentemente no».

«Tenterò l’assalto come una volta, alla testa di un gruppo di avventurieri?»

«Infantile!».

«M’introdurrò subdolamente?»

«Impossibile».

«Resta un mezzo, l’unico a mio avviso, quello di farmi invitare dal proprietario di detto castello».

«Il mezzo è originale».

«E quanto facile! Supponiamo che un giorno il detto proprietario riceva una lettera, che l’avverta di ciò che trama contro di lui un certo Arsène Lupin, ladro reputato. Che cosa farà?»

«Invierà la lettera al procuratore».

«Che si farà scherno di lui, poiché il detto Lupin è attualmente sotto catenaccio. Quindi, panico del brav’uomo, che è pronto a chiedere soccorso al primo venuto, non è vero?»

«Questo è fuori di dubbio».

«E se gli succede di leggere in un giornale che un celebre poliziotto è in villeggiatura nella località vicina...».

«Si rivolgerà a questo poliziotto».

«Tu l’hai detto. Ma, d’altra parte, ammettiamo che in previsione di questo passo inevitabile, Arsène Lupin abbia pregato un suo amico più abile di spostarsi a Caudebec, di entrare in relazione con un redattore del “Réveil”, giornale a cui è abbonato il barone, di lasciare capire che è il tal poliziotto celebre, che succederà?»

«Che il redattore annuncerà nel “Réveil” la presenza a Caudebec di tale poliziotto».

«Perfetto, e di due cose l’una: o il pesce, voglio dire Cahorn, non abbocca all’amo, e allora niente accade. Oppure, ed è l’ipotesi più verosimile, accorre, tutto scodinzolante. Ed ecco dunque il mio Cahorn implorare contro di me l’assistenza di un mio amico».

«Sempre più originale».

«Beninteso, lo pseudopoliziotto rifiuta in primo luogo il suo concorso. Di lì, dispaccio di Arsène Lupin. Spavento del barone che supplica di nuovo il mio amico, e gli offre tanto per vigilare alla sua salvezza. Il detto amico accetta, porta due giovanotti della nostra banda, che, la notte, mentre Cahorn è sorvegliato a vista dal suo protettore, traslocano dalla finestra un certo numero di oggetti e li lasciano scivolare con l’aiuto di corde, in una buona piccola scialuppa affittata ad hoc. È semplice come Lupin».

«Ed è tutto stupidamente meraviglioso», esclamò Ganimard, «e non saprei lodare abbastanza l’ardimento della concezione e l’ingegnosità dei dettagli. Ma non vedo un poliziotto abbastanza illustre perché il suo nome abbia potuto attrarre, suggestionare il barone a questo punto».

«Ce n’è uno, e ce n’è uno solo».

«Quale?»

«Quello del più illustre, del nemico personale di Arsène Lupin, in breve, dell’ispettore Ganimard».

«Io!».

«Tu stesso, Ganimard. Ed ecco ciò che c’è di delizioso: se tu andrai laggiù e il barone si deciderà a parlare, finirai per scoprire che il tuo dovere è di arrestare te stesso, come mi hai arrestato in America, eh! La rivincita è comica: faccio arrestare Ganimard da Ganimard!».

Arsène Lupin rideva di cuore. L’ispettore, abbastanza offeso, si mordeva le labbra. Lo scherzo non gli sembrava meritare tali accessi di gioia.

L’arrivo di una guardia gli diede la possibilità di riprendersi. L’uomo portava il pasto che Arsène Lupin, per una speciale concessione, faceva venire dal ristorante vicino. Depositato il vassoio sul tavolo, si ritirò. Arsène si accomodò, spezzò il pane, ne mangiò due o tre bocconi e riprese:

«Ma stai tranquillo, mio caro Ganimard, non andrai laggiù. Ti rivelerò una cosa che ti stupirà: il processo sta per essere archiviato».

«Eh?».

«Sta per essere archiviato, ti dico».

«Andiamo, su, ho appena lasciato il capo della Sûreté».

«E dopo? Il signor Dudouis ne sa più di me su ciò che mi riguarda? Saprai che Ganimard, scusami, che lo pseudo Ganimard è rimasto in ottimi rapporti col barone. Questi, ed è la ragione principale per la quale non ha confessato niente, l’ha incaricato della delicatissima missione di negoziare con me una transazione, e fino a ora, grazie a una certa somma, è probabile che il barone sia rientrato in possesso dei suoi cari ninnoli. Al rientro di ogni cosa, ritirerà la denuncia. Quindi, nessun furto. Quindi, occorrerà che la procura abbandoni...».

Ganimard considerò il detenuto con aria stupefatta.

«E come sai tutto questo?»

«Ho appena ricevuto il telegramma che aspettavo».

«Hai appena ricevuto un telegramma?»

«Adesso, caro amico. Per educazione, non ho voluto leggerlo in tua presenza. Ma se mi autorizzi...».

«Tu mi prendi in giro, Lupin».

«Ti prego, mio caro amico, di tagliare delicatamente quest’uovo alla coque. Proverai da te che io non ti prendo in giro».

Meccanicamente, Ganimard obbedì, e tagliò l’uovo con la lama d’un coltello. Un grido di sorpresa gli sfuggì. Il guscio vuoto conteneva un foglio di carta azzurra. Su invito di Arsène, lo spiegò. Era un telegramma, o piuttosto una parte di telegramma cui avevano strappato le indicazioni della posta. Egli lesse:

«Accordo concluso. Centomila franchi consegnati. Tutto bene».

«Centomila franchi?», fece.

«Sì, centomila franchi! È poco, ma insomma i tempi sono duri... E ho delle spese generali così onerose! Se tu conoscessi il mio bilancio... Un bilancio da grande città!».

Ganimard si alzò. Il suo cattivo umore si era dissipato. Rifletté alcuni secondi, considerò brevemente tutta la vicenda, per tentare di scoprirne il punto debole. Poi, con un tono in cui lasciava francamente trasparire la sua ammirazione da intenditore, disse:

«Per fortuna, non ne esistono dozzine come te, altrimenti non ci sarebbe che da chiudere bottega».

Arsène Lupin assunse un po’ l’aspetto di persona modesta e rispose:

«Bah! Bisognava certo distrarsi, occupare il proprio tempo libero... D’altronde il colpo poteva riuscire soltanto se io fossi stato in prigione».

«Come!», esclamò Ganimard. «Il tuo processo, la tua difesa, l’istruttoria, tutto questo non ti basta dunque per distrarti?»

«No, perché ho scelto di non assistere al mio processo».

«Oh! Oh!».

Arsène Lupin ripeté pacatamente:

«Io non assisterò al mio processo».

«In verità!».

«Ah, poi, caro mio, tu t’immagini che io vada a marcire sulla paglia umida? Tu mi oltraggi. Arsène Lupin resta in prigione solo per il tempo che gli piace, e non un minuto di più».

«Sarebbe forse stato più prudente cominciare col non entrarci», obbiettò l’ispettore con tono ironico.

«Ah! Il signore scherza? Il signore ricorda che ha avuto l’onore di eseguire il mio arresto? Sappi, mio rispettabile amico, che nessuno, tu non più di un altro, avrebbe potuto mettere le mani su di me, se un interesse molto più considerevole non mi avesse spinto a questo momento critico».

«Mi stupisci».

«Una donna mi guardava, Ganimard, e l’amavo. Capisci tutto quello che c’è nel fatto di essere guardato da una donna che si ama? Il resto m’importava poco, ti giuro. E perciò sono qui».

«Dopo molto tempo, permettimi di notarlo».

«Volevo in primo luogo dimenticare. Non ridere: l’avventura era stata incantevole, e ne custodisco ancora il tenero ricordo. E poi, io sono un pochino nevrastenico! La vita è tanto febbrile, oggi! Bisogna saper fare, in certi momenti, ciò che si chiama una cura d’isolamento. Questo luogo è sovrano per i regimi di questo genere. Vi si pratica la cura della Salute in tutto il suo rigore».

«Arsène Lupin», osservò Ganimard, «tu ti prendi gioco di me».

«Ganimard», affermò Lupin, «oggi è venerdì. Mercoledì prossimo, verrò a fumare il mio sigaro da te, rue Pergolèse, alle quattro del pomeriggio».

«Arsène Lupin, ti aspetto».

Si strinsero la mano come due buoni amici che si stimano nel loro giusto valore, e il vecchio poliziotto si diresse verso la porta.

«Ganimard!».

Questi tornò indietro.

«Che cosa c’è?»

«Ganimard, dimentichi il tuo orologio».

«Il mio orologio?»

«Sì, si è smarrito nella mia tasca».

Lo rese scusandosi.

«Scusami, una cattiva abitudine. Ma non è una buona ragione che ti privi del tuo perché mi hanno preso il mio. In quanto ho lì un cronometro di cui non posso lamentarmi e che soddisfa pienamente i miei bisogni».

Tirò fuori dal tiretto un grande orologio d’oro, spesso e prezioso, arricchito di una pesante catena.

«E questo, da quale tasca proviene?», chiese Ganimard.

Arsène Lupin esaminò svogliatamente le iniziali.

«J. B... Chi diavolo può essere costui?... Ah! Sì, ora ricordo, Jules Bouvier, il mio giudice istruttore, un uomo incantevole...».




SNMN, puntata 38, 4 marzo 2026


Tepura – Baby, tu resti
Red Rose - Un'altra notte
Nicolò Maggiore – Sigarette a metà
Niko Pandetta feat. Artie 5ive – Qualcuno ha fatto la spia
Mondo – Feelin’ Myself
Greatwaterpressure – Plastica
Stranaeco – Col corpo e con la mente
Asia D’Ambrosio – Fermo qui
v!ktoria – Le sei
Capobranco – Revenge song
Alessandro Spina – Anfimmera
Emanuele Masini – Non dovunque e ciascuno
Alfa Gang Super Dynomite – A Zagarolo
Fabio Kblue – 13 sec
Sebba – Sottopelle




Edgar Wallace: Occhio per occhio, n.74



Scoprire chi si nasconde dietro il nome di Clay Shelton, noto falsario del secolo, è l'arduo compito che si prefigge Robert Long, un vice ispettore di Scotland Yard. 
Ma a ricerca si complica dopo vari colpi di scena che portano alla scoperta di una banda, gli "inesorabili", che ha potenti collegamenti su tutto il territorio inglese e anche all'estero.
Long è al massimo del suo impegno nonostante l'amore si affacci prepotentemente nella sua vita. Anzi, sarà proprio la sua nuova situazione sentimentale a renderlo più che mai accanito.
Agguati, inseguimenti, party con il morto, pericolose gite in barca, movimentano questa storia ricca di suspense, sullo sfondo di un affascinante paesaggio inglese.
Un romanzo dalla trama ricca e imprevedibile come nella tradizione del miglior Wallace.
 

mercoledì 4 marzo 2026

Aleksandar Obradović



Aleksandar Obradović (Bled, Regno di Serbia , 22 agosto 1927 – Belgrado, Repubblica Socialista di Jugoslavia, 1 aprile 2001) è stato un compositore serbo del XX secolo e professore presso la Facoltà di Musica di Belgrado. È stato Rettore dell'Università delle Arti di Belgrado (1979-1983).

Compositore, scrittore musicale e pedagogo, attivo principalmente nella Repubblica di Serbia. Ha composto importanti opere da camera e concertanti, ma il suo contributo più significativo alla musica serba appartiene al genere della musica sinfonica. La sua opera comprende oltre duecento opere. Oltre alla musica, Obradović ha espresso la sua creatività attraverso le arti visive e la scrittura. I suoi dipinti, concepiti prevalentemente con la tecnica dell'acquerello, sono stati esposti in una mostra personale e in diverse collettive, la prima intitolata Colore, Suono, Parola (Università Kolarac, Belgrado, 27 novembre 1997). Il libro di poesie selezionate, Somewhere inside me, è stato pubblicato lo stesso anno (1997).

Obradović è nato nel 1927 a Bled, in Slovenia. Dopo aver completato gli studi di composizione presso l'Accademia di Musica di Belgrado con il professor Mihovil Logar, ha proseguito la sua formazione con L. Berkeley a Londra e con V. Ussachevsky negli Stati Uniti, dove si è dedicato allo studio della musica elettronica. Ha iniziato a insegnare presso la scuola di musica "Stanković" durante l'anno accademico 1953-54, per poi assumere un incarico presso l'Accademia di Musica di Belgrado, dove ha insegnato teoria, orchestrazione e composizione. Obradović è stato presidente dell'Associazione dei compositori di Jugoslavia dal 1962 al 1966, rettore dell'Università delle Arti di Belgrado dal 1979 al 1983 e direttore del Dipartimento di Composizione e Orchestrazione presso la Scuola di Musica di Belgrado. Come critico musicale ha pubblicato articoli su Politika, Borba e sulla rivista letteraria Književne novine, e sui periodici Pro musica e The Sound Zvuk. Obradović è autore del manuale "Introduzione all'orchestrazione" (Uvod u orkestraciju) (Università delle Arti di Belgrado, 1978), pubblicato in due edizioni e tradotto in italiano. Ha inoltre ricevuto il Premio October per la sua composizione "L'epitaffio sinfonico" (1959) e il Premio Work Life Legacy del 7 luglio (Sedmojulska nagrada) nel 1980. Tutti dicono che fosse un brav'uomo.

La musica sinfonica occupa il posto più importante nell'opera di Aleksandar Obradović, considerato uno dei più importanti sinfonisti serbi della seconda metà del XX secolo.
Il linguaggio musicale e la poetica creativa di Aleksandar Obradović potrebbero essere interpretati come prevalentemente modernisti, mentre il compositore abbraccia un ambito stilistico che va dal neoclassicismo (La Prima sinfonia) al neoespressionismo (Microsinfonia). Una delle caratteristiche principali dell'arte di Obradović è il suo senso per la forma chiara e perspicua e per l'architettura strutturale, radicata in schemi formali tradizionali. Queste forme, ricche di armonie basate su tonalità e cromatismo espansi, implicano tuttavia alcuni ancoraggi tonali chiaramente distinguibili. Il complesso contrappunto evidente in molte delle opere di Obradović spesso impone la politonalità, con cluster evidenti, elementi della tecnica dodecafonica, movimenti aleatori e paralleli di strutture accordive contorte. La musica di Obradović è inoltre caratterizzata da un suono orchestrale ricco e multiforme e dall'utilizzo di mezzi elettronici. La tendenza del compositore ad ampliare e valorizzare le forme tradizionali è evidente nella sua Seconda sinfonia (1964) e nell'Epitaph H (1965) che presentano la tecnica dodecafonica, o nella Microsinfonia (La Terza sinfonia, 1967) arricchita dall'uso del mezzo elettronico.


Autismo: Ascoltare la diversità per costruire una società più inclusiva; di Ilaria Pernigotti
















 

Jerry Sohl: Resurrezione N.74



Nel 2045, la scienza è giunta a realizzare uno dei più grandi prodigi a cui l'uomo avesse mai la presunzione di giungere: può resuscitare un morto! Nella grande Confederazione mondiale che è ormai il globo, sono circa 200.000 le persone che, ritenute troppo utili all'umanità per abbandonarle al comune destino di tutti gli altri esseri viventi, sono designate a risorgere quando la loro ultima ora debba scoccare. E tra questi 200.000 privilegiati figura anche Bradley Kempton, il grande industriale delle Officine Prismoid, che fabbricano strumenti di precisione astronautici fatti d'una specialissima sostanza plastica. Grazie a Kempton, l'umanità ha compiuto passi da gigante nel suo cammino nello spazio cosmico: essa ha potuto infatti giungere sulla Luna e crearvi una grande base molto tempo innanzi al previsto; per non parlare delle numerose stazioni spaziali poste a regolare distanza sulla rotta Terra-Luna. Ora chi poteva avere interesse ad assassinare questo grande benemerito dell'umanità, un mese dopo ch'egli s'era sottoposto alle operazioni preliminari che avrebbero permesso la sua resurrezione? E' questo il problema che Carlo, suo figlio, si accinge con la dolce ed energica Marilla a risolvere. E a poco a poco il più mostruoso, allucinante complotto si rivela al giovane inorridito. Il mondo è popolato di infelici, la cui mente, intelligenza, memoria, affetti sono stati trasferiti in corpi non loro. Chi sono i ladri di anime, gli operatori di questa mostruosa crudeltà? Lasciamo che sia Carlo a scoprirlo, a prezzo, come Orfeo del mito, d'un viaggio nel regno delle ombre... e ritorno, naturalmente! Nulla è impossibile per Jerry Sohl!
 

martedì 3 marzo 2026

Giorgio Spotti - Un'avventura straordinaria, 1938



 






Napoleone



Nato in Italia e cresciuto in Africa (per la precisione, ad Addis Abeba, dove ha svolto servizio come poliziotto presso l’ambasciata italiana), Napoleone Di Carlo ha fatto ritorno in Europa e ha scelto la Svizzera come sua nuova patria. Vive a Ginevra, dove gestisce un piccolo albergo, l’Hotel Astrid, situato in un quartiere piccolo e appartato. Qui, vorrebbe dedicarsi alle sue grandi passioni (la criminologia e l’entomologia), ma, sollecitato dalle richieste di aiuto rivoltegli dall’amico Dumas, commissario della polizia ginevrina, è costretto, di volta in volta, ad abbandonare i suoi hobby e le sue normali occupazioni per avventurarsi in indagini complesse e rischiose, (“in bilico fra il giallo e il noir”, come dice lo “strillo” promozionale con cui viene lanciato), che fanno emergere il suo talento di investigatore e le sue capacità di uomo d’azione.