A questa età il paradiso non coincide più con una destinazione da raggiungere. Non ha necessariamente il rumore di una festa, il fascino di una vacanza lontana o l’aspetto di una vita senza problemi. Per me assomiglia sempre di più alla libertà di vivere come mi sento, senza trascorrere ogni giornata a domandarmi se gli altri approveranno le mie scelte.
A vent’anni pensavo che crescere significasse diventare una persona sicura, ordinata, capace di prendere sempre la decisione giusta. Immaginavo che, con il passare del tempo, i dubbi si sarebbero sciolti e le contraddizioni avrebbero lasciato il posto a una versione definitiva di me. A quarantacinque anni ho capito che quella versione non esiste, e forse è meglio così.
Sono fatta di pregi che riconosco e di difetti che ancora mi fanno inciampare. Posso essere determinata e insicura nella stessa giornata, desiderare compagnia e aver bisogno di restare sola, cercare la tranquillità e poi sentire la mancanza di qualcosa che mi scuota. Non considero più queste parti come errori da correggere a ogni costo. Rappresentano il modo in cui sono costruita, con tutte le incoerenze che appartengono a una persona vera.
Dopo i quarant’anni cambia anche il rapporto con il giudizio altrui. Non si smette improvvisamente di soffrirne e non si diventa impermeabili alle opinioni delle persone. Alcune parole continuano a ferire, certe critiche rimangono addosso più a lungo del necessario e il desiderio di essere compresi non scompare. La differenza sta nel peso che si decide di concedere a quelle voci.
Per molto tempo possiamo cercare di adattarci alle aspettative degli altri, persino quando nessuno ce lo chiede apertamente. Tentiamo di apparire più forti, più tranquille, più serie o più simili all’idea che qualcuno ha costruito su di noi. Ogni modifica sembra piccola, ma alla fine rischiamo di trovarci dentro una vita in cui occupiamo spazio senza sentirci davvero presenti.
Il mio Paradise City non è un posto nel quale ogni cosa funziona alla perfezione. È lo spazio, concreto o mentale, in cui non devo ridurre il volume della mia personalità per risultare più comoda. Posso amare la musica rock e quella più leggera, colorare per ore, entusiasmarmi per un progetto creativo, arrabbiarmi quando qualcosa viene fatto male e commuovermi davanti a una storia che mi tocca. Non devo scegliere una sola versione di me affinché gli altri riescano a capirmi più facilmente.
A quarantacinque anni voglio concedermi anche il diritto di cambiare idea. Le scelte del passato non sono contratti da rispettare per sempre e i gusti non devono rimanere identici soltanto per dimostrare coerenza. Posso lasciare andare ciò che non mi rappresenta più, avvicinarmi a qualcosa di nuovo e riscoprire interessi che credevo dimenticati. Cambiare non significa rinnegarsi, ma continuare a conoscersi.
Nella canzone dei Guns N’ Roses, Paradise City viene immaginata attraverso immagini semplici e immediate, capaci di trasmettere il desiderio di raggiungere un luogo migliore. Il suo significato, almeno per me, oggi non riguarda la fuga. Non voglio scappare dalla mia vita, dal mio corpo, dalla mia storia o dalle difficoltà che continuano a farne parte. Voglio abitare tutto questo con maggiore libertà.
Il "paradiso" non cancella l’handicap e non risolve gli ostacoli che comporta. Non trasforma le giornate pesanti in momenti meravigliosi e non impedisce alla stanchezza di presentarsi. Promettere il contrario significherebbe raccontare una favola poco rispettosa della realtà. Essere me stessa, però, mi permette di non aggiungere alle difficoltà concrete anche la fatica di recitare una parte.
Ho quarantacinque anni e non desidero sembrare più giovane a tutti i costi, né comportarmi secondo un manuale immaginario della donna adulta. L’età non obbliga a diventare noiose, invisibili o rassegnate. Possiamo continuare ad avere passioni, entusiasmo, sensualità, progetti e quella voglia di alzare il volume quando parte una canzone capace di farci sentire vive.
Dopo i quarant’anni cresce il bisogno di tornare verso ciò che ci somiglia davvero. Forse è questa l’erba più verde che cerco: una vita nella quale non devo controllare continuamente come appaio agli occhi degli altri. Le “belle ragazze” della canzone, nella mia interpretazione personale, diventano tutte le parti di me che voglio smettere di nascondere, comprese quelle imperfette, rumorose o difficili da spiegare.
Non ho raggiunto una serenità assoluta e non possiedo risposte definitive. Continuo a dubitare, a preoccuparmi e a pensare troppo prima di alcune decisioni. Sto imparando, però, che non devo aspettare di diventare perfetta per sentirmi degna della mia vita.
Oggi festeggio quarantacinque anni portando con me ciò che sono stata e lasciando spazio alla persona che posso ancora diventare. Il mio paradiso non si trova alla fine di un viaggio e non richiede un biglietto per essere raggiunto. Comincia ogni volta che scelgo di ascoltarmi, di rispettare le mie contraddizioni e di non consegnare agli altri il diritto di decidere chi dovrei essere.
Forse Paradise City parla proprio a quella parte di noi che, a qualsiasi età, desidera tornare a casa. Io quella casa la sto trovando dentro di me.





