martedì 4 novembre 2025

Edgar Wallace: Il mistero delle tre querce, n.61

 


I fratelli Smith, ospiti di John Mandle, vecchio poliziotto in pensione, e della sua figliastra Molly, si trovano immischiati in un intricato omicidio abilmente architettato, in cui dovranno mettere in campo tutta la loro abilità investigativa. Un segnale Morse, vieni alle tre querce, e una figura spettrale vista correre nel prato dell'abitazione di Mandle, danno inizio a una storia intricata.

 

lunedì 3 novembre 2025

Misfatto indigesto al Bulldog - La prima avventura di Grogghino, di Roberto Roganti




Un’auto scorre lenta sull’asfalto, ancora fresco della notte appena passata. Il silenzio del mattino si posa su un ristorante chiuso, che la sera precedente aveva ospitato una serata lunga e faticosa. I segni della fatica sono ancora nell’aria: odore di cucina, sedie accostate male, piatti e bicchieri impilati dietro il bancone.
Eppure, fuori dal locale, qualcosa non torna. C’è un via vai continuo di persone che entrano ed escono, ma questa volta nessuno ha fame. Nessuno è venuto per mangiare. Nei bagni del piano di sotto, nascosto alla vista dei clienti, è accaduto qualcosa di terribile: un omicidio efferato. Un morto.
Con queste immagini si apre Misfatto indigesto al Bulldog, il romanzo di Roberto Roganti che introduce il personaggio di Grogghino, impegnato nel suo primo caso. È una storia che inizia in un luogo familiare, un ristorante, e si trasforma in uno scenario di indagine.
L’autore accompagna il lettore in questo contrasto: da un lato l’apparenza normale della vita quotidiana, con i suoi ritmi, le sue abitudini, dall’altro l’irruzione improvvisa della violenza, che spezza la routine e costringe tutti a guardare sotto la superficie. La scena è semplice, ma potente: il movimento dell’auto, il locale chiuso, le persone che accorrono, la scoperta del cadavere nei bagni.
Grogghino viene chiamato a risolvere il mistero. Chi è la vittima? Perché è stato uccisa? Come può un delitto così brutale verificarsi in un posto dove poche ore prima si rideva e si brindava? Il ristorante, luogo di socialità, diventa il teatro di un crimine che nessuno avrebbe potuto immaginare.
La scrittura è attenta a ogni dettaglio, guida il lettore attraverso la tensione della scoperta e la curiosità di capire chi sia il colpevole. L’indagine comincia tra tavoli e corridoi che sembravano anonimi, ma che adesso nascondono segreti e domande. Il protagonista, Grogghino, si muove in questo spazio con determinazione, cercando la verità dentro un ambiente che, fino alla notte prima, era solo un ristorante come tanti.
Misfatto indigesto al Bulldog è un romanzo pensato per chi ama i gialli, per chi è attratto dalle storie che si sviluppano a partire da un dettaglio inaspettato e portano il lettore a indagare insieme al protagonista. La forza del racconto sta proprio nella sua capacità di trasformare la normalità in mistero, senza effetti speciali, restando fedele a una narrazione realistica.
Il primo caso di Grogghino invita a riflettere su quanto poco conosciamo davvero i luoghi e le persone intorno a noi. Un ristorante può essere molto più di un semplice locale: può diventare il cuore di una storia complessa, un enigma da risolvere, un punto di partenza per scoprire verità nascoste.
Con Misfatto indigesto al Bulldog, Roberto Roganti ci offre un giallo che comincia in silenzio e cresce pagina dopo pagina, accompagnando il lettore alla scoperta di un delitto e della sua risoluzione. Un romanzo che unisce la familiarità della vita quotidiana alla tensione di un caso poliziesco, senza mai perdere il contatto con la realtà.


domenica 2 novembre 2025

Progressive Spin, puntata 21 - 30 ottobre 2025



Myth of Logic - The Memory of After
The Mighty Ra(UK)-Gods Of Reality
Wippy Bonstack - Billiards of Pit
Numen - Any Day on Urantia
Pareidolon - Emotional Tides
Singlelito - Picture Of An Alleycat


 

J. Jacquin & A. Fabre: I cinque delitti di Tapinois, 1927





 

sabato 1 novembre 2025

SNMN, puntata 21 - 29 ottobre 2025



Pino Biaggioli - A Mio Padre
After Midnight 00.01 - You 
Quadro Zero - Ruggine
Giulia Mei - Cara Allegria feat. Mille
AlchemicA - Le Stelle Piangono
Andrea Pacini feat. Gloria Zaccaria - Adamo ed Eva
Naked Run - Come Me Stesso
Luisiana - Millie Bobby Brown
I Malati Immaginari - Cry
Foma Fomic - La mia nuova ex
Kukla - OPLÀ
Luca Bugossi - Michele ha gli occhi rossi
Scalzo - Ag4in
Gianfranco Tronu - Irresistible - Part B



venerdì 31 ottobre 2025

Scuola di polizia



Stati Uniti, 1984 / Neal lsrael e Pat Proft

Uno stravagante bando di concorso emesso dalla sindachessa di una cittadina
americana (senza alcun limite di colore, sesso, altezza e peso chiunque può essere ammesso alla locale Accademia di polizia, per frequentarvi un corso di 14 settimane) porta un di creta numero di aspiranti allievi a presentarsi davanti al
bonario capitano Lassard (George Gaynes). 



Un tizio che va matto per le uniformi, un ex fioraio di colore, un irrequieto figlio di papà, disoccupati e tipi eccentrici sono quindi sottoposti a faticosi allenamenti dal
cinico e ferreo tenente Harris (G.W. Bailey), che spera così di farli rinunciare al più presto. Gli allievi però non demordono e alla fine riusciranno anche a farsi onore avendo la meglio su un gruppo di teppisti. 



Questa, in breve, la trama di Scuola di polizia (Police Academy), un film
strampalato diretto nel 1984 da Hugh Wilson su una sceneggiatura di Neal Israele Pat Proft. Un filmetto senza pretese, a tratti decisamente goliardico, eppure ricco di trovatine e gag, tanto che ottiene un discreto successo presso il grande pubblico,
dando origine a una vera e propria serie giunta al sesto titolo nel 1989 alternando momenti un po' scontati e ripetitivi a scene divertenti anche se sempre un po' goliardiche.

 

giovedì 30 ottobre 2025

La sopravvissuta


La sopravvissuta racconta la drammatica vicenda di Audrey Albrespy all’indomani di una catastrofe che ha cancellato la vita dal pianeta: la sua solitudine e la sua disperata voglia di scovare le ultime tracce dell’umanità, la conducono in una complessa spirale di eventi dai toni forti e adulti. Paul Gillon, sfruttando l’idea della condanna al solipsismo, traccia uno scenario agghiacciante: Audrey, unica superstite, assapora la libertà e la condanna della sua condizione, scatenando istinti primordiali, gettando la protagonista in una sordida vicenda di sesso con inediti risvolti.

Se gli scenari post-apocalittici e sci-fi ben si prestano ad essere erotizzate, Gillon sfrutta il tutto ambientando le vicende erotiche della protagonista in una Parigi deserta, con i suoi monumenti sotto vuoto, e orde di cyborg e automi che come mosche sciamano intorno alla protagonista per assecondare ogni suo minimo capriccio. E’ questa dedizione – che poi si rivelerà piena di commiserazione e pietà – a spingere Audrey nella sua stringente solitudine – a cadere tra le braccia di un automa, destinato a diventare amante e carnefice. 
Oggi, la questione uomo-macchina farebbe sorridere per la maniera in cui Gillon la affronta, con risvolti moraleggianti e con un riflessione antropocentrica sull’intelligenza artificiale, ma la domanda, prima dell’esplosione cyber-punk e di certa filosofia della mente, è posta da Gillon con fermezza, soprattutto nei risvolti maniacali di un’intelligenza che diventa "umana troppa umana".




 

Curt Siodmak: Il cervello mostro, n.60

 



Il cervello di un uomo - Donovan, il milionario di Los Angeles, perito in un incidente aereo - è da un medico, volto ad astruse ricerche scientifiche, messo a "coltura" in una incubatrice e, collegato ad un encefalografo, studiato nelle sue più minute reazioni. E il miracolo avviene: il cervello di Donovan non solo vive, ma si sviluppa prodigiosamente; e col cervello continua a vivere la personalità di Donovan, coi suoi ricordi, i suoi odii, le sue spaventose ambizioni. Questa mostruosa personalità s'impadronisce del medico, che, come ossesso, è costretto ad agire come Donovan: diventa Donovan. Delitti, mostruose lotte, l'orrore dominano ogni pagina di questo capolavoro della moderna letteratura "gotica": fino alla distruzione del cervello mostro e alla liberazione dello scienziato suo succube.

mercoledì 29 ottobre 2025

André Gedalge

 

(Parigi, 27 dicembre 1856 – Chessy, 5 febbraio 1926)


André Gedalge nacque al 75 di rue des Saints-Pères a Parigi, dove lavorò inizialmente come libraio ed editore, specializzandosi in libri di premio per le scuole pubbliche. Durante questo periodo, lui e suo padre pubblicarono libri di Marie Laubot ed Edmond About per la Librairie Gedalge.
Nel 1886, all'età di 28 anni, entrò al Conservatorio di Parigi. Nello stesso anno vinse il Secondo Prix de Rome. Studiò con Ernest Guiraud, professore di contrappunto e fuga, che era stato anche insegnante di Jules Massenet.

Nel 1891, Gedalge compose la partitura per Le Petit Savoyard, una pantomima in quattro atti rappresentata al Théâtre des Nouveautés. Nel 1895, Pris au Piège vinse il Prix Cressant. Nel giugno del 1900, il suo balletto in un atto Phoebé debuttò all'Opéra-Comique. Compose il Quatuor d'archet, Les Vaux de Vire (una raccolta di mélodies), canzoni per bambini e tre sinfonie. Queste illustravano il suo orgoglioso motto: "Né letteratura, né pittura", che definiva la "musica pura". La sua Terza Sinfonia in Fa maggiore e il suo Concerto per pianoforte e orchestra (scritto nel 1899) furono considerati capolavori della musica francese. Dal 1905 insegnò contrappunto e fuga al conservatorio.
Fu maestro di George Enescu, Maurice Ravel, Arthur Honegger, Darius Milhaud, Jacques Ibert, Florent Schmitt, André Bloch e Charles Koechlin.
Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, Gedalge fu sindaco di Chessy, nella Senna e Marna, dove morì e fu sepolto in seguito.

Gedalge compose opere e balletti, quattro sinfonie, un concerto per pianoforte e orchestra, musica da camera ed alcune mélodies; il suo nome è ricordato soprattutto per una sua importante opera teorica, il Trattato della fuga, ancora oggi correntemente (e tristemente) utilizzato nei conservatori.

La Terza Sinfonia in Fa maggiore fu diretta per la prima volta il 27 febbraio 1910 dal suo amico Gabriel Pierné; è dedicata a un altro amico, Gabriel Fauré. Pierné la dirigerà molte volte, anche all'estero. È l'opera più conosciuta (a un pubblico ristretto)!
A proposito della Terza Sinfonia , notiamo l'epigrafe: "Né letteratura né pittura", così come il commento nel programma di giovedì 14 febbraio 1929 dei Concerti Straram: "Con ciò, André Gedalge non intendeva ribellarsi propriamente all'estetica impressionista, ma semplicemente dimostrare che era possibile, anche allora, scrivere una musica che portasse in sé la sua ragion d'essere [...] Tutto canta nella sua orchestra, e si potrebbe dire, così elegante è il tracciato di ogni linea, che non contiene parti secondarie. Ma si noterà che nulla, tranne ciò che potrebbe essere di cattivo gusto, è escluso da questa ricca fioritura: la purezza del disegno si unisce a una sorprendente vivacità ritmica, e la strumentazione stessa, dove appare l'oboe d'amore, ci mostra con quale serenità André Gedalge sapeva "disprezzare il disprezzo".

La lettera scritta a Charles Koechlin l'8 aprile 1912 è essenziale per comprendere il pensiero e la scrittura di questo musicista, rimasto ai posteri più come un insegnante che come un compositore.
Il 31 maggio 1910 l'Accademia di Belle Arti gli assegnò un premio di 3.000 franchi per la Terza Sinfonia .

Nobuko Nakano: L’arte giapponese di essere sempre fortunati; di Elisa Rubini



Confesso: sono caduta nella trappola del titolo. “L’arte giapponese di essere sempre fortunati” suonava come la promessa perfetta per chi, come me, ha l’impressione che la sfortuna abbia preso la residenza fissa nel proprio salotto. Il libro di Nobuko Nakano sembrava il manuale ideale per trasformare ogni giornata storta in una pioggia di quadrifogli. Purtroppo, dopo qualche capitolo, ho capito che la fortuna non è arrivata. Al massimo, è arrivata la noia.

L’autrice è una neuroscienziata giapponese di grande esperienza, questo va detto. Ma il tono e la struttura del testo ricordano molto quei manuali di autoaiuto che si leggono tutti con lo stesso copione: “sii positivo, sorridi, credi in te stesso”. Ecco, qui è più o meno la stessa storia, solo con un tocco orientale e molte ripetizioni. Si parla tanto di atteggiamento mentale, di ottimismo e di “visualizzare il successo”, ma il problema è che dopo le prime venti pagine sembra di leggere sempre la stessa frase in loop, solo con parole diverse.

Leggendo mi è venuto spontaneo pensare che se bastasse dire a se stessi “sono fortunato” per attrarre la buona sorte, l’intera umanità sarebbe ricca, felice e con un arcobaleno personale in tasca. Invece la realtà è un po’ più complessa. E questo libro, pur volendo semplificare, finisce per banalizzare. Ti dice che la fortuna si costruisce ogni giorno con le proprie scelte, che bisogna rischiare un po’, essere grati, adattarsi ai cambiamenti… cose verissime, ma che chiunque con un minimo di vita vissuta ha già imparato da solo. Insomma, più che una rivelazione, è un riassunto dell’ovvio.

La Nakano cita spesso esempi scientifici, ma lo fa in modo superficiale, come se bastasse aggiungere la parola “neuroscienza” per rendere tutto più credibile. Peccato che le spiegazioni non vadano mai in profondità. Si resta sempre sul livello del “pensa positivo e il cervello si adatterà”. Il che può anche essere vero, ma non serve leggere duecento pagine per scoprirlo.

Forse il punto più debole del libro è la mancanza di storie vere. Ci sono pochi esempi concreti, nessun racconto personale che renda il tutto più vivo. Tutto suona teorico, distante, e a tratti quasi scolastico. Sembra di seguire una lezione universitaria fatta però da un professore troppo gentile per dire qualcosa di davvero incisivo.



Io, per esempio, avrei voluto leggere di qualcuno che ha davvero cambiato la propria vita con questo metodo. Una persona comune, magari con una storia un po’ buffa o commovente. Invece no: ci sono solo indicazioni generiche, come “cerca le opportunità”, “esci dalla tua zona di comfort” e “mostra gratitudine”. Ecco, se questo è il segreto per la fortuna, mi sa che lo conoscevo già dai tempi della scuola elementare. Mancano proprio le “chicche”, quei dettagli che rendono un libro di crescita personale qualcosa di memorabile e non un elenco di buone intenzioni.

Anche lo stile non aiuta. È pulito, certo, ma piatto. Nessuna frase ti resta davvero impressa. Non c’è ironia, non c’è poesia, non c’è nemmeno quella saggezza zen che spesso rende piacevoli i libri giapponesi. Tutto è così educato, così prevedibile, da sembrare scritto da un’intelligenza artificiale programmata per non disturbare nessuno. A un certo punto ho iniziato a chiedermi se la vera lezione del libro non fosse un’altra: la fortuna, in fondo, è riuscire ad arrivare alla fine senza addormentarsi.

La parte dedicata al “pensiero positivo” è quella più lunga e, paradossalmente, anche la più ripetitiva. Viene ribadito cento volte che bisogna coltivare la gratitudine, ma mai spiegato come farlo in modo realistico. Dire “grazie” al mondo va bene, ma se ti arriva una bolletta da centinaia di euro, serve un po’ più di sostanza. E anche i consigli sul rischio e sulla resilienza sembrano scritti per persone che vivono in una bolla perfetta, dove tutto è possibile e non esistono limiti pratici o economici. Un po’ di realismo, ogni tanto, non guasterebbe.

Non fraintendetemi: non è un libro dannoso, semplicemente è inutile. È come scoprire che “bere acqua fa bene” dopo una vita passata a bere.

La Nakano scrive con buone intenzioni, e si percepisce il desiderio sincero di aiutare i lettori a guardare la vita con occhi diversi. Ma la sostanza è poca, e le idee si ripetono all’infinito. Alla fine non resta nessun concetto nuovo da portarsi dietro, nessuna frase da sottolineare. Solo la vaga sensazione di aver passato un pomeriggio a leggere la versione giapponese di “pensa positivo e andrà tutto bene”.

Il paradosso più grande? Il libro si chiama L’arte giapponese di essere sempre fortunati, ma la mia fortuna, quel giorno, sarebbe stata non comprarlo. Forse la vera lezione che mi ha lasciato è questa: prima di credere alle promesse di un titolo, leggi qualche pagina. La sfortuna, a volte, si presenta proprio sotto forma di manuale motivazionale.

Per chi ama il genere della crescita personale e cerca qualcosa di leggero da leggere in treno, può andare bene. Ma chi spera di trovare un metodo concreto, innovativo o almeno un po’ brillante, resterà deluso. È come aprire un biscotto della fortuna e trovarci dentro scritto “la fortuna è nella tua mente”.

Sì, grazie. Ma un po’ di contenuto in più non avrebbe guastato.

In conclusione, L’arte giapponese di essere sempre fortunati è un libro che tenta di unire neuroscienza e filosofia zen, ma finisce per somigliare a una lunga chiacchierata motivazionale che non lascia tracce.

Forse la fortuna non si impara leggendo: si costruisce vivendo, e questo la Nakano, paradossalmente, sembra dimenticarlo. Una lettura carina, sì, ma se cerchi un po’ di vera ispirazione o un approccio pratico alla crescita personale, meglio puntare altrove. O almeno, comprare un gratta e vinci: lì, almeno, hai una probabilità concreta di sentirti davvero fortunato.