Un pomeriggio nero e arancione.
Fuori, sotto gli alberi spogli ma ancora vigorosi, le foglie stridevano sospinte dal vento sul largo marciapiede, come mille unghie su altrettante lavagne.
Dentro, la festa aveva inizio.
Diavoli balzavano su e giù per i banchi, urlandosi «Buh!» l’un l’altro. Ghirlande di carta crespata con i colori di Halloween si intrecciavano sopra lavagne coperte di folli e spaventosi disegni fatti con gessetti verdi e rossi: serpenti, topi, streghe a cavallo delle loro scope. Sui vetri delle finestre c’erano gatti ritagliati nel cartoncino nero, spettri senz’occhi ed enormi O, bocche spalancate dal terrore.
Una grossa zucca, che diffondeva un odore speziato e una guizzante luce arancione dagli occhi e dalla bocca, troneggiava sulla cattedra della signorina Grinby.
La signorina Grinby, giovane, vivace e piena d’entusiasmo, uscì dall’aula per inseguire un folletto errabondo, e sotto la strega disegnata sulla lavagna qualcuno scrisse in gran fretta “Maestra”. La signorina tornò, tenendo per mano il suo prigioniero, vide la scritta e sorrise. — Chi è stato? — domandò, senza aspettarsi una risposta, che infatti non venne. Tentò di apparire addolorata. — Non importa, però voi sapete, ne sono sicura, che io non sono veramente così. Salvo oggi, forse. — Tirò fuori dal cassetto un nero cappello a cono e lo sventolò, prima di metterselo in testa.
Risate.
— Ah! — disse la signorina Grinby, felice.
La festa cominciò.
Furono distribuiti dei sacchettini, bianchi e arancione, chiusi poco prima e riempiti di granturco caramellato, anche questo bianco e arancione.
I chicchi sparirono nelle boccucce rosee.
I bambini fecero chiasso, cantarono le canzoni di Halloween con la signorina Grinby al pianoforte, giocarono a «punta lo spillo sulla coda del Gatto Nero». Poi cominciarono a raccontare una storia di fantasmi, una frase per un O:
— Era una notte scura e piovosa...
— ... Peter doveva trovare un riparo...
— ... e bussò alla porta dell’unica casa che ci fosse sulla strada...
— ... ma nessuno venne ad aprire...
— ... perché la casa era vuota e stregata...
Il filo del racconto si spezzò all’ultimo banco della prima fila. Tutti gli occhi si puntarono su quell’angolo.
La bambina nuova.
— Raylee, — chiese con gentilezza la signorina Grinby, — non vuoi continuare la storia con noi?
Raylee, che era al suo primo giorno in quella scuola – una bambina quieta, timida, con i capelli neri e grandi occhi sempre abbassati – sedeva immobile, con le pallide manine intrecciate e gli occhi bruni fissi davanti a sé, come quelli d’un coniglio abbagliato dai fari di un’auto.
— Raylee?
Le manine sottili tremarono violentemente.
La signorina Grinby si affrettò ad alzarsi e, raggiunto il banco della piccola, le posò lievemente una mano su una spalla.
— Raylee è soltanto timida, — disse, sorridendo alla testina immobile. Poi s’inginocchiò, per essere alta quanto la bimba e vide due lacrimoni agli angoli degli occhi bruni. Le mani erano strette con forza.
— Non vuoi unirti a noi? — mormorò la signorina Grinby, mentre una grande dolcezza le si diffondeva sul viso. Provava un empito di affetto per quella bambina. — Non vuoi fare amicizia con i tuoi compagni?
Nessuna reazione. Raylee continuava a guardare davanti a sé, il sacchetto bianco e arancione, ancora chiuso, sul piano verniciato e scanalato del banco.
— È una tonta!
Era Judy Linthrop, una delle quattro sorelle Linthrop, che andavano dai sei agli undici anni e davano un mucchio di grattacapi.
— Senti, Judy... — cominciò la signorina Grinby.
— Una tonta! — Questo era Roger Mapleton.
— Tonta!
Peter Pakinski, Randy Feffer, Jane Campbell.
Tutti fissavano Raylee, per vedere come avrebbe reagito.
— Una tonta dalla faccia smorta!
— Basta così! — disse la signorina Grinby, in collera. Subito si fece silenzio. Il gioco era andato troppo oltre.
— Raylee, — disse a voce bassa. Il suo giovane cuore sanguinava per quella bambina; avrebbe voluto gridarle: «Non essere timida! Non ce n’è ragione, il dolore che provi adesso non è reale, io lo so, io lo so!». Immagini della propria fanciullezza, quando aveva tanto sofferto di solitudine, le si affollarono alla mente, e si sentì stringere la gola.
Io lo so, io lo so!
— Raylee, — ripeté, la sua voce un bisbiglio nell’aula trasformata in salone delle feste, — non vuoi raccontare la storia insieme a noi?
Silenzio.
— Raylee...
— Io so una storia mia.
La signorina Grinby quasi sussultò al suono di quella voce, tanto era giunto inatteso. La faccina triste alzata verso di lei si animò improvvisamente, prese colore, diventò reale.
C’era una profonda serietà in quegli occhi, che la guardavano da uno scuro, tormentato abisso di timidezza, cercando di comunicare.
— Racconterò la mia storia, se me lo permette.
Mancò poco che la signorina Grinby battesse le mani.
— Ma certo! — esclamò. — Bambini... — aggiunse, guardando i visi degli altri alunni, alcuni interessati, altri con le labbra socchiuse in un sorriso sciocco, altri ancora contorti nello sforzo di soffocare commenti beffardi... — Raylee ci racconterà una storia. È una storia di Halloween? — chiese, piegandosi verso la bimba, e quando Raylee fece cenno di sì, si raddrizzò, sorrise e la precedette al lato opposto dell’aula.
La signorina Grinby si sedette sulla sua poltroncina dietro la cattedra.
Raylee rimase zitta e immobile per un momento, davanti agli occhi vacui e beffardi di tutti, sotto le ghirlande di carta crespata e i mostri ritagliati nel cartone.
I suoi occhi erano fissi sul pavimento, poi a un tratto si rese conto che aveva portato con sé il sacchetto di pop-corn caramellato e lo strinse convulsamente, in preda ad un terribile imbarazzo.
La signorina Grinby se ne avvide e, prima che Raylee cominciasse a stropicciare i piedi o scappasse dall’aula, si alzò e disse: — Senti, perché non lasci tenere a me il sacchetto, finché non hai finito?
Lo prese dalle manine sudate e si risedette.
Raylee rimase zitta, a occhi bassi.
La signorina Grinby si preparò ad alzarsi, per salvarla di nuovo.
— Questa storia, — attaccò la piccola, così che la maestra poté riappoggiarsi allo schienale, — è davvero paurosa. Parla di un bambino che tutti chiamavano Testa di Zucca.
La signorina Grinby trattenne il fiato; si udirono alcuni bisbigli, che la maestra zittì con un’occhiataccia.
— Testa di Zucca, — continuò Raylee, con una vocina bassa e sottile ma chiara e ferma, — era molto solo. Non aveva amici. Non era cattivo e gli piaceva giocare, ma nessuno lo voleva come compagno di giochi a causa della sua bruttezza.
«Lo chiamavano Testa di Zucca perché il suo capo era troppo grosso rispetto al corpo. Era cresciuto più in fretta di tutto il resto, ed era molliccio in ogni parte. Aveva soltanto una piccola chiazza di capelli proprio sul cucuzzolo e dappertutto la pelle era spessa e porosa. Avresti potuto strapparla come una buccia. Gli occhi, il naso e la bocca si perdevano nel grasso.
«Alcuni dicevano che Testa di Zucca era così perché suo padre aveva lavorato in una centrale atomica ed era rimasto vittima d’un incidente prima che il figlio nascesse. Ma questo non era colpa sua, e perfino i suoi genitori, pur volendogli bene, avevano paura di lui a causa della sua deformità. Del resto, faceva quasi paura a se stesso, quando si guardava allo specchio. Gli veniva voglia di lacerarsi la faccia con le unghie, o tagliarla con un coltello, o nasconderla ficcandosi in testa un cappuccio con la scritta “Sono io, e sono normale come te, qui sotto”. A volte si sentiva così male che pensava di sbattere la testa contro un muro, oppure di sdraiarsi sui binari della ferrovia e lasciare che un treno gli passasse sopra.
Raylee fece una pausa e la signorina Grinby stava per dirle di non proseguire, ma poi, notando il profondo silenzio della classe e quanto Raylee fosse assorta nella sua storia, tenne a freno la lingua.
— Alla fine, Testa di Zucca si sentì così solo che decise di fare tutto ciò che poteva per procurarsi un amico. Parlò ai suoi compagni di classe, uno per uno, cercando in ogni modo di rendersi simpatico, ma nessuno voleva saperne di lui. Ci provò di nuovo ed ebbe lo stesso risultato. Allora smise di tentare.
«Un giorno scoppiò a piangere in classe, nel bel mezzo della lezione di storia. Nessuno, nemmeno la maestra, riuscì a farlo smettere. Le lacrime scorrevano nei solchi che gli segnavano la faccia, simili a quelli che vediamo sulla scorza d’una zucca. La maestra dovette mandare a chiamare suo padre e sua madre, perché venissero a prenderlo. Anch’essi ebbero difficoltà a portarlo via, perché si teneva stretto con tutte le sue forze alla sedia, piangendo e piangendo. Non sembravano esserci abbastanza lacrime nella sua testa per tutto quel pianto e alcuni dei suoi compagni si chiesero se quell’enorme zucca non fosse per caso piena d’acqua. Ma infine i suoi genitori lo portarono a casa e lo condussero nella sua camera, dove rimase per tre giorni, a piangere.
«Il quarto giorno, Testa di Zucca uscì dalla camera. Le sue lacrime si erano asciugate. Sorridendo tra i brutti solchi della pelle, disse che non avrebbe più pianto e che voleva tornare a scuola. I suoi genitori si chiedevano se stesse davvero bene, ma in segreto, Testa di Zucca lo sapeva bene, tirarono un sospiro di sollievo perché averlo sempre intorno li rendeva nervosi. Alcuni dei loro amici non venivano a trovarli quando Testa di Zucca era in casa.
«Dunque quel mattino Testa di Zucca andò a scuola. Dondolava il cestino del pranzo nella mano, sorridendo, a testa alta. La maestra e i compagni di classe furono molto sorpresi di vederlo tornare e per un po’ lo lasciarono in pace.
«Nel pomeriggio, però, un bambino gli tirò una pallottolina di carta, poi un’altra. Qualcuno sibilò che la sua testa sembrava proprio una zucca e che avrebbe dovuto piantarla prima di Halloween. “Ma ad Halloween potremo farne un mascherone fantastico!” esclamò un altro.
«Calmissimo, Testa di Zucca raccolse il cestino del pranzo e lo mise sul banco. In silenzio lo aprì. Dentro c’erano un panino imbottito, preparato in gran fretta da sua madre, una mela e un sacchetto di biscotti. Tirò fuori questi ultimi, insieme al thermos pieno di latte, e li sistemò sul banco. Richiuse il cestino.
«Testa di Zucca si alzò e camminò verso i primi banchi, tenendo in mano il cestino. Andò alla porta e la chiuse, poi si piazzò con calma di fianco alla cattedra, rivolto verso la classe. Aprì il cestino. “Il mio pranzo e la mia cena”, disse, “la mia cena e la mia colazione”.
«Quindi tirò fuori dal cestino un coltello da cucina ben affilato.
«Tutti i suoi compagni si misero ad urlare. Testa di Zucca fu portato via, dopo questo, e lo misero in un posto che...
La signorina Grinby s’alzò di scatto.
— Non c’è più tempo, Raylee, — disse gentilmente, tentando di sorridere. Dentro di sé avrebbe voluto urlare, tanto doveva essere terribile la solitudine di quella bambina.
— Hai raccontato una storia molto paurosa. Dove l’hai letta?
Tutti i bambini tacevano.
Gli occhi di Raylee erano di nuovo abbassati. — L’ho inventata io, — rispose in un bisbiglio.
Inventare una cosa simile, pensò la signorina Grinby. Io lo so, io lo so!
Le diede qualche colpetto sulla schiena. — Ecco il tuo pop-corn; puoi tornare al banco. — La bimba ubbidì, lesta, senza alzare gli occhi.
Tutti la guardavano.
Poi accadde qualcosa che allargò il cuore della signorina Grinby.
— Bella storia! — disse Randy Feffer.
— Proprio!
— Uau!
Roger Mapleton, Jane Campbell.
Sedendosi al suo posto, Raylee tremava, ma sulle sue labbra c’era un’ombra di sorriso.
— Una storia stupenda!
La campanella suonò.
— Possibile che sia già così tardi? — La signorina Grinby guardò l’orologio a muro, bianco e rotondo come la luna piena. — Ma sì! Bene, è ora di tornare a casa. Spero che la festa vi sia piaciuta... e, ricordate! Non mangiate troppi dolci!
Una manina si agitò ansiosamente al centro dell’aula, per attirare la sua attenzione.
— Sì, Cleo?
Una bimba con gli occhi azzurri e le lentiggini si alzò.
— Per piacere, posso dire ai miei compagni che stasera ci sarà una festa a casa mia e che sono tutti invitati?
La signorina Grinby sorrise. — Puoi, Cleo, però mi sembra che non ti sia rimasto molto da dire.
— Be’, — fece Cleo, sorridendo a Raylee, — vorrei solo ripetere che sono tutti invitati, nessuno escluso.
Raylee ricambiò il sorriso e distolse rapidamente lo sguardo.
Raccolti libri e dolciumi, i bambini corsero fuori, sotto le ghirlande di carta crespata, i demoni e i gatti neri, osservati dagli occhi vigili della zucca intagliata, nel pomeriggio che si stava trasformando in sera.
Una sera arancione e nera.
Ecco qua un gatto nero che cammina su due zampe; ecco due fantasmi in lenzuolo di percalle che si trascinano dietro semplici buste di carta col manico; ecco un androide in miniatura proveniente dallo spazio. Il vento soffiava: le foglie rotolavano sul marciapiede veloci come macchine da corsa. L’aria sapeva di mela, di ecco-che-viene-l’inverno, di brivido-gelido-lungo-la-schiena. Zucche dovunque, e una mezzaluna crescente che giocava a fare la ritrosa nascondendosi e riapparendo tra le nubi. Mille lumini gialli ammiccavano dietro gli alberi scossi dal vento, sotto altrettanti portici adorni di ghirlande. Era un continuo squillare di campanelli, uno sciabordio d’un mare di folletti: giravano in due, in tre, in quattro, quegli esseri mostruosi, tenuti insieme dalla forza di gravità di Halloween. Gruppi incrociavano altri gruppi, salendo o scendendo i gradini dei portici, si facevano smorfie e gridavano «Buu!» «Buu!» «Buu!»: un milione di «Buu!» nel vento della sera.
In un portico particolare trai mille, le creature soprannaturali salivano i gradini ma non li scendevano. La porta si apriva in uno spiraglio, poi di più, e gruppi di fantasmi, diavoli e stregoni, invece di aspettare pazientemente un tributo e tornare sui loro passi, sgusciavano nella casa e sparivano dalla notte. Per entrare in un’altra notte.
Attraverso l’ingresso e la cucina, poi giù per un’altra rampa di scale, nel sotterraneo dell’abitazione. Una cantina trasformata. Una cantina d’inferno, quel sotterraneo: nero come una miniera di carbone, con lugubri lanterne rosse che rilucevano flebilmente in strani angoli e crepe. Una cantina alla Edgar Allan Poe... ed ecco il suo ritratto, appeso a una parete sopra la tinozza per il gioco delle mele, coi lisci capelli corvini, un sorriso storto sotto le pozze scure degli occhi e la fronte carica di pensiero. Questa era la sua cantina, certo, una cantina per la Maschera della Morte Rossa.
E c’erano le creature di Poe; versioni in miniatura dei suoi personaggi, in numero sufficiente a riempire pagine e pagine, tutti ridotti a dimensioni infantili. Molti diavoli, con maschere di cartapesta, zoccoli e code di corda rossa, che terminavano con tridenti di plastica; fantasmi appena usciti dalla lavanderia; un uomo meccanico di cartone; due licantropi; quattro vampiri con denti di cera; una mummia; una piovra con dieci tentacoli; tre mostri di Frankenstein; una Sposa di Frankenstein; e una creatura di forma e intenzione sconosciute, simile a una medusa fatta con sacchetti di plastica.
E Raylee.
Raylee arrivò dopo tutti gli altri; fu l’ultima a sgusciare in silenzio nello spiraglio della porta gialla; l’ultima a scendere ancora più silenziosamente la scala scricchiolante della cantina di Poe. Arrivò su zampe di micio, cauta, trattenendo il respiro... ed era effettivamente un gatto, con una maschera dai lunghi baffi, una calzamaglia nera e una coda di corda, una piccola figura nera per confondersi con le cupe ombre della cantina.
Nessuno la vide entrare; solo gli occhi simili a scarafaggi neri di Poe, sopra la tinozza, notarono il suo arrivo.
La tinozza era in funzione ora; una schiera di diavoli, spettri e Frankenstein schiamazzavano intorno a essa, aspettando con impazienza il proprio turno nel gioco, sotto gli occhi attenti di Poe.
— Io ne ho preso una! — gridò un diavolo, dopo essersi tolto dalla bocca una lucida mela; niente maschera, ma una faccia dipinta di rosso, una faccia color sangue e sgocciolante per aver addentato la mela nella tinozza. Era Peter, uno dei bambini che aveva schernito Raylee a scuola.
Raylee si tenne indietro, nell’ombra.
— Anch’io una! — strillò un Frankenstein.
— Anch’io! — disse la sua Sposa. Due rosse mele furono levate in alto, per essere ispezionate da Poe.
— Anch’io! Anch’io! — gridarono vampiri, gobbi, omuncoli verdi.
Lo stesso spettri e licantropi.
Restava una sola mela.
— Chi non ha ancora provato? — chiese a gran voce Cleo, splendida nel suo costume da strega. Era una signorina Grinby in miniatura. Appoggiò la scopa alla tinozza, chiese attenzione.
— Chi non ha provato?
Raylee cercò di scomparire nell’ombra, ma non vi riuscì. Una tenebra più fitta era ciò che le occorreva; fu individuata.
— Raylee! Raylee! — gridò Cleo. — Vieni a prendere la tua mela!
Tutti ripeterono quel richiamo, mentre Raylee tendeva le mani e avanzava entro il cerchio di demoni.
Era terrorizzata. Tremava così violentemente che non riusciva a tener ferme le mani sui fianchi della tinozza, mentre si piegava sull’acqua. Avrebbe voluto precipitarsi via dalla cantina, su per la scala, fuori dalla porta gialla, nella notte scura.
— Giù nell’acqua! Giù nell’acqua! — intonò il circolo dei diavoli, impaziente.
Raylee abbassò lo sguardo vide la propria immagine mischiata a quella di Poe dalle ondicine prodotte dalla mela.
— Giù nell’acqua! Giù nell’acqua! — Cantilenava il circolo.
Raylee raddrizzò la schiena, fissò i visi che la circondavano. — Non voglio!
— Giù nell’a... — la cantilena si spense.
Due dozzine di occhi freddi l’osservarono attraverso i fori delle maschere, valutandola spassionatamente, con la durezza del gruppo dei pari. Dietro quelle maschere demoniache c’erano dei veri demoni.
Qualcuno ridacchiò mentre il cerchio si stringeva intorno a Raylee. La bimba tremava come una foglia col peduncolo imprigionato sotto una pietra e sbattuta dal vento.
Cleo, che era fuori dal cerchio, si affrettò ad entrarvi per proteggerla. Tese le mani. — Raylee... — cominciò, tentando di calmarla.
Il cerchio si strinse ancora, imperterrito. Al di sopra della scena, nella fioca luce cremisi, gli occhi di Poe sembravano brillare, pregustando lo spettacolo.
Ad un tratto, disperata, Cleo disse: — Raylee, raccontaci una storia.
Un momento di tensione, poi un «Ah!», di rottura.
Raylee rabbrividì.
— Sì, raccontaci una storia!
Era un membro dello stretto circolo, un licantropo, o forse un vampiro.
— No, per piacere, — supplicò Raylee. I baffi e la coda da gatto tremavano. — Non voglio!
— Storia! Storia! — cominciò a salmodiare il cerchio.
— No, vi prego!
— Storia, storia...
— Raccontaci il seguito di quella su Testa di Zucca!
Questo da Peter, alle sue spalle. Una voce bassa, un ordine.
E ancora un «Ah!» collettivo.
— Sì, racconta!
Raylee si premette le mani sulle orecchie. — No!
— Racconta!
— No!
— Racconta subito!
— Credevo che foste miei amici! — Raylee tese verso di loro le mani armate di finti artigli da gatto, supplicandoli con gli occhi.
— Racconta.
Un grido soffocato sfuggì dalla gola di Raylee. Istintivamente, il cerchio si allargò. Sapevano che ora avrebbe cominciato a raccontare. Gliel’avevano ordinato. Per essere una di loro, doveva ubbidire.
Cleo rientrò nel cerchio, impotente, lasciando Raylee sotto il sorriso sinistro di Poe.
Sola, la piccola tremò per un momento. Poi, con gli occhi fissi a terra, divenne molto calma. Il silenzio era profondo. Nella cantina scura, si sentiva soltanto lo sfrigolio di una lanterna in un angolo lontano e lo sciabordare dell’acqua contro l’unica mela rimasta nella tinozza. Quando Raylee alzò lo sguardo, i suoi occhi erano senza espressione, la sua voce quieta.
Cominciò a parlare.
— Dopo quello che vi ho già raccontato, Testa di Zucca fu portato via e rinchiuso in un posto di pazzi. Giorno e notte, si udivano suoni spaventosi. C’era sempre qualcuno che urlava, o sbatteva la testa contro la parete, o piangeva di continuo. Testa di Zucca si sentiva molto solo, e molto spaventato.
«I suoi genitori, però, lo amavano più di quanto egli avesse mai creduto. Decisero che non poteva più restare in quel posto e fecero un piano, un piano segreto.
«Un giorno, nell’ora di visita, gli misero addosso un travestimento e lo condussero via con loro. Lo portarono molto lontano, dove nessuno sarebbe andato a cercarlo, in piena campagna. Lo tennero nascosto e non gli fecero togliere il travestimento, mentre cercavano un modo di aiutarlo. Infine, dopo una lunga ricerca, trovarono un medico.
«E questo dottore fece cose magiche. Lavorò per due anni su Testa di Zucca. Gli operò la faccia e gliela cambiò. Con la plastica, la trasformò in un viso vero. Cambiò anche il resto della testa e gli diede dei veri capelli. Lavorò sul corpo.
«I genitori lo pagarono un mucchio di soldi e il chirurgo fece un lavoro da genio. Cambiò Testa di Zucca completamente.
Raylee fece una pausa, e nei suoi occhi senza espressione si accese una luce. Il cerchio di ascoltatori, e Poe sopra di essi, aspettarono trattenendo il respiro.
Si prepararono a dire «Ah».
— Il dottore cambiò Testa di Zucca in una bambina.
I mostri stretti in circolo boccheggiarono.
La luce crebbe negli occhi di Raylee.
— C’erano cose che Testa di Zucca – ora non più Testa di Zucca – doveva fare per essere una bambina. Doveva stare attento a come si vestiva e a come si comportava. Doveva controllare i suoi discorsi e soprattutto essere sempre calmo. Aveva molta paura di quello che sarebbe successo se avesse perduto la calma. Perché in realtà la sua faccia era soltanto una bella maschera di plastica. Dentro c’era ancora il vero Testa di Zucca, prigioniero, che aspettava di uscire.
Raylee alzò lo sguardo sui bimbi mascherati da mostri, e improvvisamente la sua voce divenne una cosa diversa: dura, aspra.
I suoi occhi erano tizzoni ardenti.
— Tutto quello che Testa di Zucca aveva sempre voluto erano degli amici.
La maschera da gatto cadde. Il suo viso di bambina divenne molle, gonfio, e cominciò a crescere come se qualcuno stesse gonfiando un palloncino dentro la sua testa. I capelli si ritrassero formando una chiazza rotonda sul cucuzzolo. Solchi apparvero sulla pelle del volto.
Con il suono molle e disgustoso d’un melone che si spacca, la testa di Raylee emerse nella sua vera forma. Gli occhi, le orecchie e il naso erano piatti triangolari arancioni, la bocca un largo intaglio a forma di mezzaluna. Ora Raylee respirava con sforzo, e la sua voce divenne un roco, ansimante bisbiglio.
— Voleva soltanto degli amici.
Lentamente, con attenzione, cercò dentro il costume una cosa che vi teneva nascosta.
Poi la tirò fuori.
Nella cantina nera, sotto lo sguardo di approvazione di Poe, risuonarono grida terribili.
— Il mio pranzo e la mia cena, — stava dicendo Raylee, — la mia cena e la mia colazione.
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