venerdì 22 maggio 2026

Progressive Spin, puntata 49, 21 maggio 2026



Rostro Del Sol - Argonne
Baco Dì Silenzio - Oltre lo Specchio
Inner Vitriol - I See the Flames
Karmamoi - The Mirror - No Soul
Aziola Cry feat. Jason Blake - Denial Patterns




SNMN, puntata 49, 20 maggio 2026




3 O'Clock Feat Diego Mercuri - Howlin' Wolf
Stoned Turtle - Human
Green Rose - Saints of my soul
CarroBestiame - Lame Affilate
The Ashes - 7 Seconds Of Peace
La Corte Marziana - Oltre la fine
Fottuta Band - Rock'n'roll
FIKS - Ready to Die
Ain't No Lullaby - Icarus
Simone Pittarello - Sole Nero
AlchemicA - Chiudi Gli Occhi
Van For A Dime - Off The Rails
Stefano Sani - Radici
Camilla - Umore blu
Samuele Di Nicolò - Non tornare più





giovedì 21 maggio 2026

Arthur Conan Doyle: L'imbuto di cuoio


Il mio amico, Lionel Dacre, abitava nell'Avenue de Wagram, a Parigi. La sua casa era quella piccola, con la cancellata di ferro e il giardinetto davanti, che s'incontra sulla sinistra, venendo dall'Arco di Trionfo. Immagino che essa esistesse già molto tempo prima che il viale venisse costruito, poiché i tegoli erano cosparsi di licheni, e i muri erano ammuffiti e scoloriti dagli anni. Sembrava piccola vista dalla strada, cinque finestre sulla facciata, se ben ricordo, ma sul retro si estendeva in un'unica, lunga sala. Era qui che Dacre teneva quella singolare biblioteca di letteratura occulta, e quei bizzarri oggetti che costituivano il suo hobby e il divertimento dei suoi amici. Uomo ricco, dai gusti eccentrici e raffinati, aveva speso la miglior parte della sua vita e della sua fortuna mettendo insieme una raccolta privata, che si diceva unica nel suo genere, di opere talmudiche, cabalistiche e di magia, molte delle quali assai rare e di grande valore. I suoi gusti tendevano al soprannaturale e all'orrido, e ho sentito dire che i suoi esperimenti nel campo dell'ignoto hanno passato ogni limite di civiltà e di decoro. Con i suoi amici inglesi egli non parlava mai di queste cose, anzi si atteggiava a studioso e a grande esperto; ma un francese, i cui gusti erano analoghi ai suoi, mi ha assicurato che le più macabre delle messe nere si sono svolte in quella vasta sala, le cui pareti sono tappezzate da libri e da bacheche che la rendono simile a un museo.
L'aspetto di Dacre era sufficiente a dimostrare che il suo profondo interesse in queste faccende psichiche era intellettuale piuttosto che spirituale. Il volto massiccio non recava alcuna traccia di ascetismo, ma l'enorme cranio a cupola che spuntava al di sopra dei capelli ormai radi, simile a una vetta innevata circondata da una frangia di abeti, rivelava una grande forza mentale. La sua sapienza superava la sua saggezza, e la volontà era di gran lunga superiore al carattere. Gli occhi piccoli e vivaci, profondamente infossati nel volto carnoso, brillavano di intelligenza e di un'insaziabile curiosità della vita, ma erano gli occhi di un sensuale e di un egoista. Ma basta col parlare di lui, poiché adesso egli è morto, povero diavolo, morto proprio quando era sicuro di avere finalmente scoperto l'elisir di lunga vita. Non è del suo complesso carattere che io voglio parlare, ma della strana e inspiegabile vicenda che avvenne durante la visita che gli feci nella primavera dell"82.
Avevo conosciuto Dacre in Inghilterra, poiché le mie ricerche nella Sala Assira del British Museum si erano svolte nel medesimo tempo in cui egli stava tentando di attribuire un significato mistico ed esoterico alle tavole babilonesi, e questi comuni interessi ci avevano avvicinati. I primi casuali commenti si erano approfonditi in conversazioni quotidiane, e queste, a loro volta, si erano trasformate in qualcosa di simile all'amicizia. Avevo promesso di fargli visita, la prima volta che mi fossi recato a Parigi. All'epoca in cui potei adempiere alla mia promessa, abitavo in una villetta a Fontainebleau, e poiché i treni della sera erano scomodi, egli mi chiese di trascorrere la notte in casa sua.
"Non ho che quel letto da metterle a disposizione" mi disse, indicando un ampio divano nel suo grande salone. "Spero che potrà starci comodo." Era una singolare stanza da letto, quella, con le sue alte pareti tappezzate di volumi, ma non potevano esistere mobili più gradevoli per un amante di libri quale io ero, né vi è alcun profumo così attraente alle mie nari quanto quel tenue, leggero tanfo che emana da un libro antico. Lo assicurai che non avrei potuto desiderare una camera più piacevole, né un arredamento più congeniale.
"Se l'arredamento non è né comodo né convenzionale, è perlomeno costoso"

Georges Simenon - Assassinio all'Etoile du Nord

 



Libri che restano





Scegliere un libro non è mai una cosa così casuale come sembra. A volte pensiamo di prenderne uno solo per passare il tempo, per staccare un po’ dalla giornata, per avere compagnia la sera o semplicemente perché quel titolo ci incuriosisce. Poi però succede qualcosa: una frase resta in testa, una scena torna a farsi viva dopo giorni, un personaggio ci somiglia più di quanto avremmo voluto ammettere. Ed è lì che una lettura smette di essere solo intrattenimento e diventa qualcosa di più.

Un libro capace di lasciare un segno non deve per forza essere un manuale, un saggio impegnato o un testo di crescita personale. Questa è una convinzione molto diffusa, ma anche abbastanza limitante. Come se imparare qualcosa dalla lettura significasse per forza sottolineare concetti, prendere appunti o trovare una regola da applicare nella vita. In realtà, spesso i libri ci arricchiscono in modi molto meno evidenti, ma non per questo meno importanti.

Un romanzo scritto bene, per esempio, può aprire domande che un manuale non riuscirebbe nemmeno a sfiorare. Può farci entrare nella vita di qualcuno che non ci somiglia, portarci dentro una scelta difficile, mostrarci una fragilità, una paura, un desiderio o un errore da un punto di vista diverso dal nostro. Non ci dice direttamente cosa pensare, e forse proprio per questo arriva più in profondità. Ci lascia spazio. Ci accompagna dentro una storia e poi ci permette di tirarne fuori qualcosa di personale.

Leggere libri che lasciano qualcosa non significa cercare per forza letture pesanti o complicate. Anche una storia semplice può avere valore, se è raccontata con sensibilità. Anche un romanzo leggero può accendere una riflessione, regalare una nuova prospettiva, aiutare a capire meglio un’emozione. La profondità non dipende sempre dal genere. Dipende dallo sguardo con cui una storia è scritta e da quello che riesce a muovere in chi legge.

Naturalmente i libri di formazione, crescita personale o divulgazione hanno un ruolo prezioso. Possono dare strumenti concreti, competenze, idee nuove, metodi utili per affrontare meglio un problema o migliorare un aspetto della propria vita. Sarebbe sbagliato togliere valore a questo tipo di lettura. Il punto, però, è non pensare che solo quei libri possano insegnare qualcosa.

A volte impariamo molto anche seguendo una trama. Impariamo a osservare meglio le persone, a riconoscere certe dinamiche, a dare un nome a sensazioni che prima restavano confuse. Una storia può allenare l’empatia, la pazienza, l’ascolto. Può farci capire quanto una scelta abbia conseguenze diverse a seconda di chi la vive. Può mostrarci che non tutto è semplice, che non sempre esiste una risposta netta, che dietro ogni comportamento può esserci un mondo intero.

Forse è questo uno dei doni più belli della lettura: non offre soltanto informazioni, ma anche sfumature. E le sfumature, nella vita, contano moltissimo. In un periodo in cui tutto corre veloce e spesso siamo spinti a consumare contenuti senza trattenerli davvero, scegliere un libro che sappia restare diventa quasi un gesto di cura verso noi stessi.

Non serve chiedere a ogni libro di cambiarci la vita. Sarebbe troppo. Però possiamo chiederci se quella lettura ci parla davvero, se può lasciarci uno spunto, una domanda, una piccola consapevolezza, una competenza o anche solo un’emozione sincera. Perché non sempre ricordiamo tutto di un libro, ma ricordiamo bene quello che ci ha toccato.

Alla fine i libri migliori non sono necessariamente quelli più famosi, più venduti o più consigliati. Sono quelli che, dopo l’ultima pagina, continuano a lavorare dentro di noi in silenzio. Una frase, un’immagine, un pensiero, una nuova attenzione verso il mondo. E quando succede, quella lettura non è stata solo tempo passato con un libro in mano. È stata tempo che ci ha lasciato qualcosa.


mercoledì 20 maggio 2026

Wilhelm Killmayer



Wilhelm Killmayer nacque a Monaco di Baviera il 21 agosto 1927. Trascorse la prima infanzia a Mitterndorf, vicino a Dachau, ma alla morte del padre si trasferì a Monaco con la famiglia. Killmayer ricevette lezioni regolari di pianoforte dall'età di sei anni. Dopo aver conseguito la maturità, studiò direzione d'orchestra e composizione al Musikseminar di Hermann Wolfgang von Waltershausen a Monaco (1945-1951). Parallelamente ai corsi di musicologia tenuti da Rudolf von Ficker e Walter Riezler, Killmayer intraprese contemporaneamente studi privati ​​con Carl Orff (1951-1953) e successivamente entrò nella sua masterclass presso la Staatliche Musikhochschule di Monaco (1953/54). Dal 1955, Killmayer insegnò teoria musicale e contrappunto al Trappsches Konservatorium di Monaco e fu impiegato presso la Bayerische Staatsoper come direttore di balletto tra il 1961 e il 1964. Dopo due soggiorni di studio a Roma, presso Villa Massimo (1958 e 1965/66), Killmayer divenne compositore freelance e si stabilì a Francoforte sul Meno nel 1968. Fu nominato professore di composizione alla Staatliche Hochschule für Musik di Monaco nel 1973. Dall'assunzione della carica di professore emerito nel 1992 fino alla sua morte nel 2017 a Starnberg, Killmayer divise il suo tempo tra Monaco e il lago Chiemsee.

Già nei decenni del dopoguerra, il giovane compositore aveva voltato le spalle ai dogmi teorici della musica seriale e aveva sviluppato un proprio stile personale, nato principalmente dallo studio delle tradizioni musicali del XIX secolo. Opere orchestrali come Nachtgedanken (1973), le tre Sinfonie ("Fogli", 1968; "Ricordanze", 1968/69 e "Menschen-Los", 1972/73 rev. 1988) e le tre Kammermusiken (Il bosco così selvaggio, 1970; Schumann in Endenich, 1972 e Kindertage, 1973) furono create nell'ambito conflittuale delle ripetizioni ostinate di singoli motivi e ritmi e di una riduzione spesso radicale degli espedienti compositivi. Nelle sue opere teatrali La Buffonata (1959/60) e Yolimba (nuova versione 1970), entrambe su testi di Tankred Dorst, Killmayer permise ai linguaggi stilistici della parodia e dell'umorismo musicale di permeare gli ambiti della musica contemporanea.

La singola nota e la sua potenza melodica sono al centro dell'estetica di Wilhelm Killmayer. La voce è il mezzo più naturale per la melodia e questo concetto è stato confermato da Killmayer in molte delle sue composizioni vocali. Negli anni '80, compose i tre cicli di Hölderlin Lieder, che esistono in due versioni con accompagnamento pianistico o orchestrale, seguiti successivamente dagli Eichendorff Lieder (1991), dai Trakl Lieder (1993 e 1996) e dagli Härtling Lieder (1993). Nel 2006, Killmayer compose un adattamento della ballata Ali Bey di Heinrich Heine e, un anno dopo, Der Feuerreiter di Eduard Mörike.

Nel 1954, Killmayer ricevette il premio della Music Foundation di Chicago per la sua Missa brevis. Nel 1957, ricevette il Kulturpreis dalla Città di Monaco per Une leçon de français e nel 1965 il Prix Italia. Killmayer ha ricevuto una borsa di studio dalla Cité des Arts di Parigi e ha partecipato al Rostrum of Composers, sempre a Parigi, nel 1974 con la sua Sinfonia 1 "Fogli". Nel 1989 ha ricevuto il Premio Paul Hindemith sotto gli auspici dello Schleswig-Holstein Music Festival, nel 1993 il Bayerische Maximiliansorden per la Scienza e l'Arte e nel 2010 il premio per la musica da camera conferito dalla Fondazione Christoph und Stephan Kaske.

Kilmayer è membro effettivo della Bavarian Akademie der Schönen Künste (dal 1972) e della Berlin Akademie der Künste (dal 1980).



Sebastiano Ticli




 

martedì 19 maggio 2026

L. Chartier - Gli scrupoli di Luciano, 1948






 

Rog Phillips - Trappola nel tempo, N.82



Due giovani ingegneri americani, Ray Bradley e Joe Ashford, scoprono per caso uno strumento con il quale parlare, per telefono, a persone del futuro. Una voce telepatica, però, li avverte di un pericolo ed essi, grazie a questo avvertimento, riescono a salvarsi da una sciagura mortale. La voce femminile torna, ed è dolce, persuasiva e angosciata. Li chiama, ha bisogno di loro e li aiuta a sviluppare la loro invenzione per costruire una macchina per viaggiare nel tempo. Essi partono, per arrivare a lei, per l'anno 1999 e trovano che gli Stati Uniti sono soggiogati da una razza di esseri dotati di tre occhi: i Vargiani, che hanno imposto un'inspiegabile dittatura. Da dove vengono i Vargiani? Perchè hanno scelto gli Stati Uniti come terra di conquista? Ray e Joe si trovano così a dover lottare contro questi ignoti e le loro armi misteriose e potenti. La lotta è aspra e senza esclusione di colpi. Chi vincerà? La forza o l'ingegno? Il democratico ideale di un mondo libero o la dittatura mascherata da benefattrice? Riuscirà la donna dalla dolce voce a guidare Ray e Joe nell'angoscioso svolgersi della vicenda in un mondo oltre le tre dimensioni? E' davvero immutabile il passato e il futuro di ogni creatura umana? Nell'impressionante quadro della dittatura Vargiana, questo nuovo romanzo di Urania risponderà a questi interrogativi schiudendo ai nostri sogni, forse reali, un infinito spazio.

 

Edgar Wallace: La miniera di Don Alfonso, N.82



Un'aula di tribunale. Il giudice pronuncia una dura sentenza contro Alfred Cartwright, accusato di frodi e irregolarità a danno di persone il cui bene avrebbe dovuto avere a cuore sopra ogni altra cosa: vent'anni di penitenziario. La sentenza fa scalpore, ma due giorni dopo il verdetto la stampa annuncia con grande clamore che il giudice è stato costretto a rassegnare le dimissioni. Qual è il mistero che avvolge la realtà dei fatti?