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venerdì 22 maggio 2026
Progressive Spin, puntata 49, 21 maggio 2026
SNMN, puntata 49, 20 maggio 2026
giovedì 21 maggio 2026
Arthur Conan Doyle: L'imbuto di cuoio
Il mio amico, Lionel Dacre, abitava nell'Avenue de Wagram, a Parigi. La sua casa era quella piccola, con la cancellata di ferro e il giardinetto davanti, che s'incontra sulla sinistra, venendo dall'Arco di Trionfo. Immagino che essa esistesse già molto tempo prima che il viale venisse costruito, poiché i tegoli erano cosparsi di licheni, e i muri erano ammuffiti e scoloriti dagli anni. Sembrava piccola vista dalla strada, cinque finestre sulla facciata, se ben ricordo, ma sul retro si estendeva in un'unica, lunga sala. Era qui che Dacre teneva quella singolare biblioteca di letteratura occulta, e quei bizzarri oggetti che costituivano il suo hobby e il divertimento dei suoi amici. Uomo ricco, dai gusti eccentrici e raffinati, aveva speso la miglior parte della sua vita e della sua fortuna mettendo insieme una raccolta privata, che si diceva unica nel suo genere, di opere talmudiche, cabalistiche e di magia, molte delle quali assai rare e di grande valore. I suoi gusti tendevano al soprannaturale e all'orrido, e ho sentito dire che i suoi esperimenti nel campo dell'ignoto hanno passato ogni limite di civiltà e di decoro. Con i suoi amici inglesi egli non parlava mai di queste cose, anzi si atteggiava a studioso e a grande esperto; ma un francese, i cui gusti erano analoghi ai suoi, mi ha assicurato che le più macabre delle messe nere si sono svolte in quella vasta sala, le cui pareti sono tappezzate da libri e da bacheche che la rendono simile a un museo.
L'aspetto di Dacre era sufficiente a dimostrare che il suo profondo interesse in queste faccende psichiche era intellettuale piuttosto che spirituale. Il volto massiccio non recava alcuna traccia di ascetismo, ma l'enorme cranio a cupola che spuntava al di sopra dei capelli ormai radi, simile a una vetta innevata circondata da una frangia di abeti, rivelava una grande forza mentale. La sua sapienza superava la sua saggezza, e la volontà era di gran lunga superiore al carattere. Gli occhi piccoli e vivaci, profondamente infossati nel volto carnoso, brillavano di intelligenza e di un'insaziabile curiosità della vita, ma erano gli occhi di un sensuale e di un egoista. Ma basta col parlare di lui, poiché adesso egli è morto, povero diavolo, morto proprio quando era sicuro di avere finalmente scoperto l'elisir di lunga vita. Non è del suo complesso carattere che io voglio parlare, ma della strana e inspiegabile vicenda che avvenne durante la visita che gli feci nella primavera dell"82.
Avevo conosciuto Dacre in Inghilterra, poiché le mie ricerche nella Sala Assira del British Museum si erano svolte nel medesimo tempo in cui egli stava tentando di attribuire un significato mistico ed esoterico alle tavole babilonesi, e questi comuni interessi ci avevano avvicinati. I primi casuali commenti si erano approfonditi in conversazioni quotidiane, e queste, a loro volta, si erano trasformate in qualcosa di simile all'amicizia. Avevo promesso di fargli visita, la prima volta che mi fossi recato a Parigi. All'epoca in cui potei adempiere alla mia promessa, abitavo in una villetta a Fontainebleau, e poiché i treni della sera erano scomodi, egli mi chiese di trascorrere la notte in casa sua.
"Non ho che quel letto da metterle a disposizione" mi disse, indicando un ampio divano nel suo grande salone. "Spero che potrà starci comodo." Era una singolare stanza da letto, quella, con le sue alte pareti tappezzate di volumi, ma non potevano esistere mobili più gradevoli per un amante di libri quale io ero, né vi è alcun profumo così attraente alle mie nari quanto quel tenue, leggero tanfo che emana da un libro antico. Lo assicurai che non avrei potuto desiderare una camera più piacevole, né un arredamento più congeniale.
"Se l'arredamento non è né comodo né convenzionale, è perlomeno costoso"
Libri che restano
Scegliere un libro non è mai una cosa così casuale come sembra. A volte pensiamo di prenderne uno solo per passare il tempo, per staccare un po’ dalla giornata, per avere compagnia la sera o semplicemente perché quel titolo ci incuriosisce. Poi però succede qualcosa: una frase resta in testa, una scena torna a farsi viva dopo giorni, un personaggio ci somiglia più di quanto avremmo voluto ammettere. Ed è lì che una lettura smette di essere solo intrattenimento e diventa qualcosa di più.
Un libro capace di lasciare un segno non deve per forza essere un manuale, un saggio impegnato o un testo di crescita personale. Questa è una convinzione molto diffusa, ma anche abbastanza limitante. Come se imparare qualcosa dalla lettura significasse per forza sottolineare concetti, prendere appunti o trovare una regola da applicare nella vita. In realtà, spesso i libri ci arricchiscono in modi molto meno evidenti, ma non per questo meno importanti.
Un romanzo scritto bene, per esempio, può aprire domande che un manuale non riuscirebbe nemmeno a sfiorare. Può farci entrare nella vita di qualcuno che non ci somiglia, portarci dentro una scelta difficile, mostrarci una fragilità, una paura, un desiderio o un errore da un punto di vista diverso dal nostro. Non ci dice direttamente cosa pensare, e forse proprio per questo arriva più in profondità. Ci lascia spazio. Ci accompagna dentro una storia e poi ci permette di tirarne fuori qualcosa di personale.
Leggere libri che lasciano qualcosa non significa cercare per forza letture pesanti o complicate. Anche una storia semplice può avere valore, se è raccontata con sensibilità. Anche un romanzo leggero può accendere una riflessione, regalare una nuova prospettiva, aiutare a capire meglio un’emozione. La profondità non dipende sempre dal genere. Dipende dallo sguardo con cui una storia è scritta e da quello che riesce a muovere in chi legge.
Naturalmente i libri di formazione, crescita personale o divulgazione hanno un ruolo prezioso. Possono dare strumenti concreti, competenze, idee nuove, metodi utili per affrontare meglio un problema o migliorare un aspetto della propria vita. Sarebbe sbagliato togliere valore a questo tipo di lettura. Il punto, però, è non pensare che solo quei libri possano insegnare qualcosa.
A volte impariamo molto anche seguendo una trama. Impariamo a osservare meglio le persone, a riconoscere certe dinamiche, a dare un nome a sensazioni che prima restavano confuse. Una storia può allenare l’empatia, la pazienza, l’ascolto. Può farci capire quanto una scelta abbia conseguenze diverse a seconda di chi la vive. Può mostrarci che non tutto è semplice, che non sempre esiste una risposta netta, che dietro ogni comportamento può esserci un mondo intero.
Forse è questo uno dei doni più belli della lettura: non offre soltanto informazioni, ma anche sfumature. E le sfumature, nella vita, contano moltissimo. In un periodo in cui tutto corre veloce e spesso siamo spinti a consumare contenuti senza trattenerli davvero, scegliere un libro che sappia restare diventa quasi un gesto di cura verso noi stessi.
Non serve chiedere a ogni libro di cambiarci la vita. Sarebbe troppo. Però possiamo chiederci se quella lettura ci parla davvero, se può lasciarci uno spunto, una domanda, una piccola consapevolezza, una competenza o anche solo un’emozione sincera. Perché non sempre ricordiamo tutto di un libro, ma ricordiamo bene quello che ci ha toccato.
Alla fine i libri migliori non sono necessariamente quelli più famosi, più venduti o più consigliati. Sono quelli che, dopo l’ultima pagina, continuano a lavorare dentro di noi in silenzio. Una frase, un’immagine, un pensiero, una nuova attenzione verso il mondo. E quando succede, quella lettura non è stata solo tempo passato con un libro in mano. È stata tempo che ci ha lasciato qualcosa.


