venerdì 31 ottobre 2025

Scuola di polizia



Stati Uniti, 1984 / Neal lsrael e Pat Proft

Uno stravagante bando di concorso emesso dalla sindachessa di una cittadina
americana (senza alcun limite di colore, sesso, altezza e peso chiunque può essere ammesso alla locale Accademia di polizia, per frequentarvi un corso di 14 settimane) porta un di creta numero di aspiranti allievi a presentarsi davanti al
bonario capitano Lassard (George Gaynes). 



Un tizio che va matto per le uniformi, un ex fioraio di colore, un irrequieto figlio di papà, disoccupati e tipi eccentrici sono quindi sottoposti a faticosi allenamenti dal
cinico e ferreo tenente Harris (G.W. Bailey), che spera così di farli rinunciare al più presto. Gli allievi però non demordono e alla fine riusciranno anche a farsi onore avendo la meglio su un gruppo di teppisti. 



Questa, in breve, la trama di Scuola di polizia (Police Academy), un film
strampalato diretto nel 1984 da Hugh Wilson su una sceneggiatura di Neal Israele Pat Proft. Un filmetto senza pretese, a tratti decisamente goliardico, eppure ricco di trovatine e gag, tanto che ottiene un discreto successo presso il grande pubblico,
dando origine a una vera e propria serie giunta al sesto titolo nel 1989 alternando momenti un po' scontati e ripetitivi a scene divertenti anche se sempre un po' goliardiche.

 

giovedì 30 ottobre 2025

La sopravvissuta


La sopravvissuta racconta la drammatica vicenda di Audrey Albrespy all’indomani di una catastrofe che ha cancellato la vita dal pianeta: la sua solitudine e la sua disperata voglia di scovare le ultime tracce dell’umanità, la conducono in una complessa spirale di eventi dai toni forti e adulti. Paul Gillon, sfruttando l’idea della condanna al solipsismo, traccia uno scenario agghiacciante: Audrey, unica superstite, assapora la libertà e la condanna della sua condizione, scatenando istinti primordiali, gettando la protagonista in una sordida vicenda di sesso con inediti risvolti.

Se gli scenari post-apocalittici e sci-fi ben si prestano ad essere erotizzate, Gillon sfrutta il tutto ambientando le vicende erotiche della protagonista in una Parigi deserta, con i suoi monumenti sotto vuoto, e orde di cyborg e automi che come mosche sciamano intorno alla protagonista per assecondare ogni suo minimo capriccio. E’ questa dedizione – che poi si rivelerà piena di commiserazione e pietà – a spingere Audrey nella sua stringente solitudine – a cadere tra le braccia di un automa, destinato a diventare amante e carnefice. 
Oggi, la questione uomo-macchina farebbe sorridere per la maniera in cui Gillon la affronta, con risvolti moraleggianti e con un riflessione antropocentrica sull’intelligenza artificiale, ma la domanda, prima dell’esplosione cyber-punk e di certa filosofia della mente, è posta da Gillon con fermezza, soprattutto nei risvolti maniacali di un’intelligenza che diventa "umana troppa umana".




 

Curt Siodmak: Il cervello mostro, n.60

 



Il cervello di un uomo - Donovan, il milionario di Los Angeles, perito in un incidente aereo - è da un medico, volto ad astruse ricerche scientifiche, messo a "coltura" in una incubatrice e, collegato ad un encefalografo, studiato nelle sue più minute reazioni. E il miracolo avviene: il cervello di Donovan non solo vive, ma si sviluppa prodigiosamente; e col cervello continua a vivere la personalità di Donovan, coi suoi ricordi, i suoi odii, le sue spaventose ambizioni. Questa mostruosa personalità s'impadronisce del medico, che, come ossesso, è costretto ad agire come Donovan: diventa Donovan. Delitti, mostruose lotte, l'orrore dominano ogni pagina di questo capolavoro della moderna letteratura "gotica": fino alla distruzione del cervello mostro e alla liberazione dello scienziato suo succube.

mercoledì 29 ottobre 2025

André Gedalge

 

(Parigi, 27 dicembre 1856 – Chessy, 5 febbraio 1926)


André Gedalge nacque al 75 di rue des Saints-Pères a Parigi, dove lavorò inizialmente come libraio ed editore, specializzandosi in libri di premio per le scuole pubbliche. Durante questo periodo, lui e suo padre pubblicarono libri di Marie Laubot ed Edmond About per la Librairie Gedalge.
Nel 1886, all'età di 28 anni, entrò al Conservatorio di Parigi. Nello stesso anno vinse il Secondo Prix de Rome. Studiò con Ernest Guiraud, professore di contrappunto e fuga, che era stato anche insegnante di Jules Massenet.

Nel 1891, Gedalge compose la partitura per Le Petit Savoyard, una pantomima in quattro atti rappresentata al Théâtre des Nouveautés. Nel 1895, Pris au Piège vinse il Prix Cressant. Nel giugno del 1900, il suo balletto in un atto Phoebé debuttò all'Opéra-Comique. Compose il Quatuor d'archet, Les Vaux de Vire (una raccolta di mélodies), canzoni per bambini e tre sinfonie. Queste illustravano il suo orgoglioso motto: "Né letteratura, né pittura", che definiva la "musica pura". La sua Terza Sinfonia in Fa maggiore e il suo Concerto per pianoforte e orchestra (scritto nel 1899) furono considerati capolavori della musica francese. Dal 1905 insegnò contrappunto e fuga al conservatorio.
Fu maestro di George Enescu, Maurice Ravel, Arthur Honegger, Darius Milhaud, Jacques Ibert, Florent Schmitt, André Bloch e Charles Koechlin.
Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, Gedalge fu sindaco di Chessy, nella Senna e Marna, dove morì e fu sepolto in seguito.

Gedalge compose opere e balletti, quattro sinfonie, un concerto per pianoforte e orchestra, musica da camera ed alcune mélodies; il suo nome è ricordato soprattutto per una sua importante opera teorica, il Trattato della fuga, ancora oggi correntemente (e tristemente) utilizzato nei conservatori.

La Terza Sinfonia in Fa maggiore fu diretta per la prima volta il 27 febbraio 1910 dal suo amico Gabriel Pierné; è dedicata a un altro amico, Gabriel Fauré. Pierné la dirigerà molte volte, anche all'estero. È l'opera più conosciuta (a un pubblico ristretto)!
A proposito della Terza Sinfonia , notiamo l'epigrafe: "Né letteratura né pittura", così come il commento nel programma di giovedì 14 febbraio 1929 dei Concerti Straram: "Con ciò, André Gedalge non intendeva ribellarsi propriamente all'estetica impressionista, ma semplicemente dimostrare che era possibile, anche allora, scrivere una musica che portasse in sé la sua ragion d'essere [...] Tutto canta nella sua orchestra, e si potrebbe dire, così elegante è il tracciato di ogni linea, che non contiene parti secondarie. Ma si noterà che nulla, tranne ciò che potrebbe essere di cattivo gusto, è escluso da questa ricca fioritura: la purezza del disegno si unisce a una sorprendente vivacità ritmica, e la strumentazione stessa, dove appare l'oboe d'amore, ci mostra con quale serenità André Gedalge sapeva "disprezzare il disprezzo".

La lettera scritta a Charles Koechlin l'8 aprile 1912 è essenziale per comprendere il pensiero e la scrittura di questo musicista, rimasto ai posteri più come un insegnante che come un compositore.
Il 31 maggio 1910 l'Accademia di Belle Arti gli assegnò un premio di 3.000 franchi per la Terza Sinfonia .

Nobuko Nakano: L’arte giapponese di essere sempre fortunati; di Elisa Rubini



Confesso: sono caduta nella trappola del titolo. “L’arte giapponese di essere sempre fortunati” suonava come la promessa perfetta per chi, come me, ha l’impressione che la sfortuna abbia preso la residenza fissa nel proprio salotto. Il libro di Nobuko Nakano sembrava il manuale ideale per trasformare ogni giornata storta in una pioggia di quadrifogli. Purtroppo, dopo qualche capitolo, ho capito che la fortuna non è arrivata. Al massimo, è arrivata la noia.

L’autrice è una neuroscienziata giapponese di grande esperienza, questo va detto. Ma il tono e la struttura del testo ricordano molto quei manuali di autoaiuto che si leggono tutti con lo stesso copione: “sii positivo, sorridi, credi in te stesso”. Ecco, qui è più o meno la stessa storia, solo con un tocco orientale e molte ripetizioni. Si parla tanto di atteggiamento mentale, di ottimismo e di “visualizzare il successo”, ma il problema è che dopo le prime venti pagine sembra di leggere sempre la stessa frase in loop, solo con parole diverse.

Leggendo mi è venuto spontaneo pensare che se bastasse dire a se stessi “sono fortunato” per attrarre la buona sorte, l’intera umanità sarebbe ricca, felice e con un arcobaleno personale in tasca. Invece la realtà è un po’ più complessa. E questo libro, pur volendo semplificare, finisce per banalizzare. Ti dice che la fortuna si costruisce ogni giorno con le proprie scelte, che bisogna rischiare un po’, essere grati, adattarsi ai cambiamenti… cose verissime, ma che chiunque con un minimo di vita vissuta ha già imparato da solo. Insomma, più che una rivelazione, è un riassunto dell’ovvio.

La Nakano cita spesso esempi scientifici, ma lo fa in modo superficiale, come se bastasse aggiungere la parola “neuroscienza” per rendere tutto più credibile. Peccato che le spiegazioni non vadano mai in profondità. Si resta sempre sul livello del “pensa positivo e il cervello si adatterà”. Il che può anche essere vero, ma non serve leggere duecento pagine per scoprirlo.

Forse il punto più debole del libro è la mancanza di storie vere. Ci sono pochi esempi concreti, nessun racconto personale che renda il tutto più vivo. Tutto suona teorico, distante, e a tratti quasi scolastico. Sembra di seguire una lezione universitaria fatta però da un professore troppo gentile per dire qualcosa di davvero incisivo.



Io, per esempio, avrei voluto leggere di qualcuno che ha davvero cambiato la propria vita con questo metodo. Una persona comune, magari con una storia un po’ buffa o commovente. Invece no: ci sono solo indicazioni generiche, come “cerca le opportunità”, “esci dalla tua zona di comfort” e “mostra gratitudine”. Ecco, se questo è il segreto per la fortuna, mi sa che lo conoscevo già dai tempi della scuola elementare. Mancano proprio le “chicche”, quei dettagli che rendono un libro di crescita personale qualcosa di memorabile e non un elenco di buone intenzioni.

Anche lo stile non aiuta. È pulito, certo, ma piatto. Nessuna frase ti resta davvero impressa. Non c’è ironia, non c’è poesia, non c’è nemmeno quella saggezza zen che spesso rende piacevoli i libri giapponesi. Tutto è così educato, così prevedibile, da sembrare scritto da un’intelligenza artificiale programmata per non disturbare nessuno. A un certo punto ho iniziato a chiedermi se la vera lezione del libro non fosse un’altra: la fortuna, in fondo, è riuscire ad arrivare alla fine senza addormentarsi.

La parte dedicata al “pensiero positivo” è quella più lunga e, paradossalmente, anche la più ripetitiva. Viene ribadito cento volte che bisogna coltivare la gratitudine, ma mai spiegato come farlo in modo realistico. Dire “grazie” al mondo va bene, ma se ti arriva una bolletta da centinaia di euro, serve un po’ più di sostanza. E anche i consigli sul rischio e sulla resilienza sembrano scritti per persone che vivono in una bolla perfetta, dove tutto è possibile e non esistono limiti pratici o economici. Un po’ di realismo, ogni tanto, non guasterebbe.

Non fraintendetemi: non è un libro dannoso, semplicemente è inutile. È come scoprire che “bere acqua fa bene” dopo una vita passata a bere.

La Nakano scrive con buone intenzioni, e si percepisce il desiderio sincero di aiutare i lettori a guardare la vita con occhi diversi. Ma la sostanza è poca, e le idee si ripetono all’infinito. Alla fine non resta nessun concetto nuovo da portarsi dietro, nessuna frase da sottolineare. Solo la vaga sensazione di aver passato un pomeriggio a leggere la versione giapponese di “pensa positivo e andrà tutto bene”.

Il paradosso più grande? Il libro si chiama L’arte giapponese di essere sempre fortunati, ma la mia fortuna, quel giorno, sarebbe stata non comprarlo. Forse la vera lezione che mi ha lasciato è questa: prima di credere alle promesse di un titolo, leggi qualche pagina. La sfortuna, a volte, si presenta proprio sotto forma di manuale motivazionale.

Per chi ama il genere della crescita personale e cerca qualcosa di leggero da leggere in treno, può andare bene. Ma chi spera di trovare un metodo concreto, innovativo o almeno un po’ brillante, resterà deluso. È come aprire un biscotto della fortuna e trovarci dentro scritto “la fortuna è nella tua mente”.

Sì, grazie. Ma un po’ di contenuto in più non avrebbe guastato.

In conclusione, L’arte giapponese di essere sempre fortunati è un libro che tenta di unire neuroscienza e filosofia zen, ma finisce per somigliare a una lunga chiacchierata motivazionale che non lascia tracce.

Forse la fortuna non si impara leggendo: si costruisce vivendo, e questo la Nakano, paradossalmente, sembra dimenticarlo. Una lettura carina, sì, ma se cerchi un po’ di vera ispirazione o un approccio pratico alla crescita personale, meglio puntare altrove. O almeno, comprare un gratta e vinci: lì, almeno, hai una probabilità concreta di sentirti davvero fortunato.
 

martedì 28 ottobre 2025

L. Garrier - Chi ama tutto perdona, 1931







Wilkie Collins: Il diamante indiano, n.60

 


Il colonnello John Herncastle, ex ufficiale dell'esercito britannico, al rientro in patria dall'India reca con sé la leggendaria Pietra di Luna, un diamante di colore giallo, da lui rubato nel 1799 durante l'assedio di Seringapatam. Secondo la tradizione il diamante adornava la statua di una divinità indiana.

Molti anni dopo, furioso nei confronti della sua famiglia, che lo ha messo in disparte, il colonnello nelle sue ultime volontà lascia il gioiello alla nipote Rachel, come regalo per il diciottesimo compleanno. In realtà il regalo dello zio espone Rachel agli attacchi dei guardiani della Pietra di Luna, un gruppo di tre bramini che, secondo la leggenda, si tramanda negli anni il compito di custodire la pietra e di recuperarla nel caso fosse rubata.

La vicenda principale comincia dopo la morte del colonnello Herncastle, nella primavera del 1848, in una villa inglese dello Yorkshire, raccontata in prima persona dal maggiordomo Betteredge, anziano servitore di lady Julia Verinder, una delle sorelle del colonnello e madre di Rachel.

Il soggiorno nella villa dei Verinder è allietato dall'arrivo di Franklin Blake, il giovane cugino di Rachel, ritornato in Inghilterra dopo una lunga permanenza nelle principali nazioni d'Europa. Franklin, figlio dell'esecutore testamentario del colonnello Herncastle, ha con sé il diamante che deve consegnare alla cugina il successivo 21 giugno, il giorno del compleanno della ragazza. Alla villa giungono nel frattempo anche tre stranieri dalla pelle scura, all'apparenza un gruppo di prestigiatori girovaghi, anche se Blake e Betteredge sospettano che si tratti dei custodi indiani della pietra di Luna, rimasti per anni in Inghilterra in attesa di poter recuperare il diamante. Tra Rachel e Blake nei giorni seguenti si instaura immediatamente un rapporto di simpatia e confidenza, mentre i tre girovaghi vengono fermati dalla polizia e trattenuti in prigione.

Durante la festa di compleanno, la giovane Rachel appunta sul vestito la preziosa gemma che viene notata dai tre "girovaghi" indiani, introdottisi nel parco della villa. Quella stessa notte la pietra di Luna scompare ed il mattino dopo i sospetti della polizia si concentrano non solo sui tre indiani, ma anche sulla cameriera Rosanna Spearman, visto il suo passato di ladra, e su Rachel stessa.

Al termine delle indagini si scoprirà che a sottrarla è stato il cugino di Rachel, Franklin Blake, sotto l'effetto di una dose di laudano che uno degli invitati, il medico Thomas Candy, gli aveva somministrato solamente per dimostrarne l'efficacia. Sotto l'effetto della droga Franklin prende il diamante per paura che i bramini, appostati fuori della villa, la rubino e facciano del male a Rachel e inconsapevolmente la consegna a Godfrey, un altro cugino di Rachel, che però disonestamente la tiene per sé.

Rachel assiste involontariamente alla sottrazione del diamante da parte di Franklin e, pur non denunciandolo, non lo vuole più vedere. Purtroppo il dottor Candy, che pensava di svelare il giorno dopo la verità sul laudano somministrato, si ammala improvvisamente in modo grave e perde la memoria.

Solamente dopo un anno la colpa commessa da Godfrey viene scoperta: egli viene ucciso dagli indiani che, sottratta la pietra preziosa, la riportano al loro idolo. Viene intanto chiarito quanto era accaduto quella sera in cui il dottor Candy aveva dato l'oppio a Franklin che, riconciliatosi con Rachel, la sposa.

  

domenica 26 ottobre 2025

Progressive Spin, puntata 20 - 23 ottobre 2025



Dave Bainbridge - Hill Of The Angels
John Holden - Storm Warning
Ambient Den - Terraforming
Agropelter - The Book of Hours Pt I



 

sabato 25 ottobre 2025

SNMN, puntata 20 - 22 ottobre 2025



Magazzini Musicali - Eurovision
Sebastiano Moncata - The last Swan Song
Carlo Pontevolpe - Nessuna via di mezzo
Nobody Sane - Gaza piange
Giorgieness - Sogni lucidi
Nove - Parte di te
Avantgarde Boyz - sunset delight
Domingo S. Myself - NoMusicLand
Don Pasquale Ferone - Come un fiume
Pacto Oculto - Soy como el viento
Jack Vultur - Sconosciuto
Beabaleari - Io non amo la fine
SÆV - Sfumature di me
Lara Bersani - Se il tempo cambiasse
Roberto Massa - Noia


 

venerdì 24 ottobre 2025

Ispettore Schmidt



Stati Uniti, 1935 / George Bagby

Anche se risolve quasi sempre brillantemente i vari casi di cui gli capita di occuparsi, l'ispettore Schmidt, capo della squadra omicidi di New York, è un personaggio tutto sommato anonimo e piuttosto insignificante, tanto che molte delle persone che hanno di volta in volta a che fare con lui lo ricordano quasi esclusivamente perché spesso si lamenta per il fatto che gli fanno male i piedi!



Apparso per la prima volta in Murder at piano (1935), durante le indagini questo personaggio è sempre accompagnato dall'autore stesso, che lo chiama Schmitty, il quale poi scrive in prima persona le sue avventure. Ed ecco come racconta la storia dei piedi: «L'ispettore Schmidt entrò e si tolse le scarpe. Questa delle scarpe è una mania dell'ispettore. A ogni occasione favorevole se le toglie e, devo dire, è diventato abilissimo per crearsi le occasioni. La spiegazione di questa sua abitudine va ricercata nel fatto che nessuno, almeno a New York, arriva molto presto all'eccelso grado di ispettore. Si comincia dalla gavetta, e uno dei primi incarichi è
quello della ronda notturna. L'ispettore non è ancora riuscito, dopo tanti anni, a dimenticare il danno arrecato ai suoi piedi da quelle lunghe e noiose passeggiate e, appena può, li fa riposare ».



Comunque, pur non essendo un personaggio molto caratterizzato, come in fondo sono la maggior parte dei detective della narrativa poliziesca, l'ispettore Schmidt è un poliziotto dalla testa ai piedi ed è tutt'altro che uno sprovveduto. E va sempre fino in fondo nelle sue indagini, anche quando in Non chiamate I'FBI (The tough get going, 1977) scopre che nella morte di un giornalista sono coinvolti un poliziotto e due agenti dell'FBI. 



Il suo comportamento dimesso lo aiuta in realtà non poco nelle sue indagini dato che i colpevoli tendono di solito a non dargli molta importanza, un po' come accade
al televisivo tenente Colombo interpretato dall'attore Peter Falk.
George Bagby è uno pseudonimo di Aaron Mare Stein, più noto come Hampton Stone. I romanzi con l'ispettore Schmidt sono stati pubblicati in Italia da Mondadori.

 

giovedì 23 ottobre 2025

Dick Fulmine



Dick Fulmine è un personaggio dei fumetti italiano creato dal disegnatore Carlo Cossio e sceneggiato da Vincenzo Baggioli. È considerata la più fortunata e celebre creazione del disegnatore.

A dire del suo disegnatore, Dick Fulmine era ispirato a Gary Cooper per la parte superiore del viso e alla stessa mascella del creatore, per la parte inferiore. Rimane peraltro evidente anche il richiamo fisiognomico al pugile campione del mondo Primo Carnera, confermato dall'attitudine iperbolica al cazzotto facile e risolutivo. Il suo aspetto generale ne fa uno dei "portabandiera dell'eroismo della virilità" da proporre al popolo italiano. Tuttavia, nella mascella sporgente e volitiva ("mussoliniana") di Fulmine, personaggio "dichiaratamente fascista", è riconoscibile un riferimento fisiognomico all'iconografia popolare e propagandista del Duce.
La sua creazione avviene in una temperie culturale che vedeva l'embargo delle creazioni fumettistiche provenienti da oltreoceano.
Dick Fulmine è un agente in borghese della polizia di Chicago, oriundo italiano, smargiasso e dal cazzotto pronto. I suoi antagonisti assecondano i pregiudizi razziali cari al fascismo italiano; combatte soprattutto contro personaggi connotati razzialmente, ebrei, neri, asiatici orientali, sudamericani, tratteggiati come esseri meschini, vigliacchi e traditori: il grosso e brutto nero Zambo, il "sordido ebreo Abramo Levi". Spesso l'intervento di Fulmine è finalizzato a difendere, dalle persecuzioni dei nemici, italiani e italiane in difficoltà, personaggi questi descritti sempre come fieri e onesti.


 

Hal Clement: Stella doppia 61 Cygni, n.59

 


Nel 1942, l'astronomo americano K. A. Strand annunciava che la stella doppia 61, nella costellazione del Cigno, aveva un satellite di massa planetaria, gravitante intorno al suo sole (una delle componenti il sistema binario 61 Cygni) in poco meno di cinque anni. La massa di questo pianeta extra-solare era stata calcolata dallo Strand circa 16 volte superiore alla massa di Giove. Sebbene nei mesi successivi fossero fatte altre segnalazioni di corpi planetari gravitanti intorno ad altri Soli (per esempio il satellite della stella 70 Ophiuchi, con una massa 10 volte superiore alla massa di Giove, e il satellite di Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, il quale non sarebbe che il doppio della massa di Giove!), pure la comunicazione dello Strand è una delle più sensazionali: per la prima volta la scienza poteva ufficialmente annunciare l'esistenza di pianeti al di là del sistema solare! E' sul satellite planetario scoperto dallo Strand che Hal Clement, astronomo egli stesso e insegnante di matematica a Cambridge, si è ispirato per questo suo affascinante romanzo. Immaginate che cosa possa significare vivere su un immenso pianeta, la cui atmosfera è prevalentemente composta d'idrogeno, metano e ammoniaca; dove la forza di attrazione gravitazionale è circa tre volte all'equatore quella della Terra, ma per l'enorme schiacciamento dei poli sale a quasi 700 volte nelle regioni polari; dove dato il velocissimo moto di rotazione del pianeta il sole sorge e tramonta ogni venti minuti, mentre un altro sole, molto più lontano, illumina il cielo senza illuminarlo; dove infuriano tempeste e cicloni apocalittici; e dove una spedizione di scienziati terrestri aiuta e si fa aiutare da un popolo di strane creature: bizzarri crostacei anfibi, intelligentissimi, incredibilmente forti e tenaci, che hanno la passione della meccanica e della matematica. Il romanzo è uno dei più convincenti e affascinanti che la fantascienza abbia prodotto. Leggerlo significa soprattutto ricordare!

 

mercoledì 22 ottobre 2025

Luise Adolpha Le Beau

(Rastatt, 25 April 1850 - Baden-Baden, 17 July 1927)

 
Famosa pianista, Luise Adolpha Le Beau raccoglie successi particolarmente felici anche come compositrice nonostante le diffidenze e i pregiudizi ancora vivi nella seconda metà del XIX secolo nei confronti delle donne che scrivono musica. 
Dotata di grande talento, riuscì ad emergere anche come compositrice in un secolo in cui la creatività femminile non veniva considerata ed era perciò difficile per una donna diffondere le proprie opere.
Luise Le Beau nasce a Rastatt, granducato di Baden, figlia unica di una famiglia di origine francese; il padre è un alto ufficiale dell’esercito, musicalmente preparato. Dotata di grande talento, Luise impara dal padre a suonare il pianoforte e da lui riceve una prima formazione teorica di base; completa gli studi con Jan Kalivoda e presso un istituto femminile privato.

Luise Le Beau inizia a comporre musica all’età di 15 anni; come pianista esordisce nel 1868 eseguendo il Concerto in mi bemolle maggiore di Beethoven e il Concerto in sol minore di Mendelssohn. Per qualche tempo studia con Clara Schumann poi, esortata da Hans von Bulow che aveva apprezzato alcuni suoi brani, si trasferisce a Monaco di Baviera per completare la sua formazione con Joseph Rheinberger, in quegli anni uno dei migliori insegnanti di contrappunto e armonia.

La permanenza a Monaco segna un periodo estremamente ricco di soddisfazioni; Luise ottiene grande successo con il Trio per archi e pianoforte Op. 15 scritto sotto la supervisione di Rheinberger, vince numerosi premi di composizione, e, nonostante sia un compositore donna, le sue opere trovano sempre echi favorevoli negli ambienti musicali. Durante alcuni suoi concerti incontra Brahms, Liszt e Hanslick; nel 1877 Le Beau inizia una tournée in Baviera dove, con il soprano Aglaja Orgeni e la violinista Bartha Haft, propone sue composizioni.
Dal 1878 collabora con la rivista Allgemeine Deutsche Musik-Zeitung di Berlino; in quello stesso anno avvia un corso privato di teoria musicale destinato alle ragazze delle famiglie benestanti. Nel 1885 ritorna a Baden-Baden; continua a comporre e a prendersi cura dei suoi anziani genitori.

Di questi anni si ricordano in particolare la Sinfonia per orchestra Op. 41 e il poema sinfonico “Hohenbaden”, terminato nell’estate del 1897. L’ultima sua grande opera da camera è il Quintetto per archi Op. 54 del 1901.
Luise Le Beau vive in Italia tra il 1906 e il 1910, poi trascorre gli ultimi anni della sua vita a Baden-Baden, ancora suonando in concerti, insegnando e scrivendo recensioni per il giornale locale. Scrive anche la sua autobiografia che pubblica nel 1910 con il titolo “Memorie di un compositore”.

Lo stile di Luise Le Beau è conformato agli insegnamenti di Rheinberger, tuttavia in parte se ne allontana assumendo connotazioni del tutto personali; un esempio lo abbiamo nella Sonata per pianoforte e violoncello Op. 17 dove la forma classica iniziale si diluisce in uno stile più romantico man mano che procede l’esecuzione.

Cristiano Pedrini: Il principe dei colori - Iro no ouji-sama; di Elisa Rubini


 
Il Principe dei Colori è molto più di una semplice storia ambientata in un liceo giapponese: è un viaggio interiore, delicato e potente, tra emozioni trattenute, scelte sospese e legami che si intrecciano come pennellate su una tela.

Leonardo, il protagonista, è un ragazzo sensibile ma determinato, che si ritrova catapultato in una nuova vita a Osaka, nella prestigiosa Otemae School. È un personaggio che incarna il silenzio e il colore, un enigma che non si lascia facilmente afferrare ma che, pagina dopo pagina, svela sfumature sempre più profonde. Intorno a lui, un coro di personaggi vibranti – Ren, Haruka, Minato, Eiko, Yamamoto, Izumi – ognuno con la propria luce e le proprie ombre, pronti a dimostrare che affetto e amicizia possono davvero superare qualsiasi barriera.
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è come ogni personaggio riesca, a modo suo, a “colorare” il mondo degli altri: a tirare fuori il meglio, anche quando sembra nascosto sotto strati di paura o solitudine. L’autore intreccia abilmente emozioni autentiche e misteri non detti, in un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Il non detto, le ombre nei corridoi, quel segreto che aleggia nella scuola, aggiungono una tensione narrativa sottile ma efficace.

Centrale è il messaggio che attraversa l’intero romanzo: il coraggio di scegliere, di rischiare, di non rimanere prigionieri delle proprie paure. Ren, con la sua forza gentile, diventa il simbolo di quel futuro che non è mai scritto, ma che aspetta solo di essere dipinto con i colori dell’anima.
Il Principe dei Colori è un libro che lascia il segno, che parla con delicatezza e intensità ai lettori di tutte le età. Una storia in cui ciascuno può riconoscersi, perché tutti, almeno una volta, abbiamo avuto bisogno di trovare il nostro colore per sentirci davvero vivi.

martedì 21 ottobre 2025

S.J. e A. Quintero - L'ora della siesta, 1935







Edgar Wallace: La valle degli spiriti, n.59

 


Andrew è in vacanza con la sua canna da pesca e alcuni libri, quando viene incaricato di arrestare Scotti. Entra nell'ufficio postale per telefonare e fare rapporto su Scotti, quando il suo sguardo incontra una ragazza, una bella ragazza. Anche la ragazza ha notato Andrew, e mentre chiede informazioni su di lui all'impiegato postale, Andrew cerca di sentire cosa, la ragazza e l'impiegato, si dicono. L'impiegato riferisce a Stella che il signore che sta telefonando è un investigatore.

Dopo aver sentito queste parole Stella ha un mancamento fin troppo visibile, si riprende immediatamente ed esce con passo svelto dall'ufficio postale. Andrew chiude la telefonata e chiede all'impiegato chi sia quella signorina e dove abiti. In questo modo viene a sapere che vive in un quartiere di Beverley dal nome di Beverley Green. Andrew Macleod incuriosito da questo quartiere, prende la sua auto e va a vedere di cosa si tratti. Il quartiere è composto da alcune abitazioni di grande pregio, un campo da golf e siepi un po' dappertutto, tutte ben curate e tenute, un vero quartiere di lusso.

Mentre Andrew Macleod chiede informazioni sul quartiere al signor Merrivan ecco apparire Scotti. Andrew lo riconosce e gli si avvicina, anche Scotti riconosce Andrew e gli si arrende senza difficoltà. Andrew, mentre espleta tutte le pratiche del caso, si rivolge a Boyd Salter, giudice locale, per poter portare in prigione Scotti. Il giudice nonostante Beverley Green sia un bel quartiere ha delle riserve sui suoi abitanti, nessuno escluso. Mentre conversano amabilmente, su questioni di nessuna importanza, il giudice gli nomina un vero "demone" che vive a Londra, in signor Abraham Selim.

Andrew conduce il suo prigioniero alla stazione per portarlo via e poterlo imprigionare, e li incontra Stella che è appena rientrata con il treno da Londra dove è stata nell'ufficio di Selim. Lei capisce immediatamente che il motivo per cui Andrew, che lei crede un investigatore, era in paese, non era per loro, ma per Scotti. Stella rientra a casa e scopre che suo padre, in un momento di rabbia, dovuto all'alcol, ha licenziato, per l'ennesima volta, tutta la servitù.

Quella sera Arthur Wilmot, che conosce le finanze disastrate della signorina Stella, si offre di risolvergliele ed in cambio chiede, di unirsi in matrimonio con lei. Lei rifiuta, con garbo ma anche con decisione, l'offerta "disinteressata" di matrimonio. Dopo cena sale in camera sua e mentre si sta spogliando vede in strada Andrew, il cuore gli batte all'impazzata. Andrew ha saputo da Scotti che Beverley Green è un quartiere misterioso e i suoi abitanti lo sono di più. Scotti non riesce a spiegare a Andrew il motivo di quella sensazione, ma Andrew si deve fidare del suo fiuto, visto anche la sua "professione". Scotti consiglia a Andrew, dopo averlo portato in prigione, di tornare in quel quartiere per alcuni giorni a vedere con i propri occhi.

Il tarlo del sospetto si è già insinuato in Andrew Macleod, che dovendo tornare indietro a recuperare la sua auto, decide di fermarsi per alcuni giorni in paese e a tale scopo prende in affitto una camera nella foresteria del quartiere. La mattina seguente Stella riceve la visita di Darius Merrivan; anche lui, come suo nipote la sera precedente, si offre di risolvere le finanze disastrate della signorina Stella, ed anche lui, in cambio chiede di unirsi in matrimonio con lei. Stella anche in questo caso rifiuta l'offerta "disinteressata" di matrimonio.

Due giorni trascorsi inutilmente a Beverley Green, ma poi una svolta. Una sera Andy, dopo esser stato a cena dal signor Merrivan, che confessa di aver acquistato una villa sul lago di Garda, mentre sta rientrando nella foresteria, riesce a calmare la furia del signor Kenneth Leonard Nelson che, ubriaco, ha appena licenziato, nuovamente, tutta la servitù. In questo modo Andy riesce ad entrare in amicizia con la bella figlia di Nelson, Stella. Passa un'altra settimana senza che succeda niente di rilevante, ma una notte Andy viene svegliato e gli viene comunicato che Darius Merrivan è stato trovato morto, ucciso da un colpo di arma da fuoco.

Andy si precipita a casa di Darius Merrivan e mentre sta indagando scopre una lettera minatoria firmata A. S., scopre un altro cadavere in giardino, è quello di Sweenny. Mentre ispeziona l'appartamento dentro e fuori scopre una serie di indizi che incriminano la signorina Stella. Si sono fatte le sei di mattina e Andy si dirige a casa di Stella e gli confessa, mentre gli mostra cosa ha trovato a casa di Merrivan, che la ama alla follia. Gli dice anche che Merrivan è morto. Stella conferma che è stata a casa di Merrivan, per recuperare alcune carte importanti, ma non lo ha ucciso lei.

Andy crede a quello che Stella Nelson gli dice, e non l'arresta, anzi gli crea un alibi per l'ora del delitto. Nel frattempo Scotti Quattrocchi è stato rilasciato, visto che, nonostante avesse scassinato una cassaforte, (è questo il crimine per cui Andrew Macleod lo aveva, diversi giorni prima, arrestato) ha alcune testimoni (falsi) che lo scagionano. Scotti si presenta da Andy e si propone di dargli una mano per risolvere questo intricato caso di duplice omicidio. Gli racconta che avvengono a Beverley Green dei fatti misteriosi e strani durante alcune notti e non sono storie di tradimenti, visto che, a parere di Scotti, nessuna donna, oltre Stella, è anche solamente carina.

Viene deciso che Scotti venga ospitato a casa dei Nelson e così potrà dare un ulteriore aiuto a Andy per dipanare questa intricata matassa. Nel frattempo l'amicizia ed il rispetto reciproco tra Andy e Stella aumentano, e al ritorno da una passeggiata i due innamorati si baciano. Comunque le indagini proseguono e grazie ad un colpo di fortuna viene rinvenuto, nella tenuta di Boyd Salter, dal suo domestico Madding, un portasigarette d'oro del signor Arthur Wilmot. Dentro il portasigarette vengono rinvenute due sigarette fradicie ed un pezzo di carta con su scritto l'indirizzo di Sweeny. Andrew Macleod riconsegna al legittimo proprietario il portasigarette e viene invitato dal signor Arthur a entrare nella sua casa. In quell'occasione Andy da il permesso al signor Arthur di entrare in casa dello zio Darius Merrivan che è stato assassinato.

Arthur Wilmot si dirige verso la casa dello zio e, dopo aver conversato con la guardia che piantona l'appartamento del defunto Darius Merrivan, entra in casa. Si dirige con passo svelto e sicuro nella camera da letto dello zio, e li apre un vano segreto e prende alcune carte in esso contenute. Richiude il vano segreto e uscendo confessa alla guardia che è sempre un po' sconvolto per l'assassinio del suo povero zio. Tra le carte trafugate individua un certificato di matrimonio tra due persone, Hilda Masters e John Severn, a lui completamente sconosciute. Trova anche molto denaro in contante e alcune cambiali del signor Kenneth Leonard Nelson in favore di Abraham Selim e con firma, come garante, del signor Darius Merrivan che sono, però, false.

Arthur sicuro di aver in pugno la signorina Stella si dirige verso il suo appartamento e gli confessa che ha delle cambiali dove suo padre ha contraffatto la firma di suo zio. Minaccia di mandare in galera Leonard Nelson se Stella non accetterà di sposarlo. Stella rifiuta e Arthur decide di andarsene, anche se dice a Stella "se non mi sposi tuo padre andrà in galera". Esce di casa e Scotti riesce a prendere le cambiali incriminate e davanti a Stella le brucia nel camino.

Downer arriva in città, come giornalista è molto in gamba, il migliore in assoluto. Downer e Andy si conoscono molto bene e si rispettano. Viene aperta un'inchiesta per il duplice omicidio e viene condannato il signor Abraham Selim, anche se nessuno ne conosce l'identità, nessuno lo ha mai visto. Le indagini proseguono ed esce il primo articolo di Downer, dove si intuisce ha un'ottima fonte di informazioni riservate. Andy intuisce che la fonte delle informazioni di Downer è Arthur Wilmot e, conversando con Stella, viene a sapere anche del ricatto che Arthur ha tentato di fare nei suoi confronti.

Andy si dirige a casa di Arthur e lo trova in compagnia di Downer, si scambiano delle accuse e mentre sono tutti e tre che discutono una mano misteriosa spegne la luce. Una voce roca e sinistra dice di essere Abraham Selim e di non avere scrupoli ad uccidere nessuno dei tre, sia esso poliziotto, giornalista o ladro. Un attimo dopo sparisce con il certificato di matrimonio che Arthur Wilmot aveva trovato a casa di suo zio. Scotti ha un alibi di ferro per l'ora del furto. Quella sera stessa, a casa di Boyd Salter vengono esplosi dei colpi di pistola. Un ladro si è introdotto a casa del giudice, ma poi si è dato alla fuga. Il giudice gli ha sparato alcuni colpi di pistola e lo ha ferito, a giudicare dalle macchie di sangue rinvenute nel viale.

Andy, alle 02:30 è sempre sveglio e dalla finestra della camera che ha in affitto, vede accendersi le luci nella camera di Stella Nelson. Chissà perché Stella è sempre sveglia, e dopo un'ora le luci si spengono. Quella stessa mattina Scotti si presenta da Andy e gli comunica che torna in città, è stanco delle varie voci che circolano su di lui. Durante il sopralluogo nella casa del giudice vengono ritrovati, nel caminetto, dei brandelli minuscoli di carte bruciate. Andy si dirige a casa di Stella e li scopre che lei è sparita e scopre anche che si è ferita visto alcune bende macchiate di quello che sembra essere del sangue.

Succedono molti altri avvenimenti, tra cui Downer che, in modo fortunoso, rintraccia Stella Nelson. Si scopre il lavoro che fa Arthur Wilmot e riappare nella storia anche Scotti con una signora molto ricca. Andy decide di tornare a Beverley Green e di riprendere le indagini sull'omicidio di Darius Merrivan. Johnston, portiere della foresteria, confida a Andy che quello non è un luogo ridente, ma una valle degli spiriti, visto che è già alcune sere che il fantasma di Darius Merrivan gira di notte per i prati e anche nella sua casa. Tutti i vari indizi e avvenimenti vengono spiegati attraverso una confessione e poi attraverso un appostamento viene svelata l'identità del fantasma e di Abraham Selim.

  

lunedì 20 ottobre 2025

Hero Legend: A love story, di Luigi Natale



Trama
Hero Legend narra una storia ambientata a Napoli che ha l'ambizione di crescere come qualcosa di innovativo, la storia comincia in modo semplice, una coppia che si innamora con un colpo di fulmine, proprio come in una favola a cui siamo abituati, ma è il mondo che verrà dopo che sarà tutto da scoprire. La storia accompagnerà i protagonisti in un viaggio romantico, familiare e ricco di sorprese pronto a lasciare a bocca aperta anche chi vivrà il racconto con loro. 


Perché adorare il romanzo
Più che adorarlo vorrei dire ai lettori di ascoltarlo e viverlo, ogni pagina che sfoglieranno avrà una riflessione umana, un libro non si adora se non lo si vive prima di tutto.


La parola all'autore:
Vorrei poter dire tanto su questo libro, ma non voglio, perché i lettori dovranno leggerlo per poter entrare nei miei pensieri.



domenica 19 ottobre 2025

Progressive Spin, puntata 19 - 16 ottobre 2025



Sigilu - Neuropa
Arjen Anthony Lucassen - Our Final Song
Lars Fredrik Frøislie - De Tre Gratier
Discipline - Breadcrumbs


 

sabato 18 ottobre 2025

SNMN, puntata 19 - 15 ottobre 2025



Grace Cale - Off The Rails
Short Art Fair Enough - Black field
Cecilia Quad - Bella d'estate
Azzurro (feat. Praliné House) - Piacere
Lipstick - Buffalo And Luke
Last Fist Hero - Zero Nine Six Four
The Lizards - Road
The Remedy - You'll never die
Andrea Lupi - senza chiudere il discorso
Effenberg feat. Bianco - Sale su sale
The Pop Fish Band - That's Enough
Kleio - Mind The Gap
Marco Negri Jr - Come Va A Finire?


 

venerdì 17 ottobre 2025

Uno sceriffo a New York



Stati Uniti, 1970 / Herman Miller

Mandato a New York per imparare nuove sofisticate tecniche anticrirnine, Sam McCloud (Dennis Weaver) è un ruvido e grintoso sceriffo di Taos, nel Nuovo Messico. Abituato agli spazi aperti e ai cavalli più che a districarsi in una grande città, è un po' un pesce fuor d'acqua e ha non pochi attriti con i vertici della
polizia cittadina. 



Gli altri poliziotti inizialmente lo prendono un po' in giro per il suo cappellaccio, il suo abbigliamento western e il suo modo di fare, brusco e a sai poco diplomatico,
ma la sua lineare logica spicciola ha sempre la meglio quando si tratta di prevenire un crimine o di assicurare un colpevole alla giustizia.



Derivata in parte da un film con Clint Eastwood, L'uomo dalla cravatta di cuoio (Coogan's bluff, 1986), questa serie, più ironica e decisamente meno violenta, è andata in onda dal 16 settembre 1970 al 28 agosto 1977.

  

giovedì 16 ottobre 2025

Pro


Garth Ennis è sempre lui, con il suo stile estremo, pieno di volgarità, colpi bassi e ironia feroce. Immaginate che il guardiano (o guardone), potente alieno che spia la terra per i suoi ignoti scopi, decida per scommessa di donare dei superpoteri ad una persona disperata, cinica e rassegnata, per il solo gusto di scoprire se chiunque possa essere un eroe. Immaginate che la prescelta sia una prostituta sboccata, sporca, arrabbiata, e che le controparti supereroistiche del suo mondo siano la parodia del supergruppo per antonomasia, la Justice League, ed avrete Pro.
Ennis sfotte apertamente tutto l’ideale del supereroe come personaggio pieno di valori e bontà, smontando pezzo per pezzo l’irrealtà buonista dei comics di una volta attraverso un personaggio eccessivo (forse anche troppo), cresciuto per la strade tra mille privazioni e il cui primo pensiero una volta ricevuti i poteri è di come farci soldi con il proprio “mestiere”.
L’incredibile di un autore come Ennis è come riesca a riciclare concetti già usati e riusati nei suoi fumetti e lo stesso, personale ma forse abusato, modus operandi confezionando comunque una lettura leggera, divertente, spiazzante.
Ad assisterlo nei disegni troviamo i coniugi Palmiotti: Amanda Conner (Vampirella, Starman, Codename:Knockout) per le matite e Jimmy Palmiotti (Ash, 21 Down, Resistance) alle chine. Lo stile è coerente con la storia, tra classico fumetto supereroistico e caricaturale, accentuando il lato più sordido e trasandato degli uomini e delle donne in calzamaglia.



 

 

Gabriel Guignard: Arca 2000, n.58

 


Questa è la storia del Secondo Diluvio Universale che accadrà, secondo un'antica profezia, negli ultimi tre mesi dell'anno 1999... Ed è una storia grandiosa, quasi biblica, che narra come l'intera umanità cerchi scampo in una gigantesca Piramide alta diecimila metri, con quattro lati di dieci chilometri di lato, che costerà un milione di miliardi di franchi, fatta costruire da tutti i governi del mondo e costruita da uomini di tutte le razze e di tutte le nazioni, su progetto e su idea dei due più grandi scienziati del mondo: il fisico professor Picardsen e l'architetto Le Portusier. La costruzione di questa quasi inconcepibile torre di Babele che dovrà resistere al diluvio e ospitare più di due miliardi di persone, ci viene fatta seguire punto per punto, quasi giorno per giorno, con meticolosa descrizione e grandiosità di vedute generali. E così il Grande Esodo dei popoli della Terra dai loro paesi dai loro paesi d'origine verso Piramidopolis... Riuscirà l'immensa Piramide a resistere prima al diluvio naturale, poi al diluvio artificialmente scatenato da uno dei due scienziati, e che sommerge completamente perfino la più alta cima dell'Himalaya? Questo ve lo dirà il romanzo che, fino alla fine, vi lascerà col fiato sospeso, come se fosse la vostra storia futura ad esservi raccontata...

  

mercoledì 15 ottobre 2025

Ludwig Wilhelm Andreas Maria Thuille

 

(Bolzano, 30 novembre 1861 – Monaco di Baviera, 5 febbraio 1907)

Nella città quasi ai confini del grande Impero Asburgico la famiglia risiedeva ormai da tempo. Le origini tuttavia – almeno secondo una affascinante anche se non confermata ipotesi –  ci portano in Savoia, una terra di montagna come il Tirolo, ma all’estremo nord ovest dell’arco alpino, e per la precisione a La Thuile, cittadina della Valle d’Aosta a sud del Monte Bianco già nota ai tempi dei romani, vicina alla Francia da cui la separa il colle del Piccolo San Bernardo. Una cittadina incantevole tra le montagne e i ghiacciai, in una valle dove scorre il torrente Rutor.

Il Tirolo, dove la famiglia Thuille si era trapiantata, faceva parte del grande Impero retto da Francesco Giuseppe. A Bolzano la vita era dunque quella di una città della periferia di uno Stato multietnico e multiculturale, un mondo di sicuri riferimenti e saldamente ancorato nella tradizione. La casa in cui nacque Thuille, il cui nome per intero era Ludwig Wilhelm Andreas Maria, si trova nel cuore della città, nella via della Mostra, là dove le cose anche oggi non sono davvero molto cambiate. Bolzano era all’epoca come adesso una città di intenso scambio culturale e commerciale. Era molto facile dunque incontrare i personaggi più differenti. C’erano attori, musicisti, intellettuali e commercianti, oltre ai viaggiatori soprattutto di passaggio. Da qualche anno esisteva la linea ferroviaria che collegava Verona a Bolzano e da lì a pochi anni la ferrovia sarebbe arrivata al Brennero. Dunque in città passavano i viaggiatori del nord diretti al sud, e altri che compivano il cammino inverso. Poi c’erano gli impiegati della amministrazione imperiale, il personale della guarnigione e i militari dislocati nel territorio. Nelle strette strade della città si potevano ascoltare accenti bavaresi, boemi, ungheresi, italiani, lingue e usanze diverse.

Per una città dedita per lo più al commercio, a Bolzano c’era una vivace vita culturale. Il borgomastro della città all’epoca era Joseph Streiter, anzi il Doktor Josepf Streiter, discendente di una ricca famiglia, avvocato e intellettuale, che dirigeva una società di concerti, il Musikverein. Oltre a questa associazione concertistica c’erano serate di quartetto, musica sacra nel Duomo e un’attività teatrale al Teatro della corona imperiale. Il direttore del quotidiano locale, il Giornale di Bolzano, era anche un compositore di Lieder. La musica dunque non mancava intorno al giovane Ludwig Thuille, che dimostrò subito talento e una precosissima maturità. Una compagna di giochi lo ricordava un bambino quieto e introspettivo, spesso perso nei suoi sogni. Tuttavia non rifiutava mai di partecipare alle birichinate tipiche dei ragazzini. Un’inclinazione alla vita e al sorriso che rimase un tratto del suo carattere e della sua musica.

Dai resoconti del tempo sembra che la vita musicale a Bolzano fosse vivace, cosa che del resto è nella tradizione austroungarica, dove la musica fa parte della vita quotidiana delle persone. Certo è che il giovane Ludwig Thuille ebbe modo di manifestare e sviluppare il suo talento. Oltretutto la musica era di casa anche nella vita familiare. Il padre Johann Thuille era un apprezzato benestante uomo d’affari, che commerciava in musica e oggetti d’arte. Nel suo negozio vendeva non solo sculture e quadri, ma anche partiture, trascrizioni d’opere per pianoforte e musica di consumo d’ogni genere, trattava pianoforti e noleggiava strumenti e oggetti musicali. Il giovane Ludwig iniziò presto a studiare e fu ammesso nella classe violino di Josef Anzoletti nella scuola dell’Associazione Musicale, e poiché nel Conservatorio cittadino venivano insegnati solo canto e strumenti orchestrali, Ludwig prese lezioni di pianoforte probabilmente dal padre. Di questo doppio studio apprendiamo notizia da un articolo del quotidiano „Bozner Zeitung“ sul concerto degli allievi del 20 giugno 1872, nel corso del quale Ludwig Thuille, che aveva undici anni aveva suonato consecutivamente violino e pianoforte. Ed è ai due strumenti che aveva imparato a conoscere da piccolo che dedicò la sua prima composizione, la Sonata per pianoforte e violino op. 1.

Ludwig era ancora un ragazzo quando, morti entrambi i genitori e grazie al sostegno di uno zio, entrò nel coro della celebre abbazia di Kremsmünster, una cittadina a sud di Linz, tra Salisburgo e Vienna.  Li si trovava il monastero benedettino fondato nel 777 dove i monaci avevano dato vita ad una cittadella della fede, delle arti e delle scienze. Qui avevano studiato l’amico e copista di Mozart Sußmeyer e anni dopo lo scrittore Adalbert Stifter. Chissà se anche Ludwig Thuille, come Stifter, avrà ricordato negli anni il paesaggio trasparente e le albe azzurre che avevano fatto da sfondo ai giorni dei suoi studi umanistici e musicali all’abbazia. Forse non ebbe il tempo di farlo, morirà troppo giovane per vivere gli anni dei ricordi.

A sostenerlo economicamente nei successivi anni di studio, intervenne una benestante signora,  Pauline Nagiller, vedova di Matthäus Nagiller, un violinista celebre e amico della famiglia Thuille ai tempi di Bolzano. Grazie al sostegno della signora Pauline, Ludwig si traferì a Innsbruch e poi a Monaco, dove entrerà nel Regio Conservatorio della città per studiare pianoforte, organo e composizione laureandosi nel 1882 con il massimo dei voti in quasi tutte le materie.   Furono quelli gli anni in cui Thuille rinsaldò il suo rapporto con Strauss, di cui era amico – grazie a Pauline Nagiller – già dai tempi di Innsbruch. I due ragazzi uno di 13 l’altro di 16 anni (Strauss era il più giovane dei due) avevano trovato un’intesa immediata. A Monaco Thuille divenne un ospite fisso a casa Strauss, dove ogni giorno si faceva musica. Il padre di Strauss, Franz Strauss, non solo era il primo corno dell’Orchestra di Corte, ma era una autentica celebrità, tenuto in grande considerazione da direttori e compositori. Possiamo dunque immaginare facilmente quali e quanti fossero i musicisti che frequentavano la casa. Con Thuille Strauss condivideva innanzitutto il fatto di essere stato anche lui un talento precoce. C’erano pochi anni di differenza tra i due ragazzi,  ma bastavano a far sì che Ludwig Thuille esercitasse una forte influenza sul più giovane Richard, il quale lo ricambio sempre con una sincera ammirazione.

Fu Strauss a tenere a battesimo la Sinfonia in fa maggiore  dell’amico, dirigendola nel 1886 a Meiningen, dove era diventato direttore dell’orchestra cittadina.  In quegli anni la carriera di Strauss e anche quella di Thuille erano fortemente influenzate dalla poetica dei Nuovi Tedeschi, i musicisti che nella Germania del tempo si opponevano alla visione conservativa della musica in quel momento identificata (erroneamente potremmo dire oggi) nell’opera di Brahms. Alexander Ritter, compositore e violinista, coetaneo di Brahms, ma tenace ammiratore di Wagner, cercò di convertire Strauss e Thuille alla religione wagneriana. La musica assoluta era il mondo di Beethoven che in Brahms aveva trovato il suo compimento, ora Liszt e Wagner avevano aperto nuovi orizzonti. Liszt con la musica a programma e il poema sinfonico, Wagner con l’uso estenuato della dissonanza e la melodia infinita. Invero i due ragazzi non erano ancora – in quel periodo – così distanti da Brahms. Infatti fu proprio a casa di Strauss a Meiningen che Thuille incontrò Brahms, il quale l’anno prima, il 1885, aveva presentato al pubblico la sua Quarta sinfonia. Sappiamo che il giorno dell’incontro Thuille aveva con sé la partitura della sua Sinfonia in fa maggiore, ma non sappiamo se poi la mostrò a Brahms, né tantomeno sappiamo se Brahms ne diede un giudizio e quale. Ad un primo sguardo potrebbe addirittura sembrare che la Sinfonia si apra con un omaggio a Brahms, perché Thuille inserisce prima dell’Allegro del primo tempo un Adagio esattamente come aveva fatto Brahms nella sua prima sinfonia, ma il clima è del tutto differente. Ritroviamo invece quella che abbiamo definito fin dall’inizio la caratteristica migliore di Thuille, l’inclinazione alla leggerezza. Infatti è lo stesso Strauss a confermargli il bel successo che la sua sinfonia aveva riscosso presso il pubblico di Meiningen. Con la sincerità di un amico gli parla anche del primo movimento dicendogli che forse era un po’ lungo per l’ascoltatore inesperto, ma sicuramente gli altri movimenti avevano conquistato tutti.  Il Minuetto, in particolare, insieme al Largo maestoso, fu assai apprezzato e spesso venne eseguito indipendentemente dalla Sinfonia, come pezzo da concerto. Il Trio di questo Minuetto poi ci porta  esattamente nel clima più congeniale a Thuille, la leggerezza colta di un compositore non artificioso, con una visione personale del mondo romantico di Mendelssohn e Schumann, che a dire il vero è ormai distante nel tempo. Ma per lui forse ancora non così tanto…

Nella musica di Thuille riaffiora tutta la tradizione tedesca che faceva parte della vasta cultura dell’autore. E proprio grazie alle sue tante competenze che Thuille entrò ben presto a far parte della vita musicale di Monaco, prima come istitutore privato nella casa del barone Theodor von Dreyfus, poi come docente all’Accademia di Musica, Akademie der Tonkunst dove nel tempo divenne un celebre maestro di teoria e composizione con allievi che iniziarono ad arrivare da lui da ogni parte della Germania e poi da tutto il mondo. E’ stato definito un conservatore, ciò che è vero è che si tenne discosto dalle scelte estetiche dei suoi famosi contemporanei. I suoi più intimi amici erano Richard Strauss e Max Schillings. Avevano personalità differenti. La musica di Thuille non aveva il fascino infinito di quella di Strauss, né il pathos delle composizioni di Schillings, però possedeva una grazia spensierata e un calore comunicativo che traspirano ad ogni pagina. Thuille agli inizi del novecento ebbe un considerevole successo anche come compositore di opere. Soprattutto di un’opera dal titolo Lobetanz che dopo la prima rappresentazione a Karlsruhe il 6 febbraio 1898 venne rappresentata a Monaco e poi a Berlino con la direzione di Strauss. Il librettista dell’opera era Jiulius Bierbaum, un personaggio senza dubbio singolare. Giurista un po’ eccentrico, intellettuale bohémien, all’occasione poeta, fondatore di giornali e riviste  che sparivano poco dopo, costantemente senza denaro, e naturalmente scrittore di romanzi, racconti e drammi. Il libretto racconta la storia di una principessa triste la quale non trova chi la liberi dalla malinconia, finché non giunge al castello Lobetanz, violinista e menestrello. Una trama esile per una musica che al contrario si rivelò brillante. Fu un grande successo e circolò a lungo anche dopo la morte dell’autore. Nel 1911, venne presentata a New York al Metropolitan e a Filadelfia.

Dell’opera non esiste alcuna incisione, quello che rimane è l’Ouverture della prima opera di Thuille, Theuerdank, vicenda cavalleresca, ambientata nel tardo quattrocento, su libretto di quell’Alexander Ritter, wagneriano, di cui si è parlato. Fu l’autore stesso in questo caso a salvarne solo l’Ouverture, che poi è entrata nel repertorio come Ouverture Romantica.
Anche per Thuille, come per il prediletto Schumann, gli anni del fidanzamento e i primi del matrimonio furono anni felici anche sotto il profilo creativo. In quel periodo Thuille si dedicò soprattutto al genere a lui più congeniale, la musica da camera. Sappiamo che era un eccellente camerista, e a Monaco era molto richiesto nei concerti di musica di insieme. La musica da camera rimase sempre la sua grande passione. Negli anni dal 1885 al 1887 lavorò alla composizione sua ancora oggi più celebre, il Sestetto per pianoforte e fiati op.6, che non a caso venne dedicato alla moglie, Emma Dietl. Il pezzo, presentato al Festival di Wiesbaden nel 1889, ebbe subito un grande successo. Si tratta di una pagina felicissima, equilibrata e piena di entusiasmo, che ci viene incontro con lo stile di un Brahms che non ha dimenticato la lezione di Schumann. Nonostante tutto questo però è la composizione che meglio ci fa capire il mondo interiore di Thuille. La ricerca del colore del suono appare già da subito con il mormorio del pianoforte che apre lo sguardo ad una scena larga e trasparente,  un paesaggio profondo in cui entrerà ben presto il corno e poi gli altri strumenti in un dialogo strumentale pieno di inventiva. Sembra uno scenario di montagna, forse di quelle montagne del Tirolo che Thuille aveva nelle sue origini.

Grande successo avrà anche un’altra composizione cameristica, il Quintetto per pianoforte e archi op. 20, composto sulla fine del secolo, tra il 1898  e il 1901. Nel 1903 l’amicizia tra Strauss e Thuille ebbe un lungo momento di rottura causata da una critica severa pubblicata da Bierbaum, il librettista di Thuille, su un quotidiano. Strauss ritenne che la critica fosse stata ispirata da Thuille e ruppe i rapporti con lui per quasi tre anni. La riappacificazione avvenne grazie ad una lettera di Thuille all’amico, nel 1906, ma i due non ebbero più occasione di incontrarsi perché Thuille morirà a Monaco per un attacco di cuore quando non aveva neppure quarantaseianni, nel febbraio del 1907.  Dunque si era rotto per sempre quel sodalizio iniziato quando i due erano ancora ragazzi, quando Strauss scriveva all’amico lettere piene di ammirazione, chiamandolo il più caro, il migliore, il più gentile e magnifico degli amici, e Thuille lo ricambiava di identico affetto. Strauss che pure rimproverava l’amico per essere troppo schumanniano, ma poi chiedeva a lui di aiutarlo – si racconta –  a risolvere problemi di contrappunto per la sua Sinfonia Domestica. Un’amicizia testimoniata da molti intensi momenti, dalla dedica di Strauss a Thuille del Don Juan e da parte di Thuille dalla versione del poema sinfonico per pianoforte a quattro mani. Un volume di lettere di oltre duecento pagine testimonia il loro lungo sodalizio. Gli ultimi anni di vita di Thuille sono segnati dal suo grande successo come docente di composizione. In un libro che si intitola “Una ragazza americana a Monaco” è descritta una visita a Thuille da parte di una ragazza, Mabel Daniels, arrivata a Monaco nel 1902.  La ragazza ci conduce a casa di Thuille e mentre è in anticamera ad aspettare ci confessa di essere venuta a Monaco principalmente per studiare con il maestro. Thuille parlava poco l’inglese e la ragazza non conosceva che poche parole di tedesco, ma Thuille accettò di farle lezione. Si sarebbero intesi con un po’ di francese – disse – e eventualmente in latino. Così Miss Daniels entrò a far parte del gruppo di compositori, la Giovane Scuola di Monaco, che si riunivano attorno a Thuille: ne facevano parte tra gli altri Ernst Bloch e Walter Braunfels, ed era conosciuto come Le Thuilleries. Nello stesso anno Thuille scriveva la Sonata per pianoforte e violoncello op. 22, la sua ultima opera pubblicata. Una pagina molto felice in cui ritroviamo ancora una volta la disponibilità al canto che Thuille aveva sempre seguito. Quella sua inclinazione così personale è di certo ciò che meglio definisce la sua personalità, plasmata dalle sue origini, un connubio appagato tra melanconia tedesca e spensieratezza latina.