martedì 3 febbraio 2026

Isaac Asimov: Piccole cose



La signora Clara Bernstein era sui cinquanta e passa e la temperatura esterna era sui 32°. L’impianto dell’aria condizionata era in funzione, ma sebbene riuscisse a eliminare il fatto del caldo non riusciva a eliminare l’idea del caldo.
La signora Hester Gold, salita in visita al 21° piano dal suo appartamento 4C, disse: — Fa più fresco, giù da me. — Era anche lei sui cinquanta e passa, e aveva i capelli biondi che non riuscivano a eliminare neppure un anno, dalla sua età.
— Sono le piccole cose, quelle che irritano. Io il caldo lo sopporto. È lo sgocciolio, quello che non sopporto. Non lo senti?
— No, — disse Hester, — ma capisco che cosa vuoi dire. Il mio figliolo, Joe, ha perso un bottone della giacca nuova. Settantadue dollari, e senza quel bottone non vale più niente. Un bel bottone dorato, sulla manica, ma lui non l’ha più e quindi non posso ricucirglielo.
— Perché te la prendi tanto? Togli il bottone dall’altra manica e sei a posto.
— Non è la stessa cosa. Una giacca così, senza quei bottoni, non fa più la stessa figura. Quando un bottone viene via, mai aspettare, subito farselo ricucire. Oh, sì! Ventidue anni, e ancora non l’ha capita. Esce, chissà dove va, non mi dice a che ora ritorna...
— Ascolta, — interruppe Clara, spazientita. — Come fai a dire che non senti questa goccia che cade? Vieni di là in bagno con me. Se ti dico che qualcosa sgocciola, è perché sgocciola.
Hester obbedì e assunse l’atteggiamento di chi ascolta. Nel silenzio, si sentiva benissimo: plop - plop - plop...
— Peggio di una tortura cinese, — disse Clara. — Tutta la notte, si sente. E sono tre notti, ormai.
Hester si aggiustò le lenti leggermente colorate, come se questo l’aiutasse a sentire meglio, e piegò la testa da un lato. — Probabilmente è la doccia dell’appartamento di sopra, — disse. — Su al 22-G. È l’appartamento della signora Maclaren. La conosco. Sta’ a sentire, è una persona molto cordiale. Bussa alla porta e diglielo. Non ti mangerà di certo.
— Credi che abbia paura di lei? — disse Clara. — Ho già bussato alla sua porta cinque o sei volte. Non risponde. Le ho telefonato. Non risponde.
— Sarà via, — disse Hester. — Siamo in estate. La gente va in ferie.
— E se quella se ne rimane fuori tutta l’estate, io che faccio? Sono condannata a godermi lo sgocciolo?
— Diglielo al portiere.
— Quell’idiota. Dice che non ha la chiave della serratura di sicurezza e che non ha intenzione di scassinare una porta per una goccia che cade. Ma poi, non è vero che lei non c’è. Conosco la sua automobile, e so che è giù in garage.
Inquieta, Hester disse: — Potrebb’essere partita con l’auto di qualcuno.
Clara abbozzò una smorfia. — Di questo puoi star sicura. La signora Maclaren.
Hester aggrottò la fronte. — Lo so, è divorziata, e con questo? Non ci vedo niente di strano. Ed è giovane, avrà trent’anni, trentacinque al massimo. D’accordo, veste in modo un po’ vistoso... ma nemmeno in questo ci vedo niente di strano.
— Se vuoi il mio parere, Hester, — ribatté Clara, — quello che succede di sopra, preferirei non dirlo. Io sento, da qui.
— Che cosa senti?
— Passi. Rumori. Guarda che sta proprio sopra di me, e io so dove ha la stanza da letto.
— Non essere così antiquata, — disse Hester, in tono aspro. — Quello che fa è affar suo.
— D’accordo. Ma visto che il bagno lo usa di continuo, mi dici perché non chiude i rubinetti? Almeno rispondesse alla porta! Mi gioco il collo, guarda, che deve avere una casa messa su come quella di una cocotte.
— Be’, ti sbagli, se proprio vuoi saperlo. Ti sbagli di grosso. Ha dei mobili normalissimi e una quantità di piante.
— Tu come lo sai?
Hester sembrava a disagio. — Vado a bagnare le piante, quando lei non c’è. È sola. Qualche volta parte, così le do una mano.
— Ah, sì? Allora lo sapresti, se fosse fuori città. Ti ha detto che partiva.
— No, non mi ha detto niente.
Clara si lasciò andare contro lo schienale e rimase a braccia conserte. — E hai le chiavi di casa sua, immagino.
— Sì — disse Hester, — ma non posso entrare, se non me lo dice lei.
— Perché? Potrebb’essere partita. In questo caso, devi bagnare le piante.
— Lei non mi ha detto di farlo.
— Chi ti dice che non sia a letto malata e che non possa venire ad aprire?
— Dovrebb’essere proprio gravissima per non usare nemmeno il telefono, visto che ce l’ha accanto al letto.
— Può darsi che abbia avuto un attacco di cuore. Chissà, forse è morta e per questo non può più stringere quel rubinetto.
— Ma è una donna giovane. Come vuoi che abbia avuto infarti e cose del genere?
— Non si sa mai. Con la vita che fa... magari un suo innamorato l’ha uccisa. Dobbiamo assolutamente andare a vedere.
— Ma sarebbe effrazione, violazione di domicilio, — protestò Hester.
— Avendo la chiave? Se lei è via, tu non puoi lasciare morire le piante. Tu le bagni e lo chiudo quel rubinetto. Che male c’è... E, se per caso è morta, vuoi che rimanga là fino a chissà quando?
— Macché morta! — disse Hester. Ma scese al quarto piano, per prendere le chiavi dell’appartamento della signora Maclaren.
— Non c’è nessuno, — bisbigliò Clara. — Chiunque potrebbe andare e venire come gli pare.
— Sshh, — la zitti Hester. — E se poi è dentro e domanda: “Chi è?”
— Le dici che sei salita a bagnare le piante e io le chiedo di chiudere quel rubinetto che gocciola.
La chiave di una serratura, poi quella dell’altra, girarono dolcemente e con un lievissimo scatto finale. Hester, preso un profondo respiro, aprì la porta di uno spiraglio. Poi, bussò con le nocche sull’uscio.
— Non risponde nessuno, — bisbigliò spazientita Clara. Spinse il battente, spalancandolo. — Non c’è nemmeno il condizionatore acceso. È tutto regolare. Tu sei qui per bagnare le piante.
La porta si chiuse dietro di loro. — Che odore di chiuso, qui dentro, — disse Clara. — Sembra di entrare in un forno pieno di muffa.
Percorsero in punta di piedi il corridoio. Uno stanzino di sgombero vuoto sulla destra, la cucina...
Clara gettò un’occhiata dentro. — Niente rubinetti che perdono, qui. Dev’essere proprio in bagno.
In fondo al corridoio, sulla sinistra, c’era il soggiorno, con le sue piante. — Hanno bisogno d’acqua, — disse Clara, — Andrò a prenderla in bagno...
Aprì la porta della stanza da letto e si fermò. Non un gesto. Non un suono. Stava là, a bocca spalancata.
Hester le si fece accanto. L’odore era soffocante. — Cosa...
— Oh, mio Dio, — disse Clara, ma senza la forza di mandare un urlo.
Le coperte del letto erano in uno stato indescrivibile. La testa della signora Maclaren ciondolava fuori del letto, i lunghi capelli neri sfioravano il pavimento, il collo era segnato e livido, un braccio pendeva fino a terra, la mano era aperta, a palmo in su.
— La polizia, — disse Clara. — Dobbiamo chiamare la polizia.
Hester, trattenendo bruscamente il fiato, mosse un passo in avanti.
— Non devi toccare niente, — disse Clara.
Il luccichio dorato nella mano aperta...
Hester aveva trovato il bottone mancante di suo figlio.

 

lunedì 2 febbraio 2026

Armando Comez: L'uomo dei gigli, n.71



Si sviluppa in Italia anche un romanzo giallo che ha le sue origini nella tradizione naturalista, con ambientazioni agresti e di paese tipiche della provincia italiana. Armando Comez è l’autore che compie il tentativo maggiormente significativo di avvicinamento alla tecnica naturalista. Al suo primo romanzo, l’Uomo dei gigli, pubblicato nel 1993, fa seguito un secondo testo intitolato La ronda che viene rifiutato dagli editori in quanto ritenuto scarsamente attinente al genere poliziesco. Secondo l’autore l’obiettivo del romanzo poliziesco non doveva essere l’esposizione arbitraria dei contenuti, i quali dovevano invece essere motivati per mezzo di una documentazione rigorosa fornita al lettore. Rambelli riporta a riguardo parte di una lettera dello stesso Comez del 1935 nella quale lo scrittore si esprimeva con estrema chiarezza:
ho in mente [...] che (...) il pubblico dei gialli segua sempre con grande interesse certi particolari [...] intorno a un mondo che difficilmente conosce e per il quale ha delle curiosità, come potrebbe essere una calzante istruttoria, un fatto medico, un laboratorio di falsi monetari. Tutto sta che siano cose di cui l’autore possieda la chiave, e quindi ne scriva con cognizione di causa; perché il lettore si irrita o si distrae quando percepisce (e la percezione anche nel lettore meno colto è acutissima) che l’autore ha scritto a vuoto.

 

Alan Rawsthorne







 

domenica 1 febbraio 2026

Progressive Spin, puntata 33, 29 gennaio 2026



Galasphere 347 - Hiraeth Part 1 (Cronus)
Polychrome - I Feel Good
Serpent Column - Scherzo for a Dead Republic
Hällas - The Emissary
Marianas Rest - Again into the Night
Chris Russell - Light Without Heat
Greyhawk - Ascension



 

Ouida - Un giugno piovoso, 1885



Ouida, pseudonimo di Maria Louise Ramé o, come lei preferiva farsi chiamare Marie Louise de la Ramée (Bury St Edmunds, 1º gennaio 1839 – Viareggio, 25 gennaio 1908), è stata una scrittrice britannica.