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mercoledì 30 settembre 2026

Edward D. Hoch - La stanza oblunga


Il caso fu competenza di Fletcher sin dall’inizio, ma quando arrivò la telefonata, il capitano Leopold uscì in auto con lui. Sembrava una storia già chiusa, con l’unico sospetto letteralmente trovato a vegliare la vittima, e, in una giornata noiosa, Leopold pensò che fare un salto all’università potesse essere piacevole.
Lì, lungo il fiume, gli alberi avevano già il colore dell’autunno, e nel parco, a tratti, il fumo che si alzava dalle foglie che bruciavano oscurava la strada. Per essere autunno, il giorno era caldo, assolato. Un giorno poco adatto a un omicidio.
— L’università non è cambiata molto — commentò Leopold, mentre svoltava nella viuzza stretta che dalle case delle confraternite portava alla torre della biblioteca. — Qualche dormitorio nuovo, e un nuovo stadio. Tutto qui, più o meno.
— Erano quattro o cinque anni che qui non succedeva più niente, da che c’è stato quel bombardamento — disse Fletcher. — Questo caso sembra molto più facile, comunque. Hanno già preso il colpevole. Ha ucciso a pugnalate il suo compagno di stanza e poi è rimasto lì col cadavere.
Leopold non rispose. Si erano fermati davanti a uno dei nuovi dormitori, un grosso edificio che si proiettava verso il cielo come un condominio per la media borghesia, tutto mattoni e cemento.
In quel momento, era circondato da una folla di studenti. Leopold mostrò il suo distintivo e fece strada.
La stanza era al terzo piano, affacciata sul fiume. Pareva identica a tutte le altre: una struttura oblunga, deprimente, con un letto a castello, due scrivanie gemelle, due armadi, e una grande finestra panoramica di fronte alla porta. Il medico legale era già arrivato, e alzò la testa all’ingresso di Leopold e Fletcher. — Siamo pronti a trasportarlo via. Per voi va bene, capitano?
— I ragazzi hanno già scattato le foto? D’accordo, allora. Fletcher, vedete di scoprire il possibile. — Poi, al medico legale: — Come lo hanno ucciso?
— Un paio di ferite da pugnale. Farò l’autopsia, ma non ci sono molti dubbi.
— Da quanto tempo è morto?
— Un giorno circa.
— Un giorno!
Fletcher aveva interrogato gli altri, prendendo appunti. — Gli uomini del distretto hanno fatto già quasi tutto, capitano. Il ragazzo morto è Ralph Rollings, studente del secondo anno. Il suo compagno di stanza ammette di essere rimasto qui col cadavere per una ventina d’ore prima che li scoprissero. Il compagno di stanza si chiama Tom McBern. E di là, nella stanza accanto.
Leopold annuì, passò dalla porta di comunicazione. Tom McBern era alto e magro, e anche abbastanza bello, con un suo fascino vagamente tenebroso. — Lo avete informato dei suoi diritti? — chiese Leopold ad un agente.
— Sì, signore.
— Okay. — Leopold sedette sul letto, di fronte a McBern. — Cosa hai da dire, figliolo?
Gli occhi castano scuro incontrarono lo sguardo di Leopold.
— Niente, signore. Credo di volere un avvocato.
— È un tuo diritto, ovviamente. Non vuoi fare dichiarazioni su come è morto il tuo compagno di stanza, o spiegarci come mai sei rimasto nella stanza con lui per

mercoledì 23 settembre 2026

John Morressy - Dirigenti & Ascensori


 L’aria era finalmente pulita, e il ragazzo e la ragazza facevano rapidi progressi nell’attraversare la foresta di risplendenti ossa azzurre. Di colpo apparvero le due lune oltre a tutte le stelle. Il sentiero cominciò a palpitare e un ansito famelico colmò di sé l’aria attorno a loro. All’improvviso tutto tornò normale.
— È ancora Balbaranza — Osservò la ragazza.
— Ne sei sicura, Denal? — disse Ux, il ragazzo, con voce bassa e calma.
Lei annuì con sicurezza. — È lo stile di Balbaranza. Lei ama le manifestazioni celesti.
Attorno ai due cominciò a cadere una grandinata di lacrime che risuonavano con lieve musicalità sulle ossa della foresta. Denal e Ux si coprirono coi cappucci e si strinsero tenendo le braccia l’uno attorno alla vita dell’altra. La grandinata sembrò esitare, si trasformò in una pioggerella sottile fatta di sospiri, s’arrestò. Il terreno era asciutto. — Questa era opera di Trilligask vero? — disse Ux.
— Credo di sì. Si dà molto da fare con il tempo.
— Denal, è vero che lavora per la Lega degli Assassini? Mio padre pensa di sì.
— Tuo padre è uno spadaccino. Che ne sa lui di streghe o della Lega degli Assassini?
— Solo perché la tua è una famiglia di ladri, pensi che tutti gli spadaccini siano degli sciocchi. Mio padre è abile e intelligente. Detiene i diritti della Pietra Vitale, cosa che nessun altro ha mai avuto — disse Ux.
— Già, ma li ha perduti di nuovo — osservò Denal.
— Perché è stato attaccato dai Nove Uomini di Bronzo! Ma lui li ha scacciati e probabilmente così facendo ha salvato tuo padre e gli altri. Non dovresti più prenderti gioco degli spadaccini, Denal.
La ragazza mise con grazia le braccia attorno al collo sottile di Ux e, stirandosi per alzarsi sulla punta dei piedi, lo costrinse ad abbassare la testa. Lo baciò a lungo e con tenerezza. — Ti sto solo prendendo in giro, Ux. Sai che ti voglio molto bene. Formiamo una bella coppia — disse carezzandogli la guancia.
— Sei la ladra migliore di tutte le Terre di Frontiera, Denal. E la più bella, anche — disse Ux rabbonito.
— Grazie, Ux. Sei gentile. Ora faremmo meglio...
S’interruppe di colpo al suono sgusciante che veniva dal profondo della foresta d’ossa. Ux, mostrando i denti, balzò davanti a lei e snudò la spada, Doomdancer. Denal poggiò una mano sul suo braccio fasciato di corde e sussurrò: — No, Ux, non dobbiamo combattere gli Imboscati. Nascondiamoci finché non saranno passati.
Ux, riluttante, la seguì fino a un cumulo d’ossa, dove s’accucciarono finché le forme nebulose di una nidiata di giganteschi Imboscati non fu fluita oltre passando da entrambi i lati. Tornati sul sentiero, s’affrettarono verso la loro destinazione, la casa di Gazog, lo studente di magia che era a capo della loro banda. Poco oltre le bocche azzannanti e ringhiose che si aprivano nel terreno esalando un flato sconcio e puzzolente misto a rumori di risucchi gastrici, videro le luci dell’abitazione dal tetto aguzzo di Gazog.
Appena si furono chiusi il cancello alle spalle, udirono un lungo, basso sibilo. Un’enorme testa spigolosa si materializzò di fronte a loro, alta fino al tetto, mentre la luce traeva bagliori da squame arancione e da gialle zanne.
— È tutto a posto, Zaloom, siamo amici. Denal e Ux. Ti ricordi di noi, vero? — disse la ragazza con il suo tono più gentile.
Il drago abbassò la testa per annusarla e lei gli diede una grattatina dietro le orecchie. Lui ronfò di piacere, e sembrava vento che ululasse in un camino.
Gazog li accolse sulla porta: aveva un aspetto molto da mago. Indossava una morbida tunica nera cinta alla vita da una fune nera. Aveva stivali neri e alla mano sinistra gli luceva un anello con una pietra nera. Capelli neri e corta barba nera,

mercoledì 16 settembre 2026

Renato Pestriniero - Autocidio


Si dice che, di fronte alla morte, gli avvenimenti del passato ripassino nella mente come in un film accelerato. Dal punto di vista letterario questa eventualità è affascinante, tanto che è diventata quasi un luogo comune. Ma forse non risponde al vero. Infatti, quando vide la pistola puntata contro il suo petto e l’uomo premere il grilletto, riuscì solo a pensare che sarebbe morto e a provare una grande inimmaginabile sorpresa. La sorpresa non era tanto per la mancata sensazione di dé-jà-vu, quanto perché...

Se c’erano questioni organizzative da discutere, il capo li faceva venire tutti e cinque. Soltanto Salò era stato convocato da solo quella volta, e poi era sparito dalla circolazione.
Pensando a quella circostanza, Sirio si sentiva agitato. Ma, diversamente da Salò, lui era a posto. Salò sapeva di essere nel mirino, e quando l’avevano fatto fuori ai Magazzini Generali era preparato, e si era difeso fino all’ultimo.
Il capo lo chiamò. Con questo sottofondo di pensieri, Sirio entrò nella stanza. C’era la Lory, in piedi a lato della scrivania. Il capo se ne stava seduto in quella sua stramba posizione, con la gamba destra piegata sotto la coscia sinistra e il piede che spuntava fuori in modo così innaturale da sembrare quello di un altro. Guardò Sirio, e aveva l’espressione dei momentacci. — Mettiti là — gli disse indicando una delle due sedie sull’altro lato del tavolo. Poi si avvicinò a uno schermo e fece cenno alla ragazza di spegnere la luce. Fece passare la prima diapositiva. Sirio riconobbe subito la consegna fatta il mese prima a Civita di Bagnoregio. La Lory l’aveva scattata da uno dei vicoli che portano sull’unica piazza di quel paese fantasma. L’immagine era incorniciata dal buio del vicolo e mostrava l’ultima casa sul lato opposto della piazza. Al centro, dinanzi la gradinata, si vedevano in prospettiva le antiche colonne tronche. Accanto alla prima colonna, la più alta, c’era lui che parlava con una coppia di giovani. Aveva appena consegnato la roba e la Lory l’aveva ripreso nella sua solita veste di falsa turista.
Con aria perplessa Sirio guardò il capo. Il quale batté sullo schermo il grosso indice stretto dall’anello barocco. — Quel tizio che sta laggiù. Chi è?
Sirio strinse gli occhi. All’altezza dell’ultima colonna, quasi sull’angolo della casa di fronte, un uomo stava fotografando S. Donato. Accanto a lui una donna osservava la chiesa. La distanza rendeva le due figure appena distinguibili.
— E come faccio a vedere chi è — osservò Sirio.
Il capo attese qualche secondo, guardandolo fissamente. Poi fece passare la dispositiva successiva. Era un particolare ingrandito della precedente. I due turisti adesso erano perfettamente identificabili.
— Allora — ripeté il capo. — Chi è quell’uomo?
— E che ne so? Manco mi ero accorto che c’era.
La Lory alzò un sopracciglio. Quell’atteggiamento a Sirio non andava proprio. Lei non era che una semplice spalla nelle consegne, quindi quell’aria di sufficienza

mercoledì 9 settembre 2026

Avram Davidson - Mr. Rob’t E. Hoskins

 


Era proprio necessario che Bertha Schwamm reagisse come fece quando Hoskins le chiese un appuntamento per andare al cinema? In fin dei conti, chi era Bertha Schwamm? Il fatto di essere consapevole che quasi nessuno era al corrente che lei fosse un superiore di Hoskins, non voleva dire che fosse pronta a considerarsi sua pari; se anche la gente lo considerava con una certa superiorità, be’, lei avrebbe anche potuto accettare quell’invito. In seguito, chi lo sa?
Tuttavia. Il fatto era che sembrava che la gente avesse votato e concluso che Hoskins fosse un individuo da prendere in giro. Da prendere sempre in giro. Come se gli fosse dovuto. E Bertha, be’, anche lei si era associata agli altri. Detto questo, se ne deduce che non fosse possibile per lei considerarlo un amico, tanto meno, diciamo, come un corteggiatore. E questa era la situazione. Questo, però, non toglieva che avrebbe potuto reagire in modo meno duro. Supponiamo che Bertha avesse risposto, in modo educato: «Grazie, davvero, ma mia madre, siccome è quasi sempre malata, be’, di solito non esco senza di lei. Comunque, grazie».
E se avesse risposto così? Sarebbe rimasto male, lui? Pensate che Hoskins avrebbe insistito, magari dicendo: «Be’, andiamo al cinema tutt’e tre, allora?». Improbabile. Più probabilmente avrebbe borbottato una risposta educata e se ne sarebbe andato via, guardandosi bene, in seguito, a non ripetere l’invito. Ma no, non è così che Bertha rispose. Lei, oh, lei gli rise in faccia.
Cosa c’era di tanto buffo in Hoskins? Be’, ok, aveva un aspetto buffo, con gli occhi in fuori e il mento sfuggente. Ma, dopo tutto, c’erano altre persone ben più buffe di lui. Forse era quel suo taschino sempre pieno di penne e matite? Perché, anche se lui si preoccupava sempre di spiegare come ciascuna di esse servisse a un preciso compito, ugualmente tutti ridevano e lo prendevano in giro. Si dilungava a spiegare come usasse una penna per scrivere gli ordini d’acquisto, e un’altra per le vendite, e una terza per le comunicazioni interne, e un’altra ancora per le note personali e per le lettere, e così via... In un certo senso, sembrava un buon sistema; con uno sguardo, anche a distanza, gli era possibile distinguere, dal colore dell’inchiostro, a cosa si riferisse un dato foglietto, anche rovesciato, perché erano tutte differenti l’una dall’altra. Inoltre, questo gli permetteva di risparmiare le sue preferite.
Patty Birch gli rifaceva il verso dietro le spalle. «Comunicaazione interna» ripeteva mimandolo. E non era la sola, altri facevano lo stesso, erano tutti d’accordo: Bob

mercoledì 2 settembre 2026

Joe Haldeman - Salme

  


Ho sempre sonni tumultuosi che mi rendono la vita difficile, ma io mi ostino a cercare di tenerlo nascosto. Oh, sì, è difficile parlarne. Risale tutto a vent’anni or sono, quando stavo in Vietnam. Alle Fosse.
Nella giungla, i cadaveri passano molto velocemente dal brutto al peggio. Trascorrono solo poche ore prima che il rigor mortis li renda difficili da maneggiare, difficili da infilare in un contenitore di plastica. Perché intanto cominciano, se sono cadaveri di bianchi o di gialli, a diventare verdolini nei punti in cui la pelle è esposta. Poi diventano neri e cominciano a puzzare.
Poi si gonfiano e scoppiano.
Uno magari pensa che formiche, scarafaggi, millepiedi e scolopendre si diano da fare alla svelta per farli sparire, e invece no. Perché proprio quando quelli cominciano a puzzare di brutto, tutti gli insetti perdono interesse nei cadaveri, si mostrano infastiditi, vanno a farsi una pizza da un’altra parte, capite? Tranne le mosche. Quelle, li usano per posarci le uova.
La cosa più divertente di tutte è che, se non interviene qualche grosso felino che li dilania e se ne porta via pezzi interi, dopo un paio di settimane vi rimane qualcosa che si avvicina molto ad uno scheletro, anche se conserva qualcosa del viso. Senza occhi, ovvio. Di tanto in tanto, ne troviamo qualcuno così. Non tanto spesso, perché di solito i soldati non muoiono in solitudine né rimangono esposti per tanto tempo, però succede. Noi li chiamiamo “i secchi”. Sotto però sono sempre umidi, e anche dentro conservano dei liquidi, ma per il resto ricordano delle mummie rinsecchite dal sole.
Quando racconti alla gente cosa fai alla Registrazione Salme, o semplicemente “Salme”, sembra che ti sia toccato il lavoro peggiore che ci sia da fare sotto le armi. Invece no. Te ne devi solo stare lì tutto il giorno ad aprire i sacchi di plastica coi cadaveri, cercare di indovinare da quale parte comincia e dove finisce – non che sia sempre e comunque importante stabilirlo – ricucirli tanto o poco, a seconda di quanto serve, con un grosso ago, prendere nota di quello che hanno addosso e nel portafogli, inscatolare il tutto, sigillarlo, scrivere un sacco di scartoffie. Quando si sono radunate un certo numero di casse, si invia il tutto all’aeroporto. La prima settimana non è del tutto piacevole. Ma dopo un centinaio di giorni o giù di lì,

giovedì 30 luglio 2026

Robert Twohy - La soffiata

 

Stremberg ricevette la soffiata sulla terza corsa di Peninsula Meadows. La preziosa informazione gli venne da Vassily, guardia giurata in servizio presso l’ippodromo, il quale godeva della fama di essere molto ben introdotto nell’ambiente. Nel corso degli ultimi cinque anni Vassily gli aveva fatto tre favori similari e ogni volta aveva colto nel segno. Quell’uomo non era un fanfarone come tanti che bazzicavano quell’ambiente e, oltretutto, nutriva una particolare simpatia per Stremberg il quale per anni lo aveva scarrozzato sul suo taxi e gli aveva anche fatto piccoli favori. Non erano intimi amici ma, tutto sommato, si fidavano l’uno dell’altro.
Vassily aveva detto di conoscere l’allenatore di Bugle Call il quale di proposito era stato trattenuto nelle ultime sei competizioni per poi esplodere in una corsa che avrebbe fatto sensazione. Tale avvenimento era previsto per oggi, giovedì 9. Una grande tensione serpeggiava fra gli addetti ai lavori: Bugle sarebbe partito almeno 20 a 1.
Stremberg si recò al Tropical Club che il giovedì mattina era zeppo di appassionati delle corse i quali gradivano farsi un paio di bicchierini prima di partire per la grande avventura. Attualmente il patrimonio contenuto nelle sue tasche ammontava a due biglietti da un dollaro e pochi spiccioli. Non possedeva altro. In effetti non lavorava da due mesi, da quando i cavalli erano approdati a Peninsula Meadows. Mentre Ray, da dietro al bancone, gli metteva davanti la sua birra, Stremberg gli disse: — Ray, vuoi entrare in società in qualcosa di grosso?
La smorfia di Ray stava a indicare l’esatto contrario. Tuttavia Stremberg proseguì a bassa voce: — La terza corsa è truccata. Qualcuno mi ha fatto la soffiata.
— Buon per te.
— Foraggiami e divideremo. Potresti ricavarne almeno un centone.
Ray si fece pensoso. Cominciò ad accarezzarsi il mento. Un barlume di speranza per Stremberg.
Poi Ray disse: — No — e si allontanò.
Stremberg si accese una sigaretta e cominciò a scrutare nello specchio dietro al bar per vedere se conoscesse qualcuno degli avventori.
Big Otto. Lui i soldi ce li aveva. Ma a Stremberg faceva paura. Si vociferava che fosse il capo della mafia locale. Ufficialmente lavorava come autista, indossava abiti scuri, fumava sigari ed era sempre al Tropical o al Moondust, impegnato a bere Coca Cola... ma non era mai stato visto al volante di una macchina. Gli occhi stanchi erano cerchiati da profonde occhiaie, come se non gli riuscisse mai di prendere sonno. E
forse non riusciva a dormire perché i volti delle vittime e i loro corpi malconci continuavano a frapporsi fra lui e il sonno. Stremberg non voleva aver nulla a che fare con Big Otto.
Graveyard Flo. Alta e ossuta, costantemente con gli occhi sbarrati che, quando la riportavi a casa col taxi, si sedeva al tuo fianco e ti accarezzava la mano con gli artigli ossuti e sussurrava: — Grazie di esistere.
Andava spesso soggetta a violente crisi, diventava rigida come un baccalà e più di una volta Stremberg l’aveva portata su come un sacco di patate fino all’appartamento dal secondo piano dalle parti di Floribunda dove il marito Curly, contabile delle ferrovie con una gamba offesa, apriva la porta e diceva: — Ci risiamo, dannazione. Buttala lì sul divano — e sbatteva a Stremberg cinque dollari

mercoledì 22 luglio 2026

Thomas Walsh - L’uomo di Paul Broderick

 

Flanagan venne avvertito in tempo utile. Il che significava, seguendo il consiglio di Paul Broderick, che non sarebbe stato così stupido da chiedere il prepensionamento. Considerata la situazione contingente, una simile richiesta sarebbe apparsa quantomeno sospetta e così, come paravento, uno dei tanti medici fiscali della polizia, ben ammanettato con il signor Broderick, redasse un rapporto secondo cui al capitano Anthony Vincent Flanagan doveva essere assegnato un lungo periodo di licenza a causa di gravi problemi alla schiena.
Il tutto filò via senza problemi di tensione o d’imbarazzo, come sempre succedeva quando c’era Paul Broderick a pensare alle cose. A onor del vero, una mezza dozzina di uomini furono investigati in un secondo tempo dal Grand Jury, ma si trattava soltanto di pesci piccoli, come sovente si verifica in eventualità del genere, e alla fine il tutto si risolse in una bolla di sapone. Il capitano Flanagan, naturalmente, non fu in condizione di presentarsi a deporre: motivi di salute. Quella schiena malandata lo obbligava a starsene a letto in una clinica specializzata e lì se ne restò, nuovamente su consiglio di Broderick, fino a dopo le elezioni di autunno.
E successivamente Flanagan non ebbe più alcun motivo di preoccupazione.
Ce l’aveva fatta. Vedovo, con quattro figli ormai maggiorenni, vendette la vecchia casa di Bay Ridge dove li aveva allevati tutti, acquistò una bella macchina da dodicimila dollari e affittò un appartamento piccolo ma più che confortevole nell’East Seventies. Suo figlio Frank, che finalmente era riuscito a laurearsi, venne sistemato in un prestigioso ufficio quasi in centro. Poi Flanagan comprò in contanti una bella casa a Westchester per la figlia Marnie e la sua famiglia; e Paul Broderick, il quale aveva sempre conosciuto la gente giusta, proprio come aveva saputo trovare nelle file della polizia un medico compiacente, fece in modo che Jerry, il figlio più giovane di Flanagan, fosse ammesso presso la miglior università di legge della contea.
L’unica della sua progenie per la quale non riuscì a far nulla fu sua figlia Maureen. Quella aveva proprio una strana visione della vita. C’erano volte, si ritrovò a pensare amaramente Flanagan, in cui aveva l’impressione che l’unica cosa adatta a quella stramba creatura sarebbe stato il convento.
— Non ho davvero bisogno di nulla — cercava di scusarsi lei quando il padre le parlava a muso duro. — Io e Jack abbiamo tutto quanto ci serve, papà. Non preoccuparti per noi.
— Ne sei davvero convinta? — le domandò una volta Flanagan a denti stretti. — Perfetto. Allora ne sono felice anch’io. Hai tutto quello che ti serve. Una donna
appagata. Non ti andrebbe neppure un piccolo assegno?
— Le abbiamo già detto di no, signore — intervenne il marito, un dannato sindacalista, che andassero tutti all’inferno, impegnato dalle parti di East Harlem. — Ma comunque grazie lo stesso.
Maureen, la quale conosceva Flanagan molto meglio del marito, cercò di addolcire

mercoledì 15 luglio 2026

Philip MacDonald - Una moglie premurosa

   


Carl Borden uscì dalla libreria Seaman nell’accecante bagliore del piccolo corso di El Morro Beach. Si guardò attorno per vedere se c’era la moglie e, non vedendola, si avviò verso il bar Eagles ed entrò. Era un uomo ben messo, l’aspetto vagamente da vagabondo, i capelli biondi disordinati, un volto insignificante nobilitato però dagli occhi grandi, azzurri e incredibilmente vivaci. Era uno scrittore di un certo talento, a detta di molti critici, ma i suoi libri si vendevano poco.
Si mise a sedere su uno sgabello e salutò con un cenno del capo il signor Dockweiler, attualmente agente immobiliare, un tempo mediocre attore di Hollywood; Dariev, l’artista russo che disegnava murales e poi un paio di altre persone. Non abbozzò l’ombra di un sorriso, neppure alla volta del barista a cui ordinò una birra e Dockweiler disse al vecchio Parry, seduto al suo fianco: — Guarda quel Borden... chissà che diavolo...
Il barista, da sempre chiamato Hiho per dei motivi che ormai nessuno più ricordava, depose la bibita davanti a Carl, lo guardò e disse: — Allora, signor Borden, come va?
L’interpellato rispose: — Bene, direi... grazie, Hiho... — Si concesse una lunga sorsata dal bicchiere ghiacciato.
Hiho riprese: — E come sta la signora Borden. Bene?
— Benissimo! — rispose Carl, dopodiché aggiunse: — Benissimo! — Mise una banconota da un dollaro sul bancone, Hiho la prese e tornò dietro il registratore di cassa.
Carl appoggiò i gomiti sul banco e lasciò cadere il viso fra le mani; poi si ricompose subito mentre Hiho tornava con il resto. Lo scrittore se lo mise in tasca, trangugiò il resto della birra, si alzò, fece un cenno di commiato al barista senza aprir bocca e uscì nuovamente in strada.
Sua moglie aspettava accanto alla macchina con le braccia piene di pacchetti. Lui disse: — Salve, Annette... arrivo! — e accelerò il passo.
La donna gli sorrise. Dotata di un fisico snello e di un bel portamento, appariva scattante e dinamica come sempre. Bionda, sulla trentina, era sposata con Carl da nove anni. Da tutti quelli che non li conoscevano bene, erano considerati una “coppia
ideale”. Ma ultimamente i pochi amici più intimi cominciavano a dubitarne.
Carl aprì la portiera dell’auto, prese i pacchetti dalle braccia di Annette e li sistemò nel bagagliaio. La moglie disse: — Grazie, Carlo — e si accomodò accanto a lui che si era messo al volante. Poi aggiunse: — Per favore, passiamo da Beatons. Ho lasciato un pacco che era troppo ingombrante da portar via subito.
Lui imboccò Las Ondas Road e parcheggiò contromano all’esterno di un piccolo edificio circondato da una recinzione bianca sormontata dalla scritta Beaton And Son – tutto per il giardinaggio.
Entrò e la commessa gli porse un gigantesco sacchetto di carta, pieno di merce. Lui lo prese – il fondo cedette e una miscellanea di oggetti rovinò a terra.
Carl imprecò sottovoce e la ragazza esclamò “Oh, mi dispiace” e si precipitò ad aiutarlo. Lui cominciò a mettere gli oggetti che aveva salvato sul bancone. Poi, chinatosi, recuperò un opuscolo intitolato Manuale per la coltivazione delle rose e una scatola etichettata Pesticida con la raffigurazione di un teschio e due ossa incrociate.
Nel frattempo la ragazza aveva recuperato il resto. Continuando a sciorinare una marea di scuse, sistemò il tutto in due sacchetti nuovi. Carl se li sistemò uno per braccio, uscì di nuovo nella strada soleggiata e vide il dottor Wingate che si stava avvicinando alla macchina. — Salve, Tom! — esclamò e fece il suo primo sorriso della giornata mentre l’altro si girava e ricambiava il saluto.
Wingate era un uomo sui quarantacinque anni, sempre vestito con una certa ricercatezza. Vedendo Annette, il medico si tolse il cappello e salutò anche lei, forse con fare un po’ troppo formale. Aprì la portiera a Carl e per un attimo lo sguardo divenne acutamente professionale. Disse: — Come sta andando il libro? — Dopo una certa esitazione Carl rispose: — Bene! Non ancora a pieno ritmo, naturalmente... ma sono fiducioso.
— Allora... — commentò Wingate — dacci dentro. Altrimenti sarebbe un vero peccato.
Carl fece spallucce mentre Annette, con aria impaziente, sbottò: — Dobbiamo sbrigarci a tornare a casa, Carlo — e lui salì in macchina, mise in moto e fece un cenno di commiato alla volta dell’amico.
Attraversò di nuovo la città, poi si addentrò fra le colline e in cinque minuti arrivò alla stradina rapida e scoscesa che conduceva a casa sua, isolata su un cucuzzolo, una costruzione di alquante pretese: vialetti di ghiaia, alti alberi sul retro e davanti

mercoledì 8 luglio 2026

Thomas Burke - Il mistero di Bloomsbury

  


1
Mentre quella mattinata di settembre veniva alla luce in un tremulo pulviscolo d’argento e si concretizzava in un alone dorato, uscii in un’imprecazione davvero poco ortodossa.
Mi ero alzato di buon’ora e, ritto davanti alla finestra del bagno del mio appartamento di Bloomsbury, avevo cominciato a radermi. Dapprima mi limitai a “ahii!”, poi aggiunsi qualcosa di più colorito. Il suddetto sfogo era stato motivato dal fatto di essermi procurato un taglio particolarmente doloroso, peculiarità dei rasoi di sicurezza, e la causa di quanto sopra era stato un movimento improvviso del gomito destro, a sua volta provocato da qualcosa che avevo visto attraverso i vetri.
Ammantato in quel fantasmagorico rutilare dorato, che sembrava quasi una presenza vivente scesa a benedire la città di Londra, si muoveva un uomo che conoscevo. Ma l’uomo che conoscevo si era trasformato in un uomo sconosciuto. Non procedeva a passo veloce, com’era suo solito, e neppure camminava normalmente. Era come se veleggiasse. Mai visto un’andatura così da scolaretta in un individuo adulto. E un simile ciondolio del capo.
Non era alto, ma talmente magro, gli indumenti così striminziti da farlo sembrare quasi un gigante. Indossava un cappotto nero a doppio petto, allacciato fin sotto al collo, dei pantaloni parimenti neri e un cappello dalla foggia indescrivibile. Teneva le braccia dietro la schiena, la mano destra stretta attorno al gomito sinistro. Una sagoma appiattita, priva di rotondità. Probabilmente l’avevo sempre visto così e davvero non riuscivo a immaginarmi, e ciò vale fino a oggi, come potesse essere altrimenti.

2
In una società convenzionale, suppongo, Stephen Trink sarebbe stato definito uno strampalato ma nei meandri di Londra vivevano talmente tante creature strampalate, con molte delle quali intrattenevo ottimi rapporti, che Trink mi era sempre sembrato uno dei tanti. Non mi ricordo più in che modo avevamo fatto conoscenza, ma so per certo che da un paio di anni avevamo preso l’abitudine di vederci almeno due volte alla settimana, talvolta anche più spesso. Fra noi si era subito creata una reciproca
simpatia, destinata ad aumentare con il tempo. Sebbene in sua compagnia non mi sentissi mai perfettamente a mio agio, cercavo tutti i pretesti per incontrarlo. Quell’individuo mi affascinava, soprattutto per la sua innata malinconia, ed ora che cerco di ricordarmi di lui, mi accorgo che questo è l’unico particolare che mi torna vivido alla memoria. Era una di quelle persone che nessuno riesce a conoscere veramente fino in fondo. Con quell’aspetto insignificante, il volto aguzzo e la struttura fragile, sarebbe potuto passare per un impiegatuccio di infimo rango, se non fosse stato per certi strani atteggiamenti da ragazzina timida – le mani dietro la schiena, un piede appoggiato sull’altro, gli occhi costantemente abbassati, che però, quando gli rivolgevate la parola, si alzavano rispettosamente verso di voi, come se foste stato il suo preside. Aveva un sorriso del tutto particolare, probabilmente derivato dalla sagoma della bocca dagli angoli abbassati e dalla mascella ritratta all’indietro. I capelli biondastri erano radi e appiccicaticci, la voce chioccia, gli occhi, dietro le spesse lenti, acquosi e celestini. Solo quando si toglieva gli occhiali, era percepibile la profondità e la sensibilità dello sguardo.
Ovunque si trovasse, non dava mai l’impressione di essere interamente lì. Come se fosse intento ad ascoltare qualche rumore proveniente da chissà dove. A volte il suo atteggiamento ricordava quello del “Pensatore” di Rodin ma, se lo si scrutava più attentamente, avresti detto che la sua espressione era totalmente vacua. Non pensava, meditava. Negli ambienti chiusi si muoveva quasi come un sonnambulo, all’aria aperta camminava come uno schizzato. E comunque la sua presenza generava in tutti una sorta d’inspiegabile disagio.
Quale fosse il suo problema – sempre che quella sua aria triste e malinconica derivasse da un problema circostanziato – non me lo disse mai. Quando a volte, lo invitavo a “tirarsi su con la vita”, lui mi accennava a un Terribile Fardello, ma

mercoledì 1 luglio 2026

David Ely - Il sopravvissuto

 


Si stava facendo sera quando entrò nel Parco. Si diresse subito verso la zona più buia, lontano dai lampioni che illuminavano i vialetti. Non vide nessun altro passante, ma ciononostante continuò a procedere spedito, non volendo correre inutili rischi.
Quando raggiunse il riparo dei primi alberi, si fermò e si voltò all’indietro verso la strada principale, pur essendo perfettamente consapevole che la macchina non sarebbe stata più lì. Quelli se n’erano andati non appena lo avevano scaricato. Gli avevano dato una pacca sulla spalla – come si fa con i paracadutisti in procinto di saltar giù dall’apparecchio – e uno di loro aveva detto “In bocca al lupo, Maggiore”, dopodiché lui era saltato fuori, tirandosi dietro il peso della tuta di volo.
Buona fortuna, maggiore. Se avesse avuto davvero fortuna, quelle sarebbero state le ultime parole che gli sarebbero state rivolte per quattro settimane.
Si ritrasse di colpo, turbato. Qualcuno gli era defilato a fianco, forse a meno di un metro, un uomo o un ragazzo che correva di buona lena e con passo agile in direzione della Fifth Avenue.
Il cuore del Maggiore batteva all’impazzata, le pulsazioni erano alle stelle. Quell’avvenimento lo aveva scosso, di qualsiasi cosa si fosse trattato – forse qualche atleta che si allenava per la competizione, oppure un fanatico dilettante oppure un borsaiolo, e in questo caso ci sarebbero stati i poliziotti alle calcagna. Erano proprio i poliziotti a fargli più paura. L’Agenzia aveva messo in chiaro le cose con il Commissariato e tutti i responsabili dei distretti limitrofi erano stati debitamente informati affinché non fosse fatta alcuna forma di pubblicità nell’eventualità che fosse catturato, ma naturalmente i normali agenti erano all’oscuro di tutto. Sarebbe bastata la torcia elettrica di un semplice sergente di pattuglia a mandare all’aria tutto il progetto.
Doveva evitare le luci. Non immaginava neppure lontanamente che ce ne sarebbero state così tante, non solo quelle posizionate lungo i vialetti, ma anche quelle delle auto che attraversavano il Parco, nonché le insegne luminose dei grandi alberghi e dei complessi residenziali attorno al suo perimetro.
Continuò a muoversi acquattandosi contro gli alberi, cercando di recuperare un po’ di fiducia attraverso l’attività fisica. La prima notte sarebbe stata la più dura. Quello lo sapeva. Ma se fosse riuscito a superare questa giornata e quella successiva, probabilmente tutto sarebbe andato per il meglio. Doveva scegliersi un nascondiglio lontano da dove normalmente andava la gente – lontano dallo zoo, dal lago, dai
campi gioco. Sarebbe stato meglio essere sorpreso da un poliziotto piuttosto che da ragazzini scatenati che giocavano a pallone. Se uno di loro lo avesse scorto, anche di sfuggita, altri mocciosi sarebbero arrivati a frotte e avrebbero cominciato a farsi beffe di lui e a dargli la caccia gridando “Guardate, guardate, guardategli la testa!”
La testa... quella era la garanzia che aveva voluto l’Agenzia. La garanzia della sua onestà. Non poteva barare, non con quella testa. Quando glielo avevano detto, non aveva posto alcuna obiezione. Sapeva che avevano ragione. Lo psicologo incaricato del progetto gli aveva parlato a lungo in proposito. Lo scopo era quello di misurare lo stress psicologico su un uomo nascosto in mezzo a una popolazione ostile. Se fossero riusciti nell’intento, sarebbero stati in grado di approntare un programma di recupero atto a salvare quel pilota su venti che malauguratamente fosse stato abbattuto ma non catturato, e che comunque fosse riuscito a nascondersi da qualche parte – in un campo, in un edificio semidiroccato dai bombardamenti, in un appartamento abbandonato, qualsiasi cosa gli fosse capitata a tiro.
— Lei sarà quel ventesimo pilota, Maggiore — gli aveva detto lo psicologo. La porteremo fino al Parco e lì dovrà nascondersi finché non verranno a cercarla. Tenga presente che è isolato dalle persone che la circondano soprattutto a causa dell’unico dato di fatto che non può cambiare: non conosce la lingua di quella gente. Be’, ai fini dell’esperimento che ci interessa, siamo in grado di simulare tutto ma non questo. Niente, se vi fosse costretto, potrebbe impedirle di nascondere la tuta da pilota e di portar via un paio di pantaloni a qualche barbone del Parco. Poi sarebbe un giochetto raggiungere la panchina più vicina e trascorrere una giornata tranquilla a leggere i giornali senza dar nell’occhio ad anima viva, e qualora qualche poliziotto si avvicinasse, non ci sarebbe nulla di strano a

mercoledì 24 giugno 2026

Stanley Ellin - Motivi sconosciuti



Questo è quanto accadde, a partire da un tranquillo sabato di ottobre.
Quel mattino la moglie di Morrison aveva bisogno della macchina per accompagnare da qualche parte i bambini, così Morrison prese l’autobus delle linee interurbane per raggiungere Manhattan. Una volta arrivato al capolinea, detestando l’idea di prendere la metropolitana, s’infilò in un taxi. Quando il conducente si voltò per chiedere “Dove desidera andare, signore?” Morrison ebbe un sussulto. — Slade? — disse. — Sei proprio Bill Slade?
— In carne e ossa — rispose lui. — E tu sei Larry Morrison. Guarda com’è piccolo il mondo!
In effetti non è che fra i due ci fosse stata una grande amicizia. Morrison ricordava vagamente che fino a due o tre anni prima Slade era stato – come lui lo era tuttora – una delle svariate migliaia di api laboriose confortevolmente ubicate nel complesso futuristico, tutto vetro e acciaio, della Majestico di Greenbush, nel New Jersey. In tutto il mondo i dipendenti della Majestico erano oltre 80.000 ma il complesso di Greenbush costituiva il fiore all’occhiello, l’anima pulsante della società. E Slade aveva lavorato là dentro per molto tempo, fino a diventare vice direttore di reparto.
Poi, in seguito a una ristrutturazione dei quadri, il reparto era stato smembrato e lui, assieme ad altri compagni di sventura, aveva ricevuto la liquidazione e il benservito. Nessuno ne aveva più sentito parlare dopo che aveva deciso di vendere la casa e andarsene dalla città assieme alla moglie e al ragazzino per ricominciare, sue testuali parole, qualcosa di buono da qualche altra parte. Morrison fu amaramente sorpreso nel constatare che “qualcosa di buono da qualche altra parte” si era concretizzato nello scarrozzare un taxi nel traffico di Manhattan.
Palesemente imbarazzato buttò lì: — Davvero un peccato esserci persi di vista, Bill... anche gli amici di Hillcrest Road non avevano idea di dove...
— Era proprio quello che speravo — lo interruppe Slade. — Comunque va tutto bene. Ho sempre avuto la sensazione che, prima o poi, avrei incontrato qualcuno della vecchia banda. E ora che è successo, devo dirti che mi fa addirittura piacere. — Il perentorio strombazzare di un clacson dietro al taxi indusse il conducente a darsi una mossa. — Dove si va, Larry?
— Al Coliseum. Columbus Circle.
— Lascia che indovini. La Majestico Trade Exposition. Si tiene in questo periodo dell’anno, esatto?
— Esatto — confermò Morrison.
— Ed è buona politica farsi vedere, giusto? Magari si viene notati da qualche pezzo grosso.
— Sai come vanno certe cose, Bill.
— Come no. — Slade si fermò a un semaforo rosso e si volse verso Morrison. — Ascolta, non dirmi che sei di fretta. Hai il tempo per una tazza di caffè?
Sul volto di Slade c’era la barba vecchia di un giorno. Il cappello calato sulla nuca, era liso e non troppo pulito, le tempie precocemente brizzolate. Morrison continuava a sentirsi sempre più a disagio, anche se in realtà quello non era mai stato un amico vero e proprio ma soltanto un casuale conoscente che viveva in fondo a Hillcrest Road, a qualche decina di metri da casa sua. Di tanto in tanto, in occasione del fine settimana, avevano partecipato assieme a sedicenti battute di caccia organizzate dall’Hillcrest Maybe Gun and Rod Club, che il più delle volte finivano in estenuanti partite a poker.
— A essere sincero — si schermì Morrison — oggi è uno di cui sabati in cui...
— Stammi a sentire. Ti farò assaggiare il miglior cornetto della città. Credimi, Larry, ho un grosso macigno sul cuore e vorrei proprio...
— Be’, in questo caso — si arrese Morrison.
Di fronte a un caffetteria dell’Eighth Avenue c’era una lunga fila di taxi senza conducente. Slade parcheggiò per ultimo e fece strada nel locale, evidentemente ritrovo prediletto di tutti i taxisti della zona. Una volta alla cassa, i due ebbero una piccola rissa in merito a chi avrebbe dovuto pagare il conto. Ad avere la meglio fu Slade il quale, destreggiandosi fra i tavoli con in mano il vassoio del caffè e dei cornetti, andò a sistemarsi in un angolino tranquillo.
Il caffè era quasi imbevibile ma il cornetto veramente buono. Dopo un paio di morsi, Slade buttò lì: — E come sta Amy? — Amy era la moglie di Morrison.
— Bene, bene — si affrettò a rispondere Morrison. — E Gertrude?
— Gretchen.
— Ah, certo, Gretchen. Che smemorato! Ma è passato tanto di quel tempo, Bill...
— Veramente. Quasi tre anni. Comunque, l’ultima volta che ho avuto notizie di Gretchen andava tutto bene...
— Come sarebbe l’ultima volta che hai avuto sue notizie?
— Ci siamo separati qualche mese fa. Lei non ce la faceva più. — Slade si strinse nelle spalle. — Soprattutto per colpa mia. E alla serenità familiare non ha certo contribuito il fatto che continuavo a passare da un impiego all’altro, alla ricerca di qualcosa di decente. E starsene su un taxi dieci, dodici ore al giorno non addolciva certo la pillola. Così mia moglie e il ragazzo si sono trasferiti in un appartamentino ai Queens e lei ha trovato da lavorare come receptionista nello studio di un medico. Così arrotonda quella miseria che le passo ogni mese. E i tuoi figlioli come stanno, a proposito? Scott e Morgan, esatto? Scommetto che adesso saranno cresciutelli...

mercoledì 17 giugno 2026

A.H.Z. Carr - L’uomo che capiva le donne



Stavamo pranzando assieme, tutt’e quattro, e avevamo cominciato a parlare di donne. Secondo Whately, Barker e il sottoscritto, nonostante il dottor Kinsey, le donne rimanevano pur sempre delle creature enigmatiche che gli uomini faticavano a comprendere. Per dimostrarlo, Whately ci raccontò un aneddoto relativo alla moglie, successivamente Barker e io facemmo altrettanto.
Ma Milliken non era d’accordo, come sempre. È scapolo e scrive per il teatro. Quando obiettammo che la sua opinione non era attendibile per mancanza d’esperienza diretta, fece spallucce.
— Il problema con voi mariti — disse — è che vi lasciate abbacinare da quanto vi dicono le vostre consorti. La mia esperienza – lasciatemi finire – mi dice invece che se un uomo sta ad ascoltare ciò che dice una donna, è sicuramente spacciato. Ma può venire a conoscenza di tutto ciò che deve sapere su una donna basandosi su una semplice occhiata.
Milliken, ignorando la pallottolina di pane che Barker gli aveva lanciato sul muso, proseguì: — L’aspetto di una donna la tradisce in qualsiasi momento, consentendoti di dire che cosa ha fatto e profetizzare che cosa farà. Per chi è dotato di un certo acume, non possono esistere segreti.
— Diciamo per uno come te — buttò lì Whately con una smorfia divertita.
— Esatto — convenne Milliken. — Immagino che sia solo naturale che quelli come voi considerino le donne degli esseri misteriosi. Avete tutti delle mogli molto più intelligenti di voi. Ma per uno capace di osservare con attenzione, di pensare con chiarezza, dotato di una buona intuizione, i segreti di una donna sono un libro aperto ancor prima che apra bocca.
Barker intervenne: — A parlare si fa presto.
— Non si tratta di affermazioni a vanvera. Vi ricordate Loring, l’eroina della mia ultima commedia?
— Ti riferisci a quella le cui rappresentazioni sono state interrotte solo due settimane dopo la prima? — domandai. Non era il caso di usare certe delicatezze con Milliken.
— Questo non c’entra affatto. Comunque chiunque ha visto il lavoro ha tratto l’impressione che, in qualche momento della mia esistenza, io avevo conosciuto

mercoledì 10 giugno 2026

Dino Buzzati: I sette messaggeri



Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allentandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare.


Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei. Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema frontiera.

Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine. Mi misi in viaggio che avevo già più di trent'anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire.

Sebbene spensierato - ben più di quanto sia ora! - mi preoccupai di poter

mercoledì 3 giugno 2026

H.P. Lovecraft: Dagon


 Scrivo queste note in una morsa d'angoscia e so che al termine della notte sarò finito. Senza un soldo e senza la droga che rende sopportabile la mia esistenza, non posso reggere oltre la tortura: mi butterò dalla finestra di questa soffitta. Ma la mia dedizione alla morfina non deve farvi pensare che sia un debole o un degenerato; quando leggerete queste pagine intuirete (anche se non riuscirete a comprendere del tutto) perché non mi restino che l'oblio o la morte.
Fu in una delle zone più aperte e meno frequentate del Pacifico che il piroscafo di cui ero sovrintendente cadde vittima dell'incrociatore tedesco. La grande guerra era all'inizio e le forze navali del nemico non avevano ancora ceduto completamente, come poi sarebbe avvenuto: la nostra nave venne catturata e noi dell'equipaggio fummo trattati con il rispetto e la considerazione dovuti ai prigionieri di guerra. Anzi, la disciplina dei nostri catturatori era così blanda che dopo cinque giorni riuscii a fuggire da solo, in barca, con acqua e provviste per diverso tempo.
Finalmente libero e alla deriva, non avevo alcuna idea delle acque in cui mi trovavo. Non sono mai stato un provetto navigatore e dalla posizione del sole e delle stelle potei solo concludere che ero a sud dell'equatore, ignoravo completamente la longitudine e non erano in vista né isole né traccia di costa. Il tempo si manteneva buono e per innumerevoli giorni avanzai senza meta sotto il sole feroce, aspettando di scorgere una nave o di essere scagliato sulle sponde di una terra abitabile. Ma non si vedevano né navi né terra, e nell'immensa solitudine del mare e del cielo cominciai a disperare.
Poi, mentre dormivo, avvenne il cambiamento. Non ne conoscerò mai i particolari, perché non mi svegliai dal mio sonno agitato e fitto di sogni. Quando riaprii gli occhi scoprii di essere mezzo sprofondato in una massa disgustosa di fango nero che s'estendeva intorno a me a perdita d'occhio, e in cui la mia barca si era arenata a qualche metro di distanza.
È logico supporre che davanti a una così radicale modificazione del paesaggio la meraviglia fosse il mio stato d'animo predominante, ma in realtà ero più atterrito che sorpreso, perché in quell'aria e in quel fango putrescente c'era una qualità sinistra che metteva l'anima a dura prova. La regione pullulava di carcasse di pesci marciti e di cose meno facilmente descrivibili, che spuntavano un po' dovunque dal fango dell'interminabile pianura; ma è assurdo sperare di trasmettere, a parole, l'orrore che gravava su quel deserto di assoluto silenzio e sconfinata vastità. Non si sentiva e non si vedeva nulla a parte l'immensa distesa di fango nero: e proprio la totale immobilità e omogeneità del paesaggio mi davano un senso di paura

giovedì 28 maggio 2026

Bram Stoker: La nascita del sogno


Le acque azzurre toccano le mura del palazzo; ogni volta che mi metto in ascolto riesco a sentire il delicato e avvolgente sciabordio che fanno quando colpiscono il marmo. Lontano, in mezzo al mare, riesco a vedere le onde risplendere sotto i raggi del sole. Sono sempre sorridenti, sempre sfavillanti, sempre solari. Onde felici! Felici nella vostra contentezza, tre volte felici di essere libere!
Mi alzo dal mio lavoro, mi aggrappo al muro e raggiungo la strombatura della finestra. Afferro l'angolo della muratura e mi tiro su, fino ad acquattarmi nell'ampio vano. Il mare, il mare, che si estende in lontananza, fin dove riesce ad arrivare il mio sguardo. Lo osservo intensamente, finché mi si offusca la vista, ed è in quella vaghezza di sguardo che il mio spirito ritrova la sua visione. La mia anima vola via sulle ali della memoria, al di là del mare azzurro e sorridente - al di là delle onde sfavillanti e delle vele luminose, fino alla terra che chiamo casa. Con il trascorrere dei minuti, mi sembra di riacquistare a poco a poco la mia vera vista, e così mi guardo intorno e vedo la vecchia casa in cui sono nato. La spartana semplicità di questa dimora appare ai miei occhi come qualcosa di nuovo. Qui vedo i miei vecchi libri, i miei manoscritti e i miei disegni, là invece, sui loro vecchi scaffali, in alto sopra la porta, le mie prime, rudimentali, prove artistiche.
Come mi sembrano insignificanti adesso! Eppure, se fossi libero, non darei la più mediocre di esse in cambio di tutto quello che possiedo ora. Possedere? Sto proprio sognando!
Il sogno mi riporta alla vita a occhi aperti. Salto giù dal davanzale della finestra e ricomincio a lavorare freneticamente, perché ogni linea che traccio sulla carta, ogni nuova forma che nasce dal gesso, mi avvicina sempre di più alla libertà. Farò un vaso la cui bellezza metterà in ridicolo le opere gloriose realizzate in Grecia durante la sua epoca d'oro! Di sicuro, con il tempo, un amore e una speranza come quelli che provo io daranno vita a una qualche forma di bellezza! Quando Lui l'ammirerà, griderà estasiato, ordinando che mi liberino immediatamente. Ogni volta che penso alla libertà - perfino se questa dovesse arrivare per mano sua - riesco a dimenticare il mio odio e il profondo debito di vendetta che ho contratto

giovedì 21 maggio 2026

Arthur Conan Doyle: L'imbuto di cuoio


Il mio amico, Lionel Dacre, abitava nell'Avenue de Wagram, a Parigi. La sua casa era quella piccola, con la cancellata di ferro e il giardinetto davanti, che s'incontra sulla sinistra, venendo dall'Arco di Trionfo. Immagino che essa esistesse già molto tempo prima che il viale venisse costruito, poiché i tegoli erano cosparsi di licheni, e i muri erano ammuffiti e scoloriti dagli anni. Sembrava piccola vista dalla strada, cinque finestre sulla facciata, se ben ricordo, ma sul retro si estendeva in un'unica, lunga sala. Era qui che Dacre teneva quella singolare biblioteca di letteratura occulta, e quei bizzarri oggetti che costituivano il suo hobby e il divertimento dei suoi amici. Uomo ricco, dai gusti eccentrici e raffinati, aveva speso la miglior parte della sua vita e della sua fortuna mettendo insieme una raccolta privata, che si diceva unica nel suo genere, di opere talmudiche, cabalistiche e di magia, molte delle quali assai rare e di grande valore. I suoi gusti tendevano al soprannaturale e all'orrido, e ho sentito dire che i suoi esperimenti nel campo dell'ignoto hanno passato ogni limite di civiltà e di decoro. Con i suoi amici inglesi egli non parlava mai di queste cose, anzi si atteggiava a studioso e a grande esperto; ma un francese, i cui gusti erano analoghi ai suoi, mi ha assicurato che le più macabre delle messe nere si sono svolte in quella vasta sala, le cui pareti sono tappezzate da libri e da bacheche che la rendono simile a un museo.
L'aspetto di Dacre era sufficiente a dimostrare che il suo profondo interesse in queste faccende psichiche era intellettuale piuttosto che spirituale. Il volto massiccio non recava alcuna traccia di ascetismo, ma l'enorme cranio a cupola che spuntava al di sopra dei capelli ormai radi, simile a una vetta innevata circondata da una frangia di abeti, rivelava una grande forza mentale. La sua sapienza superava la sua saggezza, e la volontà era di gran lunga superiore al carattere. Gli occhi piccoli e vivaci, profondamente infossati nel volto carnoso, brillavano di intelligenza e di un'insaziabile curiosità della vita, ma erano gli occhi di un sensuale e di un egoista. Ma basta col parlare di lui, poiché adesso egli è morto, povero diavolo, morto proprio quando era sicuro di avere finalmente scoperto l'elisir di lunga vita. Non è del suo complesso carattere che io voglio parlare, ma della strana e inspiegabile vicenda che avvenne durante la visita che gli feci nella primavera dell"82.
Avevo conosciuto Dacre in Inghilterra, poiché le mie ricerche nella Sala Assira del British Museum si erano svolte nel medesimo tempo in cui egli stava tentando di attribuire un significato mistico ed esoterico alle tavole babilonesi, e questi comuni interessi ci avevano avvicinati. I primi casuali commenti si erano approfonditi in conversazioni quotidiane, e queste, a loro volta, si erano trasformate in qualcosa di simile all'amicizia. Avevo promesso di fargli visita, la prima volta che mi fossi recato a Parigi. All'epoca in cui potei adempiere alla mia promessa, abitavo in una villetta a Fontainebleau, e poiché i treni della sera erano scomodi, egli mi chiese di trascorrere la notte in casa sua.
"Non ho che quel letto da metterle a disposizione" mi disse, indicando un ampio divano nel suo grande salone. "Spero che potrà starci comodo." Era una singolare stanza da letto, quella, con le sue alte pareti tappezzate di volumi, ma non potevano esistere mobili più gradevoli per un amante di libri quale io ero, né vi è alcun profumo così attraente alle mie nari quanto quel tenue, leggero tanfo che emana da un libro antico. Lo assicurai che non avrei potuto desiderare una camera più piacevole, né un arredamento più congeniale.
"Se l'arredamento non è né comodo né convenzionale, è perlomeno costoso"

giovedì 14 maggio 2026

Edgar Allan Poe: Metzengerstein


Pestis eram vivus - moriens tua mors ero.
MARTIN LUTERO

L'orrore e la fatalità regnarono in tutti i tempi. Perché dunque darei una data alla storia che sto per narrare? Mi basterà dire che all'epoca di cui parlo, nell'interno dell'Ungheria si credeva, segretamente ma con ferma convinzione, nelle dottrine della Metempsicosi. Delle dottrine per se stesse - e di quanto di falso o di attendibile possano avere - io non dirò nulla. Affermo, tuttavia, che gran parte della nostra incredulità (come la Bruyère dice per tutte le nostre sventure) «vient de ne pouvoir ètre seuls ».
Ma vi erano alcuni punti nella superstizione ungherese che quasi toccavano l'assurdo. Vi erano delle differenze sostanziali da quanto professano le autorità orientali in materia. Per esempio. «L'anima» dice l'ungherese - lo do nelle parole di un acuto e intelligente critico parigino - «ne demeure qu'une seule jois dans un corps sensible: au reste un cheval, un chien, un homme mème, n'est que la ressemblance peu tangible de ces animaux.»
Le famiglie Berlifitzing e Metzengerstein erano state rivali per secoli. Mai si erano viste due case tanto illustri inasprirsi a vicenda in un'ostilità così mortale. L'origine dell'inimicizia sembra sia da ricercarsi nelle parole di un'antica profezia. «Un alto nome subirà una spaventosa caduta, quando, come il cavaliere sul proprio cavallo, la mortalità di Metzengerstein trionferà sull'immortalità di Berlifitzing.»
Certo, in sé, queste parole avevano ben poco senso. Ma cause tanto più volgari hanno portato - e ciò non è molto - a conseguenze ugualmente cariche di avvenimenti. D'altronde, le due proprietà, ch'erano contigue, avevano per lungo tempo esercitato un'influenza rivale negli affari di un caotico governo. Vicini tanto prossimi di rado sono amici, e, dalle loro elevate piattaforme, gli abitanti del castello di Berlifitzing potevan guardare dentro alle finestre di palazzo Metzengerstein. Meno che mai la magnificenza più che feudale ch'essi così avevan sott'occhio poteva calmare gli irritabili sentimenti dei meno antichi e meno ricchi Berlifitzing. Perché dunque stupirsi se le parole, comunque bizzarre, della vecchia predizione, avevano potuto determinare e mantenere la discordia fra due famiglie già predisposte all'inimicizia per tutte le istigazioni della gelosia ereditaria? La profezia sembrava implicare - se pur qualcosa implicava - un trionfo finale da parte della casa più cospicua; e naturalmente era ricordata con amara animosità dalla più debole e meno influente delle due.
Wilhelm, conte di Berlifitzing, malgrado il suo alto lignaggio, era, all'epoca di
questo racconto, un vecchio infermo mezzo rimbambito, che non per altro si distingueva se non per una inveterata antipatia personale senza limiti verso la famiglia rivale, e un amore così appassionato dei cavalli e del cacciare che nulla, né le infermità fisiche, né l'età avanzata, né la mentale debolezza, poteva impedirgli dal correre ogni giorno i pericoli della caccia.
D'altro canto, Frederick, barone di Metzengerstein, non era ancora maggiorenne. Suo padre, il ministro G..., era morto giovane. Sua madre, Lady Mary, aveva seguito a breve distanza il marito. Frederick era allora nel suo diciottesimo anno. Diciotto anni in una città non sono un lungo periodo di tempo; ma nella solitudine, nella solitaria solennità di un posto come quello, il pendolo vibra con un più profondo significato.
Per alcune particolari circostanze amministrative, il giovane barone, immediatamente dopo la morte del padre, entrò in possesso dei suoi vasti dominii. Di rado s'era visto tanta proprietà in mano di un nobile d'Ungheria, prima d'allora. I castelli non si contavano. E il più splendido e vasto di tutti era il Palazzo Metzengerstein: il limite della terra intorno al quale non era stato mai nettamente definito; il parco principale aveva ad ogni modo un giro di cinquanta miglia.
La successione di una persona così giovane, dal carattere così ben conosciuto, al possesso di quella enorme fortuna, non lasciava molto a supporre circa la probabile linea di condotta ch'egli avrebbe tenuta. E, in verità, nello spazio di tre giorni, la condotta dell'erede oscurò la fama di Erode e superò magnificamente le speranze dei suoi ammiratori più entusiasti. Orge vergognose, tradimenti, inganni, atrocità inaudite, fecero tosto capire ai trepidanti vassalli che nessuna servile sottomissione

giovedì 7 maggio 2026

Joseph Sheridan Le Fanu: Lo spettro della signora Crowl


Sono una donna anziana, ora; ma avevo solo tredici anni la notte in cui arrivai ad Applewale House. Mia zia faceva la governante in quella casa e venne una carrozza trainata da un cavallo a Lexhoe, per portare me e il mio bagaglio ad Applewale.
Ero spaventata quando arrivai a Lexhoe, e quando vidi quella carrozza con il cavallo desiderai tornare da mia madre, ad Hazelden. Stavo piangendo mentre salivo sul biroccino (così eravamo soliti chiamare quel tipo di carrozza) e il vecchio John Mulbery, il conducente, un uomo allegro e gentile, giunti al Golden Lion mi diede una manciata di mele, per cercare di rallegrarmi. Mi disse che c’era una torta di ribes, del tè e della carne di maiale che mi aspettavano, in camera di mia zia, in quella grande casa. Era una deliziosa notte di luna piena e io mangiai le mele, continuando a guardare fuori dal finestrino.
È una vergogna per dei gentiluomini spaventare una povera bambina sciocca com’ero io. A volte penso che sia una vera mania. Accanto a me, sul biroccio, c’erano due uomini. Dopo mezzanotte, quando si alzò la luna, cominciarono a farmi domande a proposito della mia destinazione. Dissi loro che stavo andando dalla signora Arabella Crowl, di Applewale House, vicino a Lexhoe.
— Oh, allora — disse uno dei due — non ci resterai per molto!
Io lo guardai come a dire: “Perché no?” Avevo risposto ad alta voce alla loro prima domanda e mi sembrava di aver detto una cosa intelligente.
— Perché — disse lui — ... e, ne va della tua vita, non dirlo a nessuno, ma resta solo a guardarla... lei è posseduta dal demonio, è uno spettro. Hai una Bibbia?
— Sì, signore — risposi io. Mia madre mi aveva infilato la Bibbia in valigia e sapevo che era lì. E ce l’ho ancora, sebbene la stampa sia troppo piccola per i miei occhi.
Lo guardai ripetendo: — Sì, signore. — Mi sembrò che ammiccasse al suo amico, ma non posso esserne certa.
— Bene — disse lui — assicurati che ogni sera sia sotto il tuo cuscino: terrà lontani da te gli artigli dello spettro.
Provai una tale paura sentendo quelle parola, non ne avete idea! Avrei tanto desiderato fare a quell’uomo delle domande sulla vecchia signora, ma ero troppo timida; poi lui e il suo amico cominciarono a parlare tra di loro e poi in seguito io scesi, come ho già detto, a Lexhoe. Sentii un tuffo al cuore mentre la carrozza percorreva il viale. Gli alberi erano grossi e fitti, vecchi quanto la casa, immagino. Se quattro persone avessero cercato di abbracciarne uno toccandosi le mani con la punta delle dita, dubito che ci sarebbero riusciti.
Bene, ero lì con il collo fuori dal finestrino, fissando la grande casa. All’improvviso me la trovai davanti!
Era una grande casa bianca e nera, con grosse travi scure che l’attraversavano e dei grossi frontoni bianchi sporgenti che sembravano guardare verso la luna, con incise delle figure di alberi, dei quali si potevano contare le foglie. I vetri smerigliati davano sulla grande anticamera, e tutte le finestre avevano delle persiane vecchio stile. Solo poche persiane erano aperte perché, nella casa, oltre alla vecchia signora, c’erano solo tre o quattro servitori e così la maggior parte delle stanza restava chiusa.
Il mio cuore era pieno di paura ora che il viaggio era finito e mi trovavo davanti a quella casa, con una zia che non avevo mai visto prima e la prospettiva di dover servire come cameriera la signora Crowl.
La zia mi baciò in anticamera e mi portò in camera sua. Era una donna alta e magra, con il viso bianco e due occhi neri e mani lunghe, coperte da guanti scuri. Aveva passato la cinquantina ed era di poche parole; ma quelle sue poche parole erano legge. Non posso lamentarmi di lei, ma era una donna dura, e credo che mi

giovedì 30 aprile 2026

Bill Pronzini: Chi ci aspetta su Venere


Tre settimane dopo il ritorno del comandante Richard Stiles e del maggiore Philip Webber – i due componenti l’equipaggio dell’Exploration V, la prima “supernave” con uomini a bordo che fosse atterrata su Venere – ci fu un improvviso, inspiegabile e totale black-out di informazioni tanto da parte della NASA quanto da Washington che favorì una fuga di notizie da parte di «una fonte attendibile». Se non fosse stato per questo, i mezzi di comunicazione e la gente in generale non avrebbero mai conosciuto i particolari della missione prima di qualche mese o qualche anno, ammesso che ne sarebbero mai venuti a conoscenza.
Fino a quel momento, quello che sapevamo era che Exploration V era atterrato su Venere con Stiles e Webber, che avevano trascorso sulla superficie del pianeta dodici ore durante le quali non si erano avute loro notizie (tutto il sistema di comunicazioni di bordo si era guastato poco dopo il decollo); che le manovre per la partenza da Venere erano state effettuate dal Comando Missione e che il rientro era avvenuto in modo del tutto normale. Dopodiché, naturalmente, su tutta la vicenda era stata stesa una cortina di silenzio. Eravamo scesi sulla Luna e su Marte, e adesso gli esperti di metallurgia erano riusciti a darci un lega capace di resistere a temperature superiori ai 1.000 gradi Fahrenheit, il che ci aveva permesso di atterrare su Venere segnando un’altra pietra miliare nella storia dell’umanità. Ma il coperchio ufficiale era stato abbassato e chiuso ermeticamente appena il personale della NASA aveva aperto la capsula. L’unica cosa sicura che si sapeva era che Stiles e Webber erano vivi.
Nel corso di quelle tre settimane il mondo intero rimase in ansiosa attesa, in preda a un senso di apprensione. Perché il segreto, perché il silenzio? Anch’io formulai queste domande nei miei articoli, e temevo più di qualunque altro le risposte. La professione mi ha reso scettico ormai da molto tempo circa certi aspetti “riservati” del nostro accelerato programma spaziale. Avevo l’impressione che facessimo troppe cose disponendo di dati insufficienti; la nostra sete di sapere a volte aveva la

giovedì 23 aprile 2026

Charles Runyon: Il terminal


Franklin non riusciva a ricordare come gli fosse successo di rimanere separato dagli altri passeggeri del suo volo. Ad un certo momento erano ancora tutti insieme, e un attimo dopo era solo sul lungo marciapiede mobile. Le pareti che lo fiancheggiavano si alzavano ad arco aperto, lontano, sopra la sua testa, e la luce era diffusa, senza una fonte individuabile. Non sentiva vento sulla faccia e niente gli dava il senso del movimento.
Si tolse il cappello di feltro marrone, strinse forte la maniglia della ventiquattr’ore e si mise in ginocchio per esaminare il nastro scorrevole. Era liscio ed elastico, e sembrava fatto di plastica trasparente. Passò il palmo della mano sulla superficie del nastro, e finì per toccare inavvertitamente la parete. Si tirò indietro di colpo trattenendo il respiro per il dolore. La parete era calda! Sul taglio della mano comparve una bruciatura rossa.
Eppure i muri non emanavano calore. Doveva trattarsi dell’attrito, e ciò voleva dire che il nastro si stava muovendo a una velocità spaventosa. Davanti a lui il corridoio si allungava fino a sparire all’infinito. Si voltò e guardò dietro di sé. La stessa cosa. Lui era una piccola macchia su un nastro senza fine, che stava correndo verso una destinazione ignota.
Franklin era un uomo pratico, un venditore di pompe idrauliche. Spaventarsi non gli sarebbe servito a niente, quindi non si spaventò. Preferì ripercorrere mentalmente, passo per passo, le ultime ore, per vedere se non fosse andato a dormire e se per caso non stava sognando.
L’aereo... ricordò di essere sceso sopra la giungla e di avere guardato la lunga pista dell’Aeroporto Internazionale del Fangia. Cerise, la sua segretaria, aveva allungato un braccio e gli aveva stretto la mano, dicendo: — Credo che sia il passaggio dall’aria alla terra. Tutte le volte che vengo giù soffro il trauma della nascita. — Ricordò la mano fresca della ragazza, il suo profumo, i suoi delicati lineamenti di bionda inglese e la peluria quasi bianca tra le sopracciglia. Ed anche la hostess ferma in cima alla scaletta, con un sorriso professionale e il seno prosperoso che l’aveva costretto ad uscire camminando di traverso. Lui e Cerise, nello scendere la breve rampa di gradini sotto il cocente sole africano, erano quasi morti di caldo. In quel momento l’americana di Sedalia, Missouri, che durante il volo aveva informato tutti di avere un figlio ingegnere impiegato nell’impresa che costruiva dighe alla quale Franklin
sperava di vendere le sue pompe RRASP, si era girata e lo aveva afferrato per una